Concentrazioni editoriali e morte della critica (3)

 

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Quando scriveva queste parole, Bourdieu non poteva certo avere in mente Internet: eppure il web può a buon diritto essere annoverato tra i cambiamenti esterni che favoriscono una rinegoziazione dei rapporti di forza nel campo letterario. La rete fa esattamente questo: offre ai “nuovi entranti” dei tardi anni ’90 ciò di cui hanno maggiormente bisogno, un mezzo per scavalcare mediazioni che in quel momento sono in mano ad altri.
Il web ha poco da offrire agli scrittori già affermatisi negli anni ’90, come Tabucchi, Baricco o perfino Ammaniti (per non dire delle generazioni precedenti, gli Eco, Magris, Calasso…), ma diventa un catalizzatore di forze e figure “subalterne”, personaggi a vario titolo marginali (o che come tali si presentano) ai quali la rete appare per quello che allora era: una terra vergine in attesa di essere colonizzata. Basta passare in rassegna i nomi e le storie di coloro che, tra la fine del decennio e i primi anni del successivo, animano la discussione letteraria in rete (in fondo gli attori principali, i “nodi” attorno cui si raccolgono comunità, gruppi, esperienze, energie, non sono molti): il Luther Blissett Project (poi Wu Ming) emerge da contesti extraletterari legati ai centri sociali e ai movimenti; Valerio Evangelisti è un autore di genere (e che proprio in nome di una rivendicata minorità del genere muoverà le sue battaglie più spiccatamente letterarie); Giuseppe Genna, a sua volta scrittore di genere, sconta anche la sua vicinanza, reale o presunta, a posizioni politiche di destra; Scarpa, scrittore-critico avviatosi alla consacrazione con il gruppo dei Cannibali sotto le insegne del “pulp”, cerca un riconoscimento che lo liberi definitivamente da un’etichetta sentita ormai come limitante; sulle traiettorie eccentriche di una ricerca letteraria personale e molto caratterizzata si muovono Dario Voltolini, perseguendo una forma breve astraente e antinarrativa, e Giulio Mozzi, con i versi del Culto dei morti nell’Italia contemporanea; Antonio Moresco, l’autore delle Lettere a nessuno e del Paese della merda e del galateo, è forse quello che più di tutti ha insistito sulla propria figura di eterno outisder; Carla Benedetti, che pure è professore universitario, arriva dalla pressoché unanime stroncatura del suo Pasolini contro Calvino da parte dei colleghi. La scelta di farsi forti di questa vera o presunta marginalità è evidente fin dai nomi che scelgono per i loro siti, blog e rubriche: il fantomatico calciatore Luther Blissett, l’ambivalente locuzione cinese Wu Ming (che varrebbe tanto “cinque nomi” quanto “senza nome”), la donna-vampiro Carmilla, la batesoniana Società delle Menti, I Miserabili, la Nazione Indiana unita contro i visi pallidi…

Francesco Guglieri – Michele sisto, Verifica dei poteri 2.0. Critica e militanza letteraria in Internet (1999-2009), “Allegoria” n. 61

Cose e discriminazioni di genere

di Loreppina Eccetera

Libri. Sono contenta: esce finalmente il nuovo Wu Ming e ho gran voglia di leggerlo. E’ un libro molto New Italian Epic di cui necessitiamo tutti, come il pane. Lo leggo e poi vi dico. E’ uscito anche il romanzo di una donna coraggiosa, Peppa Marinella: è un libro molto interessante perché affronta la questione di genere da un punto di vista nuovo. Ci torno.

Altre cose: non sono più la sola, per fortuna, ad aver notato l’odiosa discriminazione di genere praticata nei negozi di abbigliamento. Ne parlano anche le ammirevoli Sorelle d’Italia. Qui lanciano una petizione che ho firmato e vi invito a firmare. C’è un brutto clima e cerchiamo di combatterlo con le petizioni.

Giovanna Cosenza ne ha parlato ieri, ma vi invito a verificare coi vostri occhi: nei centri commerciali il bagno delle donne è sempre separato da quello degli uomini, come se le donne dovessero essere rinchiuse in un ghetto. E’ una discriminazione di cui nessuno parla e su cui sto pensando di lanciare una petizione. Ci torno.

http://www.cabaretbisanzio.com/2009/10/17/cose-e-discriminazioni-di-genere
 

Behemoth?


Ma soprattutto, questa è una conferma. Conferma del fatto che, negli anni presi in esame dal memorandum (suppergiù dal 1993 al 2008), i libri cosiddetti “neo-epici” hanno fatto immaginario, hanno sparso semi in una zona conflittuale. Quella zona dove – come si diceva tre anni fa – “archivio e strada coincidono”.
Riguardo a ciò, si è espresso nel modo più chiaro possibile un frequentatore del blog “Militant”, un paio di settimane fa:

«[…] Azzardo che abbiamo assorbito molto più da lì [dall’hip-hop, N.d.R.] che da assemblee e da laboratori, o perlomeno ci siamo avvicinati anche grazie a loro […] [E quei] romanzi degli ultimi dieci-quindici anni, inquadrati abbastanza bene dal saggio di Wu Ming sul New Italian Epic: Blissett, Wu Ming, De Michele, Carlotto, Evangelisti, Lucarelli, De Cataldo, Tassinari, Cacucci e così via. Anche qui stesso discorso fatto per le posse rispetto all’impegno, al percorso e alla qualità artistica.»[4]

[4. Commento di “Behemoth” in calce al post “La costruzione ideologica dell’immaginario: mito e realtà della banda della Magliana”, 28 dicembre 2010.]

  http://www.carmillaonline.com/archives/2011/01/003747.html#003747

(N.B.: presunta immagine di Behemoth)

che scrive chi scrive?


«Quando si rifletta sugli elementi dichiarati specifici se non in qualità, almeno in numero di occorrenze, dei testi appartenenti al NIE non si può fare a meno – o almeno non può farlo chi scrive – di trovare echi e comunanze con posizioni e affermazioni teoriche che appaiono così inquietantemente e al contempo – sempre per chi scrive –, così rassicurantemente vicine a ciò che nel tempo è parso specifico della scrittura femminile: l’attraversamento dei generi e la loro commistione con materiali di provenienza eterogenea, l’assunzione di posizionamenti “eccentrici” come luoghi da cui dare voce a saperi altri, l’etica responsabile di cui parla, per esempio, Spivack per la scrittura originale e traduttiva delle donne, e così via. Forse c’è qualcosa di più profondo che accomuna le scritture letterarie – narrative e non – degli anni a cavallo fra primo e secondo millennio, e cioè l’assunzione – consapevole o meno – della complessità di una realtà derivante dalla decostruzione dell’io occidentale, bianco, maschile, fallologocentrico, falsamente universale.»

 http://www.carmillaonline.com/archives/2011/01/003747.html#003747