Italian banking championship

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All’inizio del Duemila, nel sistema bancario internazionale si affermò la moda della crescita dimensionale, ottenuta attraverso fusioni e acquisizioni. Così, il sistema bancario italiano si concentrò molto, creando un oligopolio di poche grandi banche.Tra il 2006 e il 2007, Banca Intesa (la ex Banca Commerciale Italiana) compra l’Istituto Bancario San Paolo di Torino; nel 2007 Unicredit (risultata dalla fusione di Credito Italiano con Credito Romagnolo) compra Capitalia (che era il Banco di Roma); a fine 2007 il Monte dei Paschi di Siena compra – a un prezzo folle – Banca Antonveneta (pagandola 9 miliardi e 300 milioni di euro).

La stampa salutò queste operazioni come il risultato della creazione di “campioni nazionali” nel settore del credito. Il problema è che, arrivata la spaventosa crisi internazionale, questi campioni  sono finiti a disputare gare tutt’altro che vincenti. Prima fra tutte, quelle sui dipendenti da mandare a casa: Unicredit – arrivata prima – ne ha licenziati 13 mila; Banca Intesa 4 mila e Monte dei Paschi 3 mila. Altri dipendenti sono stati allontanati col sistema della esternalizzazione, attraverso lo scorporo e la vendita di rami d’azienda.

L’altra gara, ancor più clamorosa, è quella della distruzione di valore. Nel 2007 Unicredit, dopo la fusione con Capitalia, valeva 100 miliardi di euro, mentre oggi ne vale solo 20, addirittura dopo aver fatto un aumento di capitale di 7 miliardi. Il Monte dei Paschi di Siena, che aveva comprato Banca Antonveneta per la bellezza di 9 miliardi e 3, oggi vale in blocco solo 2 miliardi e 240 milioni. Sulla qualità del credito, poi, c’è da mettersi le mani dei capelli: dal 2007 al 2012 i crediti in sofferenza (non più riscuotibili) di Unicredit sono raddoppiati, mentre quelli di Montepaschi sono addirittura triplicati.

Dulcis in fundo, abbiamo una forte restrizione del credito: non si danno più soldi a chi ne ha bisogno per vivere e per far riprendere l’economia.
Proprio un bel risultato: dalle privatizzazioni degli anni Novanta, ci si è via via montati la testa, cercando di mangiare tutto e finendo col rovinarsi.

(fonte: Vladimiro Giacché su Micromega 3/2013)

 

Le banche più sicure

 
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To whom it may concern
:
come ogni anno, il periodico finanziario Global Finance stila la classifica delle 50 banche più sicure del mondo.

Non conosciamo il grado di affidabilità di questo studio, ma restiamo colpiti dalla totale assenza di banche italiane. Ci sono due banche cilene, c’è Taiwan, c’è la Francia, ma  nessun istituto italiano.

Lo schema in alto riporta la classifica dei primi 10 istituti di credito.

http://www.gfmag.com/tools/best-banks/12326-worlds-50-safest-banks-april-2013.html
 

Attenti alle clausole (e due)

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Lo scorso 28 gennaio ho fatto queste osservazioni, sorte dopo avero letto le cosiddette “clausole di azione collettiva” introdotte dal decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze del 7 dicembre 2012.

Poi, a fine Marzo 2013, a Cipro viene deciso un prelievo forzoso del 37.5% dai conti correnti delle banche con depositi sopra i 100.000 euro, come condizioni per il salvataggio dello Stato da parte dell’Unione Europea. Così, Cipro riceve dalla Troika un prestito di 10 miliardi di euro (spropositato, visto che il pil di Cipro è di circa 19 miliardi di euro).

Di fatto, con questa iniziativa si rompe un tabù e viene aggiunto un altro strumento all’arsenale delle situazioni di default e di ristrutturazione dei debiti sovrani: i soldi e i conti correnti dei cittadini non sono più inviolabili, ma possono essere usati in modo forzoso per salvare lo Stato e le banche.

Pare che il metodo sia piaciuto in sede europea: a fine marzo il Presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem si lascia sfuggire a Reuters: “Il prelievo forzoso a Cipro è nuovo il modello per i salvataggi”. La dichiarazione viene subito smentita, ovviamente, ma fa luce sulle intenzioni di chi conta.

Ora, dal 1° Gennaio 2013 i risparmiatori che investono in titoli di Stato italiani potrebbero essere soggetti a una decurtazione di capitale esattamente come è successo in Grecia. E’ l’effetto del decreto del Ministero dell’Economia che attua una norma del Trattato di Istituzione del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM), sottoscritto dai diciassette paesi dell’Eurozona.
Secondo queste clausole, i termini e le condizioni dei titoli di Stato possono essere modificati mediante un accordo tra l’Emittente (lo Stato o Ente collegato) e una determinata percentuale di detentori (gli investitori). Le percentuali possono essere il 75%, il 66%, e in alcune occasioni 50%, a seconda dei casi. Quando si raggiungono queste percentuali di adesione, le modifiche dei termini e delle condizioni di restituzione del debito si applicano a tutti i detentori dei titoli.
Capito? Ora gli Stati hanno un altro strumento (vedi l’ombrello di Altan) a disposizione.

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Quindi, ipotizziamo di essere uno Stato con un elevato rapporto debito/pil (com’è l’Italia) che a un certo punto non ce la fa più. Quali opzioni abbiamo?
– il default;
– l’aiuto della Troika, facendo come la Grecia;
– fare da soli: ristrutturare il debito con i soldi dei cittadini prelevati dai conti correnti e rinegoziando i contratti sui titoli di Stato, sfruttando la minaccia del default, che avrebbe conseguenze peggiori.

Se è vero, come alcuni dicono, che si sta cercando di far acquistare il grosso del debito pubblico degli Stati ai cittadini stessi o comunque alle istituzioni finanziare di quegli Stati, forse si sta già pensando a dove mettere l’ombrello quando pioverà.

 

Chi ha inventato i “Derivati”

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Nei primi decenni del ‘600, grazie all’eccitazione mercantile dovuta alla scoperta dell’America e all’introduzione sui mercati europei di ingenti quantitativi di oro, argento e derrate alimentari, provenienti dal nuovo continente in via di espoliazione, gli europei creano “la borsa valori delle merci e dei preziosi” di cui Amsterdam diventa il centro propulsore. Il Monte dei Paschi di Siena, la più solida e antica banca europea (fondata nel 1472) diventa il più forte istituto di credito finanziario dell’epoca, luogo di incontro della finanza vaticana e delle rendite finanziarie delle oligarchie aristocratiche europee che lì si incontrano per scambiarsi i loro titoli e creare le grandi rendite patrimoniali europee.  Nel 1593, il Monte dei Paschi di Siena finanzia Johannes Van Bommel, un grande mercante dell’epoca, il quale importa dalla Turchia i bulbi di tulipano, investendo nella loro coltivazione. Qualcosa di inspiegabile però accade. Anche se da allora sono trascorsi 400 anni, seguita a rimanere un mistero della mente umana. I tulipani diventano ben presto una specie di feticcio della neo-nata classe borghese mercantile, dando vita a una gigantesca febbre collettiva che invade tutta l’Europa. Gli storici e gli antropologi inglesi hanno addirittura coniato il termine “tulipomania” parola che, da qualche anno, indica una specie di malattia dello spirito che porta gli individui a speculare in borsa su “qualcosa di evanescente che non esiste”. Poco a poco, in tutto il continente si diffonde la mania dei tulipani che diventano ben presto un vero e proprio social status. Dovunque, da Lisbona fino a Roma, da Glasgow fino alla lontana Varsavia, gli europei si gettano nell’investimento di azioni dei bulbi di tulipano e in tutto il continente si aprono agenzie di cambio locale, gestite in appalto dal Monte dei Paschi di Siena. Al mattino si apre la contrattazione ad Amsterdam e alle 15 partono a cavallo i corrieri con i risultati del giorno, attraversando tutta l’Europa per andare a negoziare i titoli nelle diverse capitali. Ben presto, l’Europa comincia a diventare piccola e le capitali entrano in veloce contatto tra di loro, dando vita alle prime società di trasporto continentali. Nel 1605 la domanda di bulbo di tulipano raggiunge livelli vertiginosi di costo. Vengono attribuiti nomi curiosi e strani ai bulbi e le famiglie di possidenti investono ingenti quantità di denaro su questo fiore. Nel 1623, un certo bulbo di tulipano, di un colore magari raro, arriva a costare il corrispondente di oggi di circa 50/70 mila euro. Il record viene toccato dal “semper Augustus” che viene contraccambiato nel 1630 per la cifra vertiginosa di 100.000 fiorini, pari a 250.000 euro odierni. In quell’anno, un certo Messer Cucinotti, ragioniere plenipotenziario di Monte dei Paschi di Siena nella sede di Amsterdam ha un’idea che seduce l’intera Europa: “la speculazione sui derivati finanziari” che lui inventa e codifica, in uno splendido testo di follia delirante finanziaria (si trovano i testi dell’epoca nella “Biblioteca pelagia di parte guelfa” a Firenze) con il termine “commercio del vento” o altrimenti detto “commercio finanziario delle nuvole”. Il Monte dei Paschi di Siena stampa dei contratti di assicurazione sul titolo dei bulbi e poi li assicura presso una loro filiale a Londra, la quale ne rivende –a prezzo maggiorato- il potenziale profitto di lì a sei mesi. Chi acquista quel titolo, lo rivende a un altro prezzo maggiorato e così via dicendo, per cui uno stesso titolo di possesso di un bulbo tocca il record nel 1632 di 186 proprietari della stessa azione a prezzi completamente diversi: la stessa azione vale 1 oppure 8 oppure 75 a seconda di quando è stata acquistata e da chi. La banca senese dà prestiti per acquistare bulbi di tulipano e raccoglie in garanzia proprietà immobiliari e terre coltivate, creando una massa finanziaria speculativa che nel dicembre del 1635 raggiunge una cifra pari a 15 volte l’intera ricchezza reale europea. Finchè alla fine del 1636 alcuni aristocratici, bisognosi di danaro in contanti per finanziare spedizioni navali o costruirsi un castello cominciano a vendere e si arriva al 9 febbraio del 1637 quando l’ondata di vendite si abbatte sul mercato provocando la più gigantesca catastrofe finanziaria che sia mai stata registrata nella storia.

Leggi tutto: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2013/01/il-caso-monte-dei-paschi-di-siena

 

attenti alle Clausole

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Conviene fare attenzione ai nuovi titoli di Stato.

Nel silenzio generale, sono entrate in vigore le cosiddette “clausole di azione collettiva”, sintetizzate nella sigla “CACs”, che riguardano i titoli di Stato con scadenza superiore ai 12 mesi.

Dal 1° gennaio 2013, i titoli di stato superiori all’anno di vita (esclusi quindi i Bot, che hanno scadenze dai 3 ai 12 mesi) saranno soggetti a queste clausole, introdotte ai sensi del “Trattato sul Meccanismo Europeo di Stabilità”, che purtroppo li rendono meno sicuri rispetto al passato. L’unica limitazione è la seguente: uno Stato può applicare questa clausola, abbastanza pericolosa per il sottoscrittore, solo sul 45% del totale dei titoli emessi in un anno.

Queste CACs, ovvero “clausole di azione collettiva”, sono le stesse che qualche mese fa hanno permesso alla Grecia di modificare unilateralmente le condizioni contrattuali dei propri debiti, semplicemente basandosi sul consenso dell’emittente e dei possessori del 75% dell’ammontare emesso. Nel caso greco è stato richiesto il 75% delle adesioni, ma la richiesta può anche essere inferiore: tecnicamente, basta il 33% del consenso dei creditori. In pratica, d’ora in poi basterà l’accordo fra lo Stato emittente dei titoli e le grosse istituzioni che li posseggono per modificare le condizioni del prestito e “ristrutturarlo” secondo il proprio gradimento, in barba al resto dei risparmiatori. Potrà dunque accadere che – come nel caso della Grecia – venga imposto lo scambio del titolo di Stato detenuto dal risparmiatore con nuove obbligazioni anche a chi non vi aveva acconsentito. Così, uno stato in difficoltà avrà gioco facile nel modificare le condizioni e i termini della propria emissione obbligazionaria, anche solo allungando le scadenze o modificando le cedole.

Magnifico, no? Così, in caso di default o di peggioramento delle condizioni, per il risparmiatore sarà inutile fare causa per cercare di ottenere qualche forma di rimborso. D’ora in poi, i titoli di Stato (una volta sinonimo di massima sicurezza) non avranno più una grande differenza concettuale rispetto a obbligazioni emesse da banche e società.
È la modernità, baby.

 

Niente fine del mondo

fine del mondo nasa profezia maya

Visto che l’appuntamento con la fine del mondo è saltato, vediamo di fare due conti su ciò che ci attende.
Innanzitutto, l’invecchiamento dell’Occidente si farà sentire: alla fine di questo decennio l’onda dei “cinquantini” premerà su tutti i sistemi previdenziali e sanitari, con i conti pubblici che potranno restare sotto controllo, ma al prezzo di un disgraziato menù di tagli allo stato sociale, pressione fiscale in aumento e monetizzazione del debito.

Chi investe avrà una sempre crescente tassazione del patrimonio, del reddito da capitale e delle transazioni finanziarie. La pressione fiscale diverrà sempre più progressiva: i ricchi dovranno pagare di più. La repressione finanziaria si intensificherà, al punto che qualcuno inizia a proporre di tassare l’oro. Dicono che i tassi d’interesse resteranno bassi, mentre le banche centrali continueranno ad accumulare titoli pubblici. L’exit strategy dall’accumulo di debito pubblico, che due anni fa si presentava come imminente, fra qualche anno rischierà di esser dimenticata.

In Europa il debito pubblico continuerà a crescere, dicono, ma scenderà il costo degli interessi, perché la Banca Centrale Europea interverrà ogni volta che sarà necessario. L’economia europea si stabilizzerà, ma la disoccupazione e le sofferenze bancarie – due indicatori ritardati di ciclo – continueranno a crescere. Ma l’inflazione verrà tenuta sotto controllo, grazie alle politiche monetarie espansive. L’inflazione, come si sa, viene soprattutto da due fonti: l’inflazione salariale, che certamente non vedremo né in Europa né in America finché la disoccupazione resterà alta, e l’inflazione che viene dall’aumento dei prezzi delle materie prime, in particolare delle fonti di energia: ma le prospettive che i costi dell’energia si ridurranno sono buone.

Un elemento favorevole, dicono, sarà la ripresa dell’edilizia negli Stati Uniti; quanto all’Europa, la benevolenza tedesca verso i paesi in crisi e la disponibilità della Germania e della Bce alla monetizzazione del loro debito vengono – per il momento – assicurate. I Paesi emergenti usciranno lentamente dalla fase opaca che hanno attraversato; le loro valute si riprenderanno e così faranno le loro borse. In America i settori azionari più promettenti saranno la chimica, beneficiaria dell’energia abbondante e a buon mercato, e l’edilizia, con tutto ciò che ruota intorno alla casa. Abbastanza buono dovrebbe essere il settore auto, dicono. Stentiamo a crederlo, a dir la verità, ma se lo dicono loro, noi ci adeguiamo.

 

vive la France (déclassé)

Ecco qua: è successo. Moody’s ha declassato di un gradino il rating “tripla A” della Francia, portandolo ad “Aa1“. Il cosiddetto outlook (la visione prospettica sull’andamento dell’economia) rimane negativo. La decisione arriva dopo che il 23 luglio scorso la stessa Moody’s aveva cambiato l’outlook a negativo sulla tripla A di Germania, Lussemburgo e Olanda: lì l’agenzia aveva annunciato che avrebbe riconsiderato la tripla A francese e il suo outlook, che era stato giudicato negativo il 13 febbraio 2012.

I motivi sono i seguenti. Le prospettive di crescita economica a lungo termine della Francia “sono negativamente influenzate da diverse sfide strutturali”, dalla “graduale e sostenuta perdita di competitività” e “dalle rigidità del mercato del lavoro, dei beni e dei servizi”. Rigidità del mercato del lavoro: non suona familiare questa espressione? Inoltre, lo scenario fiscale del Paese sarebbe “incerto” per il deteriorarsi delle prospettive economiche sia nel breve termine – a causa della debole domanda interna ed estera – sia nel lungo termine. Moody’s rimarca che l’esposizione della Francia alle zone periferiche dell’area Euro (quelle malate) attraverso i rapporti commerciali e il sistema bancario è “sproporzionatamente ampia”. Anche se va ricordato che la Francia resta con un “rating estremamente elevato”, perché è caratterizzata da “una vasta e diversificata economia che sostiene la resistenza” del Paese e da “un forte impegno verso il consolidamento fiscale e le riforme strutturali”. Impegno che, sottolinea l’agenzia, si riflette negli ultimi annunci del Governo che potrebbero, nel medio periodo, “mitigare alcune delle rigidità strutturali e migliorare la dinamica del debito”.

Tre sono i cosiddeti “driver” che avrebbero giustificato il downgrade. Il primo è il rischio che grava sulla crescita economica e sulle finanze pubbliche di Parigi, a causa delle “persistenti sfide economiche strutturali”, come la rigidita’ del mercato del lavoro e dei servizi e il basso livello di innovazione. Il mercato del lavoro francese sarebbe caratterizzato da “un alto livello di segmentazione come risultato di una significativa rigidità della legislazione verso la protezione dei contratti permanenti” che, osserva Moody’s, aumenta “il costo implicito del lavoro e disincentiva le assunzioni” (in altre parole: caro lavoro a tempo indeterminato, la festa è finita!). Inoltre, la regolamentazione del mercato dei servizi resta “maggiormente restrittiva rispetto alla maggior parte dei Paesi dell’Ocse” a causa della “moderata competizione nel comparto che impatta negativamente anche sul potere di acquisto delle famiglie e sui costi di produzione delle imprese” (in altre parole: basta coi monopoli e gli oligopoli, ci vuole concorrenza, avanti le liberalizzazioni!).

Riguardo “all’elevata incertezza sull’outlook fiscale della Francia”, Moody’s osserva che gli obiettivi di bilancio del Governo – riduzione del deficit allo 0,3% del Pil entro il 2017 e bilanciamento degli squilibri strutturali del budget entro il 2016, nonché crescita allo 0,8% per il 2013 e al 2% per il 2014 – si basano (ça va sans dire) su assunti “troppo ottimistici”. Questi assunti non terrebbero adeguatamente conto dell’aumento della disoccupazione, del livello dei consumi, su cui “pesa l’incremento delle tasse”, della scarsa crescita nei redditi disponibili. Inoltre, prevede Moody’s, le esportazioni nette probabilmente non saranno in grado di sostenere l’attività economica “alla luce della riduzione della domanda estera, in particolare in partner commerciali dell’area Euro come Italia e Spagna”. In pratica, se noi siamo poveri, difficilmente compreremo roba da loro. Il terzo punto analizzato dall’agenzia è che le banche francesi “hanno una considerevole esposizione ad alcuni Paesi deboli dell’Eurozona e rimangono vulnerabili a un ulteriore peggioramento della crisi dell’area”. Da qui potrebbe accadere che “sostanziali shock economici e finanziari derivanti dalla crisi del debito dell’area Euro potrebbero ulteriormente mettere pressioni al ribasso sul rating della Francia”.

Secondo il ministro delle Finanze francese, il downgrade della Francia “è un invito a continuare e ampliare la velocita’ e risolutezza delle riforme iniziate dal Governo”, e – naturalmente – il sistema bancario è solido:  “la salute del comparto è migliore rispetto a un anno fa, in quanto ha ridotto la propria dipendenza dal mercato dei finanziamenti, ha migliorato la propria esposizione verso certi Paesi e incrementato il livello di capitale”.
Sarà: ma per ora la festa è finita.

 

Euro? Tranquilli.

Crisi dell’Euro: non vorremo dimenticarcene, vero? Se la settimana scorsa è stata importante, quella partita oggi potrebbe essere decisiva. Mercoledì ci saranno le elezioni in Olanda e la sentenza della Corte Costituzionale tedesca sulla legittimità dell’Esm, il fondo permanente di soccorso ai Paesi in difficoltà della zona Euro. Giovedì si concluderà la riunione del Fomc, l’organo della Federal Reserve americana che decide in materia di politica monetaria: il governatore dovrebbe annunciare un terzo programma di acquisto di bond in grado di stimolare l’economia. E venerdì 14 settembre ci sarà l’Eurogruppo, dove la Spagna potrebbe romper gli indugi e presentare la sua richiesta formale di assistenza finanziaria.

In Olanda, grazie ai successi nei dibattiti in tv del suo leader, Diedrick Samson, il moribondo Partito Luburista olandese (PvdA) è passato in cima nei sondaggi: il PvdA sta conducendo una campagna elettorale improntata al convinto sostegno all’integrazione europea. Il nemico giurato dell’Europa, il Partito della Libertà (ricorda qualcosa?), sta invece andando male e sembra addirittura tagliato fuori dalla possibilità di essere il perno della coalizione che guiderà il Paese. In perdita anche i socialisti radicali di SP, una formazione che ha posizioni antagoniste simili a quelle espresse in Grecia da Syriza.

Sul pronunciamento dei giudici costituzionali tedeschi c’è un generale ottimismo: un ipotetico verdetto contro il meccanismo di stabilità finanziaria sembra scongiurato, visto che una decisione del genere provocherebbe sui mercati finanziari una mezza catastrofe. La settimana scorsa Reuters ha interpellato in merito 20 giuristi di importanti università della Germania, e nessuno ha detto di aspettarsi una bocciatura dell’Esm. Dodici fra gli esperti interpellati ritengono che la sentenza di via libera sarà integrata con prescrizioni in grado di limitare l’operatività dei governi e dei parlamenti in tema di salvataggio di altri Paesi europei.

In Usa, giovedì il capo della Fed Ben Bernanke annuncerà il QE3 (Quantitative Easing), il terzo intervento non convenzionale di sostegno al ciclo economico. Il dato sui nuovi occupati di agosto, in calo da luglio e peggiore del previsto, ha rafforzato le aspettative in tal senso: anche le istituzioni più scettiche, come Goldman Sachs, hanno ammesso che ormai le probabilità di QE3 “hanno superato il 50%”. Il broker ha cambiato le sue stime sui termini dell’operazione e ora si aspetta che la Fed annunci un piano di acquisto da 50 miliardi di dollari al mese per un tempo indefinito, mentre il capo economista di JP Morgan stima un piano da 300 miliardi di dollari da spalmare tra questo settembre e gennaio 2013.

 

Perché loro sì e gli altri no?


Sofia di Grecia e Juan Carlos di Spagna


Come abbiamo visto, per la crisi delle banche in Spagna è stato concordato un piano di salvataggio che prevede, in sostanza, l’esborso di circa 100 miliardi di euro da parte del Fondo salva-stati ESFS a favore di un organismo pubblico spagnolo, il quale potrà intervenire per salvare la quantità di banche locali che stanno boccheggiando.

Questa soluzione, in realtà, è un modo per aggirare i trattati europei, così da non umiliare lo Stato in difficoltà e far credere che “tecnicamente” non venga salvato. Di fatto, la Spagna ha avuto un trattamento che la Grecia si sarebbe potuto solo sognare. In pratica, il prestito verrà erogato senza chiedere in cambio quasi nulla, se non una generica riforma del sistema creditizio. Mentre ai greci è stato imposto un regime di lacrime e sangue (torna alla mente lo spezzeremo le reni alla Grecia di mussoliniana memoria) che durerà ancora, come condizione per ottenere le successive tranches del prestito, con gli spagnoli si è usato il guanto di velluto. Anche la proroga di un anno sul fiscal compact accordata alla Spagna non è stata affatto messa in discussione.

Ci si chiede perché la Germania abbia accettato così di buon grado questo salvataggio spagnolo, sorvolando sui principi di rigore. Forse una risposta viene suggerita dai dati sull’esposizione delle banche tedesche al sistema spagnolo, che ammonta a circa 78 miliardi di euro (53 verso le banche e quasi 25 verso il debito pubblico statale): in una situazione del genere, è preferibile versare una trentina di  miliardi al fondo ESFS, che un giorno dovrebbero essere rimborsati, piuttosto che rischiare il tracollo delle proprie banche e dover salvare pure quelle.
L’Italia, invece, ha un’esposizione complessiva verso le banche e lo Stato spagnolo per “soli” 11,6 miliardi, quindi sarebbe quasi al sicuro; ma dovrà versare per questa operazione di salvataggio circa 20 miliardi al fondo ESFS, vanificando praticamente il gettito della nuova imposta IMU. Quindi, o si dovrà fare un’altra manovra, oppure non riusciremo a raggiungere i famosi obiettivi del pareggio di bilancio. Il risultato di tutta la faccenda è che, mentre la Germania paga metà del suo rischio, noi paghiamo il doppio del nostro.

Questa manovra salva-Spagna, dunque, è un ulteriore intervento-toppa che fa pagare alla collettività gli errori di banchieri megalomani che perseguono il profitto sopra ogni cosa, anche sulla pelle delle persone. Ed essere intervenuti – anche stavolta – all’ultimo momento renderà più caro il prezzo che pagheranno i cittadini. Sempre in attesa, naturalmente, che arrivi la resa dei conti.

 

Segnalazioni

Come faceva qualcuno, che segnalava – e pare segnali ancora – le discussioni su A o su B, oppure il libro di questo o di quello, oppure – pare maniacalmente – le questioni di genere, oggi diamo alcune segnalazioni anche qui.

La prima: pare che il governo Monti abbia già dato fondo alle tasse. Dunque, per fare cassa ci restano solo il taglio delle spese – che in ogni caso significa un ulteriore calo del Pil – e la vendita del patrimonio pubblico. Dopodiché, il carburante è finito. E il nostro governo, si badi, non risponde a nessuno, in quanto non è politico. E deve tirare la carretta fino alla primavera 2013, quando andrà al voto anche la Germania: quello, dicono, sarà il momento della verità per l’Europa e l’euro.

La seconda: la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha ormai ammesso la possibilità di un’uscita “ordinata” della Grecia dall’Euro, precisando che “Sarebbe straordinariamente costosa e presenterebbe grandi rischi, ma fa parte delle opzioni che siamo obbligati a considerare tecnicamente”.

Poi: mentre a livello mondiale si discute su come evitare una “grande depressione” simile a quella degli anni ’30 del Novecento, sembra che l’Italia stia soffrendo più di tutti. Nel giro di tre mesi si è tornati ai momenti bui del primo trimestre del 2009, in piena crisi post-crack della banca d’affari Lehman Brothers, quando sembrava che il mondo dovesse crollare. Il nostro prodotto interno lordo è in picchiata da nove mesi, la Borsa non riesce a riprendersi e lo spread è ancora fuori controllo.

Per finire, in Grecia – che come si sa non è riuscita a formare un governo, nemmeno tecnico – domenica si vota, dicono, a spese nostre. E se vince la sinistra sono dolori, dicono.

 

Non ce la potete fare!

 

13 giugno: Intervento del deputato Nigel Farage al Parlamento Europeo di Strasburgo, per commentare il prestito di 100 miliardi al sistema bancario spagnolo:

«Questo accordo non migliora le cose: le peggiora. Cento miliardi di euro sono stati accordati al sistema bancario spagnolo, e il 20% di quei soldi deve venire dall’Italia. L’accordo prevede che gli italiani debbano prestare soldi alle banche spagnole al 3 per cento, ma per trovare quei soldi, devono indebitarsi sui mercati al 7 per cento. E’ veramente geniale, non trovate? Veramente brillante!
Insomma, quello che stiamo facendo con questo accordo è che stiamo accompagnando paesi come l’Italia all’esigenza di salvarsi da soli. In aggiunta, ricarichiamo con un ulteriore 10 per cento il debito pubblico spagnolo e vi dico una cosa, che ogni analista bancario vi direbbe: cento miliardi non risolvono il problema bancario della Spagna: dovrebbero essere oltre quattrocento! E con la Grecia che barcolla in bilico sull’orlo dell’uscita dall’Euro, il vero elefante nella stanza è che quando la Grecia se ne va, la BCE, la Banca Centrale Europea, fallisce. Andata!
Ha 444 miliardi di euro di esposizione verso i paese salvati e per sistemare la situazione dovreste chiedere immediata liquidità all’Irlanda, alla Spagna, al Portogallo, alla Grecia e all’Italia. Non ce la potete fare, no! E’ un fallimento totale ed assoluto. Questa nave, l’Euro Titanic, ha impattato contro l’iceberg ed è triste ma, semplicemente, non ci sono abbastanza scialuppe di salvataggio.»

Rcs vende Flammarion


Lo scorso febbraio si era parlato del Gruppo Rcs alla resa dei conti.
Con un debito complessivo di quasi un miliardo di euro, si dovevano prendere dei provvedimenti: o i soci ricapitalizzavano il gruppo, mettendo mano al portafogli, oppure si sarebbero dovute vendere delle attività. Ma mettersi d’accordo non era facile, a causa delle divisioni all’interno dell’azionariato, soprattutto nel “patto di sindacato” che controlla il 64% del capitale.

«Certa è l’intenzione di Rcs di vendere la casa editrice francese Flammarion», segnalammo a suo  tempo, «alla quale sarebbero interessati Gallimard, Editis e La Martinière. Ma non si sa quanto ci vorrà, dato lo scarso accordo fra i soci sia sulle dismissioni, sia sulla Francia, e anche sul quartier generale nel centro di Milano – nella mitica via Solferino – con gli immobili adiacenti.»

Oggi, secondo il Sole 24Ore è pronto l’accordo per la cessione di Flammarion al gruppo Gallimard. Così, in Borsa il titolo RCS è stato a lungo sospeso per eccesso di rialzo, andando a chiudere con un salto del 23% a 0,617 euro.

Secondo il quotidiano, gli advisor Mediobanca e Bnp Paribas potrebbero chiudere la cessione entro la settimana. Il nodo rimane il prezzo: il Gruppo Rizzoli chiedeva una cifra tra i 250 e i 300 milioni di euro, mentre Gallimard è disposta a pagare 220 milioni di euro. Secondo le dichiarazioni del pomeriggio, “le trattative con Gallimard sono in fase avanzata”, ma è prematuro indicare un valore.

Nei giorni scorsi, il presidente del patto di sindacato aveva – appunto – spiegato che le strade per ridurre l’indebitamento del gruppo Rcs erano due: o un aumento di capitale o la cessione di Flammarion, e questa seconda via era preferita.
Della serie: «La seconda che hai detto!»


[p.s.: a Wall Street il titolo Facebook quota 26,31 dollari, con un crollo del 30,7% rispetto all’iniziale prezzo di collocamento.]

 

Showdown

Questo è il testo integrale della lettera inviata dall’amministratore delegato di Assicurazioni Generali, Giovanni Perissinotto, ai consiglieri della compagnia in vista del Consiglio d’amministrazione straordinario di sabato 2 giugno, che discuterà la sfiducia nei suoi confronti chiesta — sostanzalmente — dall’azionista di riferimento Mediobanca.

La lettera, che porta la data del 31 maggio, è stata ottenuta da Reuters.

GENERALI
Giovanni Perissinotto
Group CEO

Illustri consiglieri,
Ho preso atto della prossima convocazione del nostro consiglio di amministrazione avvenuta ad opera del Presidente in presenza di una pretesa e non meglio specificata urgenza e con l’indicazione di un ordine del giorno che rimanda a norme del codice civile in maniera del tutto generica e indeterminata.

Alla luce di un incontro al quale sono stato convocato mercoledì scorso dal Presidente e Amministratore delegato di Mediobanca posso immaginare, almeno parzialmente, che la discussione del prossimo consiglio riguarderà una mozione di sfiducia espressa dal suddetto socio nei miei confronti quale CEO di Generali.

Voglio pertanto provvedere a fornire a tutti voi una informativa sul tema di discussione in questione, affinché – almeno in parte – si possa colmare il vizio procedurale caratterizzato da una convocazione irrituale del consiglio, e voi possiate pertanto – sia pure parzialmente – essere messi nella condizione di discutere e deliberare in modo consapevole e informato.

Esprimo anzitutto la mia incredulità perché – in un momento così impegnativo e delicato sia per le Assicurazioni Generali che per il Paese del cui sistema finanziario Generali è una parte importante – il nostro socio di maggioranza relativa ritenga appropriato o consigliabile mettere ancora una volta i propri interessi sopra quelli della Compagnia, dei suoi assicurati, dei suoi impiegati e della stragrande maggioranza dei suoi azionisti.

Nonostante negli anni io abbia mio malgrado preso atto che Mediobanca ritiene di avere diritti speciali sui destino di questo Gruppo, sono ancora incredulo di fronte a quanto mi è stato comunicato dal socio Mediobanca lo scorso mercoledì, ovvero che gli amministratori su cui detto socio ritiene di esercitare una speciale influenza non avrebbero più fiducia nella mia leadership. E’ lontana da me l’idea di mettere la salvaguardia della mia personale posizione sopra gli interessi di Assicurazioni Generali. Chiunque può darmi atto che negli ormai decenni di servizio in questa Compagnia non ho mai confuso cosa fosse buono per me o per il Gruppo.

Mi aspetto di vedermi contestato il fatto che le performance dell’azione Generali sono state negli ultimi tempi insoddisfacenti. E io non posso che condividere questo punto. Tuttavia anche la più superficiale delle analisi dirà che questo non è il risultato di errori di gestione, ma è direttamente legato alla percezione dei mercati della nostra storica, attuale e significativa esposizione verso l’Italia e al fatto che siamo stati e rimaniamo leali sostenitori del debito sovrano del Governo italiano. La riprova di ciò si ricava da una comparazione con i risultati dei nostri principali competitors i quali, a tutti è noto, si sono giovati di ingenti immissioni di mezzi propri al contrario della nostra Compagnia che, per volere anche e soprattutto del suo socio di riferimento, non ha voluto scegliere questa strada. Volere dare spiegazioni differenti da questa sarebbe intellettualmente disonesto.

Vorrei inoltre ricordare che in tutti questi anni e anche in tempi recenti, vari tentativi del management di Generali di diversificare il nostro rischio verso le nuove aree del mondo a maggiore crescita sono stati ostacolati dall’azionista di riferimento. La mia impressione è che questo sia avvenuto non tanto per la preoccupazione sul futuro di Generali quanto piuttosto perché questo avrebbe potuto comportare una diluizione nel nostro azionariato e ridotto l’influenza sul Gruppo dell’azionista Mediobanca, alla luce della sua evidente indisponibilità a sottoscrivere un aumento di capitale.

So che I’indipendenza che io assieme al management abbiamo sempre cercato di perseguire è stata talvolta di poco aiuto al ruolo sistemico che alcuni ritengono Mediobanca dovrebbe giocare nel nostro Paese. Ma ho sempre considerato questo problema come un problema del nostro azionista e non nostro. E’ tuttavia chiaro per me che, in tempi recenti, questa indipendenza di spirito e di azione ha provocato un irrazionale sospetto da parte del management di Mediobanca.

Mi riferisco ovviamente all’attuale transazione fra Unipol e Fonsai che Mediobanca sta sponsorizzando. Mentre io ho seri dubbi sulla visione strategica di questa operazione, non solo per la inquietante prova che non si può certo ignorare riguardante la salute finanziaria di quello che dovrebbe essere il salvatore; al contrario di quella che sembra essere la convinzione del top management di Mediobanca io non reputo che sarebbe corretto per me essere coinvolto in alcun modo nella vicenda Fonsai. In ogni caso, è evidente che la errata convinzione che io abbia in qualche modo aiutato – o più precisamente non abbia esercitato la mia influenza per evitare la partecipazione di una parte in transazioni che “minacciano” interessi vitali per Mediobanca – sia all’origine della mozione di sfiducia mossami quale CEO di Generali.

Non ho dubbi che dal nostro azionista di riferimento abbia già individuato un candidato “presentabile” per ricoprire la posizione di CEO in Generali e scelto all’esterno del nostro Gruppo. Tuttavia per quanto questa persona possa essere rispettabile, la sua scelta non potrà fare a meno di essere “inquinata” dal fatto che la sua nomina è dettata da logiche che prescindono valutazioni di business.

In conclusione, voglio anticipare a tutti voi consiglieri che non ho alcuna intenzione di accogliere la mozione di sfiducia anticipatami dall’azionista Mediobanca e di presentare le mie dimissioni dalla posizione di Group Chief Executive. Ciò per la semplice ragione che non esiste un motivo oggettivo per farlo; per la verità, alla luce di quanto ho scritto prima, ci sono tutte le ragioni per non farlo. Considerando lo scenario estremamente volatile in cui stiamo operando – con un certo successo, potrei aggiungere – faccio semplicemente notare che qualsiasi mossa in grado di destabilizzare la più grande istituzione finanziaria del Paese nella percezione del mercato, sarebbe quantomeno inappropriata.

Trieste, 31 maggio 2012 Giovanni Perissinotto


Per avere un’idea di com’è composto il Consiglio di amministrazione di Mediobanca, la più grande banca d’affari del Paese, si può leggere l’articolo de IlSole24Ore.com del 26 aprile scorso, il cui titolo già spiega qualcosa:

Berlusconi (Marina) e Palenzona lasciano Mediobanca. Nel Cda potrebbe arrivare Piersilvio


I consiglieri Marina Berlusconi e Fabrizio Palenzona hanno rassegnato in data odierna le dimissioni dalla carica di amministratori di Mediobanca. È quanto si legge in una nota della banca. A quanto si apprende le dimissioni di Marina Berlusconi, legate alla legge sui doppi incarichi, sono motivate dal fatto che Fininvest, di cui è presidente, ha il controllo congiunto di Mediolanum, che è un gruppo finanziario. […]
Bocche cucite in Fininvest ma per la successione nel cda di Mediobanca il nome che circola, indicato dalla stessa Marina Berlusconi, è quello del fratello Piersilvio, che per superare il problema dell’incompatibilità si dimetterebbe dal Cda Fininvest. Una scelta di continuità, si osserva in ambienti finanziari, che ribadisce anche l’importanza attribuita dal gruppo Berlusconi alla sua presenza in Mediobanca.

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-04-26/berlusconi-marina-palenzona-lasciano-211246.shtml

 

Alla canna del gas

Come si vede, sul tema della crisi c’è un susseguirsi di notizie e indiscrezioni, quali funeste, quali negative, quali speranzose. L’idea che la Grecia esca dall’Euro, ormai, è una possibilità concreta che avrebbe conseguenze inevitabilmente negative. Quindi, si lavora ai “piani di fuga”, ossia alle soluzioni di emergenza per fronteggiare le eventuali situazioni di crisi.

La Svizzera sta organizzando un controllo sui capitali per evitare che, in caso di rottura dell’unione monetaria europea, la loro moneta vada alle stelle. Più in generale, si pensa ai possibili modi per garantire i conti correnti bancari espressi nelle valute che da questa eventualità subirebbero i maggiori danni.
Le monete che si svalutano sono il maggiore spauracchio che tormenta i pensieri di chi s’interroga sul futuro: una moneta svalutata renderebbe improvvisamente più poveri coloro che ne possiedono quantità. Ma, al contrario, renderebbe meno povero chi è al verde e ha solo debiti: in quei casi, l’entità reale dei debiti si ridurrebbe drasticamente. Salvo, però, veder salire di colpo i tassi d’interesse a livelli che normalmente sono considerati più che usurari.

Intanto, la Spagna è già dovuta intervenire con un muccho di denaro e con una parziale nazionalizzazione per salvare Bankia, che è il quarto istituto di credito spagnolo. Ma pare che la situazione sia peggiore del previsto e siano necessari nuovi interventi: si sta dunque pensando di ricapitalizzare la banca con titoli di Stato. In pratica, sarebbe uno scambio tra azioni dell’Istituto bancario e titoli di Stato spagnoli. Così c’è chi dice che, dopo la finanza creativa, stiamo entrando nell’era dei “salvataggi creativi”: denaro che passa da una mano all’altra, senza che si creino risorse reali o si realizzino risparmi concreti che possano curare la malattia. Che sia la conferma dell’enorme gravità della situazione in cui ci troviamo?

 

Ma cos’è questa crisi? (III)

napolitano-monti

Mentre Valter Binaghi ricorda che oggi è la «festa dei lavoratori, con le aziende che chiudono, i cinquantenni che restano senza lavoro, i trentenni che di lavoro non ne trovano, e abbiamo un (vergognoso) presidente della repubblica che, anzichè mettere i lavoratori al centro di tutto, dice proprio oggi ai lavoratori di “non abbarbicarsi alle nostalgie del passato” ma di ballare di buon grado sul filo come i diktat della finanza internazionale impongono e il “governo dei tecnici” prontamente esegue, io trovo importante cominciare a dire ad alta voce che…»

noi proviamo dire qualcosa sulla famigerata Speculazione.
La grande speculazione internazionale, rappresentata soprattutto dai fondi cosiddetti Hedge e dalle grandi banche d’affari americane, ha colto grandi opportunità di guadagno nell’attaccare le prede più fragili dell’Euro-zona, puntando proprio sull’assenza di difese efficaci e coordinate.
Per i traders americani dei fondi hedge è stato facile generare impulsi ribassisti sui prezzi dei titoli pubblici dei Paesi cosiddetti “PIIGS” (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), e questa manovra ha spinto anche i gestori di fondi non speculativi (quelli più tradizionali) e le tesorerie delle banche di tutto il mondo a vendere questi titoli per proteggere i loro patrimoni. Si è creato così un vero e proprio vortice ribassista che ha condotto “sull’orlo del baratro” Stati come l’Italia , che tecnicamente si è trovata a rischiare l’insolvenza a causa degli interessi sul debito che crescevano a livelli insostenibili.

Così, anche il sistema bancario è finito nella crisi di liquidità, perché gli attivi dei bilanci bancari includono grandi masse di titoli pubblici che, col mercato che crollava, arrivavano a valere molto meno del loro valore nominale. Nelle banche, la regola vuole che le perdite teoriche che si riflettono sul bilancio devono venir coperte da incrementi patrimoniali, per non deteriorare i cosiddetti indici di solvibilità (core tier 1 ratio). Ma se sono impossibilitate a fare aumenti di capitale (perché mancano i soldi), le banche reagiscono diminuendo gli attivi ove possibile, cioè limitando il credito all’economia sana, quella che lavora. Ecco dunque il circolo vizioso: le banche bloccano la loro naturale attività, non prestandosi più i soldi nemmeno tra loro, per paura che i debitori falliscano, e non prestando più all’economia, per ridurre gli attivi (cioè i soldi elargiti) e migliorare gli indici patrimoniali della loro solidità. Intanto, prevedibilmente, i prezzi delle loro azioni crollano insieme agli indici di Borsa.

Riassumendo: il sistema produttivo viene strozzato, il credito si prosciuga, molte imprese falliscono per motivi finanziari, i consumi rallentano perché la gente ha meno soldi ed è meno propensa a spendere, e così l’economia cade in recessione.
Le autorità europee, condizionate dal potere della Germania, che s’è affermata come nazione-guida dell’Unione Europea, reagiscono alla crisi imponendo agli stati più indebitati delle manovre di risanamento sempre più pesanti. Stiamo vedendo la durezza degli interventi “richiesti dall’Europa” per azzerare il deficit di bilancio e fermare l’ingigantirsi del debito: ma questi interventi, a loro volta, avranno un effetto recessivo che si ripercuoterà su tutta la situazione e peggiorerà la situazione dei Paesi in difficoltà.
Dunque, oggi il mondo ha di fronte problemi ancora peggiori di quelli che dovette affrontare all’esplodere della crisi nel 2008: oltre alle banche da salvare e alle economie da stimolare, oggi si aggiungono gli Stati nazionali da salvare, in un momento in cui non è più possibile attingere ai bilanci pubblici.
Un bel disastro.