la solitudine della letteratura maggiore

HELENA JANECZEK

Trovo il pezzo di Baldrati veramente utile. Ma la sua riflessione ha senso solo se si parte dall’ammissione che si tratta a modo suo di un buon romanzo. Ossia non di una cosa paragonabile a Moccia, non di “un prodotto omogeneo ai canoni commerciali più biechi”, nemmeno di artigianato.
A me è capitato di leggerlo in dattiloscritto. E ricordo benissimo il momento in cui mi sono convinta che il libro c’era. Era la scena in cui Alice e Mattia escono mano nella mano, in mezzo ai loro compagni “vincenti” e sono rimasta toccata da quelle pagine. Non lo dico principalmente per convincere Niky Lismo o altri che non si tratta della solita “operazione di marketing” fatta in casa Mondadori in cui l’autore sarebbe un puro optional (ma meglio se è giovane e carino) con questi puri dati. Lo dico perché non funziona mai così, tantomeno nel caso di un simile successo clamoroso. Questi fenomeni non si possono confezionare (cosa che tra l’altro sarebbe il sogno di qualsiasi editore). Ma avvengono perché un certo libro incontra la sensibilità di un pubblico, perché ha qualcosa dentro che gli parla, che entra in risonanza. E questa cosa nel libro dev’esserci dentro. Sta all’editore averne una certa intuizione, anche se questa intuizione resta sempre un azzardo di cui tra l’altro non si riescono mai ad intuire gli esiti – nel caso di un esordio- e spesso va pure male.
Comunque io della mia esperienza (che non è quella di editor resonsabile) parlavo, perché la situazione in cui ti trovi a leggere la stampata di un dattiloscritto di un tizio perfettamente sconosciuto, e ben diversa da quella di chi guarda a un libro confezionato che ha venduto quasi un milione di copie. Sei solo tu e quelle pagine stampate che se la giocano con altre identiche pagine stampate che macini (nel mio caso) più o meno quotinianamente. E allora la diversità la noti tantissimo. Noti che persino tu, lettore sgamato, “professionale”, entri nella sospensione dell’incredulità, che cessi di notare che una certa trovata somiglia a quella di un altro autore, che lo stile è fatto così e cosà ecc. ecc. Leggi e basta.
Detto questo posso anche essere d’accordo che “La solitudine dei numeri primi” non spicca per nessuna particolare virtù stilistica, non inventa nulla di inedito e così via. Ma è un libro coerente e non furbo, privo com’è di un raggio di luce in fondo (cosa che tra l’altro delude molti lettori), un libro in cui – credo- il suo autore ha creduto.
Detto questo, il punto più interssante per me è proprio quello su cui si focalizza Baldrati e che vale per Giordano così come per scrittori italiani e stranieri di chiara fama che nessuno taccerebbe di essere prodotti editoriali. Il punto è proprio il legame fra individualismo (solitario) e la sua supposta universalità che lo rende preciso da un lato (quello psciologico), scontornato dall’altro ed è una sorta di condizione di partenza, forse la più importante, per candidarlo al main stream. E’ questa la cosa su cui vale la pena fermarsi a riflettere, se si cerca una letteratura che sia altro.

Helena Janeczek

http://www.nazioneindiana.com/2008/12/27/paolo-giordano-la-solitudine-della-letteratura-maggiore

testo e feticcio

LONDRA - BEATLES MEMORABILIA ALL ASTA DA CHRISTIE S

tuttavia, fare critica (infatti, sì, loro suppongono che esista la “poesia”, la “letteratura”, e quindi la “critica”) per questa compagnia di giro consiste pressappoco nel dare stellette e palline agli scritti più esangui e incorporei, più raggelati e naturalmente (bella forza) ineccepibili e inattaccabili, ma inevitabilmente più noiosi e insignificanti. uno scritto significa infatti sempre il corpo per cui sta o che estende, e privo di quello, resta un simulacro e un feticcio. che cosa significa un testo, se non significa un corpo che traspare nella sua indecenza e nudità, nella sua vulnerabile e rischiosa esposizione? che cosa deve dire il linguaggio, se non la non significanza, se non la carne sfigurata, se non l’imbarazzante, ridicola e oscena nudità degli affetti umani? la scommessa naturalmente è consolidare in qualche modo questo materiale in una forma, o detto con un noto paradosso, che però resta una boutade piuttosto puritana, ricrearlo artificialmente per esprimerlo con efficacia. ma come nella nevrosi il significante inghiotte il significato, nella letteratura gli stanchi epigoni delle vive esplorazioni concettuali di 50 anni fa si mettono al sicuro da ogni rischio, da ogni vertigine, con l’alibi del controllo formale.

il problema come sempre è preliminare. questa comunità o combriccola, che si potrebbe definire con qualche approssimazione dei vetero-avanguardisti e degli asemantici, o solo dei neo-feticisti, che generalmente passano la vita ad animare premi (che si assegnano infallibilmente l’un l’altro), compilare antologie, scalare accademie e redazioni e azionare i muscoli sopracciliari, non assumono in realtà una prospettiva radicalmente etica (semmai addizionano all’azione letteraria un impegno sociale che ne resta estraneo, e agisce parallelamente con tutt’altri linguaggi), ma di fatto prevalentemente agonistica e feticistica. i 2 atteggiamenti sono connessi. il testo è ridotto a un feticcio che esaurisce in sé il suo significato. il testo, essendo in rapporto solo con altri feticci, esistendo solo in una dimensione orizzontale, non offre altro interesse che quello del confronto formale e quantitativo con altri testi. per prospettiva etica, intendo qualcosa di più che responsabile, semmai responsabile di uno spazio che ben al di là del perimetro e dello spessore letterario, comprende tutto il percepibile fino a forzarne i confini.

http://www.nazioneindiana.com/2013/07/30/del-sentimento

 

da scrittori a «twitstar»


Nell’epigrafe alla pagina Disclaimer c’è scritto:
«Da Scrittore a Vate, si sa, il passo è breve».

Questo è stato vero per secoli, ma oggi, ai tempi della blogosfera e in piena decadenza culturale, molto più dimessamente la massima diventa:
«Da scrittore a twitstar, purtroppo, il passo è breve».


prima a seguirci erano soprattutto nostri lettori o comunque persone che avevano almeno un’idea di massima di chi eravamo (scrittori) e come la pensavamo (per dirla in parole povere, «sinistra radicale»). Ci seguivano prima perché scrittori, e poi perché ci avevano incontrati su Twitter. Ora, invece, abbiamo la sensazione che molte persone ci seguano soprattutto perché, ehm, siamo «twitstar», e magari seguendoci assistono a qualche flame divertente…

http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=6301

Behemoth?


Ma soprattutto, questa è una conferma. Conferma del fatto che, negli anni presi in esame dal memorandum (suppergiù dal 1993 al 2008), i libri cosiddetti “neo-epici” hanno fatto immaginario, hanno sparso semi in una zona conflittuale. Quella zona dove – come si diceva tre anni fa – “archivio e strada coincidono”.
Riguardo a ciò, si è espresso nel modo più chiaro possibile un frequentatore del blog “Militant”, un paio di settimane fa:

«[…] Azzardo che abbiamo assorbito molto più da lì [dall’hip-hop, N.d.R.] che da assemblee e da laboratori, o perlomeno ci siamo avvicinati anche grazie a loro […] [E quei] romanzi degli ultimi dieci-quindici anni, inquadrati abbastanza bene dal saggio di Wu Ming sul New Italian Epic: Blissett, Wu Ming, De Michele, Carlotto, Evangelisti, Lucarelli, De Cataldo, Tassinari, Cacucci e così via. Anche qui stesso discorso fatto per le posse rispetto all’impegno, al percorso e alla qualità artistica.»[4]

[4. Commento di “Behemoth” in calce al post “La costruzione ideologica dell’immaginario: mito e realtà della banda della Magliana”, 28 dicembre 2010.]

  http://www.carmillaonline.com/archives/2011/01/003747.html#003747

(N.B.: presunta immagine di Behemoth)

che scrive chi scrive?


«Quando si rifletta sugli elementi dichiarati specifici se non in qualità, almeno in numero di occorrenze, dei testi appartenenti al NIE non si può fare a meno – o almeno non può farlo chi scrive – di trovare echi e comunanze con posizioni e affermazioni teoriche che appaiono così inquietantemente e al contempo – sempre per chi scrive –, così rassicurantemente vicine a ciò che nel tempo è parso specifico della scrittura femminile: l’attraversamento dei generi e la loro commistione con materiali di provenienza eterogenea, l’assunzione di posizionamenti “eccentrici” come luoghi da cui dare voce a saperi altri, l’etica responsabile di cui parla, per esempio, Spivack per la scrittura originale e traduttiva delle donne, e così via. Forse c’è qualcosa di più profondo che accomuna le scritture letterarie – narrative e non – degli anni a cavallo fra primo e secondo millennio, e cioè l’assunzione – consapevole o meno – della complessità di una realtà derivante dalla decostruzione dell’io occidentale, bianco, maschile, fallologocentrico, falsamente universale.»

 http://www.carmillaonline.com/archives/2011/01/003747.html#003747

6 per 7, 42


Riguardo al togliere il punteggio da 1 a 6:
ognuno ha metri di giudizio diversi, e magari a due persone piace lo stesso libro, ma uno decide di dargli 6, e l’altro vuole magari segnalare anche un altro libro, e così dà 4, per dare 2 ad un altro. Non è che ha abbassato il voto per fare un’altra segnalazione? Il voto “giusto” sarebbe stato 6 o 4? Se hai due segnalazioni, è vero che non puoi pesarle, ed il singolo lettore ha meno scelta, ma sulla quantità dovrebbero venire comunque fuori i libri ritenuti migliori da molti. Il problema della valutazione sulla quantità di lettori è che, causa distribuzione (per distribuzione intendo tutte le varianti per cui un libro può capitare in mano ad una persona), un libro venga letto da 30 persone, e un altro da solo una. Ma questa è una cosa che accade anche ora, e si vedono libri con 1, 2, 3 punti (evidentemente votati – forse anche letti? – da 1 persona, o 2 o 3).

(http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/fare-lobby/#comment-159475)


“non intendevo dire che quei ipotetici 7 avrebbero spinto un amico, ma solo che si eviterebbe che il giudizio di pochi contasse più che quello di alcuni di più, ma con punteggio minore”
Innanzi tutto ti faccio notare che rendendo tutto trasparente tu non avresti questi dubbi su come un libro ha raggiunto 42 punti. Sapresti se è stato letto e votato da 7 persone (7×6) o se è stato letto e votato magari da 21 persone (21×2). E allora, a questo punto, se il criterio per te più importante per determinare la qualità è il numero delle letture, leggeresti il secondo. Tenendo conto che però nessuno dei 21 ha dato a quel libro un punteggio alto: forse è un libro molto buono per tutti ma non eccellente. Io invece preferirei correre un rischio, e leggerei quello letto da 7 per vedere se è un capolavoro come dicono quei votanti o no. Se non mi piacesse dovrei dedurre che: 1 io e loro abbiamo gusti molto diversi o opinioni critiche sulla letteratura molte diverse —- oppure 2 loro hanno spinto un libro non meritevole evidentemente perché ha prevalso un voto basato su aspetti affettivi e non critici. Tendenzialmente non sono un tipo portato a sospettare o vedere malafede facilmente, quindi probabilmente sarebbe la 1. Postilla la 2 prevede anche un voto condizionato affettivamente ma in buonafede.

(http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/fare-lobby/#comment-159497)

escludo


io ESCLUDO NEL MODO PIU’ CATEGORICO che qualche appartenente di NI, lasciamo stare Gianni e Franco B., che me ne aveva informato, abbiano votato per il mio romanzo per il fatto che io faccio parte del blog; perchè se fosse così me lo avrebbero detto, perchè tra di noi non abbiamo questo tipo di rapporto, perchè sono tutte persone che leggono tanti libri, e che hanno tanti amici “pubblicanti” ben più vicini di quanto lo sia io per loro; tu forse non puoi concepirlo, ma io sono una persona molto isolata, vivo all’estero, frequento un ambiente di ricercatori scientifici …

(http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/fare-lobby/#comment-159346)

élite


Io invece, guarda un po’, godo di notevoli privilegi sociali (frequento persone di alto livello intellettuale: come te, ad esempio, o Gianni Biondillo, o Carlo Cannella: di tutti e tre ho il numero di telefono nell’agenda, e questo non è da tutti); di privilegi di censo (non che guadagni molto, in generale, ma ogni tanto riesco a farmi pagare bene o vinco un premio letterario eccetera); un pochino di potere editoriale ne ho, e se ne ho pochino e non tanto è perché non ho badato molto a incrementarlo; e di prestigio ne ho da vendere, anzi da regalare. Se confronto la mia vita con quella (dignitosissima) del mio vicino di casa, indubbiamente io sto in una élite e lui no.

(http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/fare-lobby/#comment-159257)

Il malanno di Madama Letteratura III

Continuando a ragionare sulla malattia di Madama Letteratura — di cui ho parlato qui e qui — torniamo a leggere un altro passo della prefazione del Grosso Esponente della cultura italiana — il più noto a livello mondiale — al graffiante opuscolo I 21 modi di non pubblicare un libro di Fabio Mauri, edito nel 1991 da Il mulino.
In questo passo della prefazione, nella quale il quadro patologico viene tracciato con criteri scientifici, si considera da dove generalmente provengono i libri pubblicati dagli editori.

Da dove vengono allora i libri che gli editori pubblicano? Da autori noti, anche se sono alla loro opera prima. Una casa editrice ti prende in considerazione solo se ti conosce già. Anche se ti raccomanda l’Autore Eccelso, gli dà ascolto solo se ti conosce già. Continua a leggere “Il malanno di Madama Letteratura III”