Nel 1427

Nel 1427 la Repubblica fiorentina, avendo affrontato spese oltre i propri mezzi durante anni opachi per l’economia, si trovava stretta da impellenze che la Repubblica italiana sei secoli più tardi avrebbe conosciuto bene: un debito preoccupante, l’evasione che metteva alla prova l’efficienza di alcune funzioni vitali dello Stato, elettori che chiedevano meno tasse ed equità nella pressione fiscale tra ricchi e poveri.
La differenza è che Firenze seicento anni fa reagì come un governo scandinavo del XXVI secolo. Cercò di conoscere per deliberare, prima di tutto. Ogni capofamiglia venne invitato al catasto per dichiarare il proprio nome e le dimensione della sua unità familiare, l’età, il mestiere e il reddito, le sostanza in denaro o in case e terre, quindi «crediti o traffici, gli schiavi, i buoi, gli armenti e le greggi». Negli uffici pubblici di quartiere si presentarono 9.780 nuclei familiari, 1.885 gruppi di affini con uno stesso cognome, e molte persone che, con una competenza alfabetica sorprendente, sui registri scrissero solo: «Non ho nulla». Questi nullatenenti erano poco meno di un sesto degli abitanti, poi però c’erano gli altri: i capifamiglia dei ceti medio-bassi, medi ed elevati; il ritratto dei loro redditi e dei loro patrimoni assunse una dimensione che in seguito la reticenza dei più facoltosi avrebbe reso impossibile in Italia per secoli a venire.

Federico Fubini in la Lettura #257, pag. 2

Annunci

New York

New York Times Square

La gente adora parlare di quel che è veramente successo… A New York, tra la gente del mio tipo, vige il presupposto che si possa sapere tutto delle reciproche esistenze. Si prende qualche indizio, lo si considera con una certa raffinatezza, e si sa tutto. In fondo, questa è una città che non ammette misteri, una città decisa a depredare, ad arraffare o a rivelare. Trovo le chiacchiere newyorkesi orrende, le conclusioni personali stupide, e tanto l’idealizzazione, quanto la demonizzazione dell’esperienza altrui, odiosa e spregevole. E l’ipocrisia di fondo, i giudizi sparati come se tutto fosse noto, le bugie, l’inganno, l’infinito banditismo orale che vige qui tra ebrei e gentili del pari, la fredda ambizione, è, lo ripeto, invivibile.
Quello che non manca veramente in questa città è gente capace, gente competente, che man mano che si fa strada nel mondo si ritrova ad avere una vita professionale sempre più complicata. Come è logico, questo li consuma, e il mostruoso residuo che sopravvive è incapace di emozione, ma la desidera, con uno struggimento e un’inadeguatezza terribili e terrorizzati. Questo residuo mostruoso è incapace di amicizia, incapace di qualsiasi cosa. (Quello di cui è capace è un meraviglioso, quand’anche orchesco, cameratismo.)

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp.39-40

sogno 2

98b777d460deff85deaf56aa7fb4218a

Svegliatomi molto presto, m’è capitato di riaddormentarmi e quindi di fare un lungo sogno complicato che ho ricordato bene dopo sveglio.
Avevo a che fare con una casa – probabilmente la mia casa, anche se era diversa da quella reale – che guardavo dall’esterno, cercando di scrutare attraverso le finestre aperte. Dentro doveva esserci qualcuno, evidentemente un intruso, e questo ovviamente mi turbava. Ma restavo fuori, per un motivo che ora mi sfugge; in più ricordo che avevo con me il mio cane: non perché l’avessi portato a fare una passeggiata, ma perché l’avevo agguantato per non farlo andare in giro per i fatti suoi. Lo conducevo per il collare attraverso un dedalo di viuzze in salita e in discesa, scalinate e scivoli che s’insinuavano in un agglomerato di case che somigliava a un vecchio borgo, con la differenza che gli edifici – compresa la mia casa – erano rifiniti e spigolosi, con linee essenziali e ricercate che ricordavano l’architettura fascista.
Portando con me il cane, sentivo che lui mi addentava l’avambraccio per ribellarsi, ma non lo faceva con convinzione: i suoi somigliavano a morsi dimostrativi, come se non s’azzardasse a farmi male. Infatti non me ne preoccupavo, pur essendo le sue mandibole lunghe e robuste, capaci di ferire davvero. Ma il mio cane, a quanto ne so, non mi morderebbe mai, e questa convinzione mi seguiva anche nel sogno.
Le strade – strette e sinuose – erano assolate, come sono le giornate che mi stanno accompagnando da qualche tempo. Giornate piene di vuoto, per lo più. Cioè, non giornate vuote, ma giornate piene di vuoto. Chissà che vorrà dire.

 

New York 2

A New York si vive il momento molto di più di quanto raccomandasse Socrate, cosicché, tanto a una festa quanto da soli nella propria stanza, sarà sempre difficile indovinare il valore a lungo termine di qualsiasi cosa. Incominciai a venire a New York quando frequentavo il college ad Harvard. Questo avveniva sei anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. New York allora non era la città dalle mille luci. Non c’erano edifici con pareti a specchio ma, semmai, fabbricati di pietra dai contorni rigidi e dalle finestre piuttosto piccole che catturavano i raggi del sole e luccicavano al crepuscolo: file e file di edifici che sembravano chiusi in corsetti ornati di lustrini. Scorrazzando in giro per le strade su una decappottabile che apparteneva alla ricchissima madre di un compagno di scuola, ti vedevi offrire una serie di torreggianti prospettive che svettavano verso l’alto e sfuggivano all’indietro come un’altissima scia di pietra e mattoni lasciata dal passaggio della tua testa. La pubblicità svaniva fluttuando, grandi cartelloni, insegne al neon, vetrine: un invito alla fine della solitudine. New York era una libidine di parole. Era minacciosa e adorabile, uno strascico di prospettive ortogonali lungo le ampie avenues, trasformate dalla luce azzurrina che sbiadiva sul finire del giorno di lavoro. Bellezza travolgente e trasandata, ecco cos’era allora la città – una delle meraviglie del mondo.
New York era la capitale della sessualità americana, l’unico posto in America dove potevi andare a letto con una persona di una certa raffinatezza, per questo Peggy Guggenheim e André Breton erano venuti qui durante la guerra, mentre Thomas Mann, che era timido, e Igor Stravinskij, che era pio, erano andati a Los Angeles, che è il posto migliore per i voyeurs. Io sono sempre stato pazzo di New York, dipendente e spaventato dalla città – insomma, è veramente pericolosa – ma al di là di questo c’era la pressione di essere giovani e di non aver ancora prodotto un lavoro che mi piacesse veramente, un’opera col marchio di fabbrica, di quelli che ti fanno sfondare. Il problema dell’aspetto invitante della città era che ti veniva il dubbio che forse non ce l’avresti fatta: che potevi colare a picco, perdere il treno, per usare delle metafore, prima di riuscire a fare qualcosa di interessante. Potevi rovinarti la vita. Qui o lavoravi sodo, o non lavoravi affatto, ed era una lotta far fronte alle costanti stroncature. Vedevi la gente saccheggiare espressioni dei discorsi altrui – quella caccia alle idee che a volte è come raccogliere da terra uccelli morti. Vedevi il risvolto del successo – che tutti sono invidiosi. Non è uno scherzo, il grande fragore di New York. È il rumore delle facce di bronzo alla festa, a tutte le feste, gente che si arruffiana i potenti e fa piaceri, che minaccia e fa dichiarazioni pubbliche velenose, che affetta modestia e ricatta, fa una pausa per cenare e poi continua. (È stato detto che a New York si potrebbe far passare chiunque per antipatico: basterebbe tessere le sue lodi a una persona irritabile e competitiva.) La conversazione letteraria, a New York si annuncia spesso come la miglior conversazione d’America. La gente mi diceva: «Harold, stasera ascolterai il meglio di tutta l’America». E poi si trattava di un monologo spietato, che non lasciava spazio a interventi, recitato con una certa trascuratezza in termini di onestà. Ma allora la verità non era un problema, come non lo è quasi mai a New York.

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp. 161-163

 

· 46

Pensa che per uscire dal portone dell’università ho dovuto letteralmente scavalcare (cioè proprio scavalcare) i corpi seminudi (cioè proprio seminudi) di punkabbestia stravaccati esattamente davanti alla porta, con i loro cagnacci enormi senza museruola né guinzaglio e le loro bottigliacce di birra per non parlare di altro. E poi ho attraversato un eguale (ma molto piu compatto) tappeto umano (“umano” è dire tanto) in piazza Verdi, con questa gentaglia che allunga le manacce e dice volgarità solo perché una poveretta non può difendersi (ed è meglio che non ci provi nonostante vorrei tirargli un libro in testa); e questo mi offende. E se per caso all’università dovessi andare in bagno? Non posso perché ci trovo quegli stessi esemplari di sottouomini che ci fanno i loro comodi. Questo degrado che attraverso fisicamente quasi ogni giorno mi deprime profondissimamente, è una realtà orribile, sotto tutti i punti di vista. Orribile per me e anche per quella gente, anche se forse non se ne rende conto. Poi esco di lì e mi ritrovo travolta dal traffico e dalla puzza. Insomma tutto ciò non fa per me, io non c’entro niente con questo schifo, non condivido nulla di ciò che vi sta alla base eppure devo conviverci… E certe volte mi pesa più del solito… Altro che civiltà e progresso!
Bene, dopo questo sfogo, dico: meno male che nonostante l’abbrutimento in cui vivo tu mi vedi così “bella” e positiva… Capirai che essendo questa la mia realtà io penso a te come in un quadro idilliaco, tra colline, fronde mosse dal vento e usignoli; e la cosa mi rincuora.

New York

La gente adora parlare di quel che è veramente successo… A New York, tra la gente del mio tipo, vige il presupposto che si possa sapere tutto delle reciproche esistenze. Si prende qualche indizio, lo si considera con una certa raffinatezza, e si sa tutto. In fondo, questa è una città che non ammette misteri, una città decisa a depredare, ad arraffare o a rivelare. Trovo le chiacchiere newyorkesi orrende, le conclusioni personali stupide, e tanto l’idealizzazione, quanto la demonizzazione dell’esperienza altrui, odiosa e spregevole. E l’ipocrisia di fondo, i giudizi sparati come se tutto fosse noto, le bugie, l’inganno, l’infinito banditismo orale che vige qui tra ebrei e gentili del pari, la fredda ambizione, è, lo ripeto, invivibile.
Quello che non manca veramente in questa città è gente capace, gente competente, che man mano che si fa strada nel mondo si ritrova ad avere una vita professionale sempre più complicata. Come è logico, questo li consuma, e il mostruoso residuo che sopravvive è incapace di emozione, ma la desidera, con uno struggimento e un’inadeguatezza terribili e terrorizzati. Questo residuo mostruoso è incapace di amicizia, incapace di qualsiasi cosa. (Quello di cui è capace è un meraviglioso, quand’anche orchesco, cameratismo.)

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp.39-40