I nemici dei libri (2)

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Secondo Hans Tuzzi, la passione della bibliofilia può arrivare a limiti estremi, come suggerirebbe la storia delle due mogli di Thomas Phillips.

«Questo maniaco, la cui collezione di manoscritti e autografi superava ampiamente quella del British Museum, stipò di rarissimi documenti antichi ma anche di enormi quantità di cartaccia le sue molte case. Non soltanto ridusse la famiglia a vivere in ristrettezze, ma arrivò ad obbligare la moglie e le tre figlie a catalogare tutto ciò che acquistava (ed era, come si sarà capito, moltissimo). Caduta in depressione, la moglie si uccise a 37 anni; appena sepolta, subito Sir Thomas si diede a cercare una sostituta che però, come egli stesso scrisse a un conoscente, avrebbe dovuto portare almeno 50.000 sterline di dote. Incredibile a dirsi, riuscì a trovarla, anche se gli ci vollero dieci anni: era la figlia di un pastore anglicano, che garantì in dote 3.000 sterline l’anno. Ma qui, appunto, la bibliofilia si è trasformata in monomania, e il puzzo di muffa toglie il respiro. Apriamo la finestra… sperando che l’aria non faccia male ai libri.»

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Seguono alcune norme di carattere generale, che per chi colleziona libri antichi andrebbero sempre osservate.

«L’ideale sarebbe conservare i volumi in ambienti climatizzati e corredati di tutti i macchinari utili. Così fanno i collezionisti forniti di maggiori mezzi, i quali talvolta ricorrono persino ad attrezzatissimi caveaux. Ma stiamo parlando di collezionisti molto particolari e di collezioni ancor più eccezionali. Alcuni accorgimenti sono però alla portata di chiunque. Intanto, evitare di immagazzinare i libri in cantina o in soffitta: l’umidità macchia e può anche far aderire irreversibilmente le pagine tra loro. I libri vanno conservati in casa, in primo luogo perché così si conservano meglio e, in secondo luogo, perché così si vivono meglio: si guardano, si toccano, si sfogliano, si ammirano. Talvolta, persino, si leggono

Hans Tuzzi, Collezionare libri antichi, rari, di pregio (prefazione di Alessandro Olschki), Edizioni Sylvestre Bonnard, Milano 2000

 

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“Scrivere una breve pagina di diario”: un atto naturale e salvifico. L’idea di scrivere diari mi ha sempre attirato, perché credo che nel diario stia l’essenza di un autore: chi vuole conoscerlo, secondo me, deve leggerne anche la vita. Eppure, una specie di ritegno — tuttora invalicabile — mi ha sempre impedito di mettere su carta il vero me stesso. Come se non me ne sentissi degno. Un blocco dalle radici profonde: anzi, è possibile che se riuscirò a superare questo blocco, cioè a esplorare e a risanare queste radici, forse tornerò a respirare come un uomo normale. Io mi trovo in una situazione analoga alla tua: lontananza, pace e silenzio, libri e scrittura di finzione, allontanamento dalla frenesia d’una vita brulicante e consumante (che per ora non rimpiango). Però soffro di una mancanza di focalizzazione, di un centro, e forse anche di un’identità. Vecchie tragedie familiari pesano ancora sulla mia capacità di guardarmi dentro. Non mi conosco fin dove vorrei, e mi sembra di non aver il coraggio di avventurarmici. Non riesco a mostrarmi nemmeno a me stesso.