O la Borsa O Bama

Dunque, Barack Obama ha vinto il secondo mandato come presidente USA. Ha conquistato la maggioranza al Senato, ma non è riuscito a ottenerla alla Camera, che resta a maggioranza repubblicana e quindi lascia incertezza sul tema della gestione del cosiddetto tax cliff (il taglio di alcune esenzioni fiscali che peserà sui cittadini Usa per 600 miliardi di dollari: il principale focus di discussione dei prossimi sei mesi).

Posto che la vittoria di Obama dovrebbe garantire continuità al capo della Federal Reserve Ben Bernanke – il cui mandato scade a inizio 2014 – e alla sua politica monetaria espansiva di “easy money”, resta da interrogarsi su quali saranno i settori economici che potrebbero trarre beneficio da questa rielezione, che comunque garantisce alla nazione “che regge i destini del mondo” un altro quadriennio di forte appeal.

Le prime società italiane quotate in Borsa che vengono in mente sono quelle legate alle infrastrutture: il Gruppo Prysmian, che produce cavi e sistemi per il trasporto di energia; Buzzi Unicem, per cemento e calcestruzzo; il Gruppo Trevi, specializzato nell’ingegneria del sottosuolo, in dighe e grandi opere; Ansaldo STS che fa i trasporti ferroviari e metropolitani; le società che operano nel settore medicale, come Diasorin (immunodiagnostica), Amplifon (apparecchi per l’udito).

Peggio dovrebbe andare per quei settori che, invece, avrebbero  beneficiato maggiormente di una vittoria dei Repubblicani: vedi il settore della difesa (Finmeccanica), del petrolio (Tenaris e Saipem) e il settore finanziario. Inoltre, se avessero vinto i Repubblicani, le attese di tagli alle tasse avrebbero potuto avvantaggiare quelle società italiane del comparto lusso e consumi che sono più esposte negli USA: vedi Luxottica  e la Tod’s di Diego Della Valle.

Ma, al di là dell’entusiasmo per la rielezione di Barack Obama, ora l’argomento che più preoccupa gli investitori è la grave crisi della Spagna: si vedrà come la vittoria dei Democratici gioverà alla ripresa di dialogo tra le due sponde dell’Oceano.

 

Ottimismo

Si sa che i governi devono essere ottimisti per ruolo istituzionale. A cominciare dal presidente americano Obama e a finire con gli altri, che ora non possono permettersi di dare ulteriori stimoli fiscali all’economia e possono solo sperare che questa si riprenda da sola. Ma l’economia può riprendersi da sola se c’è un ritorno generalizzato alla fiducia, altrimenti è difficilissimo, se non impossibile.
Da parte loro, le grandi banche continuano a spremere i mercati con le solite operazioni corsare, visto che riescono a fare utili solo con le attività di trading di Borsa e di gestione degli investimenti altrui; e devono intensificare queste attività finché possono farlo, visto che — quando verranno applicati i cosiddetti princìpi di Basilea III — i loro margini di manovra verranno molto ridotti.
Dunque, l’unica strada è spingere i consumatori all’ottimismo e gli investitori all’acquisto. Ovviamente, usando gli arnesi del mestiere: diffusione di buone stime di crescita futura per far notizia (poi solitamente riviste al ribasso); truccamento dei bilanci di grandi società per nasconderne i punti deboli; esaltazione dei recenti utili in crescita, trascurando però che i fatturati restano stagnanti e aumenta la disoccupazione; speranza che siano sufficienti i ritmi di crescita dei paesi emergenti per trainare la ripresa delle vecchie economie.
I persuasori son sempre al lavoro, dunque.