Franz Kafka, Lettera al padre (20)

01

C’è chi pensa che la paura del matrimonio talvolta derivi dal fatto che in realtà si teme che i figli un giorno ci restituiranno quel che abbiamo fatto ai nostri genitori. Nel mio caso, mi pare, questo non ha grande importanza, perché il mio senso di colpa deriva proprio da te ed è anche troppo intriso della sua singolarità; anzi questo senso di singolarità fa parte della sua essenza straziante, e una sua ripetizione è impensabile. Purtuttavia devo dire che un figlio così muto, ottuso, secco e decadente mi sarebbe insopportabile; sicuramente, se non ci fossero altre possibilità, lo fuggirei ed emigrerei, come in un primo momento volevi fare tu per via del mio matrimonio. E comunque possibile che la mia incapacità di sposarmi sia influenzata anche da questo.
Molto più importante a questo riguardo è però la paura per me stesso. Questa affermazione va intesa così: ho già accennato che con lo scrivere e con tutto quello a esso collegato ho compiuto piccoli tentativi di indipendenza, tentativi di fuga dal successo minimo, non mi porteranno molto avanti, molte cose me lo confermano. Tuttavia è mio dovere, o forse questa è proprio l’essenza della mia vita, vegliare su di essi, per non lasciare che si avvicinino loro pericoli da cui debba difendermi o anche solo la possibilità di tali pericoli. Il matrimonio è la possibilità di un tale pericolo, e al contempo anche la possibilità del massimo avanzamento, ma mi basta che sia la possibilità di un pericolo. Che farei mai se poi fosse davvero un pericolo! Come potrei continuare a vivere nel matrimonio, nella sensazione forse indimostrabile ma altrettanto inconfutabile di questo pericolo! Di fronte a questo posso certo vacillare, ma l’esito finale è sicuro, debbo rinunziare. Il paragone dell’uovo oggi e della gallina domani non è molto calzante. Oggi non avrei niente e domani tutto, eppure — a decidere sono i rapporti di forza e le esigenze della vita — debbo scegliere il niente. Allo stesso modo ho dovuto decidere quando ho scelto la professione.
Il più importante ostacolo al matrimonio è comunque l’inestirpabile convinzione che per mantenere o comunque guidare una famiglia siano necessarie tutte quelle caratteristiche che ho riconosciuto in te, tutte insieme, nel bene e nel male, a costituire un tutto organico come nella tua persona, e quindi forza e disprezzo degli altri, salute e una certa smodatezza, loquacità e insufficienza, autostima e insoddisfazione del prossimo, senso di superiorità e tirannia, conoscenza degli uomini e sfiducia nei più, e anche pregi senza contropartita alcuna come laboriosità, resistenza, presenza di spirito, animo intrepido. Di tutto ciò io in confronto non avevo niente o soltanto pochissimo, e con ciò io osavo sposarmi pur vedendo che persino tu nel matrimonio dovevi lottare strenuamente e, coi tuoi figli, arrivavi a fallire? Naturalmente questa domanda non me la ponevo espressamente, né vi rispondevo espressamente; altrimenti della cosa si sarebbe impossessato il corso abituale dei pensieri, e mi avrebbe mostrato uomini molto diversi da te (per nominarne uno molto vicino e assai diverso da te: lo zio Richard) che tuttavia si sono sposati e quanto meno non sono crollati sotto il peso del matrimonio, il che è già molto e a me sarebbe bastato abbondantemente. Ma questa domanda io non me la sono posta: l’ho vissuta, sin dall’infanzia. Io non mi sono messo seriamente alla prova rispetto al matrimonio, ma rispetto a ogni piccolezza; rispetto a ogni piccolezza mi hai convinto, con il tuo esempio e la tua educazione, come ho cercato di descriverli, della mia incapacità, e quel che era vero per ogni piccolezza e ti dava ragione, doveva naturalmente essere enormemente vero per quanto c’era di più grande, ovvero il matrimonio.
Fino ai tentativi di matrimonio io sono infatti cresciuto come un uomo d’affari che si trascini giorno dopo giorno, per quanto sia preda di preoccupazioni e di cattivi presagi, senza mettere ordine nei suoi libri contabili. Ha alcune piccole entrate che, in virtù della loro rarità, continua ad accarezzare e a esagerare nella sua immaginazione, e per il resto solo perdite quotidiane. Registra tutto senza tentare mai un bilancio.
Arriva però l’obbligo di un bilancio, ovvero il tentativo di matrimonio. E con le grosse somme che sono in gioco, è come se non ci fosse mai stata neppure la più piccola entrata, ma un unico grande debito. E adesso sposati, senza impazzire!

(20 – continua)

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Fiat



A quanto dicono, Fiat è sempre più dipendente da Chrysler: i risultati del quarto trimestre 2011 mettono in rilievo questa forte dipendenza del gruppo. Fiat ha archiviato un quarto trimestre con un trading profit di 765 milioni di euro, di cui ben l’85% (pari a 639 milioni di euro) è stato generato da Chrysler. Questo a causa del basso contributo ai risultati di Fiat Auto, che nel trimestre ha addirittura perso 15 milioni di euro a livello di trading profit. Un risultato che è comunque meglio delle aspettative, che vedevano pessimisticamente un trading profit in rosso per 100 milioni di euro.
Per il 2012 vengono buone indicazioni da Chrysler e dal Brasile, mentre le prospettive per l’Italia restano deboli. Nella composizione dei profitti si prevede che crescerà ancora il contributo di Chrysler e del Brasile, mentre continuerà a diminuire quello dell’Italia e dell’Europa, nonostante il lancio in grande stile della nuova Panda (“ma fateci il piacere…”,  verrebbe da dire). Il contributo negativo dell’Europa dovrebbe essere controbilanciato dal buon andamento del Brasile, dove per il 2012 Fiat stima una crescita del mercato.
Quest’anno dovrebbe essere ottimo per Chrysler, che prevede di vendere dai 2,2 ai 2,4 milioni di auto, in crescita dai “soli” 2 milioni del 2011. Ma nella seconda metà del 2012 pare difficile che riesca a mantenere tassi di crescita così robusti: quest’anno l’unico nuovo modello che verrà lanciato è il Dodge Dart, mentre a gennaio in Italia e in Francia le vendite del marchio americano sono crollate rispettivamente del 17% e del 24%. Mica tutti hanno i portafogli gonfi, no?

Ah, sì? (5)

Tanto per essere chiari, mentre il premier francese Sarkozy fa appello ad Angela Merkel affinché accetti di varare i cosiddetti Eurobonds, garantiti da tutti i paesi dell’eurozona, che servirebbero per finanziare a tassi normali i paesi più in difficoltà, la teutonica risponde che le altre proposte collaterali potrebbero vederla favorevole, ma quella lì non è da prendere in considerazione. Concetti già ribaditi altre volte e da cui non sembra volersi spostare. E questo è strano, perché non sarebbe così conveniente per la Germania spingere l’Italia al default, visto che questa eventualità farebbe saltare le banche di tutta Europa; così, quelle – per ora — garanzie che i tedeschi non vogliono impegnare diventerebbero risorse da cacciar fuori realmente per salvare le loro banche e per fronteggiare la terribile depressione che il default genererebbe. Abbiamo visto che le misure prese al momento giusto costano assai meno di quelle prese in ritardo e di corsa, come insegna l’esperienza greca: se si fosse affrontato quel salvataggio subito, invece di tergiversare (come stanno facendo ora), la faccenda sarebbe stata molto meno onerosa. In più, questa bufera finanziaria e la conseguente fuga degli investitori verso i porti più sicuri hanno fatto calare i tassi che paga la Germania per finanziare i suoi titoli di Stato e aumentare invece quelli che pagano tutti gli altri. Risultato: due anni fa la Germania pagava il 3,2%, la Francia il 3,5% e l’Italia il 3,9% di interessi; oggi la Germania paga l’1,9%, la Francia sempre il 3,5% e l’Italia il 7,2%. Ci sembra sensato? Queste differenze significano un risparmio di alcune decine di miliardi per la Germania e un aggravio di parecchie decine di miliardi per noi. È quindi evidente che siamo stati noi italiani ad aiutare i tedeschi, e loro vogliono che le cose restino così per poterne approfittare. Le misure tanto pesanti che l’Italia dovrà adottare faranno sì che nel 2012 avremo un consistente avanzo primario e nel 2013 addirittura il pareggio di bilancio, con un debito che non potrà più salire; e tutto questo al prezzo di una pesante recessione che è già iniziata. I tedeschi, invece, hanno un disavanzo che per il 2012 è previsto in crescita e non prevedono di raggiungere nessun pareggio di bilancio. Qualche provvedimento dovrebbero prenderlo anche loro, dunque, tanto per essere chiari.

Rcs kaputt


Secondo la stampa, la partecipazione azionaria del gruppo Rcs nella controllata spagnola Unitad Editorial andrebbe svalutata in bilancio, al punto che potrebbe comportare la necessità di ricapitalizzare la Rcs stessa. Il valore di questa partecipazione attualmente iscritto nel bilancio è di 1 miliardo e 190 milioni di euro, ma secondo gli esperti della casa d’investimenti Kepler essa varrebbe in realtà un quarto: “circa 300 milioni, volendo essere generosi”.

Per gli analisti, “la situazione di Rcs è ben nota. Ha un business deteriorato, con un debito insostenibile anche agli attuali tassi favorevoli. Il management non è di qualità top. Se Rcs dovesse svalutare la quota in Unitad Editorial e dovesse pagare i tassi di mercato sul suo debito, il gruppo varrebbe ben poco dopo un aumento di capitale. Crediamo che Rcs sia in una situazione persino peggiore di Seat Pagine Gialle, che è stata bistrattata dal mercato negli ultimi due anni per via del suo debito e del business in calo e che ora vale ben poco. Ma crediamo che Seat P.G. sia una star in confronto a Rcs. Almeno Seat sta portando a termine un business model, mentre Rcs non ne ha uno”. Inoltre, prosegue Kepler, “i margini operativi di Seat sono solidi. Riteniamo che questo confronto sia utile per differenziale nel junk nello scenario media domestico. Al momento valutiamo l’azione Seat P.G. zero e non escludiamo una valutazione simile anche per Rcs nel prossimo futuro”.

(Fonte: MF Dow Jones)

Ottimismo

Si sa che i governi devono essere ottimisti per ruolo istituzionale. A cominciare dal presidente americano Obama e a finire con gli altri, che ora non possono permettersi di dare ulteriori stimoli fiscali all’economia e possono solo sperare che questa si riprenda da sola. Ma l’economia può riprendersi da sola se c’è un ritorno generalizzato alla fiducia, altrimenti è difficilissimo, se non impossibile.
Da parte loro, le grandi banche continuano a spremere i mercati con le solite operazioni corsare, visto che riescono a fare utili solo con le attività di trading di Borsa e di gestione degli investimenti altrui; e devono intensificare queste attività finché possono farlo, visto che — quando verranno applicati i cosiddetti princìpi di Basilea III — i loro margini di manovra verranno molto ridotti.
Dunque, l’unica strada è spingere i consumatori all’ottimismo e gli investitori all’acquisto. Ovviamente, usando gli arnesi del mestiere: diffusione di buone stime di crescita futura per far notizia (poi solitamente riviste al ribasso); truccamento dei bilanci di grandi società per nasconderne i punti deboli; esaltazione dei recenti utili in crescita, trascurando però che i fatturati restano stagnanti e aumenta la disoccupazione; speranza che siano sufficienti i ritmi di crescita dei paesi emergenti per trainare la ripresa delle vecchie economie.
I persuasori son sempre al lavoro, dunque.