Attenti alle clausole (e due)

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Lo scorso 28 gennaio ho fatto queste osservazioni, sorte dopo avero letto le cosiddette “clausole di azione collettiva” introdotte dal decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze del 7 dicembre 2012.

Poi, a fine Marzo 2013, a Cipro viene deciso un prelievo forzoso del 37.5% dai conti correnti delle banche con depositi sopra i 100.000 euro, come condizioni per il salvataggio dello Stato da parte dell’Unione Europea. Così, Cipro riceve dalla Troika un prestito di 10 miliardi di euro (spropositato, visto che il pil di Cipro è di circa 19 miliardi di euro).

Di fatto, con questa iniziativa si rompe un tabù e viene aggiunto un altro strumento all’arsenale delle situazioni di default e di ristrutturazione dei debiti sovrani: i soldi e i conti correnti dei cittadini non sono più inviolabili, ma possono essere usati in modo forzoso per salvare lo Stato e le banche.

Pare che il metodo sia piaciuto in sede europea: a fine marzo il Presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem si lascia sfuggire a Reuters: “Il prelievo forzoso a Cipro è nuovo il modello per i salvataggi”. La dichiarazione viene subito smentita, ovviamente, ma fa luce sulle intenzioni di chi conta.

Ora, dal 1° Gennaio 2013 i risparmiatori che investono in titoli di Stato italiani potrebbero essere soggetti a una decurtazione di capitale esattamente come è successo in Grecia. E’ l’effetto del decreto del Ministero dell’Economia che attua una norma del Trattato di Istituzione del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM), sottoscritto dai diciassette paesi dell’Eurozona.
Secondo queste clausole, i termini e le condizioni dei titoli di Stato possono essere modificati mediante un accordo tra l’Emittente (lo Stato o Ente collegato) e una determinata percentuale di detentori (gli investitori). Le percentuali possono essere il 75%, il 66%, e in alcune occasioni 50%, a seconda dei casi. Quando si raggiungono queste percentuali di adesione, le modifiche dei termini e delle condizioni di restituzione del debito si applicano a tutti i detentori dei titoli.
Capito? Ora gli Stati hanno un altro strumento (vedi l’ombrello di Altan) a disposizione.

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Quindi, ipotizziamo di essere uno Stato con un elevato rapporto debito/pil (com’è l’Italia) che a un certo punto non ce la fa più. Quali opzioni abbiamo?
– il default;
– l’aiuto della Troika, facendo come la Grecia;
– fare da soli: ristrutturare il debito con i soldi dei cittadini prelevati dai conti correnti e rinegoziando i contratti sui titoli di Stato, sfruttando la minaccia del default, che avrebbe conseguenze peggiori.

Se è vero, come alcuni dicono, che si sta cercando di far acquistare il grosso del debito pubblico degli Stati ai cittadini stessi o comunque alle istituzioni finanziare di quegli Stati, forse si sta già pensando a dove mettere l’ombrello quando pioverà.

 

Gigantismo (in margine al Salone)

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Che i grossi editori abbiano ormai adottato il gigantismo delle tirature e la richiesta di aumentare sempre più la liquidità, cioè il saldo, non è un mistero. Si dichiarano vendite stratosferiche, ovviamente false, per cercare di drogare una domanda che è sempre più debole. Bisogna fare soldi, e bisogna che lo sviluppo sia convertibile all’istante in tassi di guadagno. Ovviamente, si ignora ogni investimento a lungo termine: gli editori non ci pensano neanche a organizzare politiche di acculturazione, per curare gli autori tentare di accrescere il popolo dei lettori, e si accontentano invece di fiere e di festival che corrono a occupare con libri dalla tiratura spaventosa, quasi insensata. Bravi loro.

 

Grillo JP Morgan

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Dopo la rielezione di Giorgio Napolitano alla Presidenza delle Repubblica, vediamo cosa pensa la banca d’affari statunitense J.P. Morgan.
In una nota di ricerca, ha fatto la raccomandazione di acquistare titoli di Stato della periferia dell’Eurozona, quindi anche italiani, con la motivazione che la rielezione di Napolitano allontanerebbe il rischio immediato di elezioni anticipate. Perché è questo, a quanto pare, lo spauracchio principale per i mercati. J.P. Morgan scommette dunque su un governo di larga coalizione “pilotato” dal Capo dello Stato; quanto al Partito Democratico, ne segnala la situazione di “rischio esistenziale” (cosa evidente a molti).
Si osserva che molti nostri investitori sarebbero “scarichi” di titoli italiani, e quindi, con la ripresa generale degli acquisti, sarebbero costretti a comprarne anche loro, contribuendo al calo dei tassi e dello spread. Che gli investitori esteri stiano rientrando in acquisto sui nostri titoli di Stato l’hanno già segnalato il Fondo Monetario Internazionale e la Banca d’Italia: pare dunque che la cospirazione di cui tanto si parla non ci sia (anche perché non si capisce a chi gioverebbe cospirare contro l’Italia). Nessuno ha cospirato, pare, contro la Grecia o l’Irlanda o il Portogallo: soprattutto perché si è capito che, se qualcuno viene espulso dall’Euro, poi rischiano di uscire tutti. E l’ipotetica esplosione di un Paese come l’Italia arriverebbe a distruggere l’Eurozona, provocando un piccolo “tsunami” nel resto del mondo.

Qui non si è ancora risolto nulla, ovviamente. Difficile pensare ad un governo di “svolta”, è più probabile un governo di “manutenzione”, che servirà soprattutto a rassicurare i mercati (che, come si sa, reagiscono nell’immediato). Il Partito Democratico è al capolinea, il movimento di Grillo è sempre confuso e immobilizzato. Grida e minacce, per lo più a vuoto. L’apparato politico istituzionale è granitico: non basta improvvisare comizi via web per incrinarlo. Sul piano delle riforme economiche i 5Stelle hanno solo ricette salvifiche suggestive, che servono al capopopolo per assumere il ruolo di “protettore” della democrazia, che impedisce lo scatenarsi di una guerra civile.
Naturalmente, i riti di “democrazia diretta” via Web fanno ridere: solo chi è poco avvezzo alla navigazione in Rete può prenderli sul serio. Sia per le “parlamentarie” sia per le “quirinarie” non si è potuto sapere né il numero dei partecipanti online né i voti ottenuti dai vari candidati. Così, accade che i primi due “designati” dal popolo della Rete lasciano il campo al terzo, il giurista che sembra essere il più pericoloso per il Pd, vista la sua personalità e indipendenza. Tutto fa molto marketing: il tentativo di un’operazione “virale” (come quelle che vanno di moda), che non è riuscita perché qui l’accesso alla Rete è ancora limitato e frammentato.
Sembra chiaro che la priorità di Grillo sia di annientare il Pd, ovvero di nutrirsene, prendendogli la fascia di elettorato più arrabbiata e suggestionabile. Tanta democrazia, a parole: ma l’intento è quello del plebiscitarismo (vuole il 100% dei voti) e del divieto di dibattito interno vero. Sotto certi aspetti sembra l’altra faccia della medaglia che raffigura il capo del Pdl: addirittura estremizzato, per questo fa così paura. Perché quel che accadde nel 1994 potrebbe accadere ancora.

 

Qualcosa accadrà (2)

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Come s’è visto, i risultati delle nostre elezioni hanno dato una mazzata ai listini di Borsa, soprattutto a quello di Piazza Affari. I titoli più colpiti sono stati quelli bancari, ovviamente, che hanno trascinato l’indice Ftse-Mib sotto di quasi il 5%. E lo spread fra il BTP e il Bund, manco a dirlo, è decollato di una cinquantina di punti.
Nulla di buono si vede all’orizzonte. Quando Pierluigi Bersani, all’inizio della conferenza stampa del dopo-elezioni, traccheggia mettendo gli occhiali, spostando il microfono, togliendosi gli occhiali, tentando qualche parola, poi rimettendosi gli occhiali e risistemando il microfono, poi ritogliendosi gli occhiali, non dà un buon segnale. Questa scena fa intuire la qualità della nuova situazione politica, che molti paragonano a un classico vicolo cieco. Anche se lui è deciso a formare un Governo e dice che “non abbandona la nave”, molti pensano che se la nave l’avesse abbandonata prima, quand’era il momento, liberando l’apparato del partito dalle sue zavorre, ora la situazione politica sarebbe più chiara.
L’unico che sembra sapere che pesci pigliare è il solito Berlusconi, un vero asso, già pronto a un accordo di governo col nemico, per trattare un opportuno – se non necessario – salvacondotto per sé e per le sue imprese. Intanto, Bersani comincia a blandire il Movimento 5 Stelle con qualche proposta di forte appeal (tipo provvedimenti anti-casta, ma fuori tempo massimo), per tentar di guadagnare un consenso molto aleatorio; sembra però che i grillini vogliano andare a sedersi in riva al fiume e aspettare, per veder passare il cadavere di qualunque governo creato dal Presidente della Repubblica, considerato anch’egli un residuato.
Il sistema politico è in decomposizione, ormai appare chiaro. I moniti alla responsabilità che vengono dall’Europa e dalla Germania susciteranno forse il senso di colpa di qualcuno, ma non di questa nuova generazione politica, che quei danni non ha contribuito a creare, e che quindi si sentirà con le mani libere. In questa situazione, è difficile pensare che gli investitori stranieri corrano a comprare il debito italiano; ma lo scenario non è ancora definito. Non sarà esclusa nemmeno una manovra economica aggiuntiva, che il nuovo premier potrebbe dover varare per coprire un buco di circa 14 miliardi lasciato dal suo autorevole predecessore.
Dunque, per ora possiamo solo citare il titolo di un famoso racconto di Heinrich Böll: Qualcosa accadrà.

 

Chi ha inventato i “Derivati”

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Nei primi decenni del ‘600, grazie all’eccitazione mercantile dovuta alla scoperta dell’America e all’introduzione sui mercati europei di ingenti quantitativi di oro, argento e derrate alimentari, provenienti dal nuovo continente in via di espoliazione, gli europei creano “la borsa valori delle merci e dei preziosi” di cui Amsterdam diventa il centro propulsore. Il Monte dei Paschi di Siena, la più solida e antica banca europea (fondata nel 1472) diventa il più forte istituto di credito finanziario dell’epoca, luogo di incontro della finanza vaticana e delle rendite finanziarie delle oligarchie aristocratiche europee che lì si incontrano per scambiarsi i loro titoli e creare le grandi rendite patrimoniali europee.  Nel 1593, il Monte dei Paschi di Siena finanzia Johannes Van Bommel, un grande mercante dell’epoca, il quale importa dalla Turchia i bulbi di tulipano, investendo nella loro coltivazione. Qualcosa di inspiegabile però accade. Anche se da allora sono trascorsi 400 anni, seguita a rimanere un mistero della mente umana. I tulipani diventano ben presto una specie di feticcio della neo-nata classe borghese mercantile, dando vita a una gigantesca febbre collettiva che invade tutta l’Europa. Gli storici e gli antropologi inglesi hanno addirittura coniato il termine “tulipomania” parola che, da qualche anno, indica una specie di malattia dello spirito che porta gli individui a speculare in borsa su “qualcosa di evanescente che non esiste”. Poco a poco, in tutto il continente si diffonde la mania dei tulipani che diventano ben presto un vero e proprio social status. Dovunque, da Lisbona fino a Roma, da Glasgow fino alla lontana Varsavia, gli europei si gettano nell’investimento di azioni dei bulbi di tulipano e in tutto il continente si aprono agenzie di cambio locale, gestite in appalto dal Monte dei Paschi di Siena. Al mattino si apre la contrattazione ad Amsterdam e alle 15 partono a cavallo i corrieri con i risultati del giorno, attraversando tutta l’Europa per andare a negoziare i titoli nelle diverse capitali. Ben presto, l’Europa comincia a diventare piccola e le capitali entrano in veloce contatto tra di loro, dando vita alle prime società di trasporto continentali. Nel 1605 la domanda di bulbo di tulipano raggiunge livelli vertiginosi di costo. Vengono attribuiti nomi curiosi e strani ai bulbi e le famiglie di possidenti investono ingenti quantità di denaro su questo fiore. Nel 1623, un certo bulbo di tulipano, di un colore magari raro, arriva a costare il corrispondente di oggi di circa 50/70 mila euro. Il record viene toccato dal “semper Augustus” che viene contraccambiato nel 1630 per la cifra vertiginosa di 100.000 fiorini, pari a 250.000 euro odierni. In quell’anno, un certo Messer Cucinotti, ragioniere plenipotenziario di Monte dei Paschi di Siena nella sede di Amsterdam ha un’idea che seduce l’intera Europa: “la speculazione sui derivati finanziari” che lui inventa e codifica, in uno splendido testo di follia delirante finanziaria (si trovano i testi dell’epoca nella “Biblioteca pelagia di parte guelfa” a Firenze) con il termine “commercio del vento” o altrimenti detto “commercio finanziario delle nuvole”. Il Monte dei Paschi di Siena stampa dei contratti di assicurazione sul titolo dei bulbi e poi li assicura presso una loro filiale a Londra, la quale ne rivende –a prezzo maggiorato- il potenziale profitto di lì a sei mesi. Chi acquista quel titolo, lo rivende a un altro prezzo maggiorato e così via dicendo, per cui uno stesso titolo di possesso di un bulbo tocca il record nel 1632 di 186 proprietari della stessa azione a prezzi completamente diversi: la stessa azione vale 1 oppure 8 oppure 75 a seconda di quando è stata acquistata e da chi. La banca senese dà prestiti per acquistare bulbi di tulipano e raccoglie in garanzia proprietà immobiliari e terre coltivate, creando una massa finanziaria speculativa che nel dicembre del 1635 raggiunge una cifra pari a 15 volte l’intera ricchezza reale europea. Finchè alla fine del 1636 alcuni aristocratici, bisognosi di danaro in contanti per finanziare spedizioni navali o costruirsi un castello cominciano a vendere e si arriva al 9 febbraio del 1637 quando l’ondata di vendite si abbatte sul mercato provocando la più gigantesca catastrofe finanziaria che sia mai stata registrata nella storia.

Leggi tutto: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2013/01/il-caso-monte-dei-paschi-di-siena

 

attenti alle Clausole

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Conviene fare attenzione ai nuovi titoli di Stato.

Nel silenzio generale, sono entrate in vigore le cosiddette “clausole di azione collettiva”, sintetizzate nella sigla “CACs”, che riguardano i titoli di Stato con scadenza superiore ai 12 mesi.

Dal 1° gennaio 2013, i titoli di stato superiori all’anno di vita (esclusi quindi i Bot, che hanno scadenze dai 3 ai 12 mesi) saranno soggetti a queste clausole, introdotte ai sensi del “Trattato sul Meccanismo Europeo di Stabilità”, che purtroppo li rendono meno sicuri rispetto al passato. L’unica limitazione è la seguente: uno Stato può applicare questa clausola, abbastanza pericolosa per il sottoscrittore, solo sul 45% del totale dei titoli emessi in un anno.

Queste CACs, ovvero “clausole di azione collettiva”, sono le stesse che qualche mese fa hanno permesso alla Grecia di modificare unilateralmente le condizioni contrattuali dei propri debiti, semplicemente basandosi sul consenso dell’emittente e dei possessori del 75% dell’ammontare emesso. Nel caso greco è stato richiesto il 75% delle adesioni, ma la richiesta può anche essere inferiore: tecnicamente, basta il 33% del consenso dei creditori. In pratica, d’ora in poi basterà l’accordo fra lo Stato emittente dei titoli e le grosse istituzioni che li posseggono per modificare le condizioni del prestito e “ristrutturarlo” secondo il proprio gradimento, in barba al resto dei risparmiatori. Potrà dunque accadere che – come nel caso della Grecia – venga imposto lo scambio del titolo di Stato detenuto dal risparmiatore con nuove obbligazioni anche a chi non vi aveva acconsentito. Così, uno stato in difficoltà avrà gioco facile nel modificare le condizioni e i termini della propria emissione obbligazionaria, anche solo allungando le scadenze o modificando le cedole.

Magnifico, no? Così, in caso di default o di peggioramento delle condizioni, per il risparmiatore sarà inutile fare causa per cercare di ottenere qualche forma di rimborso. D’ora in poi, i titoli di Stato (una volta sinonimo di massima sicurezza) non avranno più una grande differenza concettuale rispetto a obbligazioni emesse da banche e società.
È la modernità, baby.

 

Fiat e il Capitale

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Secondo indiscrezioni di stampa, Fiat avrebbe sondato le banche per organizzare un aumento di capitale, e questo oggi ha provocato un crollo del titolo, che è arrivato a perdere oltre il 5% toccando un minimo di 3,464 euro. Ovviamente, è arrivata la smentita di Fiat, che ha permesso al titolo di recuperare buona parte del terreno perduto.

La quantità di denaro di cui la società avrebbe bisogno – da 1 a 2 miliardi di euro, secondo le indiscrezioni – servirebbe per concludere l’acquisto del 41,5% di Chrysler oggi posseduto da Veba, il fondo sanitario del sindacato americano dei lavoratori dell’auto. Fiat, che oggi possiede il 58,5% di Chrysler, ha bisogno di salire al 100% della proprietà se vuole attingere al suo ricco cash flow (circa 1 miliardo di euro all’anno, si stima). Questo perché, allo stato attuale, i vincoli interni sul debito impediscono a Chrysler di distribuire liquidità alla controllante Fiat. E Fiat, che nel disastrato mercato europeo “brucia denaro”, ha un gran bisogno di quella liquidità, visto che nel solo 2012 la perdita operativa in Europa sarà di 700 milioni di euro.

Per l’acquisto di queste quote, c’è un accordo tra Fiat e Veba secondo cui la prima può acquistare ogni sei mesi il 3,3% di Chrysler a un prezzo determinato secondo i multipli medi del settore auto. Ma quest’estate Veba ha contestato il prezzo, e la vicenda è andata in controversia legale dinanzi al Tribunale del Delaware. Fiat intende pagare le azioni Chrysler sulla base di una valutazione del 100% dell’azienda pari a 4,4 miliardi di dollari; secondo Veba, invece, il 100% di Chrysler vale 10,4 miliardi di dollari, che è tutta un’altra faccenda: quindi Fiat dovrebbe pagare 4,36 miliardi di dollari (circa 3,3 miliardi di euro) per acquisire il 41,5% mancante. Superfluo sottolineare che per Fiat è importante ottenere la totale proprietà di Chrysler, così procederebbe rapidamente alla fusione fra le due aziende e avrebbe accesso diretto al mercato finanziario Usa: non so se mi spiego.

 

Opperdinci

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Alleluja, osanna, evviva, hip-hip urrà, mazel tov, cheers! Non ne manca una fra le acclamazioni possibili che la galassia berlusconiana ha tributato al proprio mentore in vista di una sua probabilissima ridiscesa in campo. Ha iniziato stamattina presto Sandro Bondi, che pur aveva etichettato il summit di ieri a Palazzo Grazioli come inutile e dannoso: “Tutto il partito dovrebbe chiedere esplicitamente e a gran voce a Silvio Berlusconi di candidarsi a premier, mettendosi alla testa di un movimento completamente rinnovato nelle facce e nei programmi”. Di peana sulla stessa linea ne abbiamo contati fino al momento almeno una quarantina.

Ed è stata colpa di una semplice, piccola frasetta buttata là quasi per caso: “Voi mi avete lasciato solo. Mi avete abbandonato. Quando è arrivata la sentenza Mediaset ho visto solo undici, e ripeto undici, lanci di agenzia di persone che mi difendevano”. Così, secondo le ricostruzioni dei giornali, le parole di ieri di Silvio Berlusconi durante il vertice…

leggi tutto: www.huffingtonpost.it/2012/12/06/crisi-governo-endorsement-belusconi_n_2250518.html

 

Gli stranieri che hanno il debito pubblico italiano


Dal 28 novembre 2011, quando ci fu il “Btp Day” per promuovere l’acquisto dei nostri titoli di Stato, il valore dei Btp è cresciuto del 26%. Un ottimo affare per gli italiani che hanno comprato i titoli del debito pubblico, mentre gli investitori esteri scappavano.

Da quando è scoppiata la crisi italiana nella forma più virulenta, nel giugno 2011, la fuga è stata significativa: secondo quanto dichiarato da Maria Cannata, direttore generale del Debito pubblico del Tesoro, nell’arco di un anno la quota del nostro debito detenuta dagli investitori esteri è crollata dal 51% all’attuale 35%.

Facebook forever

A Wall Street, Facebook prosegue il recupero, dopo il clamoroso tonfo successivo al collocamento in Borsa – avvenuto come sappiamo a un prezzo spropositato. Con il +5% di ieri l’altro, il titolo è salito a 24,32 dollari. A sorpresa, dal 13 novembre scorso, giorno in cui su 804 milioni di azioni è scaduto il lock up (vincolo di non vendere il titolo prima di un certo termine), il rialzo è stato del 22%.

I dipendenti azionisti e tutti quelli che a cui son state assegnate le azioni prima della quotazione in Borsa stanno verosimilmente vendendo: lo confermerebbero i volumi di scambio, che son stati superiori alla media. Dunque, pare che a fronte delle massicce vendite ci siano dall’altra parte dei compratori pronti a scommettere sulla società e sulla crescita della pubblicità. I “facebookiani” sono avvisati: si preparino a un aumento dei banner nelle loro bacheche.

Nel frattempo, la società ha annunciato un nuovo passo nel processo che porterebbe alla totale unificazione dei vari livelli del profilo. Gli utenti potranno usare senza restrizioni il servizio di condivisione di immagini e fotografie sugli smartphone gestito da Instagram, una società che Facebook ha acquisito in aprile, poco prima di quotarsi, per 1 miliardo di dollari: un prezzo a dir poco sbalorditivo, anche per gli standard “fuori di testa” delle valutazioni delle società di social network economy. Solo due settimane prima della transazione, Instagram aveva raccolto 50 milioni di euro di capitali, su una base valutativa di mezzo miliardo di dollari. Roba da matti.