rami

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Ieri mattina è venuto un mio vicino che ha tre cavalle che vivono libere nella sua terra. E’ venuto per potare un paio d’alberi che ne avevano bisogno, soprattutto un prugno (ornamentale, non da frutto, che fa le foglioline rosso scuro, quasi marroni) dall’aspetto annoso, vista la grossezza. Per molti anni non è stato potato, così i rami nuovi e i cosiddetti “succhioni” son cresciuti per i fatti loro, andando a creare intrichi fitti e disordinati. In più, lo scorso inverno la grossa nevicata (arrivata a marzo, nientemeno) aveva creato col suo peso delle aree di oppressione così forti — anche per gli intrichi troppo fitti che formavano come tettoie gravate da centimetri e centimetri di neve — che un grosso ramo si spezzò danneggiando quelli vicini. Visto che un altro ramo grosso s’era rotto nella nevicata dell’anno prima, l’albero restò mutilato in maniera brutale. Così, quando dovemmo tagliare il ramo penzolante, insieme a quelli vicini danneggiati, l’albero si ritrovò squilibrato, con in più quei brutti succhioni che puntano in alto infilandosi a intricare ulteriormente gli intrecci di rami. Così, ieri io e Umberto siamo saliti sulle scale e abbiamo tagliato e segato, soprattutto lui, che è il potatore, mentre io davo una mano seguendo le sue direttive. Ora il prugno è molto sfoltito, meno imponente, con grandi varchi nella chioma invernale, ma almeno s’è aperto degli spazi di luce che sono necessari al suo sviluppo. Ora che il sole sta arrivando, in pochi anni riprenderà forma e starà meglio di prima.

 

Umberto

Ieri aspettavo Umberto che doveva tagliarmi due alberi secchi nel rivale: due robinie, una delle quali molto alta e massiccia, un lavoro non da poco. Doveva arrivare alle due, ma all’una e quaranta era già qui a prender le misure alle due bestie da abbattere e a tirar fuori gli attrezzi dalla sua Panda verdina. Per fare l’albero grosso ha usato una tecnica “a tocchi”: segava un segmento di tronco alla base, poi spingeva l’albero (che restava più o meno ritto, poggiandosi a quelli vicini) e lo faceva piombare a terra, poi segava un altro segmento e l’albero lo faceva ripiantare giù, finché non si arrivava ai rami e li si moncava tutti. S’è fatta via via una quantità di legna che m’ha fatto sentir male ancor prima di metterci mano: sapevo cosa m’aspettava, una sfacchinata spezza-braccia. Lui lavorava di motosega e di colpi d’ascia a manico lungo; i pezzi più grossi (diametro 50/60, per intenderci) li apriva piantandoci un cuneo di ferro e martellandolo con la mitica mazza da 10 chili (uguale a quella che ho usato io per piantare i pali coi cartelli “divieto di caccia”), così il ceppo crepitava separandosi, e poi di nuovo con l’ascia per farne i quarti.
Ho fatto una fatica bestia: a sera ero più di là che di qua, e stamane non mi sento molto bene, con un discreto dolore alle braccia. E ora questi mucchietti di legna son da portare in legnaia, ma oggi forse non me la sento. Però anche lui, ieri, dopo le prime due ore ha cominciato ad ansimare; a un certo punto, mentre ruotava l’accettona lunga, ho immaginato sul ceppo la sua testa crespa (niente di personale, solo perché in quel momento vedevo lui) e mi son chiesto quanto sarebbe saltata lontano dopo il colpo: mamma mia, che impressione.

 

bike

Stamane sono uscito per la pedalata un po’ più tardi. Ho preso la direzione monte, quindi ho percorso un bel tratto in salita. I rapporti della bike erano al massimo della morbidezza, quindi i giri di pedale erano numerosi e facilitavano la marcia, ma la faccenda s’è rivelata dura lo stesso. Questa pratica salutista può ben investire anche la sfera esistenziale, come sappiamo: vedremo gli sviluppi. La temperatura è ben diversa da poco tempo fa, quando dovevo scegliere le ore mattutine per far le mie uscite: ad esempio alle sette, quando l’aria era più salubre. Voglio rinforzare le gambe, renderle capaci di affrontare lunghi tragitti, anche in salita. Quanto tempo ho perso, mi vien da pensare, in cui avrei potuto allenarmi: ma far pensieri così è dannoso, quindi non mi ci metto neppure. Si deve passare all’azione: il presente che si proietta nel futuro, ma soprattutto il presente vissuto nella sua continuità positiva. Anche se, a volte, qualcuno mi dice – o mi fa pensare – che ho sbagliato epoca.

 

neve

La notte innevata è una notte luminosa, anche col cielo coperto e in totale assenza di luna. Il bianco riflette, non c’è nulla da fare, specie se è fatto di microcristalli. A esser luminoso è il paesaggio, naturalmente, e questa presenza della luce — pur in un contesto di buio — si confronta con l’assenza di suoni, attutiti, affondati nello spessore del manto nevoso. Anche se ti galoppasse incontro una bestia — metti un cinghiale, come quello che una notte mi grugnì da dietro la siepe mentre chiudevo il portone, dandomi uno spavento — non la sentiresti, se non quando ti è addosso.

il cipresso

Ieri sera s’è messo a nevicare, e stamane mi son alzato con sessanta centimetri di neve. Completamente sommerso: gli alberi piegati, in giro molti rami spezzati, ma soprattutto il cipresso, quello che sta dalla parte di sotto, all’ingresso secondario, un giovane cipresso che s’era già rotto in parte nella nevicata di un anno fa, stavolta si è spezzato di netto, lasciando un moncone che sporge di poco dalla neve. Aveva due punte, quel cipresso, cresceva vigoroso, poi la terribile nevicata dell’anno scorso ne aveva spezzata una; ora, assottigliato, l’albero continuava a puntare in alto, ma stanotte la neve pesante e bagnata l’ha schiantato del tutto. Prima di nevicare aveva piovuto a lungo, così la neve s’è incollata alle superfici bagnate, e ora che cerco di scrollarla da certe piante fa fatica ad andarsene tutta, in parte rimane attaccata in piccoli blocchi che mantengono il loro peso. Per poter scendere a rifornire la mangiatoia degli uccellini che tengo giù, sotto la tettoia altissima che un tempo si usava per ricoverare le balle di fieno, mi son messo gli stivali di gomma alti fino al ginocchio, ma la neve è così alta che ci si è infilata dentro andandomi a bagnare i talloni. Gli uccelli erano a secco, ho dovuto riempir la mangiatoia di semi di girasole, e un’avvisaglia l’avevo già avuta mentre ero ancora a letto: sentivo picchiettare, non sapevo se in cucina o alla porta d’ingresso, m’ero anche un po’ allarmato perché è una cosa insolita, se non strana, poi quando mi sono alzato ho visto sul davanzale della cucina un manipolo di uccellini — cinciarelle colorate di verde e grigio con la strisciolina nera intorno al capo — riuniti come a reclamare, che appena m’han visto si sono dispersi. Per questo sono uscito a rifornirli prima ancora di lavarmi la faccia e far colazione — ma non prima d’aver nutrito il cane e i gatti, si capisce. E’ stato allora che ho visto il cipresso schiantato. Prometteva bene quell’albero, immaginavo quando un giorno sarebbe diventato gigante come quelli che torreggiano sul crinale della mia collina, così caratteristici contro il blu del cielo nella bella stagione. Sono cipressi italiani, è questo il loro nome, quelli lunghi a punta che popolano anche molti cimiteri, chissà perché; detto per inciso, fu a un cipresso italiano che mio padre s’impiccò, dentro un cimitero, ma questa è un’altra storia. Molti altri tipi di cipresso, soprattutto americani, hanno forme completamente diverse, non sembrano neanche parenti. Adesso, mentre in casa la luce salta e poi ritorna, e poi ancora salta e ritorna di nuovo, e la linea telefonica resiste ma non si sa ancora per quanto, mi domando che ne sarà di questo moncone di cipresso.

notte

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Da sempre ho il sospetto che alzarsi col nero della notte che ti accompagna per un certo tempo non sia un privilegio. Per me (e per chissà quanti) l’intera stagione invernale non è un privilegio; ma nemmeno una (periodica) condanna: è qualcosa di non ben definito, che mi domando ad esempio perché sia toccata solo a una parte dell’umanità, quella che vive in certe latitudini e non in altre. Poi mi domando: perché il freddo d’inverno? E perché lo spirito tende a soffrire nel grigio del rigore? Dove vivo ci sono colline aspre e spigolose che a volte sento di detestare, quindi mi capita di pensare che preferirei stare in pianura; ma le immagini del grigio e bidimensionale, del freddo periodico, spalmate sul “piatto” non so che effetto mi farebbero. Forse mi darebbero più respiro, chissà.

 

la notte


L’altra sera mi son sentito proprio male, lo confesso. Ieri invece ho tenuto abbastanza, nonostante il debito di sonno, anche perché nella semioscurità mi sono appisolato pesantemente sulla poltrona che tengo di sotto, vicino a questa scrivania. E’ una poltrona sulla quale è rischiosissimo sedersi, perché generalmente ci si perdono i sensi per almeno un’oretta (chi l’ha provata lo sa). Mi son risvegliato di colpo, per il telefono che squillava, con un intontimento pesante come piombo. Riprendere a muovermi per prepararmi per la notte è stata un’impresa. Qui la notte è buia, tranne quando c’è la luna (in quei casi la luminosità è stupefacente), e intorno solo i piccoli suoni della vita selvatica. La porta di casa, quella principale, non è mai chiusa a chiave: sarebbe troppo rischioso, perché se poi uscissi da quella di sotto e questa mi si chiudesse inavvertitamente alle spalle, sarei fregato. Dunque, c’è una semplice porta-finestra che si apre girando la maniglia, quindi qualunque “malintenzionato” potrebbe entrare e sorprendermi nel sonno. Metto le virgolette per sottolineare l’inconsistenza della definizione, visto che qui è impossibile che vita umana si aggiri nel buio, trattandosi di aree collinose semiboschive, con terreno poco amichevole se non accidentato e pericoloso, e radi abitanti poco abbienti se non poveri tout court — anche se son convinto che molti nascondano banconote sotto il classico mattone o nel materasso. E poi si sveglierebbero prima gli animali, da cortile, da stalla, da guardia: qui sono più numerosi degli umani. Dunque, niente malintenzionati qui, neanche a pagarli.