Screwed

MILANO, 9 giugno (Reuters)

“The man who screwed an entire country”, l’uomo che ha fregato un intero paese, per usare una traduzione ancora edulcorata del termine usato in copertina nel numero in edicola domani dell’Economist.
Un termine che peraltro in inglese ha varie sfumature.
A otto anni dal celeberrimo ‘unfit to rule Italy’ – inadatto a governare l’Italia – del 2003, è ancora Silvio Berlusconi l’oggetto delle critiche dell’Economist, che in uno ‘special report’ sull’Italia giudica il premier alla luce di un decennio di tassi di crescita definiti molto deludenti per il paese.
L’Italia ha bisogno di un cambio di governo per far ripartire l’economia. È questo in sintesi il messaggio lanciato dal rapporto del settimanale britannico, alla vigilia di una consultazione referendaria che, dopo le amministrative di maggio, potrebbe mettere in ulteriore difficoltà la maggioranza.
“C’è molto in Italia oltre Berlusconi, ma lui è stato la persona chiave della politica dalla metà degli anni novanta, con la promessa di far ripartire l’economia, e, al di là degli aspetti di colore, sull’economia ha fallito” ha dichiarato stamane a Milano John Prideaux, l’autore del rapporto, che auspica un nuovo Risorgimento per l’Italia.
“Berlusconi è un politico brillante, ma se nel 2003 ritenevamo che il conflitto di interessi gli avrebbe impedito di essere un buon premier, oggi possiamo dire che ogni cosa avvenuta da allora ce lo ha confermato” aggiunge Prideaux.
Tra le numerose riforme di cui il paese ha bisogno l’Economist ne individa alcune prioritarie: il mercato del lavoro, giudicato troppo corporativo, la giustizia, troppo lenta, il fisco, da semplificare e alleggerire, e nel medio termine il sistema scolastico.
Ma l’Italia, emerge dal report, può anche contare su numerosi punti di forza: l’imprenditorialità diffusa, una elevata preparazione tecnico-ingneristica (comparabile solo a quella della Germania), l’interesse che a livello internazionale continuano a suscitare i prodotti italiani e le numerose pesonalità brillanti, di mentalità internazionale, attualmente all’estero che potrebbero rientrare con i primi segnali di ripresa dell’econonomia.
“Senza contare che dopo dieci anni di non crescita c’è un grosso potenziale da recuperare” conclude Prideaux.

· 22

È vero, penso anch’io che avere una vera amicizia che parte dall’infanzia o dall’adolescenza e ti accompagna nella vita è una cosa importantissima. Però si possono trovare amici veri a ogni età, anche se crescendo è più difficile. Le amicizie adolescenziali non sempre reggono al passare del tempo, proprio per quell’elevato tasso di idealizzazione e per la funzione che esse assolvono. Terminata questa funzione, spesso termina anche l’amicizia. Non è raro infatti perdere, attorno ai vent’anni o poco più, gli amici del cuore con cui si è cresciuti e che fino al giorno prima erano come un altro sé, un’anima gemella sul serio. E invece un bel mattino si comincia a non telefonarsi come al solito, ci si vede meno, e in breve tempo ci si ritrova quasi estranei. A molti è successo, me compresa, e ci rimasi malissimo, non me ne facevo una ragione. Poi, all’università, durante una lezione di psicologia abbastanza noiosa, sentii la professoressa parlare di questo fenomeno; drizzai le orecchie. Spiegò appunto che queste amicizie adolescenziali simbiotiche e totali nascono durante quell’età perché sono necessarie a favorire un corretto sviluppo del giovane: una sorta di “palestra dei sentimenti” (come dice Pietropolli Charmet) e anche una difesa contro il mondo (in due si è più forti che da soli, nell’affrontare l’avventura della crescita). Spesso però queste amicizie non riescono a “evolversi” e così capita che le strade dei due amici del cuore si separino repentinamente e senza un motivo apparente, per non ritrovarsi più o restare comunque distanti. Altre amicizie invece riescono a compiere il salto e sono quelle più belle e preziose, quelle che danno anche senso a una vita. Continua a leggere “· 22”

Ottimismo

Si sa che i governi devono essere ottimisti per ruolo istituzionale. A cominciare dal presidente americano Obama e a finire con gli altri, che ora non possono permettersi di dare ulteriori stimoli fiscali all’economia e possono solo sperare che questa si riprenda da sola. Ma l’economia può riprendersi da sola se c’è un ritorno generalizzato alla fiducia, altrimenti è difficilissimo, se non impossibile.
Da parte loro, le grandi banche continuano a spremere i mercati con le solite operazioni corsare, visto che riescono a fare utili solo con le attività di trading di Borsa e di gestione degli investimenti altrui; e devono intensificare queste attività finché possono farlo, visto che — quando verranno applicati i cosiddetti princìpi di Basilea III — i loro margini di manovra verranno molto ridotti.
Dunque, l’unica strada è spingere i consumatori all’ottimismo e gli investitori all’acquisto. Ovviamente, usando gli arnesi del mestiere: diffusione di buone stime di crescita futura per far notizia (poi solitamente riviste al ribasso); truccamento dei bilanci di grandi società per nasconderne i punti deboli; esaltazione dei recenti utili in crescita, trascurando però che i fatturati restano stagnanti e aumenta la disoccupazione; speranza che siano sufficienti i ritmi di crescita dei paesi emergenti per trainare la ripresa delle vecchie economie.
I persuasori son sempre al lavoro, dunque.