Nemici

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Senza dubbio i prìncipi diventano grandi quando superano le difficoltà e le opposizioni. La fortuna pertanto, soprattutto quando vuol far diventare grande un principe nuovo – bisognoso di prestigio più di un principe ereditario – gli crea nemici che conducano imprese contro di lui, dando modo al principe stesso di superarle. In tal modo, grazie alla scala che i nemici gli hanno offerta, egli può salire più in alto. Molti, perciò, sono convinti che un principe saggio deve crearsi apposta qualche nemico per sconfiggerlo, e in tal modo diventar più grande.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XX-6, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Temuti o odiati

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Il principe deve farsi temere in modo tale che, pur senza farsi amare, gli riesca tuttavia di non farsi odiare. Si può essere temuti e nello stesso tempo non odiati. E anzi il principe riuscirà sempre a raggiungere questo risultato se rispetterà i beni dei suoi cittadini e dei suoi sudditi, nonché le loro donne. Se gli è necessario colpire qualche famiglia, lo faccia, ma soltanto se egli dispone di una giustificazione adeguata e di una causa evidente. Si astenga soprattutto dal prendere la roba degli altri, perché gli uomini dimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio. D’altra parte le occasioni per depredare qualcuno non mancano mai. Chi comincia a vivere di rapine trova sempre occasioni per impadronirsi dei beni altrui, mentre le occasioni per colpire le famiglie sono più rare e più brevi.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVII-3, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Amati o temuti

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Da ciò nasce un problema: se sia meglio essere amati piuttosto che temuti, o se sia meglio essere temuti piuttosto che amati. La risposta è che si vorrebbe essere l’una e l’altra cosa, ma poiché è difficile mettere insieme le due cose, risulta molto più sicuro, dovendo scegliere, esser temuti piuttosto che amati. Degli uomini in generale, difatti, si può dire questo: che sono ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, timorosi dei pericoli, avidi dei guadagni. Finché fai i loro interessi e non hai bisogno di loro stanno tutti dalla parte tua; ti offrono il sangue, i beni, la vita e i figlioli, come già dissi. Non appena cominci ad aver bisogno di loro, ti si rivoltano contro. E quel principe che si è interamente fondato sulle loro parole, se è privo di altre difese, perde il potere, poiché le amicizie basate sul pagamento di un prezzo, e non sulla grandezza e nobiltà d’animo, è come se fossero prese a prestito, non diventano veramente tue e, al momento del bisogno, non le puoi spendere. Gli uomini hanno meno timore di colpire uno che si faccia amare, piuttosto che uno che si faccia temere. L’amore è infatti sorretto da un vincolo di riconoscenza che gli uomini, essendo malvagi, possono spezzare ogniqualvolta faccia loro comodo. Il timore, invece, è sorretto dalla paura di essere punito, che non ti abbandona mai.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVII-2, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Vizi e virtù

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Ognuno dirà che sarebbe cosa lodevolissima se, di tutte le sopradescritte qualità, un principe possedesse soltanto quelle che sono ritenute buone. Ma non è possibile averle né rispettarle interamente, perché la condizione umana non lo consente. E’ dunque necessario che un principe sia tanto saggio da evitare l’infamia di quei vizi che gli farebbero perdere il potere. Deve guardarsi, se possibile, anche dai vizi che non glielo fanno perdere ma, se ciò non gli è possibile, può abbandonarsi a essi senza troppa paura. Non si faccia scrupolo, anzi, di incorrere nel biasimo procuratogli da quei vizi senza i quali gli riuscirebbe difficile salvare il potere. Tutto considerato, ci sono qualità aventi l’apparenza di virtù, che conducono il principe alla rovina, e qualità aventi l’apparenza di vizi, che lo conducono invece alla sicurezza e al benessere.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XV-3, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Andare in rovina

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Resta ora da esaminare in qual modo un principe debba comportarsi con i sudditi e con gli amici. Sapendo che molti autori hanno scritto intorno a questo stesso argomento temo, scrivendone anch’io, di essere ritenuto presuntuoso, soprattutto perché mi allontano dai criteri e dai princìpi seguiti dagli altri. Ma essendo il mio scopo quello di scrivere qualcosa di utile per chi vuol capire, mi è parso più conveniente inseguire la verità concreta, piuttosto che le fantasie. Molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti nel mondo reale. Ma c’è una tale differenza tra come si vive e come si dovrebbe vivere, che colui il quale trascura ciò che al mondo si fa, per occuparsi invece di ciò che si dovrebbe fare, apprende l’arte di andare in rovina, più che quella di salvarsi. E’ inevitabile che un uomo, il quale voglia sempre comportarsi da persona buona in mezzo a tanti che buoni non sono, finisca per rovinarsi. Ed è pertanto necessario che un principe, per restare al potere, impari a poter essere non buono, e a seguire o non seguire questa regola, secondo le necessità.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XV-1, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

La volontà dei magistrati

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Di solito i principati civili (conquistati con l’aiuto dei concittadini) si trovano in pericolo se entrano nella fase di passaggio verso il principato assoluto. Il principe assoluto, infatti, governa sia personalmente, sia per mezzo di magistrature. In quest’ultimo caso la sua condizione è più debole e precaria poiché egli dipende interamente dalla volontà dei magistrati. Essi possono con grande facilità, soprattutto nei tempi avversi, togliere al principe il controllo dello Stato, o agendo attivamente contro di lui, o disobbedendogli. In mezzo a tali pericoli, il principe non ha più il tempo di conquistare il potere assoluto perché i cittadini e i sudditi, abituati a ricevere ordini dai funzionari, non sono disposti, in quei momenti delicati, a obbedire a lui. Nei tempi dubbi, il principe avrà sempre poca gente di cui fidarsi. Un simile principe non può fare assegnamento su quel che accade nei tempi quieti, quando i cittadini hanno bisogno dello Stato; perché allora ognuno accorre, ognuno promette e ciascuno vuole morire per lui, dato che la morte è lontana. Ma è nei tempi avversi che lo Stato ha bisogno dei cittadini, e ne trova pochi. L’esperienza è tanto più pericolosa, in quanto può esser fatta una volta sola. Perciò un principe saggio deve fare in modo che i suoi cittadini, sempre e in ogni circostanza, abbiano bisogno dello Stato e di lui; e sempre poi gli saranno fedeli.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), IX-7, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Il favore popolare

Chi pertanto diventa principe con l’aiuto del popolo, deve conservarselo amico; il che gli riesce facile, dato che il popolo non chiede altro che di non essere oppresso. Ma chi, contro il popolo, diventi principe con l’aiuto dei nobili, deve innanzitutto cercare di conquistarsi il popolo, il che gli riuscirà facile se lo prenderà sotto la sua protezione. Gli uomini, infatti, sono più grati quando ricevono il bene da chi credevano dovesse dar loro il male, e il popolo diventa subito amico del principe, più che se il principe stesso fosse stato condotto al principato dal favore popolare. Il principe può conquistare il popolo in molti modi, che variano secondo le circostanze, ma di essi, non potendosi dar qui una norma sicura e costante, non tratterò affatto.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), IX-5, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Nobili

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Per chiarire meglio tale questione, dico che esistono soprattutto due categorie di nobili: coloro i quali, con il loro comportamento, si legano completamente alle tue sorti, e coloro che non lo fanno. Coloro i quali si legano e non sono avidi si meritano di essere onorati e preferiti. Coloro che non si legano interamente a te possono a loro volta distinguersi in due categorie: o non si legano per pavidità e naturale mancanza di carattere, nel quale caso te ne devi servire, soprattutto se si tratta di persone sagge e avvedute, che ti faranno onore finché avrai successo, mentre nelle avversità non dovrai temerli. Ma quando non si legano a te per calcolo e per ambizione, è segno che pensano più a loro stessi che a te. Il principe deve stare in guardia da costoro e temerli come se fossero nemici dichiarati perché sempre, nelle avversità, contribuiranno alla sua rovina.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), IX-4, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Al servizio del successore

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Viceversa colui che arriva al principato col favore popolare, vi si trova solo, e tutti o quasi tutti quelli che lo circondano sono pronti a obbedirgli. Per di più non si può onorevolmente e senza far torto ad altri accontentare i nobili, mentre si può accontentare il popolo poiché esso ha il ben più onorevole scopo di non farsi opprimere, anziché quello di opprimere. Inoltre un principe non riesce mai a proteggersi completamente dall’ostilità dei popolani, che sono troppi, mentre può proteggersi dall’ostilità dei nobili, che sono pochi. Da un popolo che gli sia ostile, un principe può alla peggio aspettarsi di essere abbandonato. Da nobili che gli siano ostili egli può aspettarsi di essere non soltanto abbandonato, ma anche attaccato perché, avendo essi maggior chiaroveggenza e astuzia, fanno sempre in tempo a salvarsi e a cercar meriti presso chi è ritenuto il futuro vincitore. Il principe, d’altra parte, mentre è costretto a vivere sempre con uno stesso popolo, non deve sempre vivere con gli stessi nobili, dato ch’egli può farli e disfarli ogni giorno, facendo loro acquistare o perdere prestigio a suo piacimento.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), IX-3, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Nobili e popolo

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Occupiamoci ora dell’altro modo di diventar principe del quale si discorreva all’inizio del precedente capitolo, vale a dire di quando un privato cittadino, non per scelleratezza o per altra intollerabile violenza, ma con l’aiuto degli altri concittadini diventa principe della sua patria. Si può parlare in questo caso di principato civile e, per conquistarlo, non occorre né grandissima abilità né grandissima fortuna, ma piuttosto un’astuzia favorita dalla fortuna. Occorre inoltre il sostegno o del popolo o dei nobili; in ogni città, difatti, si formano due diverse tendenze politiche, poiché il popolo non desidera essere comandato e oppresso dai nobili, mentre i nobili desiderano comandare e opprimere il popolo. Le due opposte tendenze determinano nelle città uno di questi risultati: o principato o libertà o anarchia.

Il principato è espressione del popolo o dei nobili, a seconda che l’occasione sia colta dall’uno oppure dagli altri. Quando i nobili si accorgono di non poter contrastare il popolo, cominciano ad accrescere il prestigio di uno di loro e lo fanno principe per riuscire a sfogare, sotto la sua protezione, la loro brama di dominio. Il popolo d’altra parte, quando si accorge di non poter contrastare i nobili, dà il suo appoggio a qualche cittadino e lo fa principe per essere, grazie alla sua autorità, difeso. Colui che diventa principe con l’aiuto dei nobili resta al potere con maggiori difficoltà di colui che lo diventa con l’aiuto del popolo. Si tratta infatti di un principe circondato da molti che si considerano suoi pari, così che a lui non riesce né di comandare né di gestire le cose a modo suo.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), IX 1-2, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013