Progenitori

Masaccio, Cacciata dei progenitori dall’Eden, 1425

Il divieto ebraico di rappresentare le creature perché l’attenzione non si concentrasse su di esse invece che sul Creatore, era ormai lontano: gli artisti potevano scatenare la loro immaginazione per dare un corpo ai personaggi della Bibbia. Ciò sembrava accordarsi con l’insegnamento di uno dei maggiori padri della Chiesa: a suo tempo Agostino (354-430) aveva ribadito che il testo della Genesi andava inteso «alla lettera», sebbene non fossero mancati autorevoli pensatori cristiani che ritenevano che la vicenda di Adamo ed Eva, pur contenendo un’allusione a profonde verità circa la condizione umana, non fosse un resoconto di fatti realmente accaduti: per esempio, Origene (185-254) aveva dichiarato che era assurdo «credere che Dio avesse piantato a mo’ di agricoltore un giardino nell’Eden»! Agostino si era invece sempre più convinto che un’interpretazione simbolica del racconto della Genesi l’avrebbe ridotto al livello di uno dei tanti miti dei popoli pagani, poi utilizzati dai filosofi a loro piacimento, e avrebbe dissolto l’idea che Adamo ed Eva nella loro scelta contro Dio avessero perso integrità fisica e libertà morale, finendo col trasmettere questa macchia ai loro successori. Cedendo a un «desiderio disordinato di una perversa grandezza» e «non volendo separarsi dalla sua donna» Adamo aveva compiuto il peccato originale, da cui sarebbe scaturito ogni male del mondo. Più di un millennio dopo, l’ex monaco agostiniano Martin Lutero (1483-1546) metteva in bocca ad Adamo queste dure parole: «Dio è ovunque e in ogni cosa… Un’eternità in questa condizione è insostenibile. Odio la contemplazione di Colui che mi fece. Odio l’immenso debito di gratitudine. Odio Dio».
Ed Eva? Tommaso d’Aquino (1225-1274) aveva asserito che la femmina non era altro che «un uomo imperfetto o mutilato»: ma, come osserva Greenblatt, Eva poteva apparire addirittura come l’amante del Maligno, e il biblico Serpente non era altro che la forma che Satana aveva scelto per accoppiarsi con lei. Del resto, «alcuni dotti commentatori osservarono come il nome ebraico Eva derivasse dall’equivalente aramaico di serpente», e comunque la compagna di Adamo «aveva usato il fascino sessuale per tentare e, infine, per distruggere l’uomo. L’effettiva vittimizzazione delle donne fu opportunamente dimenticata o meglio fu imputata a loro stesse, che avevano imparato, in quanto figlie di Eva, a suscitare il desiderio maschile»; senza contare che questa «disumanizzazione della donna era un invito alla violenza». Pier Damiani (1007-1072) si era rivolto all’intero genere femminile con appellativi come «cagne, scrofe, allocche, civette, lupe, sanguisughe». Eppure, si dichiarava devoto della Vergine Maria, madre di Gesù!
Ancora alla fine del Quattrocento si diceva che la costola da cui Eva era nata era «ritorta come se fosse contraria all’uomo». Tuttavia, «benché la vena misogina profondamente radicata nel racconto delle origini servisse a giustificare i crudeli maltrattamenti nei confronti delle donne», Greenblatt puntualizza che «i principali teologi cristiani, da Agostino a Lutero e a Calvino», sottolineavano come Eva, non diversamente da Adamo, «fosse stata creata a immagine di Dio»; ciò «mise un certo freno alle denigrazioni più esasperate», poiché «la donna era stata ingannata da Satana, l’uomo aveva trasgredito di sua spontanea volontà».

Giulio Giorello, la Lettura #312, pag. 8

A come Animale

Wenzel Peter, Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre, Pinacoteca Vaticana

«In buona sostanza, il quadro avrebbe funzionato al momento della sua creazione come fascinoso campionario di exempla a partire dal quale il cliente avrebbe potuto selezionare con facilità il modello del proprio animale da ordinare dipinto, da collocare nella propria dimora, da incorniciare nella propria quadreria, in misure però al naturale.
Consapevole del fascino esercitato dal grande manufatto sul grande pubblico degli amateurs, l’artista avrebbe, infatti, arricchito costantemente la tela di nuove varietà di animali, aggiornandola di quando in quando con inediti ingressi come se fosse il dipinto della vita (quali soggetti potevano meglio sposarsi con il desiderio di autorappresentazione di un pittore di animali di quelli tratti dalle storie della Creazione della Genesi?) e un portentoso strumento di vendita della sua produzione. Che l’opera non potesse ancora ritenersi terminata alla morte del pittore sembra dimostrato, come suggeriscono i conservatori dei Musei Vaticani, dalla presenza di un uccellino ancora appena abbozzato sul ramo di uno degli alberi».

A come Animale. Voci per un bestiario dei sentimenti (a cura di L. Caffo e F. Cimatti), Bompiani, Milano 2015, pagg. 192-193

materiali 8. Uomo e natura

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In realtà, l’alchimia è un atteggiamento culturale che nasce con l’uomo. Dal momento in cui esiste l’uomo pensante, raziocinante, esiste l’uomo che ha dei rapporti con la natura; nel momento in cui ha dei rapporti con la natura, l’uomo ritiene di dover entrare nel vivo della natura per utilizzarla.

I primordi dell’alchimia si sono avuti con tutti i tentativi che l’uomo ha fatto per conoscere la natura inanimata, a partire dalla scoperta del fuoco e dei metalli attraverso il fuoco. Le sorgenti e i pozzi, le grotte e le caverne, erano assimilati all’utero femminile, quindi alla matrice della Terra Madre. Si riteneva che i fiumi sacri della Mesopotamia avessero le loro sorgenti nell’organo genitale della grande Dea. La fonte dei fiumi era d’altronde considerata la vagina della terra. In babilonese, pu significava sia fonte di un fiume che vagina, e analogamente in sumerico buru significava vagina e fiume. In ebraico, il termine pozzo è impiegato anche nel senso di donna, sposa. In egiziano, il vocabolo bi significa utero e galleria di miniera. La designazione di Delphys, utero, si è conservata nel nome del santuario ellenico di Delfi.

Il ruolo rituale delle caverne, attestato fin dalla preistoria, potrebbe anche essere interpretato come un ritorno mistico alla “Madre”, il che spiegherebbe sia il senso delle sepolture nelle caverne, sia i riti iniziatici praticati in questi stessi luoghi. Se le sorgenti, le gallerie delle miniere e le caverne sono assimilate all’utero della terra madre, tutto ciò che giace nel ventre della terra è vivo, benché allo stadio di gestazione. I minerali estratti dalle miniere sono in qualche modo degli embrioni: crescono lentamente, come se obbedissero a un ritmo temporale diverso da quello degli organismi vegetali e animali; non di meno essi crescono, “maturano” nelle tenebre telluriche. La loro estrazione dal seno della terra è, quindi, un’operazione effettuata prematuramente. Se avessero avuto il tempo necessario per svilupparsi, cioè il ritmo geologico del tempo, i minerali sarebbero diventati metalli “maturi”, perfetti. Accelerando il processo di crescita del metallo, il metallurgo precipitava il ritmo temporale: mutava il tempo geologico in tempo vitale. La roccia genera le pietre preziose. Il nome sanscrito dello smeraldo è asmagarbhaja, “nato dalla roccia”, e i trattati indiani di mineralogia ne indicano la “matrice” nella roccia. L’autore dello Jawahirnameh (il libro delle pietre preziose) distingue il diamante dal cristallo secondo una differenza di età, espressa in termini embriologici: il diamante è pakka, cioè “maturo”, mentre il cristallo è kaccha, cioè “immaturo”, “verde”, non sufficientemente sviluppato.

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Ora, una concezione simile si è conservata in Europa fino al XVII secolo. Nel Mercure Indien, de Rosnel nel 1672 scriveva: «Il rubino, in particolare, nasce a poco a poco nella miniera; in principio è bianco e, crescendo, assume il suo colore rosso; da questo deriva il fatto che se ne possono trovare alcuni completamente bianchi, altri parte bianchi e parte rossi […] Come il bambino si nutre di sangue nel ventre materno, così si forma e si nutre il rubino». Persino Bernard Palissy scriveva che, come tutti i frutti della terra, i minerali «hanno, nella loro maturità, un colore differente da quello che avevano alla loro nascita». L’idea che i metalli “crescano” nel seno della miniera, concezione attestata già nell’antichità, si conserverà a lungo nelle speculazioni mineralogiche degli autori occidentali. «I materiali metallici – scrive Girolamo Cardano – si trovano nelle montagne, non diversamente dagli alberi, con radici, tronco, rami e numerose foglie». «Cos’è una miniera, se non una pianta coperta di terra?». A sua volta, Bacone scrive: «Alcune testimonianze antiche riferiscono che nell’isola di Cipro si trova una qualità di ferro che, ridotto in minuti frammenti e sepolto in un terreno bagnato di frequente, vi vegeta, per così dire, al punto che tutti questi frammenti diventano molto più grossi».

Queste concezioni arcaiche di una crescita dei metalli resistono a secoli di esperienza tecnica e di pensiero razionale, basti pensare alle nozioni mineralogiche acquisite dalla scienza greca. La spiegazione potrebbe consistere nel fatto che simili immagini tradizionali si rivelano, in fin dei conti, più vere dei risultati delle osservazioni precise e minuziose sul regno minerale: più vere, perché veicolate e valorizzate dalla nobile mitologia delle età della pietra. Per lo stesso motivo si lasciavano riposare le miniere dopo un periodo di intenso sfruttamento. La miniera, questa matrice della terra, richiedeva tempo per poter generare di nuovo.

Plinio scriveva che le miniere di galeno in Spagna «rinascevano» dopo un certo tempo. Indicazioni analoghe sono reperibili in Strabone, e Barba, un attore spagnolo del XVII secolo, le riprende a sua volta: una miniera sfruttata è in grado di ricostituire i propri giacimenti, a condizione di essere chiusa e tenuta a riposo per dieci o quindici anni. Perché, aggiunge Barba, coloro che credono che i metalli siano stati creati all’inizio del mondo commettono un errore grossolano: i metalli «crescono» nelle miniere. Il minerale greggio “cresce”, “matura”, e questa immagine della vita sotterranea acquista talvolta una valenza vegetale. Un chimico come Glauber ritiene ancora che «se il metallo raggiunge la perfezione e non viene estratto dalla terra da cui non riceve più nutrimento, può essere paragonato, in questo stato, all’uomo vecchio, decrepito […] La natura conserva la stessa circolarità di nascita e morte nei metalli come nei vegetali e negli animali». Perché, come scrive Bernard Palissy: «Dio non creò tutte queste cose per lasciarle inoperose […] Gli atri e le piante non sono inoperosi: il mare si sposta da una parte all’altra […] e anche la terra non è mai oziosa […] Ciò che si consuma naturalmente in essa, viene naturalmente rigenerato; essa lo rifà, in un modo o in un altro […] Tutto, esattamente come sulla superficie della terra, lavora a creare qualche cosa; allo stesso modo, anche l’interno, la matrice della terra lavora a produrre».

materiali 7. Magnum Opus

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Fondamentale è l’identità che gli alchimisti affermano esistere tra la creazione del cosmo e l’operazione che realizza la Grande Opera. In virtù della legge d’analogia, essi riconoscono che il capitolo primo del libro della Genesi è la più grande pagina d’alchimia; chiunque abbia compreso il mistero della creazione del cielo, della terra, delle acque, della luce, e quindi degli animali e degli uomini, conosce il segreto della pietra filosofale.

L’athanor, in cui si compie la trasmutazione, à una matrice a forma d’uovo, come il mondo stesso, che è un uovo gigantesco, l’uovo orfico che si trova alla base di tutte le intuizioni in Egitto e in Grecia. E come lo spirito del signore fluttua sulle acque, così nelle acque dell’athanor deve fluttuare lo spirito del mondo, lo spirito di vita di cui l’alchimista deve impadronirsi.

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Un antico libro d’alchimia di Mylius, Basilica philosophica, Francoforte 1620, ha indicato questa analogia in una bella tavola di Mérian. In cima il mondo, il cosmo, espresso in sintesi simbolica; il mondo celeste rappresentato dagli angeli e il nome del signore «Tetragrammaton»; il mondo planetario e zodiacale; il mondo terrestre costituito dagli elementi. Sopra, l’uomo, Adamo, analogo al sole e all’oro, elemento maschile; la donna, Eva, simile alla luna e all’argento, elemento femminile: ambedue sono gli agenti dell’operazione alchemica e sono legati con catene al macrocosmo. Al centro, il paradiso terrestre con i sette metalli, il tutto circondato da figure emblematiche.Il procedimento seguito nella formazione del mondo è uguale alla generazione animale: per questo tutti gli alchimisti ripetono spesso, con ostinazione, che la loro unica maestra è la natura, che il libri non sono necessari per compiere la grande opera, e che per riuscire basta aprire gli occhi e imitare la natura.

Il presidente d’Espagnet, nel suo Enchiridion Physicae Restitutae, Parigi 1651, incomincia tracciando le fasi della creazione del mondo, che egli considera base del procedimento dell’opera: «Chiunque ignori che lo spirito che ha tratto il mondo dal nulla e lo governa è l’anima del mondo, ignora le leggi dell’universo». Egli insiste sulla conoscenza della «Natura seconda, che è lo Spirito dell’universo, cioè una virtù vivificante della luce che fu creata fin dall’inizio e che fu unita al corpo del Sole, quella che Zoroastro ed Ercole hanno chiamato anima del mondo». A causa di questa costante imitazione della natura, gli alchimisti si sono anche definiti i filosofi per eccellenza, i saggi; per questo essi chiamano la loro scienza «la filosofia» e il risultato della loro opera Pietra filosofale.

materiali 6. Recipe

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Seguono poi tipiche ricette derivate dall’antica tradizione orale. In latino le ricette cominciano con Recipe, in greco con Labon, cioè con «si prenda». Eccone l’inizio: «Si prenda dell’argento vivo, lo si fissi in grumi di terra o mediante magnesia o zolfo e lo si metta da parte. [Questa è la fissazione per mezzo del calore, la miscela delle specie.] Si prenda una parte di piombo e della preparazione fissata per mezzo del calore, e due parti di pietra bianca, e una parte della medesima pietra, e una parte di Realgar [solfuro rosso di arsenico] e una parte di pietra verde [non si sa cosa sia]. Si mescoli il tutto con il piombo, e quando lo si è disintegrato lo si riduca tre volte allo stato liquido [cioè lo si faccia fondere tre volte]. Si prenda argento vivo sbiancato con il rame, e si prenda di esso e di magnesia dominante un’altra parte, con una parte d’acqua, e di ciò che resta in fondo al vaso e che è stato trattato con succo di limone, si usi una parte, e di arsenico che è stato catalizzato con l’orina di un fanciullo incorrotto, una parte, e quindi di Cadmeia [cadmia, o calamina, termine che indica genericamente un minerale capace di produrre fuoco] una parte, e di Pirite [altro minerale che produce fuoco] una parte, e una parte di sabbia cotta con lo zolfo, e due parti di monossido di piombo con absesto, e una parte di ceneri di Kobathia [probabilmente un solfito di arsenico], e si riduca il tutto allo stato liquido con un acido molto potente, un acido bianco, e si lasci seccare, e si otterrà così il grande rimedio bianco». Il testo continua così per altre due pagine.

Tra gli elementi chimici citati, c’è un elemento di natura un po’ diversa: l’orina di un fanciullo incorrotto. Naturalmente anche l’orina contiene importanti sostanze corrosive ed era molto usata; ma il fatto che debba appartenere a un fanciullo incorrotto – che non abbia cioè ancora raggiunto l’età della pubertà – denuncia l’importanza delle rappresentazioni magiche. È pregiudizio generale e antica superstizione che l’orina di un fanciullo incorrotto sia particolarmente efficace non solo nelle reazioni chimiche ma anche negli incantesimi d’amore, dove si dimostra più potente della comune orina in quanto contiene qualcosa di magico. L’uso dell’orina di un fanciullo incorrotto era una tradizione della magia africana e in particolar modo di quella egizia. Poco prima di raggiungere la pubertà i ragazzi hanno doti medianiche piuttosto sviluppate, che perdono in seguito. I maghi, che praticavano spesso l’ipnotismo, usavano altre persone come medium, perché rivelassero la verità mentre erano addormentate. Per tali esperimenti magici, anticamente assai diffusi, venivano preferiti i fanciulli impuberi, e i maschi più delle femmine: si riteneva infatti che un fanciullo incorrotto fosse il vaso più puro dell’inconscio, tramite il quale potevano parlare spiriti e dèi.

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La struttura di questo racconto ricorda la storia raccontata nel Libro di Enoch, un’apocalisse apocrifa, in cui si dice che tutte le arti e i mestieri (la lavorazione del ferro, l’alchimia, la cosmesi) furono rubati dalle figlie degli uomini agli angeli o, secondo, altre versioni, ai giganti. Così come nel mito ebraico le arti appartengono prima agli angeli o ai giganti e poi vengono conquistate dalle donne, nel nostro testo i segreti alchimistici appartengono all’angelo e poi vengono conquistati da Iside. Iside li trasmette a Horus, e in questo modo ha inizio la tradizione.

Il mito ebraico sostiene che tutto il male viene dalle donne, come ben sappiamo dalla Genesi e dalla Storia di Eva, che aveva anch’essa il problema di come ottenere la conoscenza da Dio. Nella storia biblica Eva la ottiene dal serpente e la trasmette ad Adamo – il che è un furto perché Dio teneva per sé la conoscenza di sé – e da quel momento l’uomo conosce il bene e il male, come Dio. Nella Genesi il furto è considerato soltanto un male. Nel Libro di Enoch il furto dei segreti della tecnica da parte delle donne ha la stessa connotazione e contribuisce alla corruzione del nostro mondo, che perde con esso l’innocenza originale.

Nel testo del Codex Marcianus invece la prospettiva è completamente cambiata: il fatto che Iside riesca ad ottenere il segreto dagli angeli è vissuto come una grande conquista. La vicenda di Iside contiene un elemento nuovo: l’elemento femminile, il principio femminile, carpisce il segreto agli strati più profondi e, facendo da mediatore, lo trasmette all’umanità. In questo testo Iside non viene rappresentta come una dea, ma piuttosto come una profetessa, perché conosce il futuro in modo veritiero; essa manifesta la verità che prima era nascosta, svela l’arcano a suo figlio: l’uomo genera l’uomo, il leone il leone, il cane il cane. La conoscenza può essere, quindi, tanto velenosa quanto salutare: perciò secondo alcuni miti essa è causa della corruzione del mondo e secondo altri invece è benefica e sanatrice. L’idea biblica è che la conoscenza è dapprima corruzione ma poi si trasforma in guarigione. Essa è sinonimo di corruzione nel Vecchio Testamento, ma poi Cristo se ne serve e la trasforma in guarigione, cosicché bisogna assumere verso di essa un atteggiamento ambivalente.

Autenticità

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Be’, in fondo io e te non la pensiamo in modo molto diverso, nonostante i presupposti differenti… La metafora del “siamo tutti sulla stessa barca” la uso spesso anch’io, perché vedo questa nostra umanità, pur frammentata in tanti modi di pensare e vivere diversi, condividere una stessa sorte, quella di trovarsi sballottata in questa vita così difficile e ignota, piena di dolore, sofferenza ma anche gioia; in mezzo a sentimenti ed esperienze che spesso abbiamo l’impressione di poter controllare solo in parte, quando va bene; se non ce ne sentiamo addirittura in balìa.
L’altro elemento che ci unisce, ma penso che unisca un po’ tutte le persone che, come te e come me, si pongono domande, è il bisogno di autenticità. Che si creda in un senso della vita oppure no, questo bisogno di autenticità è davvero forte, perché ci rendiamo conto che spesso siamo indotti a vivere una vita (e a costruirci una personalità) fasulla, in cui ci immergiamo in tante distrazioni pur di non guardare chi siamo veramente. E che siamo fragili, “nudi”, quasi piccoli insetti rispetto all’enormità dell’universo (eppure, nonostante ciò, spesso così arroganti nel voler piegare la natura, i nostri fratelli e il mondo intero ai nostri capricci), è un’altra verità che puoi trovare nei testi dei filosofi (di tanti secoli fa), nella Bibbia e anche nei pensieri di chi, come te, non crede. In questo senso sì, la verità è una sola anche se ci si arriva per strade diverse che sembrano lontane…

http://alidargento.wordpress.com/2013/03/14/francesco/#comment-12590

 

DetFic 4: la camera chiusa


Dopo il primo interrogatorio investigativo, nella Bibbia troviamo anche il primo enigma della camera chiusa, caro a tanti giallisti, nell’episodio biblico di Daniele, 14.
Qui Daniele smaschera i sacerdoti del dio Bel, i quali nascondevano i loro furti giurando che ogni notte il loro dio mangiava dodici staia di farina e quaranta pecore, e beveva sei anfore di vino. Per dimostrare al re che i sacerdoti lo stanno ingannando e che sono loro con le loro famiglie a divorare quel cibo, entrando da un’apertura segreta nel tempio – che veniva chiuso e sigillato dal re in persona –, Daniele cosparge il pavimento di cenere.
Così, il mattino seguente può mostrare al sovrano le impronte di uomini, donne e ragazzi. Superfluo dire che i sacerdoti, smascherati, vengono giustiziati con le loro mogli e i loro figli.

*     *     *


Il re Astiage si riunì ai suoi padri e gli succedette nel regno Ciro il Persiano. Ora Daniele viveva accanto al re, ed era il più onorato di tutti gli amici del re. I Babilonesi avevano un idolo chiamato Bel, al quale offrivano ogni giorno dodici sacchi di fior di farina, quaranta pecore e sei barili di vino. Anche il re venerava questo idolo e andava ogni giorno ad adorarlo. Daniele però adorava il suo Dio e perciò il re gli disse: «Perché non adori Bel? ». Daniele rispose: «Io non adoro idoli fatti da mani d’uomo, ma soltanto il Dio vivo che ha fatto il cielo e la terra e che è signore di ogni essere vivente». «Non credi tu – aggiunse il re – che Bel sia un dio vivo? Non vedi quanto beve e mangia ogni giorno? ». Rispose Daniele ridendo: «Non t’ingannare, o re: quell’idolo di dentro è d’argilla e di fuori è di bronzo e non ha mai mangiato né bevuto».
Il re s’indignò e convocati i sacerdoti di Bel, disse loro: «Se voi non mi dite chi è che mangia tutto questo cibo, morirete; se invece mi proverete che è Bel che lo mangia, morirà Daniele, perché ha insultato Bel». Daniele disse al re: «Sia fatto come tu hai detto». I sacerdoti di Bel erano settanta, senza contare le mogli e i figli. Il re si recò insieme con Daniele al tempio di Bel e i sacerdoti di Bel gli dissero: «Ecco, noi usciamo di qui e tu, re, disponi le vivande e mesci il vino temperato; poi chiudi la porta e sigillala con il tuo anello. Se domani mattina, venendo, tu riscontrerai che tutto non è stato mangiato da Bel, moriremo noi, altrimenti morirà Daniele che ci ha calunniati». Essi però non se ne preoccuparono perché avevano praticato un passaggio segreto sotto la tavola per il quale passavano abitualmente e consumavano tutto.
Dopo che essi se ne furono andati, il re fece porre i cibi davanti a Bel: Daniele ordinò ai servi del re di portare un po’ di cenere e la sparsero su tutto il pavimento del tempio alla presenza soltanto del re; poi uscirono, chiusero la porta, la sigillarono con l’anello del re e se ne andarono. I sacerdoti vennero di notte, secondo il loro consueto, con le mogli, i figli, e mangiarono e bevvero tutto. Di buon mattino il re si alzò, come anche Daniele. Il re domandò: «Sono intatti i sigilli, Daniele?». «Intatti, re» rispose. Aperta la porta, il re guardò la tavola ed esclamò: «Tu sei grande, Bel, e nessun inganno è in te! ». Daniele sorrise e, trattenendo il re perché non entrasse, disse: «Guarda il pavimento ed esamina di chi sono quelle orme». Il re disse: «Vedo orme d’uomini, di donne e di ragazzi! ». Acceso d’ira, fece arrestare i sacerdoti con le mogli e i figli; gli furono mostrate le porte segrete per le quali entravano a consumare quanto si trovava sulla tavola. Quindi il re li fece mettere a morte, consegnò Bel in potere di Daniele che lo distrusse insieme con il tempio.

Bibbia CEI, ed. 1974: Daniele 14

Detective Fiction 3: il proto-interrogatorio

 

Dopo la commissione del primo omicidio, nella Bibbia troviamo anche il primo interrogatorio della storia, pilastro dell’indagine poliziesca. È la vicenda di Susanna e del giudizio di Daniele (Dn 13), tradotta dalla versione greca di Teodozione del II secolo d.C. (più lunga di quella dei Settanta) basata su un originale semitico perduto. Circolata prima in modo indipendente, questa storia venne inserita successivamente nel libro di Daniele, per via del nome del giovane che la salva dalla morte. In Teodozione questo racconto è collocato all’inizio del libro di Daniele; mentre la collocazione attuale dopo Dn 12 risale alla versione dei Settanta (e alla Vulgata), di cui però non si segue il testo.

 

*     *     *

 


Abitava in Babilonia un uomo chiamato Ioakim, il quale aveva sposato una donna chiamata Susanna, figlia di Chelkìa, di rara bellezza e timorata di Dio. I suoi genitori, che erano giusti, avevano educato la figlia secondo la legge di Mosè. Ioakim era molto ricco e possedeva un giardino vicino a casa ed essendo stimato più di ogni altro i Giudei andavano da lui.
In quell’anno erano stati eletti giudici del popolo due anziani: erano di quelli di cui il Signore ha detto: «L’iniquità è uscita da Babilonia per opera di anziani e di giudici, che solo in apparenza sono guide del popolo». Questi frequentavano la casa di Ioakim e tutti quelli che avevano qualche lite da risolvere si recavano da loro. Quando il popolo, verso il mezzogiorno, se ne andava, Susanna era solita recarsi a passeggiare nel giardino del marito. I due anziani che ogni giorno la vedevano andare a passeggiare, furono presi da un’ardente passione per lei: persero il lume della ragione, distolsero gli occhi per non vedere il Cielo e non ricordare i giusti giudizi. Eran colpiti tutt’e due dalla passione per lei, ma l’uno nascondeva all’altro la sua pena, perché si vergognavano di rivelare la brama che avevano di unirsi a lei. Ogni giorno con maggior desiderio cercavano di vederla. Un giorno uno disse all’altro: «Andiamo pure a casa: è l’ora di desinare» e usciti se ne andarono. Ma ritornati indietro, si ritrovarono di nuovo insieme e, domandandosi a vicenda il motivo, confessarono la propria passione. Allora studiarono il momento opportuno di poterla sorprendere sola.
Mentre aspettavano l’occasione favorevole, Susanna entrò, come al solito, con due sole ancelle, nel giardino per fare il bagno, poiché faceva caldo. Non c’era nessun altro al di fuori dei due anziani nascosti a spiarla. Susanna disse alle ancelle: «Portatemi l’unguento e i profumi, poi chiudete la porta, perché voglio fare il bagno». Esse fecero come aveva ordinato: chiusero le porte del giardino ed entrarono in casa dalla porta laterale per portare ciò che Susanna chiedeva, senza accorgersi degli anziani poiché si erano nascosti. Appena partite le ancelle, i due anziani uscirono dal nascondiglio, corsero da lei e le dissero: «Ecco, le porte del giardino sono chiuse, nessuno ci vede e noi bruciamo di passione per te; acconsenti e datti a noi. In caso contrario ti accuseremo; diremo che un giovane era con te e perciò hai fatto uscire le ancelle». Susanna, piangendo, esclamò: «Sono alle strette da ogni parte. Se cedo, è la morte per me; se rifiuto, non potrò scampare dalle vostre mani. Meglio però per me cadere innocente nelle vostre mani che peccare davanti al Signore! ». Susanna gridò a gran voce. Anche i due anziani gridarono contro di lei e uno di loro corse alle porte del giardino e le aprì.
I servi di casa, all’udire tale rumore in giardino, si precipitarono dalla porta laterale per vedere che cosa stava accadendo. Quando gli anziani ebbero fatto il loro racconto, i servi si sentirono molto confusi, perché mai era stata detta una simile cosa di Susanna.
Il giorno dopo, tutto il popolo si adunò nella casa di Ioakim, suo marito, e andarono là anche i due anziani pieni di perverse intenzioni per condannare a morte Susanna. Rivolti al popolo dissero: «Si faccia venire Susanna figlia di Chelkìa, moglie di Ioakim». Mandarono a chiamarla ed essa venne con i genitori, i figli e tutti i suoi parenti. Susanna era assai delicata d’aspetto e molto bella di forme; aveva il velo e quei perversi ordinarono che le fosse tolto per godere almeno così della sua bellezza. Tutti i suoi familiari e amici piangevano. I due anziani si alzarono in mezzo al popolo e posero le mani sulla sua testa. Essa piangendo alzò gli occhi al cielo, con il cuore pieno di fiducia nel Signore. Gli anziani dissero: «Mentre noi stavamo passeggiando soli nel giardino, è venuta con due ancelle, ha chiuse le porte del giardino e poi ha licenziato le ancelle. Quindi è entrato da lei un giovane che era nascosto, e si è unito a lei. Noi che eravamo in un angolo del giardino, vedendo una tale nefandezza, ci siamo precipitati su di loro e li abbiamo sorpresi insieme. Non abbiamo potuto prendere il giovane perché, più forte di noi, ha aperto la porta ed è fuggito. Abbiamo preso lei e le abbiamo domandato chi era quel giovane, ma lei non ce l’ha voluto dire. Di questo noi siamo testimoni». La moltitudine prestò loro fede, poiché erano anziani e giudici del popolo e la condannò a morte. Allora Susanna ad alta voce esclamò: «Dio eterno, che conosci i segreti, che conosci le cose prima che accadano, tu lo sai che hanno deposto il falso contro di me! Io muoio innocente di quanto essi iniquamente hanno tramato contro di me». E il Signore ascoltò la sua voce.
Mentre Susanna era condotta a morte, il Signore suscitò il santo spirito di un giovanetto, chiamato Daniele, il quale si mise a gridare: «Io sono innocente del sangue di lei! ». Tutti si voltarono verso di lui dicendo: «Che vuoi dire con le tue parole? ». Allora Daniele, stando in mezzo a loro, disse: «Siete così stolti, Israeliti? Avete condannato a morte una figlia d’Israele senza indagare la verità! Tornate al tribunale, perché costoro hanno deposto il falso contro di lei».
Il popolo tornò subito indietro e gli anziani dissero a Daniele: «Vieni, siedi in mezzo a noi e facci da maestro, poiché Dio ti ha dato il dono dell’anzianità». Daniele esclamò: «Separateli bene l’uno dall’altro e io li giudicherò». Separati che furono, Daniele disse al primo: «O invecchiato nel male! Ecco, i tuoi peccati commessi in passato vengono alla luce, quando davi sentenze ingiuste opprimendo gli innocenti e assolvendo i malvagi, mentre il Signore ha detto: Non ucciderai il giusto e l’innocente. Ora dunque, se tu hai visto costei, dì: sotto quale albero tu li hai visti stare insieme? ». Rispose: «Sotto un lentisco». Disse Daniele: «In verità, la tua menzogna ricadrà sulla tua testa. Già l’angelo di Dio ha ricevuto da Dio la sentenza e ti spaccherà in due». Allontanato questo, fece venire l’altro e gli disse: «Razza di Canaan e non di Giuda, la bellezza ti ha sedotto, la passione ti ha pervertito il cuore! Così facevate con le donne d’Israele ed esse per paura si univano a voi. Ma una figlia di Giuda non ha potuto sopportare la vostra iniquità. Dimmi dunque, sotto quale albero li hai trovati insieme? ». Rispose: «Sotto un leccio». Disse Daniele: «In verità anche la tua menzogna ti ricadrà sulla testa. Ecco, l’angelo di Dio ti aspetta con la spada in mano per spaccarti in due e così farti morire».
Allora tutta l’assemblea diede in grida di gioia e benedisse Dio che salva coloro che sperano in lui. Poi insorgendo contro i due anziani, ai quali Daniele aveva fatto confessare con la loro bocca di aver deposto il falso, fece loro subire la medesima pena alla quale volevano assoggettare il prossimo e applicando la legge di Mosè li fece morire. In quel giorno fu salvato il sangue innocente. Chelkìa e sua moglie resero grazie a Dio per la figlia Susanna insieme con il marito Ioakim e tutti i suoi parenti, per non aver trovato in lei nulla di men che onesto. Da quel giorno in poi Daniele divenne grande di fronte al popolo.

Bibbia CEI, ed. 1974: Daniele 13

  

Detective Fiction 2: il proto-omicidio


«
QUINDI ADAMO conobbe Eva, sua moglie, la quale concepì e partorì Caino, dicendo: ― Ho avuto un uomo con il favore di Dio ―.  Continuò, quindi, partorendo Abele, suo fratello. Ora, mentre Abele era pastore di greggi, Caino coltivava la terra.
E avvenne che, dopo un certo tempo, Caino fece un’offerta al Signore dei prodotti del suolo.
E Abele, anche lui, offrì dei primogeniti del suo gregge e del loro grasso; e il Signore riguardò Abele e la sua offerta, mentre non riguardò Caino e la sua offerta. Caino perciò ne fu grandemente adirato e il suo volto fu abbattuto.
Il Signore disse: ― Perché sei adirato e il tuo volto è abbattuto? Forse che, se agisci bene, non potrai tenere alto il volto? Ma, se non fai bene, il peccato giacerà alla porta e contro di te si volgono le sue brame; però tu devi dominarlo.
Allora Caino parlò a suo fratello Abele e avvenne che, quando furono in campagna, Caino si levò contro suo fratello Abele e lo uccise.
E il Signore disse a Caino: ― Dov’è tuo fratello Abele? ― E quegli rispose: ― Non lo so; sono forse il custode di mio fratello? ― Ed egli replicò: ― Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra. e ora tu sei maledetto dal suolo che ha aperto la bocca per ricevere dalla tua mano il sangue di tuo fratello. Se coltiverai la terra, essa non ti darà più il suo prodotto e tu sarai errante e fuggiasco sulla terra ―.  Allora Caino disse al Signore: ― Il mio delitto è troppo grande da sopportarlo. Ecco, tu mi cacci oggi dalla faccia di questo suolo , e io dovrò nascondermi dalla tua faccia, sarò errante e fuggiasco sulla terra, e avverrà che chiunque mi incontrerà potrà uccidermi.
Ma il Signore gli rispose: ― Non così, perché chiunque ucciderà Caino, riceverà una punizione sette volte maggiore ―. Allora il Signore mise un segno su Caino, affinché chiunque lo incontrasse, non lo uccidesse. Allontanatosi dunque Caino dalla presenza del Signore, si stabilì nel paese di Nod, a oriente di Eden.»

La Bibbia concordata, Mondadori, Milano 1968: Genesi 4, 1-16

 

Detective Fiction: una genealogia


«Perché la gente legge I polizieschi? Forse una delle risposte a questa domanda è che la gente li legge perché c’è chi li scrive. E perché c’è chi li scrive? Beh, secondo il dr. Samuel Johnson, non c’è mai stato chi abbia scritto e non l’abbia fatto per denaro. Per anni ho attribuito il primo racconto giallo a Carolyn Keene creatrice di Nancy Drew, pur sapendo benissimo che il credito spetta a un signore di nome Poe. Avevo letto prima la Keene e, secondo la mia personale cronologia, l’onore toccava a lei.»

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Così inizia l’introduzione di Oreste Del Buono a I padri fondatori. Il “giallo” da Jahvè a Voltaire, Einaudi Tascabili, Torino 1991.
In questo piccolo libro “fondante” si mostra come la narrativa poliziesca può vantare illustri origini: dalla Bibbia alle Mille e una notte, dalle Storie di Erodoto all’Eneide di Virgilio, dall’Amleto di Shakespeare a Zadig di Voltaire.

Ma proviamo a riflettere sul concetto di genere.
Mentre molti pensano che la letteratura – in quanto tale – vada oltre i generi, che sarebbero quindi un’invenzione moderna, c’è invece chi sostiene che la letteratura sia sempre esistita come sistema di generi. Secondo quest’ultimo punto di vista, ogni nuovo genere letterario che nasce rappresenterebbe l’evoluzione di uno o più generi precedenti. Così come ogni grande scrittore, in ogni epoca, si sarebbe rifatto o ispirato ad autori precedenti.

Sull’origine del genere poliziesco, inteso come indagine su un mistero legato a un delitto, le teorie sono diverse. Ci sono quelle che ne identificano l’origine con l’opera di un singolo autore (facendo coincidere, ad esempio, la nascita del poliziesco coi racconti di Edgar Allan Poe), e ci sono quelle più retrospettive che – appunto – quando identificano un “caposcuola”, ritengono che abbia raccolto l’eredità del passato, rinnovandola con innesti originali o con varianti capaci di creare un salto di livello all’interno del genere.

Posto che nessun genere letterario nasce dal nulla, poiché alle sue spalle c’è sempre una trama sottile e complessa di antecedenti e influenze, nel dibattito sulle origini della letteratura poliziesca si possono distinguere tre orientamenti.
Quello dei cosiddetti puristi, che individuano il primo esempio di detective fiction nel racconto “The Murders in the Rue Morgue”, pubblicato nel 1841 da Edgar Allan Poe; quello dei cosiddetti filologi, che fanno risalire la genealogia dei detectives a un romanzo di William Godwin (il padre dell’autrice di Frankenstein) intitolato Caleb Williams, apparso in Inghilterra nel 1794; e quello degli enciclopedisti, pronti a cogliere paradigmi polizieschi negli ambiti più diversi della letteratura antica e moderna, a partire dalla Bibbia: come si ricorderà, infatti, il primo furto – scoperto e punito – avvenne nel giardino dell’Eden.