Daryl

Daryl Hannah by Michel Comte, German Vogue, Los Angeles, 1992

Il cacciatore

― C’è una scena di Il cacciatore in cui avviene esattamente questo. Tornato dal Vietnam, in una battuta di caccia, Robert De Niro isola un cervo, fino a prenderlo di mira. In controcampo, l’animale si ferma in mezzo all’inquadratura. Se ne impadronisce. E all’improvviso gira il capo verso la cinepresa, quasi volesse fissare l’obiettivo. In quel momento è come se si dischiudesse il mistero della vita. Forse nemmeno per un secondo. Ma con una potenza soverchiante. Non è un caso che De Niro abbassi il fucile.

«Questa interpretazione è così precisa… Mi viene da ripetere quello che dico sempre a chi vuole diventare regista o realizzare un film: evitate di leggere libri sul cinema. Sono tutte stronzate. Non avete bisogno di sapere alcunché sui film. Ma sulla vita. È più importante percepire la differenza fra Tolstoj, Dostoevskij e Ivan Turghenev, che conoscere la teoria del montaggio. Non l’ho mai studiata, io, la teoria del montaggio.
Nabokov conosceva bene la vita. Era un esperto. La conosceva tanto da essersi permesso, in un’occasione, un appunto a un collega, la cui penna descriveva le meraviglie di un tramonto visto da una montagna. Piccolo dettaglio, notò il russo: dalla parete descritta il tramonto non si sarebbe mai potuto scorgere, era dalla parte oppostra della valle. Nabokov conosceva tutto, dalla geografia alla moda. Come Luchino Visconti».

Michael Cimino in conversazione con Fabrizio Tassi e Emilio Cozzi, Micromega 6/2011

Revolutionary Road

François Duhamel, Kate Winslet in Revolutionary Road directed by Sam Mendes

Come ti ho detto, la sensazione che ho condiviso con la protagonista di Revolutionary Road è stata quella di sentirsi in trappola, senza scampo: di vedersi chiudere, seppure in modo morbido e subdolo, le vie di fuga. Di vedersi negare l’anelito a vivere in modo approriato, accettabile, a esercitare un livello minimale di scelte, secondo le proprie inclinazioni.
Così la vita ti frega, portandoti alle scelte sbagliate, facendo scegliere te (quindi con tua responsabilità) ma condizionandoti in modo irreversibile. Da lì non puoi più nulla, puoi solo rammaricarti e recriminare, quindi soffrire. Nei casi estremi, estirparti. Oppure puoi, se hai la forza, rasserenarti e fregare tutti, semplicemente estirpandoti i desideri e mantenendo il livello biologico nella norma: vivere e godere delle non-disgrazie e della conseguente normalità, e degli indubbi privilegi che ciò comporta. Quindi, restare nella gabbia e osservare il fuori con occhio pacificato, con la sola consolazione di aver capito.

La conoscenza della luce

«Nei nuovi supporti tutto è automatico: ma è fondamentale la conoscenza della luce e dei colori, e dei loro significati». In ogni periodo della storia «c’è stata una forma espressiva che ha guidato le altre. In epoca greca la scultura e la filosofia, nel Rinascimento la pittura, la musica nel Settecento e la letteratura nell’Ottocento. Questo è il secolo dell’immagine: per questo motivo non si può prescindere dallo studio di tutte le espressioni d’arte che circondano questa parola. Immagine». A partire da significati e simbologie. «Quando noi guardiamo un film riceviamo dallo schermo un’energia che non tocca solo i nostri occhi, ma tutto il corpo. Ogni colore dà un certo tipo di energia, ci fa provare emozioni diverse. La luce cambia la nostra pressione sanguigna, il nostro metabolismo».
Tra i temi che toccano la sensibilità di Storaro c’è anche della friabilità del futuro del digitale. «Si pensa che la digitalizzazione sia permanente: non è così, il supporto su cui vengono registrati i film è persino più deteriorabile della tradizionale pellicola. La conservazione digitale è una sfida che va affrontata seriamente». Non è il solo ambito che chiede un cambio di passo. «Ancora oggi si tende a formare chi si occupa di cinematografia in modo tecnico, come un esecutore, — osserva — . Poi c’è la necessità di qualcuno, di solito è il regista, che dice cosa fare: io credo che questo non basti più. C’è bisogno di un approfondimento culturale di tutto ciò che c’è intorno a un’immagine, dalla filosofia all’architettura, dalla pittura alla musica. Solo con queste conoscenze possiamo capire ciò che il regista ci chiede di fare».

Vittorio Storaro intervistato da Laura Zangarini, la Lettura #257, pag. 36-37

«Perché Pasolini è stato un’icona. E lo è diventato soprattutto grazie ai film, così visti all’estero, mentre invece per quello che riguarda Ragazzi di vita o Una vita violenta erano considerate delle narrazioni dialettali, romanesche, né più né meno come i racconti milanesi di Testori. Bisogna pensare a cosa faceva Gadda, il nostro indiscusso maestro, che nello stesso giro di frase includeva il sublime e il pecoreccio, il linguaggio tecnico e ingegneresco, demodé o aggiornato. Pasolini e Testori si limitavano a tradurre i loro linguaggi».

http://www.doppiozero.com/materiali/interviste/arbasino-parla-di-pasolini

Sul ring

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Al suono della campana Irv Chartaris mi diede una pacca sulla spalla, e io saltellai verso il centro del ring. Balboni arrivò a testa bassa, molleggiandosi sui piedi sebbene fosse ancora fuori tiro, come fanno sempre i pugili di quart’ordine giusto per far vedere che conoscono le mosse. Stavo per colpirlo quando vidi comparire dal nulla il suo destro. Credo che mi abbia beccato, una cosa fulminea. Poi, subito dopo, arrivò anche il sinistro, quello però lo vidi. Mi prese in pieno: ero rimasto talmente sorpreso dal destro che non riuscii a schivare il sinistro, però almeno l’avevo visto arrivare, per cui mi sentii meglio. Poi mi centrò di nuovo un paio di volte, credo, una specie di tip tap di destro. Non che sentissi male, perché succedeva tutto molto in fretta, però a quel punto pensai Cristo, qui mi concia per le feste… devo… dobbiamo assolutamente far partire questo incontro. Solo che mentre lo pensavo lui continuava a pestarmi. Non ricordo bene cosa succedesse dopo i due jab: altri pugni, mi pare, di sinistro, di destro, il suo repertorio era tutto lì. Feci per dire: – Ehi, un momento, – perché non mi sembravano affatto leali tutte quelle botte mentre io non ero ancora pronto, ma non so se le parole mi uscirono di bocca. Sentii Chartaris gridare: – Su i pugni, Joey! – e giuro che ci provai, ad alzarli, solo che quasi subito fui costretto a tirare indietro le braccia per mantenere l’equilibrio, perché di punto in bianco il quadrato aveva preso a inclinarsi. L’unico pugno vero che ricordo di essermi beccato fu in quel preciso momento, mentre allargavo le braccia e buttavo indietro il sedere per ritrovare l’equilibrio, perché il maledetto tappeto stava scivolandomi via sotto i piedi, e quel figlio di puttana di Balboni scelse l’unico attimo in cui ero vulnerabile per tirarmi un diretto bestiale, BUM, proprio nello stomaco. Mi si bloccò il respiro, che mandò a monte tutto il mio piano, basato sostanzialmente sulla respirazione. Per cui di lì in avanti non ci fu più storia.

Ethan Coen, I cancelli dell’Eden, Einaudi, Torino 1999

Errore tattico

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Stava cercando di staccarmi l’orecchio a morsi.
Lo teneva stretto fra i denti, aveva l’alito bollente e umido. Grugniva e ringhiava come un cane da guardia con gli avanzi di una bistecca.
– Va bene, – dissi, – basta con le regole da signorine.
Gli piantai una ginocchiata nelle palle. Fortissima. Lui si piegò in due, ma non mi lasciò andare. La mia testa dovette abbassarsi con la sua. Gli mollai un destro che anche a distanza ravvicinata bastò a chiudergli la mandibola di scatto e a ricacciarla indietro. Grave errore tattico. Con quel pugno il mio orecchio si staccò di netto.
Al diavolo l’orecchio.
Lui stava barcollando all’indietro, con le braccia tese in cerca di un appoggio. Gli sferrai un calcio sulla rotula con tutta la forza che avevo, e lui cominciò a contorcersi e ad accartocciarsi come una marionetta manovrata da un burattinaio epilettico. Gli avevo tolto un po’ d’energia, ma sapevo che se gli avessi dato mezza possibilità, si sarebbe lanciato di nuovo all’attacco.
Con un unico fluido movimento incrociai le braccia sul petto e infilai le mani sotto la giacca. Con la sinistra tirai fuori un fazzoletto e lo usai per tamponarmi la ferita. Con la destra tirai fuori una Webley calibro 45. Rinculò di brutto e fece un gran rumore. Potete giurarci.
Lui sputò il mio orecchio a tre metri d’altezza.
– Portalo all’inferno con le mie maledizioni, – gridai. – E di’ agli altri dannati che Victor Strang fa sul serio!
Urlavo, ma mi sembrava di avere la bocca tappata con un asciugamano. Sentivo la mia voce rimbombare nella testa, ma nel vicolo l’unico rumore era l’eco del colpo di pistola. Che ruggiva e ruggiva.
E ruggiva.

Ethan Coen, I cancelli dell’Eden, Einaudi, Torino 1999