Errore tattico

copj170

Stava cercando di staccarmi l’orecchio a morsi.
Lo teneva stretto fra i denti, aveva l’alito bollente e umido. Grugniva e ringhiava come un cane da guardia con gli avanzi di una bistecca.
– Va bene, – dissi, – basta con le regole da signorine.
Gli piantai una ginocchiata nelle palle. Fortissima. Lui si piegò in due, ma non mi lasciò andare. La mia testa dovette abbassarsi con la sua. Gli mollai un destro che anche a distanza ravvicinata bastò a chiudergli la mandibola di scatto e a ricacciarla indietro. Grave errore tattico. Con quel pugno il mio orecchio si staccò di netto.
Al diavolo l’orecchio.
Lui stava barcollando all’indietro, con le braccia tese in cerca di un appoggio. Gli sferrai un calcio sulla rotula con tutta la forza che avevo, e lui cominciò a contorcersi e ad accartocciarsi come una marionetta manovrata da un burattinaio epilettico. Gli avevo tolto un po’ d’energia, ma sapevo che se gli avessi dato mezza possibilità, si sarebbe lanciato di nuovo all’attacco.
Con un unico fluido movimento incrociai le braccia sul petto e infilai le mani sotto la giacca. Con la sinistra tirai fuori un fazzoletto e lo usai per tamponarmi la ferita. Con la destra tirai fuori una Webley calibro 45. Rinculò di brutto e fece un gran rumore. Potete giurarci.
Lui sputò il mio orecchio a tre metri d’altezza.
– Portalo all’inferno con le mie maledizioni, – gridai. – E di’ agli altri dannati che Victor Strang fa sul serio!
Urlavo, ma mi sembrava di avere la bocca tappata con un asciugamano. Sentivo la mia voce rimbombare nella testa, ma nel vicolo l’unico rumore era l’eco del colpo di pistola. Che ruggiva e ruggiva.
E ruggiva.

Ethan Coen, I cancelli dell’Eden, Einaudi, Torino 1999

Le 120 giornate

 

Salò o le 120 giornate di Sodoma

Da mesi, in pratica dalla scorsa primavera, mi trovo a seguire in maniera quasi maniacale le lotte politiche che stanno devastando la scena mediatica. In Tv le dispute si accendono fin dal mattino, e la sera nei talk show più seguiti ci si azzanna come bestie inferocite. Mi preoccupa constatare come tutto ciò tenda a eccitarmi, a farmi parteggiare e desiderare ogni volta che l’avversario/nemico (per me rappresentato da quelli e quelle che sostengono con la bava alla bocca l’insostenibile) venga abbattuto. In termini metaforici, mi trovo a desiderare di “vedere il sangue”, come nelle antiche arene. Stasera per esempio, al canonico appuntamento del giovedì, mi trovo a immaginare che si daranno botte da orbi, in quest’atmosfera da imminente crollo del regime in stile Salò o le 120 giornate di Sodoma, che quando lo vidi al cinema ero poco più che ragazzino e ci capii poco o niente. Oggi, invece, quel film sembra spaventosamente attuale, come se il genio — forse irripetibile — di Pier Paolo Pasolini avesse prefigurato questo imminente crollo del regime (crollo sostanziale, anche se per assurdo dovesse ancora tenere la maggioranza parlamentare). I geni precorrono, e io continuo a sentire l’atmosfera della nave che affonda.

Le camarille (ovvero Roma città chiusa)

Leggo spesso che nel mondo letterario (termine che considero piuttosto effimero) dominano le raccomandazioni, le clientele, lo stendersi a zerbino, il leccare sbavando, le invidie e le gelosie irriducibili ecc. (a volte l’ho constatato di persona: per questo, forse, ho finito per ritirarmi nel mio eremo). Ma quello “letterario” mi sembra un mondo talmente difficile e aleatorio, così sgranato e incontrollabile che risulta estremamente difficile crearvi reti e posizioni stabili, che possano assicurare una “rendita” in termini di attività (cioè pubblicare libri validamente) e di risultati (cioè venderli e guadagnare). L’agone è così vasto e aspro e periglioso, e talmente affollato, e circondato da una tale inclinazione all’indifferenza da parte del pubblico (oltre che al livore dissimulato da parte degli “addetti” o aspiranti) che quasi ogni operazione porta su di sé un enorme punto interrogativo.
Diversa è la situazione in altri ambienti, dove i meccanismi produttivi sono più solidi e definiti e la struttura dei mezzi è consolidata in un certo numero di “mani”. Forse è il caso del cinema, quello nostrano intendo, che a quanto vedo viene spesso snobbato — se non sbeffeggiato — da certi cineasti stranieri. È un esempio di “piccolo mondo” dove si lucra parecchio, mentre all’esterno della cerchia continua ad agitarsi un sottobosco di autori e di produzioni indipendenti, o “dal basso”, che non riescono (e forse mai riusciranno) a trovare spazio. Continua a leggere “Le camarille (ovvero Roma città chiusa)”