Fiat



A quanto dicono, Fiat è sempre più dipendente da Chrysler: i risultati del quarto trimestre 2011 mettono in rilievo questa forte dipendenza del gruppo. Fiat ha archiviato un quarto trimestre con un trading profit di 765 milioni di euro, di cui ben l’85% (pari a 639 milioni di euro) è stato generato da Chrysler. Questo a causa del basso contributo ai risultati di Fiat Auto, che nel trimestre ha addirittura perso 15 milioni di euro a livello di trading profit. Un risultato che è comunque meglio delle aspettative, che vedevano pessimisticamente un trading profit in rosso per 100 milioni di euro.
Per il 2012 vengono buone indicazioni da Chrysler e dal Brasile, mentre le prospettive per l’Italia restano deboli. Nella composizione dei profitti si prevede che crescerà ancora il contributo di Chrysler e del Brasile, mentre continuerà a diminuire quello dell’Italia e dell’Europa, nonostante il lancio in grande stile della nuova Panda (“ma fateci il piacere…”,  verrebbe da dire). Il contributo negativo dell’Europa dovrebbe essere controbilanciato dal buon andamento del Brasile, dove per il 2012 Fiat stima una crescita del mercato.
Quest’anno dovrebbe essere ottimo per Chrysler, che prevede di vendere dai 2,2 ai 2,4 milioni di auto, in crescita dai “soli” 2 milioni del 2011. Ma nella seconda metà del 2012 pare difficile che riesca a mantenere tassi di crescita così robusti: quest’anno l’unico nuovo modello che verrà lanciato è il Dodge Dart, mentre a gennaio in Italia e in Francia le vendite del marchio americano sono crollate rispettivamente del 17% e del 24%. Mica tutti hanno i portafogli gonfi, no?

Agenzie di rating

Delle Agenzie di rating si è molto parlato negli ultimi tempi: sono quelle agenzie che danno il giudizio di affidabilità agli Stati che emettono titoli di debito, e alle grandi società che emettono obbligazioni (i cosiddetti bond). Le più famose sono Standard & Poor e Moody’s: la prima ha appena declassato il debito degli Stati Uniti d’America, portandolo dalla “tripla A” (valutazione massima, data ai paesi scandinavi, a Francia, Germania, Austria, Canada, Australia, Svizzera, Regno unito e altri) a quella inferiore “AA+”.

Ebbene, sul Wall Street Journal di ieri c’è scritto a chiare lettere che le agenzie di rating, di solito, non riescono affatto a prevedere il default (fallimento) del debito di uno Stato sovrano. Infatti, su 15 default sovrani verificatisi dal 1975 a oggi, in ben 12 casi (l’ 80%) sia Standard & Poor che Moody’s hanno attribuito loro, un anno prima del fallimento, un rating dalla B in su (il rating B esprime un rischio di fallimento del 2% nell’anno successivo). Nell’articolo vengono anche menzionati alcuni casi clamorosi, come quello di Brasile e Argentina, che nel 2001 erano equiparate con lo stesso rating “BB-“: solo che l’Argentina era a un passo dal fallimento, mentre il Brasile stava per diventare una potenza economica di livello mondiale. E in ogni caso, più recentemente, basta ricordare i molti rating “tripla A” che venivano sciaguratamente attribuiti a quegli strumenti di investimento “tossici” prima che si scatenasse la grande crisi del 2008, ancora tutta da risolvere.