decontestualizzare

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Leggere un resoconto su una sofferenza inspiegabile, espresso in modo chiaro e diretto, con frasi essenziali e incisive, può aprire la mente su certe cose. In casi come questo, la semplicità espositiva diventa così efficace che permette di osservare il fenomeno dall’esterno, e così di uscire dal “corpo doloroso”. È un modo per astrarsi dalla pastoia velenifera che attanaglia la psiche: equivale a de-contestualizzarla per poterla decifrare nei suoi aspetti, e poi tornarla a guardare da una certa distanza nel suo insieme ricostituito, come spettatore. Essere spettatore aiuta molto, aiuta moltissimo. Ma il problema risorge quando ci si sente prigionieri — oltre che del proprio corpo — di una cella, dove non c’è possibilità di ascolto, cioè di essere ascoltati, e nemmeno c’è possibilità di parlare a qualcuno che capisca ciò che dici.

diffidenza

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Non riesco a interpretare, a dare un nome alla naturale diffidenza per il diverso. Dico “naturale”, perché mentre il raziocinio indica l’insensatezza della discriminazione, del non volersi “mescolare”, del non gradire la “comunione” (se non — nei casi estremi — il contatto), tuttavia il corpo, inteso come strumento fisico-empatico-emotivo-sensoriale (non so come definirlo, mi arrangio empiricamente), quindi integrato con la psiche, dà troppo spesso una sterzata dalla parte opposta, cioè verso l’allontanamento, verso la presa di distanza. La prudente osservazione da lontano, o da non troppo vicino, insomma.
Sembra la percezione istintiva di un rischio, quasi della violazione di un precetto ancestrale inscritto nell’uomo. Ho la sensazione che pochi ne siano immuni. E mi chiedo perché (come mi chiedo il perché di tante, troppe cose).

 

· 94

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Come faccio a leggere certe cose senza che mi si allarghi la bocca in un sorriso che non mi lascia più, neanche adesso che scrivo? Anch’io a volte penso a come sorrido quando sono con te, ed è un sorriso particolare, di beatitudine profonda, che mi esce così puro solo con te. Certo, sorrido spesso nelle mie giornate (soprattutto quando esco di casa e mi trovo tra la gente) ma un sorriso come quello mi viene solo con te, perché è tuo. Perché come sto bene e a mio agio e serena e felice come quando tu sei con me, non ci sto mai. Perché tu mi fai sempre sentire amata in un modo entusiasmante, e perché mi piaci, mi piace tutto di te, e mi piace come mi baci e come mi abbracci e come mi assapori e come mi accarezzi. E mi piace tanto accarezzarti e baciarti e sentire il tuo corpo, e sentire che ti piacciono le mie coccole. Come potrei non sorridere beatamente? Come ti ho detto, mi piace un sacco trovarmi fra la gente e pensare che tra noi c’è un legame così speciale e che sei l’unico che può conoscermi così bene. E sono felice che ci sia una buona intesa anche tra i nostri corpi, oltre che tra i nostri spiriti, perché così è tutto perfetto. Mi regali tante emozioni che non credevo di poter provare. E quella di questi giorni è una tristezza passeggera, che non lascerà alcun segno, non ti preoccupare. Anche perché sei sempre riuscito a farmi sentire la tua presenza.

 

· 88

montagna

Questa tua descrizione di cosa può essere la malattia oggi è così precisa e intensa che mi ha tolto il fiato: per un attimo il cuore ha smesso di battere. Adesso è tardi, ma mi ha suscitato tanti pensieri e interrogativi, e soprattutto la voglia di stringerti forte. Mi sono venuti gli occhi lucidi dalla commozione, anche perché, conoscendoti, ho integrato queste tue parole con quello che mi hai raccontato a voce e ho capito ancora di più quanto hai sofferto. Quando parli di come le cure non solo ti lasciano dei segni interiormente ma anche esteriormente, nel volto e nello sguardo, mi sono venute in mente tutte le volte che mi hai detto di sentirti brutto. E, da amante di Kafka (ma pensa anche al ruolo fondamentale della malattia ne “La montagna incantata” di Mann, e in tante altre opere dell’epoca), mi ha molto colpita la differenza che poni tu fra la malattia come poteva essere vissuta nel passato (appunto: la tisi, per es. come strumento conoscitivo o interpretativo della realtà) e la malattia oggi, con tutto il carico che comporta in termini di terapie, aspettative, illusioni e delusioni, sofferenze e così via… È un discorso complessissimo e non avevo capito quanto a fondo tu avessi riflettuto e avessi interrogato la tua malattia, perché sì, me ne hai parlato spesso, ma non da questa prospettiva “interiore” che hai usato qui. Ecco perché ho avuto quel tuffo al cuore. Di nuovo, ti conosco un po’ di più. Perché parti da una situazione tua, ma per trarne una riflessione generale e incisiva. Grazie per avermelo fatto leggere, e ne parleremo ancora, voglio esserti vicina e capirti fino in fondo. Dio, ora che ho letto questa cosa mi sembra che i miei sentimenti per te abbiano fatto un salto in alto!

 

· 87

Kafka-1


Sai, l’esperienza
della malattia non mi è estranea. E, con essa, il “percorso moderno” che ti costruisce intorno.
Suppongo che all’epoca di Kafka, che ha saputo farne un formidabile strumento di conoscenza, la malattia avesse ancora quel carattere chiaro ed esemplare, che la connotava esistenzialmente. Oggi, invece, l’esperienza della malattia innesca spesso un “edificio collaterale” di esperienze, attese, paure, sofferenze, mutilazioni anche dell’anima, che seguono e rispecchiano l’enorme complessità contemporanea. Per questo, forse, la contemporaneità continua a respingermi.
La sofferenza primaria della malattia, infatti, porta con sé le sofferenze secondarie causate dalle terapie, che si moltiplicano e si combinano e sovrappongono, secondo i criteri e i metodi sperimentali della medicina. Un grande progresso e una grande molteplicità di sfaccettature: per guarire si assumono farmaci spesso potenti, spesso devastanti, che lasciano segni non solo dentro, ma anche nel corpo, nel volto, nello sguardo che avrai per il resto della vita.
Capita che le terapie, oltre ai canonici guasti nell’organismo, agiscano anche sul sistema nervoso e sull’apparato percettivo, portandoti a non capire il mondo, a non capire il tuo esserci, e a conoscere dolori nuovi, che non sai né descrivere né spiegare a chi ti sta vicino. La vita diventa incomprensibile, e così le pulsioni suicide — debitamente indicate nel foglietto illustrativo — che il farmaco talvolta induce.
Così, quando le terapie moderne — multiple, associate, intersecantesi — s’appropriano di te per salvarti, il percorso si fa sfaccettato e quasi inconoscibile, in un modo che rende più arduo far della malattia uno strumento di conoscenza. Gli sforzi, allora, si fanno anch’essi sfaccettati, frammentati, faticosi nella loro incomprensibilità. E la speranza “nel qualcosa che non può essere nominato” prende una forma quasi fisica, a un tempo granitica e splendente, di ciò che esiste ed è lì. È lì per essere raggiunto: supremo specchio di illusioni, oppure, come mi piace pensare, arrivo necessario di un’esistenza.

 

· 67

Quei primi messaggi erano molto misurati, è vero, ma mostrano che avevamo la chiara consapevolezza di quel che ci stava accadendo, e che non avevamo nessuna intenzione di dissimulare i sentimenti. Li dichiaravamo senza fingere, pur mantenendo un tono composto e dignitoso, segno del rispetto che eravamo decisi a portarci l’un l’altra fin dall’inizio. Ma sapevamo in che direzione stavamo andando, e ci andavamo tranquilli e sicuri, senza dubbi: quello doveva accadere, e basta. Come ho detto molte volte, sei una creatura di una bellezza “totale”: rivederti e ripensarti  mi dà il respiro grosso. Non c’è nessuna manifestazione di te che non sia bella, delicata, spontaneamente vera. Hai tante e tali qualità, e sei così affascinante – per chi sa vedere – che, come ti ho scritto, meriti la dedizione di una vita intera. Sono straconvinto che una vita passata con te sarebbe semplicemente stupenda, un premio e una grazia assoluti. Vorrei proteggerti sempre, contro tutte le contrarietà e le minacce della vita. E continuerò a incoraggiarti, perché sei solo espressione di bene e di bellezza e di bravura. Non sapevo se una cosa del genere fosse ancora possibile, nel nostro mondo, e ho scoperto che lo è. Il bello di te è che, pur essendo così superna, quindi teoricamente distante, in realtà sei semplice e amica, terrestre nella maniera più normale, ma libera da qualsiasi aberrazione che la civiltà, nel suo osceno progredire, ci ha inflitta. È così intenso il tuo essere speciale, così profondo nella sua apparente normalità, che impone riflessione e contemplazione, oltre allo slancio d’amore. Bisogna fermarsi e guardarti, e vedere la tua anima così ben scolpita e rifinita e levigata, attraverso il tuo corpo e il tuo viso così “normalmente” belli. Una bellezza che non si nota nella moltitudine in cui ci muoviamo, nelle costrizioni in cui viviamo, proprio per questa sua apparente “normalità” che non sfiora le derive esistenziali che hanno invaso il mondo. Ma tu sei bellezza, sei musica, sei amore, sei profondo rispetto per il prossimo, sei intelligenza ed equilibrio, sei fantasia, sei intelletto che scava, sei consapevolezza, sei capacità di approfondire il reale. Sei tutto: sei la donna-ragazza capace di rivoluzionare la vita, per sempre.

 

decontestualizzare

Leggere un resoconto su una sofferenza inspiegabile, espresso in modo così chiaro e diretto, con frasi essenziali e incisive, può aprire la mente su certe cose. In casi come questo, la semplicità espositiva diventa così efficace che permette di osservare il fenomeno dall’esterno, e così di uscire dal “corpo doloroso”. È un modo per astrarsi dalla pastoia velenifera che attanaglia la psiche: equivale a de-contestualizzarla per poterla decifrare nei suoi aspetti, e poi tornarla a guardare da una certa distanza nel suo insieme ricostituito, come spettatore. Essere spettatore aiuta molto, aiuta moltissimo. Ma il problema risorge quando ci si sente prigionieri — oltre che del proprio corpo — di una cella, dove non c’è possibilità di ascolto, cioè di essere ascoltati, e nemmeno c’è possibilità di parlare a qualcuno che capisca ciò che dici.

 

· 19


Sai, oggi stavo impazzendo dalla stanchezza di stare al computer (i personaggi di questo fumetto sono troppo chiacchieroni e questo significa che ogni pagina è zeppa di balloon, molto più del normale e quindi non si finisce mai…) e mi saliva una grande tristezza, allora ho fatto l’unica cosa che mi fa star bene: ho preso la bici e sono uscita (ho pensato che un’oretta – non di più – potevo concedermela). Giornata calda e stupenda, ho preso il primo sole di stagione. Ma soprattutto, pedalando per stradine deserte di campagna, ho provato la gioia che solo nella natura (per quanto contaminata dall’uomo) posso provare. Pensa che sono così felice in quei momenti che sorrido da sola e poi mi batte forte il cuore e penso sempre che spero che nessuno mi veda perché è un po’ imbarazzante essere così palesemente e irresistibilmente felici. E poi è una gioia fisica, che parte dal corpo, una gioia quasi pagana, la definisco sempre.
Penso sempre, perché lo sperimento, che io sto bene solo lì, quando sono sola e per esempio mi siedo sull’erba e mi sento terra, o mi sento l’aria che respiro. Solo così sto veramente bene e mi sento libera anima e corpo, non sempre ingabbiata come al solito. Allora mi sono chiesta perché ci tengo tanto alla mia cultura se io mi sento così “natura” e so che la mia felicità è lì nella natura. Cosa me ne faccio di un cervello “intellettualizzato” quando non è lì che mi sento bene? E poi, anche, cosa m’importa di stare bene con gli altri o di “integrarmi” quando io sento tutta la potenza che ho dentro me in certe circostanze, e lì sì che mi sento forte e sicura.
Bene, dopo, rigenerata, mi sono rimessa al computer come una qualunque grigia persona, ma con il sole dentro, però. Non stare a rispondermi alle domande, perderesti tempo, mi risponderai quando ci vedremo. (Secondo me ho sbagliato epoca, comunque!)

Piacersi

Forse non ti piacciono alcuni dei tuoi attributi fisici. Se è possibile cambiarli, proponiti di cambiarli. Se hai il busto troppo largo, oppure i capelli di un colore che non ti si addice, vedili come altrettante scelte che hai fatto in un altro momento; adesso, decidi diversamente. Le parti che disapprovi e intorno alle quali non si può far nulla (gambe troppo lunghe, occhi troppo ravvicinati, seni troppo piccoli o troppo grossi) possono esser viste sotto una nuova luce. Niente è mai troppo qualcosa, e avere le gambe lunghe non è né meglio né peggio che avere tutti i capelli o essere calvi. Il fatto è che ti sei appropriato della definizione di bellezza che ne ha dato la società contemporanea. Non permettere che altri decida che cosa deve essere belllo per te. Deciditi ad apprezzare il tuo fisico, riconoscine il valore e dichiaralo attraente per te; respingi ogni paragone con altri e ogni opinione altrui. Puoi decidere tu ciò che è gradevole all’occhio e relegare nel passato il fatto che non ti accettavi.
Sei un essere umano, e gli esseri umani hanno determinati sentori, fanno certi rumori, e in determinati punti gli crescono dei peli. Ma la società e l’industria inviano precisi messaggi, circa il fisico umano. Vergognati di queste umane caratteristiche, dicono. Impara a mascherare certi fenomeni — specialmente col nostro prodotto. Non accettarti; nascondi come sei fatto realmente…

Wayne W. Dyer, Le vostre zone erronee, Rizzoli, Milano 1977