Non ce la potete fare!

 

13 giugno: Intervento del deputato Nigel Farage al Parlamento Europeo di Strasburgo, per commentare il prestito di 100 miliardi al sistema bancario spagnolo:

«Questo accordo non migliora le cose: le peggiora. Cento miliardi di euro sono stati accordati al sistema bancario spagnolo, e il 20% di quei soldi deve venire dall’Italia. L’accordo prevede che gli italiani debbano prestare soldi alle banche spagnole al 3 per cento, ma per trovare quei soldi, devono indebitarsi sui mercati al 7 per cento. E’ veramente geniale, non trovate? Veramente brillante!
Insomma, quello che stiamo facendo con questo accordo è che stiamo accompagnando paesi come l’Italia all’esigenza di salvarsi da soli. In aggiunta, ricarichiamo con un ulteriore 10 per cento il debito pubblico spagnolo e vi dico una cosa, che ogni analista bancario vi direbbe: cento miliardi non risolvono il problema bancario della Spagna: dovrebbero essere oltre quattrocento! E con la Grecia che barcolla in bilico sull’orlo dell’uscita dall’Euro, il vero elefante nella stanza è che quando la Grecia se ne va, la BCE, la Banca Centrale Europea, fallisce. Andata!
Ha 444 miliardi di euro di esposizione verso i paese salvati e per sistemare la situazione dovreste chiedere immediata liquidità all’Irlanda, alla Spagna, al Portogallo, alla Grecia e all’Italia. Non ce la potete fare, no! E’ un fallimento totale ed assoluto. Questa nave, l’Euro Titanic, ha impattato contro l’iceberg ed è triste ma, semplicemente, non ci sono abbastanza scialuppe di salvataggio.»

Rcs vende Flammarion


Lo scorso febbraio si era parlato del Gruppo Rcs alla resa dei conti.
Con un debito complessivo di quasi un miliardo di euro, si dovevano prendere dei provvedimenti: o i soci ricapitalizzavano il gruppo, mettendo mano al portafogli, oppure si sarebbero dovute vendere delle attività. Ma mettersi d’accordo non era facile, a causa delle divisioni all’interno dell’azionariato, soprattutto nel “patto di sindacato” che controlla il 64% del capitale.

«Certa è l’intenzione di Rcs di vendere la casa editrice francese Flammarion», segnalammo a suo  tempo, «alla quale sarebbero interessati Gallimard, Editis e La Martinière. Ma non si sa quanto ci vorrà, dato lo scarso accordo fra i soci sia sulle dismissioni, sia sulla Francia, e anche sul quartier generale nel centro di Milano – nella mitica via Solferino – con gli immobili adiacenti.»

Oggi, secondo il Sole 24Ore è pronto l’accordo per la cessione di Flammarion al gruppo Gallimard. Così, in Borsa il titolo RCS è stato a lungo sospeso per eccesso di rialzo, andando a chiudere con un salto del 23% a 0,617 euro.

Secondo il quotidiano, gli advisor Mediobanca e Bnp Paribas potrebbero chiudere la cessione entro la settimana. Il nodo rimane il prezzo: il Gruppo Rizzoli chiedeva una cifra tra i 250 e i 300 milioni di euro, mentre Gallimard è disposta a pagare 220 milioni di euro. Secondo le dichiarazioni del pomeriggio, “le trattative con Gallimard sono in fase avanzata”, ma è prematuro indicare un valore.

Nei giorni scorsi, il presidente del patto di sindacato aveva – appunto – spiegato che le strade per ridurre l’indebitamento del gruppo Rcs erano due: o un aumento di capitale o la cessione di Flammarion, e questa seconda via era preferita.
Della serie: «La seconda che hai detto!»


[p.s.: a Wall Street il titolo Facebook quota 26,31 dollari, con un crollo del 30,7% rispetto all’iniziale prezzo di collocamento.]

 

Showdown

Questo è il testo integrale della lettera inviata dall’amministratore delegato di Assicurazioni Generali, Giovanni Perissinotto, ai consiglieri della compagnia in vista del Consiglio d’amministrazione straordinario di sabato 2 giugno, che discuterà la sfiducia nei suoi confronti chiesta — sostanzalmente — dall’azionista di riferimento Mediobanca.

La lettera, che porta la data del 31 maggio, è stata ottenuta da Reuters.

GENERALI
Giovanni Perissinotto
Group CEO

Illustri consiglieri,
Ho preso atto della prossima convocazione del nostro consiglio di amministrazione avvenuta ad opera del Presidente in presenza di una pretesa e non meglio specificata urgenza e con l’indicazione di un ordine del giorno che rimanda a norme del codice civile in maniera del tutto generica e indeterminata.

Alla luce di un incontro al quale sono stato convocato mercoledì scorso dal Presidente e Amministratore delegato di Mediobanca posso immaginare, almeno parzialmente, che la discussione del prossimo consiglio riguarderà una mozione di sfiducia espressa dal suddetto socio nei miei confronti quale CEO di Generali.

Voglio pertanto provvedere a fornire a tutti voi una informativa sul tema di discussione in questione, affinché – almeno in parte – si possa colmare il vizio procedurale caratterizzato da una convocazione irrituale del consiglio, e voi possiate pertanto – sia pure parzialmente – essere messi nella condizione di discutere e deliberare in modo consapevole e informato.

Esprimo anzitutto la mia incredulità perché – in un momento così impegnativo e delicato sia per le Assicurazioni Generali che per il Paese del cui sistema finanziario Generali è una parte importante – il nostro socio di maggioranza relativa ritenga appropriato o consigliabile mettere ancora una volta i propri interessi sopra quelli della Compagnia, dei suoi assicurati, dei suoi impiegati e della stragrande maggioranza dei suoi azionisti.

Nonostante negli anni io abbia mio malgrado preso atto che Mediobanca ritiene di avere diritti speciali sui destino di questo Gruppo, sono ancora incredulo di fronte a quanto mi è stato comunicato dal socio Mediobanca lo scorso mercoledì, ovvero che gli amministratori su cui detto socio ritiene di esercitare una speciale influenza non avrebbero più fiducia nella mia leadership. E’ lontana da me l’idea di mettere la salvaguardia della mia personale posizione sopra gli interessi di Assicurazioni Generali. Chiunque può darmi atto che negli ormai decenni di servizio in questa Compagnia non ho mai confuso cosa fosse buono per me o per il Gruppo.

Mi aspetto di vedermi contestato il fatto che le performance dell’azione Generali sono state negli ultimi tempi insoddisfacenti. E io non posso che condividere questo punto. Tuttavia anche la più superficiale delle analisi dirà che questo non è il risultato di errori di gestione, ma è direttamente legato alla percezione dei mercati della nostra storica, attuale e significativa esposizione verso l’Italia e al fatto che siamo stati e rimaniamo leali sostenitori del debito sovrano del Governo italiano. La riprova di ciò si ricava da una comparazione con i risultati dei nostri principali competitors i quali, a tutti è noto, si sono giovati di ingenti immissioni di mezzi propri al contrario della nostra Compagnia che, per volere anche e soprattutto del suo socio di riferimento, non ha voluto scegliere questa strada. Volere dare spiegazioni differenti da questa sarebbe intellettualmente disonesto.

Vorrei inoltre ricordare che in tutti questi anni e anche in tempi recenti, vari tentativi del management di Generali di diversificare il nostro rischio verso le nuove aree del mondo a maggiore crescita sono stati ostacolati dall’azionista di riferimento. La mia impressione è che questo sia avvenuto non tanto per la preoccupazione sul futuro di Generali quanto piuttosto perché questo avrebbe potuto comportare una diluizione nel nostro azionariato e ridotto l’influenza sul Gruppo dell’azionista Mediobanca, alla luce della sua evidente indisponibilità a sottoscrivere un aumento di capitale.

So che I’indipendenza che io assieme al management abbiamo sempre cercato di perseguire è stata talvolta di poco aiuto al ruolo sistemico che alcuni ritengono Mediobanca dovrebbe giocare nel nostro Paese. Ma ho sempre considerato questo problema come un problema del nostro azionista e non nostro. E’ tuttavia chiaro per me che, in tempi recenti, questa indipendenza di spirito e di azione ha provocato un irrazionale sospetto da parte del management di Mediobanca.

Mi riferisco ovviamente all’attuale transazione fra Unipol e Fonsai che Mediobanca sta sponsorizzando. Mentre io ho seri dubbi sulla visione strategica di questa operazione, non solo per la inquietante prova che non si può certo ignorare riguardante la salute finanziaria di quello che dovrebbe essere il salvatore; al contrario di quella che sembra essere la convinzione del top management di Mediobanca io non reputo che sarebbe corretto per me essere coinvolto in alcun modo nella vicenda Fonsai. In ogni caso, è evidente che la errata convinzione che io abbia in qualche modo aiutato – o più precisamente non abbia esercitato la mia influenza per evitare la partecipazione di una parte in transazioni che “minacciano” interessi vitali per Mediobanca – sia all’origine della mozione di sfiducia mossami quale CEO di Generali.

Non ho dubbi che dal nostro azionista di riferimento abbia già individuato un candidato “presentabile” per ricoprire la posizione di CEO in Generali e scelto all’esterno del nostro Gruppo. Tuttavia per quanto questa persona possa essere rispettabile, la sua scelta non potrà fare a meno di essere “inquinata” dal fatto che la sua nomina è dettata da logiche che prescindono valutazioni di business.

In conclusione, voglio anticipare a tutti voi consiglieri che non ho alcuna intenzione di accogliere la mozione di sfiducia anticipatami dall’azionista Mediobanca e di presentare le mie dimissioni dalla posizione di Group Chief Executive. Ciò per la semplice ragione che non esiste un motivo oggettivo per farlo; per la verità, alla luce di quanto ho scritto prima, ci sono tutte le ragioni per non farlo. Considerando lo scenario estremamente volatile in cui stiamo operando – con un certo successo, potrei aggiungere – faccio semplicemente notare che qualsiasi mossa in grado di destabilizzare la più grande istituzione finanziaria del Paese nella percezione del mercato, sarebbe quantomeno inappropriata.

Trieste, 31 maggio 2012 Giovanni Perissinotto


Per avere un’idea di com’è composto il Consiglio di amministrazione di Mediobanca, la più grande banca d’affari del Paese, si può leggere l’articolo de IlSole24Ore.com del 26 aprile scorso, il cui titolo già spiega qualcosa:

Berlusconi (Marina) e Palenzona lasciano Mediobanca. Nel Cda potrebbe arrivare Piersilvio


I consiglieri Marina Berlusconi e Fabrizio Palenzona hanno rassegnato in data odierna le dimissioni dalla carica di amministratori di Mediobanca. È quanto si legge in una nota della banca. A quanto si apprende le dimissioni di Marina Berlusconi, legate alla legge sui doppi incarichi, sono motivate dal fatto che Fininvest, di cui è presidente, ha il controllo congiunto di Mediolanum, che è un gruppo finanziario. […]
Bocche cucite in Fininvest ma per la successione nel cda di Mediobanca il nome che circola, indicato dalla stessa Marina Berlusconi, è quello del fratello Piersilvio, che per superare il problema dell’incompatibilità si dimetterebbe dal Cda Fininvest. Una scelta di continuità, si osserva in ambienti finanziari, che ribadisce anche l’importanza attribuita dal gruppo Berlusconi alla sua presenza in Mediobanca.

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-04-26/berlusconi-marina-palenzona-lasciano-211246.shtml

 

Alla canna del gas

Come si vede, sul tema della crisi c’è un susseguirsi di notizie e indiscrezioni, quali funeste, quali negative, quali speranzose. L’idea che la Grecia esca dall’Euro, ormai, è una possibilità concreta che avrebbe conseguenze inevitabilmente negative. Quindi, si lavora ai “piani di fuga”, ossia alle soluzioni di emergenza per fronteggiare le eventuali situazioni di crisi.

La Svizzera sta organizzando un controllo sui capitali per evitare che, in caso di rottura dell’unione monetaria europea, la loro moneta vada alle stelle. Più in generale, si pensa ai possibili modi per garantire i conti correnti bancari espressi nelle valute che da questa eventualità subirebbero i maggiori danni.
Le monete che si svalutano sono il maggiore spauracchio che tormenta i pensieri di chi s’interroga sul futuro: una moneta svalutata renderebbe improvvisamente più poveri coloro che ne possiedono quantità. Ma, al contrario, renderebbe meno povero chi è al verde e ha solo debiti: in quei casi, l’entità reale dei debiti si ridurrebbe drasticamente. Salvo, però, veder salire di colpo i tassi d’interesse a livelli che normalmente sono considerati più che usurari.

Intanto, la Spagna è già dovuta intervenire con un muccho di denaro e con una parziale nazionalizzazione per salvare Bankia, che è il quarto istituto di credito spagnolo. Ma pare che la situazione sia peggiore del previsto e siano necessari nuovi interventi: si sta dunque pensando di ricapitalizzare la banca con titoli di Stato. In pratica, sarebbe uno scambio tra azioni dell’Istituto bancario e titoli di Stato spagnoli. Così c’è chi dice che, dopo la finanza creativa, stiamo entrando nell’era dei “salvataggi creativi”: denaro che passa da una mano all’altra, senza che si creino risorse reali o si realizzino risparmi concreti che possano curare la malattia. Che sia la conferma dell’enorme gravità della situazione in cui ci troviamo?

 

Ma cos’è questa crisi? (III)

napolitano-monti

Mentre Valter Binaghi ricorda che oggi è la «festa dei lavoratori, con le aziende che chiudono, i cinquantenni che restano senza lavoro, i trentenni che di lavoro non ne trovano, e abbiamo un (vergognoso) presidente della repubblica che, anzichè mettere i lavoratori al centro di tutto, dice proprio oggi ai lavoratori di “non abbarbicarsi alle nostalgie del passato” ma di ballare di buon grado sul filo come i diktat della finanza internazionale impongono e il “governo dei tecnici” prontamente esegue, io trovo importante cominciare a dire ad alta voce che…»

noi proviamo dire qualcosa sulla famigerata Speculazione.
La grande speculazione internazionale, rappresentata soprattutto dai fondi cosiddetti Hedge e dalle grandi banche d’affari americane, ha colto grandi opportunità di guadagno nell’attaccare le prede più fragili dell’Euro-zona, puntando proprio sull’assenza di difese efficaci e coordinate.
Per i traders americani dei fondi hedge è stato facile generare impulsi ribassisti sui prezzi dei titoli pubblici dei Paesi cosiddetti “PIIGS” (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), e questa manovra ha spinto anche i gestori di fondi non speculativi (quelli più tradizionali) e le tesorerie delle banche di tutto il mondo a vendere questi titoli per proteggere i loro patrimoni. Si è creato così un vero e proprio vortice ribassista che ha condotto “sull’orlo del baratro” Stati come l’Italia , che tecnicamente si è trovata a rischiare l’insolvenza a causa degli interessi sul debito che crescevano a livelli insostenibili.

Così, anche il sistema bancario è finito nella crisi di liquidità, perché gli attivi dei bilanci bancari includono grandi masse di titoli pubblici che, col mercato che crollava, arrivavano a valere molto meno del loro valore nominale. Nelle banche, la regola vuole che le perdite teoriche che si riflettono sul bilancio devono venir coperte da incrementi patrimoniali, per non deteriorare i cosiddetti indici di solvibilità (core tier 1 ratio). Ma se sono impossibilitate a fare aumenti di capitale (perché mancano i soldi), le banche reagiscono diminuendo gli attivi ove possibile, cioè limitando il credito all’economia sana, quella che lavora. Ecco dunque il circolo vizioso: le banche bloccano la loro naturale attività, non prestandosi più i soldi nemmeno tra loro, per paura che i debitori falliscano, e non prestando più all’economia, per ridurre gli attivi (cioè i soldi elargiti) e migliorare gli indici patrimoniali della loro solidità. Intanto, prevedibilmente, i prezzi delle loro azioni crollano insieme agli indici di Borsa.

Riassumendo: il sistema produttivo viene strozzato, il credito si prosciuga, molte imprese falliscono per motivi finanziari, i consumi rallentano perché la gente ha meno soldi ed è meno propensa a spendere, e così l’economia cade in recessione.
Le autorità europee, condizionate dal potere della Germania, che s’è affermata come nazione-guida dell’Unione Europea, reagiscono alla crisi imponendo agli stati più indebitati delle manovre di risanamento sempre più pesanti. Stiamo vedendo la durezza degli interventi “richiesti dall’Europa” per azzerare il deficit di bilancio e fermare l’ingigantirsi del debito: ma questi interventi, a loro volta, avranno un effetto recessivo che si ripercuoterà su tutta la situazione e peggiorerà la situazione dei Paesi in difficoltà.
Dunque, oggi il mondo ha di fronte problemi ancora peggiori di quelli che dovette affrontare all’esplodere della crisi nel 2008: oltre alle banche da salvare e alle economie da stimolare, oggi si aggiungono gli Stati nazionali da salvare, in un momento in cui non è più possibile attingere ai bilanci pubblici.
Un bel disastro.

 

martedì nero


Passata la Pasqua, riaperta la Borsa, è tornato l’orrore. Martedì mattina arriva subito un forte ribasso, l’indice Ftse-Mib perde il 2,3% scendendo a 14.870 punti e bruciando tutti i guadagni ottenuti dall’inizio dell’anno. Ma a fine giornata si è arrivati a perdere quasi il 5%, scivolando sotto la soglia-supporto dei 14.500 punti. Sono andate a picco le banche, che han  perso mediamente l’8%.
Sul versante monetario, il differenziale fra i tassi del Btp e del Bund tedesco è tornato a salire sopra i 400 punti base, e alcune banche internazionali — che Dio le abbia in gloria — han puntato i riflettori verso i piani di riforme di Spagna e Italia, parlando con preoccupazione di “riforme annacquate”. Ma ciò che allarma di più è il massiccio acquisto di titoli di Stato da parte del sistema bancario, che così facendo si espone ancor di più ai non ancora scongiurati rischi-default, e nemmeno aiuta a stimolare l’economia.
Quello di martedì è stato il quinto calo consecutivo a Piazza Affari: l’indice si è mangiato tutto il guadagno accumulato in febbraio e nella prima parte di marzo; così, da inizio anno, la sua perdita è risultata del 4%. Pare che l’ondata di vendite sia stata provocata dalla Spagna, dov’è stata annunciata a sorpresa una manovra di tagli della spesa pubblica da 10 miliardi di euro che avrebbe dovuto “calmare i mercati”: invece, la reazione contraria ha dimostrato che ciò che spaventa è proprio l’effetto recessivo di queste misure di abbattimento del debito, che in realtà vanno ad abbattere i redditi e i consumi, quindi l’economia. Come se non bastasse, il presidente della Banca Centrale di Madrid ha avvertito che le banche spagnole avrebbero bisogno di rafforzare ulteriormente i loro patrimoni, se il contesto economico dovesse continuare a deteriorarsi. E dove li troverebbero i soldi per ricapitalizzarsi?
Ieri e oggi, poi, il cambio di rotta: i listini europei tornano a salire, anche per il buon esito dell’asta dei nostri Btp di stamattina. Ma oggi è solo in chiusura che il Ftse Mib ha virato in positivo, seguendo il buon andamento di Wall Street: prima s’era subito rimesso in rosso, pronto a ridare mazzate. Quindi, la reazione odierna va inquadrata come un semplice rimbalzo (che taluni definiscono “del gatto morto”), che di fatto non affranca dal rischio di nuove vendite. Ennesima dimostrazione di come le forze ribassiste — ovvero il Demonio — siano sempre in agguato.

 

Ma cos’è questa crisi? (II)

Vediamo la produzione.
Negli ultimi due anni, solo i paesi emergenti sono riusciti a tornare ai ritmi produttivi precedenti. Le economie occidentali, invece, sono riuscite a ottenere solo una debole ripresa, che si è arenata la scorsa estate, quando s’è presentato il problema del finanziamento dei debiti pubblici europei. La debolezza della ripresa economica, insieme alla lievitazione dei debiti dei Paesi principali, ha spinto i mercati finanziari — chiamati a sottoscrivere una mole sempre più grossa di titoli di stato — a chiedersi se la situazione fosse sostenibile o se invece fosse meglio tagliare la corda e sposare i soldi altrove. È normale che i finanziatori si chiedano se i debitori potranno onorare i propri impegni, perché ogni sistema finanziario — su cui necessariamente poggiano i sistemi economici — si regge sulla fiducia nel futuro.
I primi a dovere aver fiducia nel futuro sono gli imprenditori, che investono per accrescere e migliorare la propria capacità produttiva e che quindi si rivolgono al mercato finanziario per ottenere i finanziamenti. Poi devono aver fiducia i finanziatori, per accettare di prestare le loro risorse a chi s’indebita per investire nella crescita. Questo è il meccanismo che s’è inceppato nel 2008, per il venir meno della fiducia nel mercato immobiliare americano, e che poi è tornato a incepparsi nei mesi scorsi, quando è sorto il problema dell’enormità dei finanziamenti che gli Stati drenano sui mercati finanziari.
Il meccanismo è logico: se viene meno la disponibilità di finanziamenti a basso costo per tutti, il mercato che deve fornire i capitali comincia a fare una selezione naturale fra i soggetti che chiedono finanziamenti. Chi è ritenuto più affidabile può ancora ottenere credito a tassi convenienti, mentre per i soggetti meno virtuosi il costo cresce inesorabilmente. Così si accentua il fenomeno dello spread, che dalla scorsa estate ci somministra il suo tormentone: cresce sempre più la differenza di rendimento che il mercato pretende per prestare soldi ai paesi meno affidabili. È la legge della giungla, dove i più forti sopravvivono e i più deboli soccombono.
Questo fenomeno della “selezione dei debitori”, poi, è stato manipolato dalle politiche delle varie Banche Centrali. Alcune hanno deciso d’intervenire sul mercato per difendere le loro valute, diventando compratori e finanziatori dei propri debiti pubblici, acquistando con moneta stampata di fresco i titoli pubblici emessi dai rispettivi governi e contribuendo così a mantenere bassi i tassi d’interesse pagati. Come la Federal Reserve americana (FED) e la Bank of England (BOE), che in questo modo hanno monetizzato il debito pubblico americano e britannico. Ma non ha fatto così la Banca Centrale Europea (BCE), che — sia per le rigide norme statutarie che impediscono di finanziare direttamente gli Stati, sia per la politica pregressa — ha assistito per mesi senza muovere un dito al deterioramento dei rendimenti sui titoli di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. All’inerzia della BCE si sono poi aggiunti la farraginosità e lentezza burocratica dei regolamenti europei, e gli egoismi nazionali dei principali Paesi (Francia e Germania in primis). Da qui viene la sostanziale incapacità, a livello europeo, di decidere strategie rapide ed efficaci per difendere gli anelli più deboli della catena.

 

Ma cos’è questa crisi? (I)

Vediamo di fare un riassunto, partendo da cinque anni fa.
Come sappiamo, lo scenario economico che ora il mondo sta vivendo lo si può definire come il colpo di coda (o la seconda gamba, secondo il gergo finanziario) della terribile crisi che si aprì a fine 2007 con il crollo dell’illusione immobiliare americana, con le case che s’erano vendute a tutto spiano con la certezza che tutti sarebbero riusciti a pagarle. Quella prima ondata recessiva fu provocata dal fallimento di molti mutuatari cosiddetti subprime, e dal conseguente crollo dei valori di tutti quei “titoli strutturati” che le banche d’affari americane avevano creato proprio sui debiti di mutuo subprime delle famiglie, e che poi avevano venduto a piene mani sul mercato finanziario riservato ai clienti cosiddetti “istituzionali” (con la complicità delle agenzie di rating, che attribuirono a questi prodotti il massimo merito di credito, ovvero la tripla A).
Quando il mercato immobiliare si sgonfiò e molti mutui non vennero più onorati, questi titoli subprime divennero “tossici”, arrivando a quotazioni minime e distruggendo gran parte del capitale di chi li aveva comprati. La loro tossicità (data dal fatto che valevano zero: un criterio semantico “rivelatore”, che, se applicato alla vita sociale, determinerebbe la “tossicità” anche dei barboni e dei poveri in genere) provocò negli Stati Uniti il fallimento di centinaia di banche di medie dimensioni, fino ad arrivare al colosso Lehman Brothers. Così, l’intero sistema bancario euro-americano dovette esser salvato con l’iniezione di cospicui finanziamenti statali, mentre il blocco del credito che ne seguì — per la psicosi del “chi sarà il prossimo a fallire” — generò a fine 2008 la pesantissima recessione delle economie occidentali e il forte rallentamento delle economie emergenti.
L’aver impegnato una così enorme quantità di risorse pubbliche per salvare le banche e per stimolare l’economia — che s’era bloccata — provocò il forte peggioramento dei bilanci pubblici negli anni seguenti. Così, la “ripresina” che s’è vista nel 2010 e nella prima parte del 2011 è stata ottenuta al prezzo di un’impennata del debito pubblico dei principali Stati del mondo sviluppato. Il famigerato rapporto debito/PIL, che nel 2007 per USA, Germania, Francia e Gran Bretagna era a ridosso del 60% (ritenuto la soglia di equilibrio e sostenibilità), negli anni seguenti è cresciuto e ancora continua a salire, raggiungendo livelli generalizzati superiori all’80% (gli USA sono ormai al 100%). L’Italia, che partiva dal 108% nel 2007, è passata nel 2011 a un debito pari al 120% del Pil, e quest’anno dovrebbe raggiungere il 128% (secondo le stime OCSE). Se la differenza rispetto agli altri paesi occidentali s’è ridotta, è perché quelli hanno peggiorato la loro situazione, non perché noi abbiamo migliorato la nostra.
Solo il Giappone, che ha un debito pari al 200% del Pil, e la Grecia, che arriva al 160%, ci battono. Il guaio è che per l’Italia – diversamente dal Giappone — il 45% circa di questo debito è in mani straniere, che possono decidere quando vogliono di rivendere i nostri titoli per spostarsi su altri Paesi, facendone crollare i prezzi e impennare i rendimenti. Da qui il grave problema dello spread e l’esistenza di una spada di Damocle sulla nostra testa.

 

Rcs alla resa dei conti

Secondo gli analisti, il gruppo Rcs (Rizzoli-Corriere della Sera) si troverebbe alle strette.
Le prospettive per la raccolta pubblicitaria, in Italia e Spagna, sono negative, e il debito complessivo raggiunge quasi 1 miliardo di euro. Rcs, dunque, non avrebbe molte scelte: secondo molti ci vorrebbero “Un aumento di capitale o dismissioni significative. Altrimenti non ha più senso investire in questa società”.
Ma prendere decisioni radicali non è facile, a giudicare dalle spaccature all’interno dell’azionariato, soprattutto nel “patto di sindacato” che controlla il 64% del capitale.
Secondo le stime raccolte tra gli analisti (prima dell’imminente pubblicazione dei dati ufficiali), il 2011 dovrebbe chiudersi con i ricavi a circa 2,08 miliardi — in calo del 7% — e un Ebitda intorno ai 160-165 milioni, dai quasi 200 dell’anno precedente. E le prospettive non sono buone neanche per il 2012, perché il mercato pubblicitario resta “estremamente negativo sia in Italia che in Spagna”, come dice Mediobanca.
Il problema dell’enorme indebitamento netto, a quanto dicono, non può essere rinviato troppo. Sono principalmente linee di credito che godono di tassi molto più bassi della media di mercato: visto che scadono a fine 2013, sarà difficile poterle rifinanziare alle stesse condizioni vantaggiose (nonostante gli stretti legami tra Rcs e banche), quindi ci si dovrà porre il problema della sostenibilità del debito.

Dunque, l’ipotesi della ricapitalizzazione si sta facendo strada, anche per colpa della probabile svalutazione delle attività spagnole (leggi: Unidad Editorial), che potrebbe aggirarsi intorno ai 300 milioni di euro, e rischierebbe di intaccare la patrimonializzazione del gruppo. Queste svalutazioni non sarebbero tali da imporre per legge un aumento di capitale, e potrebbero anche esser compensate dalle riserve; ma  — secondo l’opinione corrente — la via migliore per ridurre il debito e ribilanciare una struttura finanziaria sotto pressione sarebbe l’aumento di capitale, tenuto conto che, coi tempi che corrono, potrebbe risultar difficile realizzare la vendita degli asset (proprietà varie) per fare cassa.
Una ricapitalizzazione, fra l’altro, permetterebbe di rafforzare quei soci che sono in grado di tirar fuori i soldi, a scapito di quelli che non se lo possono permettere, ridisegnando così — o consolidando — la struttura e i rapporti di forza dentro l’azionariato. Ma, secondo indiscrezioni, pochi sarebbero disposti ad aprire il portafoglio, coi tempi che corrono.

Certa è l’intenzione di Rcs di vendere la casa editrice francese Flammarion, alla quale sarebbero interessati Gallimard, Editis e La Martinière. Ma non si sa quanto ci vorrà, dato lo scarso accordo fra i soci sia sulle dismissioni, sia sulla Francia, e anche sul quartier generale nel centro di Milano — nella mitica via Solferino — con gli immobili adiacenti.
I tempi cambiano, i miti e i colossi pure: nulla sfugge.

 

Ah, sì? (5)

Tanto per essere chiari, mentre il premier francese Sarkozy fa appello ad Angela Merkel affinché accetti di varare i cosiddetti Eurobonds, garantiti da tutti i paesi dell’eurozona, che servirebbero per finanziare a tassi normali i paesi più in difficoltà, la teutonica risponde che le altre proposte collaterali potrebbero vederla favorevole, ma quella lì non è da prendere in considerazione. Concetti già ribaditi altre volte e da cui non sembra volersi spostare. E questo è strano, perché non sarebbe così conveniente per la Germania spingere l’Italia al default, visto che questa eventualità farebbe saltare le banche di tutta Europa; così, quelle – per ora — garanzie che i tedeschi non vogliono impegnare diventerebbero risorse da cacciar fuori realmente per salvare le loro banche e per fronteggiare la terribile depressione che il default genererebbe. Abbiamo visto che le misure prese al momento giusto costano assai meno di quelle prese in ritardo e di corsa, come insegna l’esperienza greca: se si fosse affrontato quel salvataggio subito, invece di tergiversare (come stanno facendo ora), la faccenda sarebbe stata molto meno onerosa. In più, questa bufera finanziaria e la conseguente fuga degli investitori verso i porti più sicuri hanno fatto calare i tassi che paga la Germania per finanziare i suoi titoli di Stato e aumentare invece quelli che pagano tutti gli altri. Risultato: due anni fa la Germania pagava il 3,2%, la Francia il 3,5% e l’Italia il 3,9% di interessi; oggi la Germania paga l’1,9%, la Francia sempre il 3,5% e l’Italia il 7,2%. Ci sembra sensato? Queste differenze significano un risparmio di alcune decine di miliardi per la Germania e un aggravio di parecchie decine di miliardi per noi. È quindi evidente che siamo stati noi italiani ad aiutare i tedeschi, e loro vogliono che le cose restino così per poterne approfittare. Le misure tanto pesanti che l’Italia dovrà adottare faranno sì che nel 2012 avremo un consistente avanzo primario e nel 2013 addirittura il pareggio di bilancio, con un debito che non potrà più salire; e tutto questo al prezzo di una pesante recessione che è già iniziata. I tedeschi, invece, hanno un disavanzo che per il 2012 è previsto in crescita e non prevedono di raggiungere nessun pareggio di bilancio. Qualche provvedimento dovrebbero prenderlo anche loro, dunque, tanto per essere chiari.