Writing 23

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Penso che passare il tempo con te sia la cosa più bella che mi possa succedere. Anche solo tenerti per mano mentre ti ascolto, ti guardo, ti parlo, e assimilo la tua lettura delle cose. Per questo mi vado convincendo che meriti le riflessioni più profonde, le più precise e incisive, le più dense. Perché devo sentire il tuo spessore, la tua predisposizione al mondo così intensa, la tua immediatezza naturale che ti porta a riconoscere e a assimilare le cose come se ti stessi nutrendo. So che dovrei scrivere il libro, ma non c’è fretta, ora ho bisogno di pensare a te, di focalizzarti, di descriverti dentro me. La tua fisiologia e il tuo essere sono una cosa sola, un mistero da sondare, e per me riuscire a descriverti è un modo per diventare parte del tuo mondo, per partecipare dell’enorme patrimonio che è in te. Una ricchezza capace di rigenerare e ricostruire, ogni giorno.

Immaginazione e pragma

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Spesso è l’immaginazione che ci salva. La lettura appassionata e la visionarietà sono ciò che può darci forza. Me ne accorgo sempre più, perché quando le cose mancano si capisce la loro importanza. Quanto alla scrittura, per anni l’ho vista come un atto sacro, che per essere compiuto ha bisogno d’una ritualità: al punto che passava diverso tempo prima di riuscire a creare “materialmente” ciò che diventava un mondo abitato dal mio spirito e dai miei desideri. Immagino che il motivo fosse la sostanziale laboriosità del processo creativo, laboriosità intesa come mettersi al tavolo, stendere un progetto, confrontarsi, ragionare, cercare, trovare e scartare, provare e riprovare. Un processo creativo che richiama lo spirito artigianale, che spesso deve inquadrarsi in schemi codificati: dunque, la prima necessità è quella d’imbrigliare all’interno di strutture una fantasia altrimenti incontrollata. Ed è importante saper rinunciare, quando serve, agli impulsi creativi e ideologici, “abdicare” temporaneamente al proprio statuto — illusorio o reale — di artista creatore, per misurarsi in un’altra dimensione, che vede una pragmaticità d’idee, d’intenti, di visione, di metodologie, di sensibilità. Sappiamo che l’estro artistico — quando c’è — non può ridursi a un esercizio governato da pragmatiche regole operative.

appunti #0

MeyerDussackenOL

La massima di Stephen King — Scrivi di ciò che sai — è senz’altro azzeccata, lui non è l’unico a sostenerlo. E io sono d’accordo. Penso che farei esattamente questo: raccontare uno scenario, un ambiente, delle situazioni che siano moderne ma universali: non importa in che anno ci si trova. Ci saranno naturalmente i computers — come ci sono nella nostra vita — ma il protagonista vivrà in un villaggio di costa in cui i tempi sono ancora scanditi all’antica, dove ci sono i focolari e in cui si raccontano ancora le storie degli avi.
Penso che l’Inghilterra più autentica sia quella dei sixties-seventies, e che dopo di allora sia cambiata poco, se non nella megalopoli multietnica Londra, che però è un altro pianeta. Dunque scriverei con naturalezza e senza preoccupazioni, e penso che mi uscirebbe bene. Poi: ai lettori dovrebbero interessare l’Avventura e l’Azione, non specificamente l’accurata ricostruzione storica: quest’ultima sarà una struttura che regge il narrato, ma non potrà assumere troppo peso.
Una volta lessi un aneddoto su un produttore cinematografico di Hollywood: quando un regista o autore si metteva a raccontargli la storia di un progetto di film, con gli aspetti psicologici e di background ecc., lui esortava a venire al sodo: “Come to the chase”, diceva, “Vai all’inseguimento”, all’azione. La storia che vorrei è avventura, mistero, corsa, battaglia, amore, amicizia, valori. L’inquadramento storico dovrà essere accurato, ma quanto basta alla sua funzione di “nutrimento” di una storia complessa che in realtà è fuori del tempo, in quanto universale. Il messaggio universale è in grado di affascinare i lettori di tutto il mondo, come sappiamo. Gli stessi fantasmi che evoca King sono universali, e la serie della Torre Nera (che non conosco) suppongo stia fuori del tempo, ma sia dannatamente “dentro” tutto ciò che ci riguarda.

 

ventiquattro dodici

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Oggi è il suo giorno di nascita, ed è un giorno sacro, per me. E la sua gratitudine trova uno specchio perfetto nella mia gratitudine, semplicemente perché esiste così com’è. Ora vorrei poterle trasmettere ancora di più, perché confesso di esser stato pigro, in questi anni, rispetto a quel che merita. Allora ricomincerò a spedirle cartoline illustrate, o lettere dentro la busta, come si faceva ai tempi dell’innocenza (quell’Innocenza che lei è riuscita a non perdere del tutto, e forse anch’io). Da adolescente coltivavo anch’io la pratica di scrivere lettere, perché mi piacevano le carte, le buste, i francobolli, l’attesa del postino. Ebbi molte “amiche di penna”, pen-friends o pen-pals, che a volte allegavano alla lettera piccole foto a colori: come scrissi tempo fa, spesso erano ragazze bionde, nordiche o d’impronta inevitabilmente anglosassone o germanica o finnica. E anche lei ha quei lineamenti, pur essendo fieramente mora: mi piace pensarla normanna.

 

Quattro mani


Mi è piaciuta molto questa tua incursione nelle scritture “a quattro mani”. È un argomento che ancora non avevo visto affrontare così. Condivido in pieno ciò che dici: quasi tutte le scritture in collaborazione s’inquadrano negli schemi del “genere”. Credo che il motivo sia la sostanziale laboriosità del processo creativo: laboriosità intesa come mettersi al tavolo, stendere un progetto — spesso per blocchi –, discuterlo, confrontarsi, ragionare, cercare, trovare e scartare, provare e riprovare. In definitiva, credo sia un processo creativo che implica necessariamente una laboriosità artigianale, che non può evitare d’inquadrarsi in schemi codificati. Ma l’estro artistico è individuale, non si potrà mai ridurre a un esercizio che, per quanto virtuosistico e ispirato, dovrà sempre esser governato da pragmatiche regole operative. Come giustamente dici, la necessità è quella d’imbrigliare all’interno di strutture fisse una fantasia altrimenti incontrollata. Ma non solo. Se le teste pensanti e creativamente “partorienti” sono due, sono necessari anche altri esercizi: di generosità; di capacità di rinunciare — in tutto o in parte — ai propri impulsi creativi e ideologici per avvicinarsi a quelli dell’altro; di “abdicare” al proprio statuto (illusorio o reale) di artista creatore, per misurarsi in un’altra dimensione, che prevede una comunione d’idee, d’intenti, di visione, di metodologie, di sensibilità.
Ci sono poi le coppie che scrivono per puro esercizio dettato da ragioni commerciali: come certi “noiristi” — della prima o dell’ultima ora — che, stimolati dai propri editori o agenti, si dividono i compiti creando ciascuno la sua parte e poi cucendo i blocchi. In quei casi ci si accontenta di rimediare (ma non sempre) le disomogeneità facendo un lavoro finale sulla cifra stilistica. Ma questa è un’altra storia, che qui non credo c’interessi. Insomma, scrivere in due non è facile, e difficilmente lo si può conciliare con le sublimi categorie dell’Arte.

Rappresentazioni mentali


Se uno vuole puntare verso mete significative, deve comunque conoscere se stesso, le proprie carenze, i punti deboli del proprio carattere. E le debolezze, quando si manifestano, non devono né stupire né spaventare: le si deve osservare per imparare a vincerle. La tendenza a rimuginare sui propri errori, poi, è comunissima, come quella ad autoprocessarsi e a condannarsi. Così ci sono persone talmente abituate a un regime autopunitivo che non riescono ad accettare una lode, anche se meritata, senza provare un senso d’ingiustizia o d’imbarazzo, se non di colpa. E questo è male, perché così respingono importanti gratificazioni che aiutano il benessere e la creatività.
I modelli comportamentali, dunque, possono essere o vincenti o perdenti (o anche neutri, dice qualcuno, ma l’immobilismo totale pare che non giovi comunque). E questi modelli sono determinati soprattutto dalle rappresentazioni mentali, che quando sono negative non permettono di dare risposte adeguate alle situazioni difficili. Se si aggiunge poi l’eccessiva insistenza sul passato, si va a impedire la disponibilità verso il nuovo e ci si chiude la strada per quegli atteggiamenti creativi necessari allo sviluppo di sé.

L’IMMAGINAZIONE

apostolopaolo


Devo dire che spesso è l’immaginazione ciò che ci salva. La lettura appassionata e la visionarietà sono ciò che può darci forza. Me ne accorgo sempre di più negli ultimi tempi, perché quando le cose mancano si capisce molto meglio la loro importanza. Quanto alla scrittura, tendo a vederla come un atto sacro, che prima d’essere compiuto ha bisogno di una ritualità: al punto che mi stupisco nel vedere quanto tempo passa prima di riuscire a creare “materialmente” ciò che è destinato a diventare un mio mondo che verrà  abitato dal mio spirito e dai miei desideri.

Una volta un amico disse che quasi tutte le scritture in collaborazione — come la prima esperienza che ho fatto — s’inquadrano negli schemi del “genere”. Credo che avesse ragione, e che il motivo sia la sostanziale “laboriosità” del processo creativo. Laboriosità intesa come mettersi al tavolo, stendere un progetto, discuterlo, confrontarsi, ragionare, cercare, trovare e scartare, provare e riprovare. Un processo creativo che implica tipicamente una laboriosità artigianale, che non può evitare d’inquadrarsi in schemi codificati. Continua a leggere “L’IMMAGINAZIONE”