Uguaglianza e diversità

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Secondo Simone Weil, se è vero che “un uguale grado di attenzione è dovuto ai bisogni di tutti gli esseri umani”, si deve stabilire un equilibrio fra uguaglianza e diversità.
L’equilibrio può valersi di una proporzione fra potere e rischi, basata sulla responsabilità. Questo implica una data organizzazione dei rischi e, nel diritto penale, un concetto della punizione in cui il rango sociale abbia ruolo di circostanza aggravante nel determinare la pena; tutto ciò a maggior ragione quando si è sul piano delle alte cariche pubbliche.

Occorre che il crimine di disonestà degli uomini pubblici verso lo Stato sia davvero punito più severamente della rapina a mano armata.

Questo perché rifare un’anima al paese è problema urgente e pratico.

Plagi

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Caro Direttore in una precedente vita ci è capitato spesso di occuparci di Roberto Saviano e delle accuse di plagio che giornalisti famosi e non, scrittori esordienti e «cronistini di provincia» (come li ha elegantemente definiti talvolta) gli hanno rivolto. Ho avuto la fortuna di essere il primo, in tempi non sospetti, a sollevare il caso e a ottenere giustizia per la mancata citazione in Gomorra di alcuni miei reportage pubblicati su Cronache di Napoli, lo stesso giornale cui la Corte d’Appello di Napoli ha riconosciuto un indennizzo di 60mila euro che Roberto dovrà pagare per aver copiato due articoli senza fare menzione della fonte. Non fu una scelta facile quella di contestare l’icona antimafia. Quando, all’epoca, osai difendere il mio e l’altrui lavoro dal saccheggio letterario di Saviano fui accolto con scetticismo e derisione non tanto dai colleghi quanto dai pasdaran della legalità da salotto. Conservo ancora le mail con cui mi auguravano la galera, mi anticipavano l’apertura di inchieste anticamorra a mio carico e mi mettevano in guardia sul fatto che se avessi continuato a chiedere conto a Roberto dell’origine del suo lavoro improbabili servizi segreti mi avrebbero «reso la vita impossibile». E tutto questo perché avevo denunciato ciò che pure un giudice adesso ha certificato: Saviano ha copiato dai giornalisti napoletani per scrivere alcuni capitoli del suo bestseller. Lo ha fatto allora e ha continuato a farlo anche dopo. Nel mio caso, per avere ragione delle risibili ricostruzioni difensive di Saviano, non fu necessario nemmeno adire le vie legali, che pure avevo intenzione di percorrere, ma bastò una semplice lettera del mio avvocato, Lucio Giacomardo. Non una lunga missiva giuridica, ma la semplice comparazione tra i testi dei miei articoli e le pagine del libro per mostrare la più lampante della verità: le parole, le frasi, i concetti erano identici. Ergo, l’ufficio legale della Mondadori per evitare forse altre noie al suo fuoriclasse si affrettò a rettificare il libro e a inserire a pag. 141 il mio nome come autore dello scoop copiato da Roberto. Non andai oltre né chiesi altro. Per me poteva bastare. Non per lui, però, che da quel momento ha sfruttato ogni occasione possibile per attaccare i giornali napoletani cui pure aveva attinto a piene mani dipingendoli come house organ della camorra e strumenti di diffusione della subcultura malavitosa campana. Perché si sia vendicato così, ancora oggi me lo chiedo.

http://www.iltempo.it/mobile/politica/2013/09/23/saviano-ha-copiato-me-e-tanti-altri-cronisti

 

DetFic 19: Émile Gaboriau

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Nella Francia dell’Ottocento, quasi tutti i grandi scrittori si cimentano nel feuilleton: da Honoré De Balzac ad Alexandre Dumas padre; ma il più grande successo di pubblico in questo genere di letteratura lo riscuote Eugéne Sue con I Misteri di Parigi (Les Mystéres de Paris, 1842-43).

Fra i principali autori di feuilleton, citiamo i due più prolifici creatori di intrighi, Paul Féval (1817-1887), che sfornò oltre 100 romanzi, e il visconte Pierre Alexis de Ponson, in arte Ponson du Terrail (1829-1871), il creatore di Rocambole, il delinquente destinato ad avere una lunga progenie di seguaci e imitatori.
Genio del male in una lunga serie di romanzi, da Les drames de Paris a Les exploits de Rocambole (1859), nel quale il terribile bandito muore col volto devastato dal vetriolo, Rocambole si trasforma in seguito in un detective votato al bene (da La Resurrection de Rocambole, 1862).

Emile_Gaboriau_BNF_GallicaMa, in realtà, il vero erede francese di Edgar Allan Poe è Emile Gaboriau (1832-1873).
Dopo una giovinezza tumultuosa, Gaboriau arriva a Parigi, diventa segretario dello scrittore Paul Féval e comincia a dedicarsi al giornalismo. Ed è proprio in occasione di un reportage per Le Pays nel quartiere della Porte d’Italie, che Gaboriau stringe amicizia con un ex-ispettore della Sureté, Tirabot, detto Tirauclair (“Mettinchiaro”), e decide di scrivere un romanzo poliziesco sul tipo di quelli di Poe, che tanto l’hanno entusiasmato nella traduzione di Baudelaire.

Nasce così L’Affare Lerouge (L’Affaire Lerouge). Pubblicato a puntate nel 1863 su Le Pays, il romanzo passa praticamente inosservato, mentre la sua riedizione su Le Soleil, due anni più tardi, riscuote un successo clamoroso.
Questa la trama. Il giovedì 6 marzo 1862, posdomani del martedì grasso, cinque donne del villaggio della Jonchére si presentavano all’ufficio di polizia di Bougival. Esse raccontarono che da due giorni nessuno aveva più visto una loro vicina, la vedova Lerouge, che abitava sola, in una casetta isolata. A lungo avevano bussato, ma inutilmente. Le finestre, come la porta, erano chiuse, quindi era stato impossibile gettare un’occhiata all’interno. Questo silenzio, questa scomparsa, le turbavano. Temendo un delitto o una disgrazia, esse chiedevano che «la Giustizia», per rassicurarle, forzasse la porta e penetrasse nella casa.

In questo primo romanzo poliziesco, Gaboriau segue molto la lezione degli Assassinii della Rue Morgue: «Tutto, nella prima stanza, denunciava con lugubre eloquenza la presenza dei malfattori. I mobili, una credenza e due grandi cassapanche, erano forzati e rovesciati. Nella seconda stanza, che serviva da camera da letto, il disordine era ancora maggiore: pareva che qualcuno, in preda alla follia, si fosse impegnato a buttare ogni cosa fuori posto. Infine, presso il caminetto, il viso nella cenere sparsa, era steso il cadavere della vedova Lerouge. Tutto un lato della faccia e dei capelli erano bruciati».

Ben tre sono i personaggi chiamati a risolvere il caso della vedova: il capo della polizia, Gevrol, funzionario ligio al dovere, tipico poliziotto di routine; l’anziano dilettante Pére Tabaret (detto Tirauclair) e, infine, in una parte minore, un giovane ispettore arrivista, Lecoq (nome che ricalca quello di Vidocq). Sarà Pére Tabaret a risolvere l’enigma della vedova Lerouge, dopo che la polizia ha fallito e ha pure arrestato un innocente.

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Nei successivi romanzi, Il dossier 113 (Le dossier 113), Il dramma d’Orcival (Le crime d’Orcival), entrambi del 1867, Monsieur Lecoq (1869) e La corda al collo (La corde au cou, 1873), l’attenzione dell’autore si sposta da Gevrol e Tabaret a Lecoq. Soprattutto a partire da Il dramma d’Orcival, la storia di un duplice misterioso omicidio avvenuto nel castello dei conti Trémorel: la polizia locale è convinta d’aver fatto piena luce sul fatto di sangue e ha arrestato i presunti colpevoli, quando da Parigi giunge Lecoq a infrangere ogni illusione.
Coi suoi metodi particolari, il detective avvia le indagini: esamina tutte le circostanze del crimine, raccoglie dettagli, individua i moventi, collega fra loro i vari personaggi e le diverse vicende; infine, trova l’uomo la cui colpevolezza giustifica tutte le circostanze, i dettagli, i dati raccolti e collegati.

Lecoq è un investigatore eccezionale, perché è paradossalmente dotato di una “mentalità criminale”, che gli permetterebbe di commettere crimini perfetti e, quindi, anche di svelarli. Ex piccolo delinquente “riconciliatosi con la legge”, prima di entrare nella polizia Lecoq ha lavorato come assistente presso un celebre astronomo, il barone Moser. Anzi, è stato proprio il barone, al quale aveva sottoposto un suo “piano perfetto” per rapinare una banca, a scoprire in lui la vocazione poliziesca: «Quando si hanno le vostre disposizioni e si è poveri, si diventa o un ladro o un celebre poliziotto. Scegliete!». Lecoq sceglie di entrare nella Sureté.

LecoqIl tratto della “mentalità criminale” non è scelto a caso da Gaboriau: esso spiega in realtà il metodo di “identificazione psicologica” con cui opera il suo personaggio. Nel corso delle indagini, Lecoq si spoglia della propria personalità, sforzandosi d’entrare nei panni e nella mentalità dell’assassino. In questo, egli è l’erede spirituale di Dupin, ma a differenza dell’eroe di Poe, Lecoq non si isola nell’astrazione. Dupin è un infallibile ragionatore, che si dedica ai particolari unicamente per la morbosa soddisfazione di constatare d’aver raggiunto conclusioni esatte. Il suo interesse è rivolto al problema “in sé”, e non ai personaggi che gli si muovono intorno.
Lecoq, al contrario, esita, segue una pista, s’accorge che non è quella giusta e ricomincia le indagini. Invece di avanzare ipotesi ardite, che la verifica dei fatti dimostrerà esatte, il detective francese esprime il proprio giudizio solo dopo aver svolto un esame minuzioso degli avvenimenti. Lecoq è un uomo, non un sillogismo personificato, quindi preferisce l’indagine al puro ragionamento intuitivo.

Un criminologo degli anni Trenta, Edmond Locard, ha così sintetizzato la differenza dei metodi investigativi di Poe e di Gaboriau: «Per quanto riguarda l’inchiesta criminale, l’americano incarna il genio e il francese il talento. Il poliziotto di Poe è tutto intuizione; quello di Gaboriau è tutto esperienza, saggezza e pratica del mestiere».
Gaboriau e Poe, insomma, hanno inventato i due personaggi-chiave del racconto poliziesco, il detective dilettante e il commissario di polizia, creando così due scuole ben differenziate: quella francese e quella angloamericana.
«A seconda che gli autori diano più importanza all’inchiesta o al mistero», scrive il giallista francese Thomas Narcejac, «si inseriscono in due scuole che corrispondono a temperamenti nazionali molto marcati. Gli anglosassoni, in genere, si interessano particolarmente alle vicende dell’inchiesta, quella speciale partita a scacchi che l’investigatore è chiamato a giocare. I francesi, invece, sono più sensibili all’aspetto romanzesco e melodrammatico del poliziesco: ambiente, personaggi pittoreschi, colpi di scena».

 

DetFic 18: Edgar Allan Poe e l’eroe seriale

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Con la trilogia di Auguste Dupin, Poe crea la prima figura di eroe seriale, un modello destinato a diventare, attraverso l’opera di Arthur Conan Doyle e i serials televisivi, la forma narrativa dominante del ventesimo secolo. I suoi tre racconti, tuttavia, presentano una chiara progressione: nel primo, Dupin si confronta con un omicidio privo di movente; nel secondo, Poe tenta di mescolare realtà e finzione, misurandosi con un autentico caso di cronaca; nel terzo, il geniale detective si scontra con un avversario suo pari, secondo un disegno che prelude alla celebre coppia di antagonisti Sherlock Holmes – dottor Moriarty.

roget-illusIn The Mystery of Marie Roget, il cavalier Dupin torna nuovamente agli onori della cronaca tentando di risolvere, sulla base delle testimonianze riportate dai vari giornali, il mistero della scomparsa di una graziosa commessa di profumeria, Marie Roget. Ispirandosi a un reale caso di cronaca avvenuto a New York, l’omicidio della sigaraia Mary Rogers, il narratore espone i fatti: uscita di casa per recarsi dalla zia, Marie Roget viene trovata quattro giorni dopo, annegata nella Senna e recante segni di violenza. Sui resoconti della stampa Dupin fonda la propria indagine, spesso demolendo le ipotesi via via formulate dagli articolisti.

Disgraziatamente, nella realtà, mentre è in corso la pubblicazione a puntate del racconto, un’albergatrice confessa in punto di morte che il decesso di Mary Rogers è stato causato da un tentativo di aborto. E questa versione, pur confermando numerose deduzioni di Dupin, contraddice in pieno le sue conclusioni: a Poe, dunque, non resta che modificare il finale, per tener conto della testimonianza.
L’indagine viene troncata allorché Dupin ha identificato l’assassino in un marinaio dalla carnagione scura di cui Marie sarebbe stata innamorata, e Poe redige una nota fittizia, in cui il direttore della rivista dichiara di non aver pubblicato – per «ovvie ragioni» – il seguito del manoscritto, assicurando i lettori che l’inchiesta venne condotta a buon fine dalla polizia parigina.

Per rimediare all’inconveniente, e giustificare la mancata aderenza del racconto alla conclusione della vicenda reale, Poe si rifà all’immagine delle due serie di eventi paralleli, dichiarando che se il destino di Mary e quello di Marie sono legati da numerose coincidenze, ciò non vale per lo scioglimento del mistero.

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LA LETTERA RUBATA

Un anno dopo la pubblicazione dei Murders in the Rue Morgue, Poe riporta Auguste Dupin sulla scena parigina per fargli interpretare un breve ma perfetto racconto: La lettera rubata (The purloined letter).
È il tardo crepuscolo: i due protagonisti siedono nel “gabinetto di lettura” del loro appartamento, quando arriva il prefetto. Dupin s’appresta ad accendere un lume, ma all’udire che il prefetto è venuto a consultarlo su una questione complicata, preferisce restare nella semioscurità. Questo è il primo dei ribaltamenti operati da Dupin: a essere rovesciato è il tradizionale meccanismo associativo che unisce la ragione alla luce.

Nel seguito della conversazione, allorché il prefetto confessa la sua impotenza a risolvere un caso che pure si presenta semplicissimo, il detective replica: «Forse il mistero è un po’ troppo semplice».
Il prefetto espone quindi le inconsuete circostanze su cui s’è trovato a indagare. Una lettera compromettente è stata rubata alla regina da un ministro intrigante. Mentre è nel boudoir, immersa nella lettura di una lettera strettamente personale, all’ingresso del consorte la regina posa la lettera sullo scrittoio, col testo rivolto verso il basso. Entra allora il ministro, che, riconosciuto il mittente nella grafia dell’indirizzo riportato sul retro, decide di sottrarre il prezioso documento per usarlo a fini di ricatto. Messa sul tavolo la lettera che ha in mano, egli conversa per qualche tempo e, prima di congedarsi, s’appropria come per errore dell’altro foglio.

la-lettera-rubata-di-edgar-allan-poeDa quel momento, l’uomo regge le sorti della politica francese, grazie all’ascendente che esercita sulla regina.
Convinti che il ministro conservi sempre la lettera a portata di mano, gli uomini della polizia perquisiscono accuratamente tanto lui quanto la sua abitazione, senza alcun risultato. La visita del prefetto rappresenta quindi il riconoscimento della sua sconfitta, e l’analitico Dupin provvede a smontare pezzo per pezzo il metodo da lui adottato.

Richiamandosi al gioco del “pari o dispari”, in cui un bambino può battere i compagni identificandosi con loro e prevedendone le mosse, l’investigatore mette a nudo l’incapacità della polizia di valutare l’avversario: se la loro forma mentale è quella della massa, non appena si confrontano con un criminale diverso da loro, si trovano in scacco. Le ricerche della polizia si dimostrano inefficaci perché fondate sul presupposto che a occultare la lettera sia stata una persona dai comuni percorsi mentali, per cui nascosto è sinonimo d’invisibile. Non è affatto detto che la lettera sia stata sottratta alla vista: richiamandosi a un gioco in cui si cerca di trovare su una carta geografica un nome scelto dagli avversari, Dupin osserva che, contrariamente a quanto si crede, le scritte a chiare lettere sono spesso meno individuabili delle più piccole.

Il metodo con cui il detective affronta il caso è ben diverso. Munito d’occhiali scuri, per consentire ai suoi occhi di vagare indisturbati, Dupin s’introduce nello studio del ministro, e non tarda a notare un portacarte appeso alla mensola del camino, dove insieme ad alcuni biglietti da visita si offre negligentemente allo sguardo una lettera sdrucita. In questa visibilità così marcata, egli coglie un segno d’ostentazione, che rimanda paradossalmente alla volontà di celare la lettera.

Tornato il giorno seguente dal ministro, in apparenza per recuperare la propria tabacchiera, Dupin approfitta della momentanea distrazione dell’ospite, attirato alla finestra da uno sparo (trucco organizzato dallo stesso Dupin), e s’impadronisce della lettera, sostituendola con una del tutto simile. Così, quando il capo della polizia si reca dal detective, questi gli consegna la lettera rubata.
Non ci resta che concludere con una citazione dai Mémoires di Vidocq: «Il luogo più in vista è spesso quello dove non si pensa di cercare».

(3 – fine)

DetFic 17: Edgar Allan Poe alla Rue Morgue

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In The Murders in the Rue Morgue, tutto comincia con una strage. Alle tre di notte, gli abitanti di Rue Morgue vengono svegliati «da una serie di grida spaventose», provenienti da un appartamento al quarto piano d’un vecchio stabile, abitato dall’anziana madame L’Espanaye e da sua figlia Camille. Per entrare, i primi soccorritori devono sfondare la porta d’ingresso, solidamente chiusa dall’interno.

Lo spettacolo che si trovano di fronte è terrificante: «La stanza è nel più grande disordine; i mobili spezzati e sparsi in tutte le direzioni. I materassi del letto sono stati tolti e gettati nel mezzo dell’impiantito. Su una sedia giace un rasoio intinto di sangue. Sul camino, due o tre lunghe trecce di capelli grigi che sembrano essere state strappate violentemente dalle radici. Nessuna traccia di madame L’Espanaye: si osserva però una quantità insolita di fuliggine sul focolare; allora si cerca nel camino e (orribile a dirsi!) ne viene estratto il cadavere della figlia, che è stato spinto, con la testa in giù, a viva forza, fino a un bel tratto della stretta apertura!».

342207x480Dopo una minuziosa investigazione della casa, in un cortiletto situato sul retro i vicini trovano il cadavere della vecchia signora, con la gola profondamente tagliata, al punto che, quando si prova a sollevarlo, il capo si stacca completamente dal busto. Sia il corpo sia la testa «appaiono spaventosamente mutilati ed è tanto se conservano un aspetto umano», come scrivono l’indomani i giornali parigini.

La polizia, ovviamente, brancola nel buio: l’appartamento è stato trovato ermeticamente chiuso, e nessuno sembra poterne essere uscito dopo il delitto. Le porte erano sbarrate, le finestre anche; e dalle scale si sono sentite le urla degli assassini, proferite in un linguaggio su cui nessuno dei testimoni riesce a mettersi d’accordo: secondo alcuni è italiano, secondo altri inglese, o francese, o spagnolo, o russo. La polizia «denuda addirittura i pavimenti, soffitti e pareti», per scoprire un’eventuale uscita segreta, ma senza risultato.

Non resta che fare appello alle facoltà investigative di Dupin. Munito dell’autorizzazione del prefetto di Parigi, il cavaliere e il suo amico si recano nella casa del delitto. Sebbene si sia frugato dappertutto, il detective non si fida degli occhi della polizia e vuole cercare coi propri. In effetti, non esistono uscite segrete, così come non è possibile passare attraverso il camino, troppo stretto. Dalla prima stanza dell’appartamento, poi, l’assassino o gli assassini non possono essere usciti, perché sarebbero stati visti dalla folla che guardava in alto o dai soccorritori che salivano per le scale.

«Devono essere passati dalle finestre della stanza sul retro» spiega Dupin: proprio le finestre trovate ermeticamente chiuse. «Essendo ora arrivati a questa conclusione per mezzo d’irrefragabili deduzioni, non è affar nostro, come ragionatori, rigettarla in ragione della sua impossibilità apparente. Non ci resta che dimostrare che questa apparente impossibilità in realtà non esiste».

Così, il detective parte alla ricerca della prova che dimostri la validità del suo ragionamento. E la trova: un chiodo spezzato che sembra intatto, una molla che chiude automaticamente il telaio della finestra, e l’enigma è spiegato. Fuori della finestra, però, c’è una parete liscia, e l’altezza è notevole; ma a due metri di distanza passa il filo d’un parafulmine, e un essere dotato di una «straordinarissima e quasi sovrannaturale specie di forza e agilità», un essere capace di ficcare Camille nella cappa del camino, può benissimo essere saltato da quel filo alla finestra e viceversa, utilizzando la pesante persiana di legno come appoggio e prolunga. A conferma di ciò, ai piedi del filo del parafulmine Dupin trova un pezzo di nastro, legato con un nodo tipico dei marinai maltesi.

murders rue morgueScoperta la possibile chiave dell’enigma, non sarà difficile completare il mosaico e inserire al loro posto quegli indizi così apparentemente contraddittori che disorientano la polizia: la ferocia e la gratuità del delitto, la forza sovrumana dell’assassino, gli strani peli rossicci trovati nelle mani di una delle vittime, il linguaggio incomprensibile sentito dai vicini.

In questo racconto, pubblicato nell’aprile del 1841 sul The Graham’s Lady’s and Gentleman’s Magazine, abbiamo il mistero della camera chiusa, il problema investigativo per eccellenza, alla cui soluzione può arrivare solo la sottigliezza dell’investigatore. Ma troviamo anche la classica mancanza di fantasia e la suscettibilità dei funzionari di polizia: «…il funzionario non poteva nascondere il suo dispiacere per la piega che aveva preso l’affare e si lasciò sfuggire qualche sarcastica osservazione su quanto sarebbe desiderabile che ognuno s’occupasse delle proprie faccende». In più, ci sono l’arresto di un innocente e lo stratagemma dell’investigatore per forzare la mano al colpevole.

Senza dubbio, il metodo investigativo di Dupin ricalca alcune caratteristiche tipiche del procedere scientifico: la capacità di ricostruire il tutto da una parte; la convinzione che dietro l’apparente complessità di un enigma si celi una soluzione semplice; l’attenzione data a indizi e circostanze che invece appaiono marginali.

(2 – continua)

DetFic 16: Edgar Allan Poe

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Ed eccoci a lui: Edgar Allan Poe, il Patriarca, il padre di tutti i giallisti, l’iniziatore della detective fiction moderna.

«Storicamente, si possono distinguere due Poe. Uno è l’Edgarpò che suscitò l’entusiasmo dei francesi, da Baudelaire a Valéry, e ha avuto ininterrotta fortuna in Europa. L’altro è Edgar Allan Poe, l’americano – poeta e narratore di cassetta, instancabile fornitore di testi per l’incipiente mercato di massa (scrive quasi esclusivamente su riviste), figura di irregolare ostilmente accolto dai letterati dell’epoca, che stenta ancora a trovare pieno riconoscimento in patria.
Il primo […] è il narratore dell’assurdo e del terrore, precursore degli effetti surreali e dell’angoscia esistenziale, il creatore di una propria cosmologia metafisica che è puro sogno dell’intelletto; lo scrittore precocemente consapevole delle potenzialità combinatorie e scombinatorie del linguaggio, della scrittura come costruzione mistificatoria e della lettura come esercizio di decifrazione. Questo Edgarpò scoperto o privilegiato dalla cultura europea – anche perché ha ottimi traduttori che magari ne mascherano certa farragine o pesantezza stilistica – arriva da Baudelaire fino a noi per susseguenti ondate di interesse. È autore sofisticato, quasi d’élite.
L’altro si arrabatta. È quello che Lionel Trilling ha chiamato – riferendosi agli americani, ma vale anche per noi – “nostro cugino, Mr. Poe”: lo scrittore tormentato dal vuoto e dalle incomprensioni in cui vive, che si dibatte in una società ostile e in una cultura in formazione, tutta da definire, plasmare, indirizzare, ma come restia a ogni richiamo, stimolo, indicazione non meramente commerciali. È, questo Poe, il primo scrittore alienato d’America, e su una dimensione assoluta: sperso nella vastità degli spazi e nella mancanza di un centro, girovago fra il sud natio di cui si fa non richiesto paladino e le città centro-meridionali che lo tengono ai margini e ne rifiutano il messaggio, eppure caparbiamente animato dalla volontà di dare una voce e una cultura al nuovo paese, rigoroso nelle scelte e in anticipo sui tempi. Come tale, esprime la desolazione di quel paesaggio e le antinomie dei suoi valori, e al tempo stesso riflette le tare e i turbamenti di una morbosa predisposizione psicologica, vuoti e scompensi dell’animo, angosce e terrori che in seguito si diranno esistenziali, e che sorgono come fantasmi dal profondo.»

(dall’introduzione di Sergio Perosa ai Racconti, ed. Mondadori 1985.)


CALCOLO E ANALISI: I DELITTI DELLA RUE MORGUE

Murders-in-The-Rue-MorgueIn numerosi racconti, Edgar Allan Poe premette alla vicenda narrata uno o più paragrafi dedicati a considerazioni di carattere generale, nate da un’intuizione, da una massima, o da una riflessione filosofica.

Queste “istruzioni” preliminari sono particolarmente importanti in The Murders in the Rue Morgue, il racconto che inaugura la trilogia dell’investigatore francese Auguste Dupin. Qui la struttura è tripartita, secondo un criterio formativo: alla definizione teorica delle facoltà analitiche, segue una prima dimostrazione del talento di Dupin e, infine, l’applicazione delle sue doti investigative a un caso d’omicidio.

La voce narrante inizia subito col distinguere il calcolo dall’analisi, due categorie di ragionamento riconducibili rispettivamente agli scacchi e alla dama, passatempi che chiamano in causa da un lato l’attenzione e dall’altro l’acume. L’elevato numero di pezzi che si fronteggiano in una partita a scacchi, infatti, impegna non solo le doti mnemoniche, ma certamente una capacità d’analisi molto inferiore a quella necessaria per vincere una partita a dama, ove restino in campo solo quattro regine. In un confronto del genere, essendo la gamma di movimenti e valori quanto mai semplificata, la possibilità di sviste è ridotta al minimo, e per assicurarsi la vittoria è necessario sapersi identificare con lo spirito dell’avversario.

Ma una prova ancor più forte per le facoltà analitiche del detective è rappresentata dal gioco del whist, in cui non basta osservare attentamente, aver buona memoria e conoscere a fondo la condotta di gioco, ma è necessario sapere “cosa osservare”. Il modo di reggere una carta, il gesto con cui viene calata, le espressioni d’un giocatore, sono tutti segni rivelatori di cui l’analitico si avvale.

4Poe_rue_morgue_byam_shawTerminata questa trattazione teorica, Poe entra nel vivo del racconto introducendo il cavalier Auguste Dupin, incontrato dal narratore in un «oscuro gabinetto di lettura di rue Montmartre». Rampollo decaduto di un’illustre famiglia, Dupin è un uomo di abitudini frugali, che deve alla generosità dei creditori il fatto d’avere «un piccolo resto di patrimonio», e il cui unico lusso risiede nei libri.

Tra lui e il narratore nasce dunque un sodalizio, sanzionato dalla scelta di stabilirsi in una dimora cadente, oggetto d’imprecisate superstizioni. I due trascorrono le ore diurne nell’oscurità più completa, uscendo solo al calar delle tenebre, quando la città, deposta la maschera borghese, rivela il suo volto criminale, perverso e inebriante.
Il detective sonda implacabile le ombre della notte e, nella seconda parte del racconto, si dimostra anche capace di leggere nei cuori.

(1 – continua)

DetFic 15: I Mémoires di Vidocq

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Disertore, falsario, ladro e galeotto: sono questi i trascorsi del celeberrimo Eugéne François Vidocq (1775-1857), capo della prima grande polizia moderna.
Nato ad Arras, E.F. Vidocq intraprese molto presto la strada del crimine: più volte venne arrestato, e puntualmente evase di prigione. Ma, in seguito, si mise a collaborare con la giustizia, avviando una straordinaria carriera che è passata alla storia.

Nel 1806 propose i suoi servizi di “indicatore” alla polizia di Parigi, finché Nel 1812 venne nominato capo della Sûreté, un servizio di polizia i cui membri erano degli ex-condannati che avevano il compito d’infiltrarsi nelle file della malavita.
Successivamente, diverse persone da lui arrestate l’accusarono di aver organizzato i colpi per poi catturare coloro che vi partecipavano e provare così la sua efficacia nella lotta contro il crimine. Dopo ripetute dimissioni dal servizio, Vidocq lasciò definitivamente il suo ruolo nel 1827.

Fu allora che, forse nella speranza di un facile guadagno, forse per difendersi dalle accuse di corruzione che gli arrivavano da più parti, Vidocq s’accinse alla stesura dei suoi famosi Mémoires, i cui primi due volumi apparvero nel 1828, seguiti l’anno dopo da altri due.
Poi, riottenuto il comando della Sûreté nel 1832, Vidocq rimase in carica solo otto mesi, a causa di uno scandalo che coinvolse un suo agente.

vidocq_2I Mémoires di Vidocq riscossero un successo clamoroso: vennero tradotti in inglese non appena pubblicati (in America li lesse attentamente anche Edgar Allan Poe), ed ebbero anche il merito di ispirare personaggi letterari immortali come Jean Valjean, il forzato evaso dei Miserabili di Victor Hugo, e, soprattutto, Vautrin (alias Jacques Collin, alias abate Herrera), uno dei personaggi più celebri della Comédie Humaine di Honoré de Balzac.

È complessa la genesi dei Mémoires: l’opera deve la sua forma definitiva all’intervento di due scrittori, identificati in Emile Morice e Louis-Francois L’Héritier, a cui sarebbero dovute sia le allusioni erudite sia alcuni plagi – come un episodio che era già stato pubblicato da L’Heritier in forma di romanzo.

È dunque difficile – come può accadere con qualche scrittore di oggi – stabilire in che misura i Mémoires siano da attribuirsi propriamente a Vidocq. Per lo stesso motivo, è discutibile il loro reale valore di documento.
Più probabile che li si possa definire una “autobiografia romanzata”, che ha alcuni punti di contatto con Caleb Williams di William Godwin: così come Caleb si affida alla penna per sventare la persecuzione di Falkland – fondata sul pamphlet accusatorio diffuso da Gines – così Vidocq scrive i Mémoires per proclamare pubblicamente la “sua” verità. Inoltre, l’ambiguità del protagonista ricorda quella di Jonathan Wild, ladro e thief-taker alleato del potere, un parallelo che non sfuggì al pubblico inglese dell’epoca.


L’infiltrato e il trasformista

Il metodo poliziesco di Vidocq a capo della Sûreté era abbastanza semplice. Quando doveva svolgere un’inchiesta, sguinzagliava i suoi uomini, in genere ex-criminali come lui, e i suoi informatori. Lui stesso si travestiva da delinquente e andava ad aggirarsi nei locali malfamati, dove conquistava le simpatie di ladri e assassini e li induceva a confidarsi con lui o a rivelargli precisi indizi, che poi utilizzava contro di loro.

Dunque, l’attività investigativa di Vidocq implica un ampio spettro di talenti, primo fra tutti la conoscenza del mondo criminale maturata nel corso della sua precedente “carriera”. Vidocq fonda la sua ascesa proprio su questo tratto, riconducibile ai due ruoli dell’informatore e del detective, che tanto lo accomuna al thief-taker settecentesco: ma in questo modo si espone alla calunnia e si vede negare la rispettabilità. La professione d’informatore lo costringe a una frequentazione assidua dei bassifondi, per indurre i malviventi a tradire i compagni in cambio dell’immunità e di altri compensi.

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Grazie ai suoi trascorsi criminali, Vidocq dispone della più importante chiave d’accesso al mondo malavitoso che, come si sa, gode di convenzioni e codici propri: la padronanza del cosiddetto argot, la lingua gergale utilizzata fin dal Seicento da mendicati, truffatori e assassini, che erano costretti a celare alle orecchie indiscrete il senso dei loro discorsi.

L’argot è un registro linguistico di natura criptica, decodificato dalla polizia nei primi anni dell’Ottocento e ammesso nella letteratura “alta” proprio attraverso i Mémoires di Vidocq. Infatti, i Mémoires sono infarciti di dialoghi argotiques, e se in un primo tempo Vidocq dà la traduzione delle espressioni oscure, a poco a poco il lettore finisce per scoprirsi iniziato al gergo della malavita.

Più volte Vidocq ha svolto il ruolo di agente provocatore, inducendo al furto i malviventi per poi coglierli sul fatto: qui è di grande importanza la sua abilità nei travestimenti, in cui eccelle, riuscendo addirittura a modificare di alcuni centimetri la propria statura.
Il pubblico londinese poté osservare le sue performances nel 1845, allorché Vidocq organizzò in Regent Street una specie di esposizione, discutendo i suoi casi più celebri ed esibendo le sue molteplici identità.

Oltre all’astuzia e alle pratiche non ortodosse, Vidocq adotta moderne tecniche sistematiche, provvedendo a schedare tutti gli arrestati, per poi ritrovarli più facilmente in caso d’evasione.
Infatti, nel quarto volume dei Mémoires egli traccia un’ampia tassonomia, dividendo i criminali in tre categorie: ladri di professione, ladri occasionali e ladri per necessità, ognuna di queste dotata di classi e sottoclassi.

Prendiamo ad esempio i cambrioleurs, o ladri d’appartamento, solitamente di età compresa fra i 18 e i 30 anni: secondo la classificazione, vestono decorosamente ma conservano qualcosa d’ordinario; spesso hanno le mani sporche, e tengono in bocca una cicca di tabacco che deforma loro il volto; di rado portano il bastone, e ancor più di rado indossano guanti. Si dividono in cambrioleurs à la flan, che s’introducono nelle abitazioni senza aver preparato il colpo; caroubleurs, che tramite i domestici, i cardatori di materassi, gli imbianchini e i tappezzieri, assumono informazioni sull’appartamento da svaligiare – e talvolta vi penetrano servendosi di chiavi false, fabbricate grazie ai calchi forniti dai complici; e infine i nourisseurs, così detti perché i loro furti hanno una lunga gestazione, nell’attesa che giunga il momento opportuno.

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A dispetto di tutte le accuse di cialtroneria che gli furono indirizzate, Vidocq difese sempre questa sua classificazione come fondata sull’esperienza, dichiarandosi capace di riconoscere tra i passanti i ladri di professione, e persino d’indicare lo specifico gruppo a cui appartenevano.

Pare che la fama di Vidocq – che conserva ancora oggi un posto importante nell’immaginario popolare francese – avesse girato il mondo, se è vero che Melville lo cita nel capitolo 88 di Moby Dick, la cui prima edizione è del 1851, definendolo come “famoso francese”, maestro in gioventù di “occulte lezioni”.

 

DetFic 13: il romanzo ideologico di William Godwin (II)

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Things as They are; or the Adventures of Caleb Williams
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Sin dal titolo, il romanzo si presenta come una ricognizione realistica dell’Inghilterra di fine Settecento. Nasce come romanzo giacobino, pregno dell’ideologia dell’autore, che condanna l’istituzione monarchica e allo stesso tempo rifiuta il regime democratico: Godwin, fiducioso nella perfettibilità dell’uomo e nel sistema di convivenza sociale, sostiene che è necessario abolire le leggi, le prigioni, la proprietà privata, il matrimonio e la chiesa.

Infatti, nella prefazione del 1794, l’autore pone in rilievo il valore di pamphlet del romanzo, spiegando di aver tracciato un quadro delle cose “così come sono” perché in esse si specchia il governo politico, il cui spirito deviante s’infiltra in ogni strato della società. Ma, quando il romanzo viene ripubblicato nel 1831, col solo titolo di Caleb Williams, ormai gli ideali giacobini sono in declino e gli intenti ideologici sono stati oscurati dal ritratto del protagonista e dalla forza coinvolgente della storia.

Godwin ricorda di aver concepito il progetto di un libro d’avventure sostenuto da un potente motivo d’interesse, e di aver seguito un metodo compositivo “inverso”, ideando dapprima il terzo volume, poi il secondo, e infine il primo. Partire dall’epilogo per arrivare all’incipit gli avrebbe consentito di costruire una trama incalzante e priva di smagliature, capace di catturare l’attenzione del lettore.

Questo, dunque, è il dato rilevante: Godwin concepisce prima l’effetto e poi la causa, dando al romanzo la coerenza strutturale (unity of design) tipica del novel, in cui l’autore ha una tesi da illustrare e considera superfluo tutto ciò che non è funzionale al procedere della trama o alla descrizione di una situazione o di un personaggio.

Edgar_Allan_Poe_portrait_BL’eredità di Godwin verrà in seguito raccolta da Edgar Allan Poe, che allude più volte al metodo di composizione dello scrittore, sostenendo che la trama è una costruzione complessa che dev’essere determinata in tutte le sue componenti ancor prima d’iniziare a scrivere, e che nessun elemento del plot può essere alterato senza stravolgerne la struttura.

In particolare, secondo Poe, il metodo “inverso” di Godwin riflette il modo di ragionare induttivo tipico del detective: partendo dalla causa, si cerca di risalire agli effetti che l’hanno determinata. Ma mentre in Poe (e, più in generale, nei detective novelists) economia e coesione suscitano un piacere di tipo “enigmistico”, in Godwin esse hanno l’unico scopo di meglio istruire. Ciò non toglie che lo stile incalzante di Caleb Williams induce a un passo svelto di lettura e lo rende, più che un romanzo impegnato, un proto-romanzo poliziesco. Caleb Williams, dunque, può essere considerato un antecedente diretto del poliziesco alla Poe. In primo luogo per il metodo compositivo, che richiede un piano, rispetta certe regole e sa in ogni momento dov’è diretto. In secondo luogo, per l’indagine psicologica che accompagna la “unity of design”, del tutto simile al metodo di Poe, secondo cui le azioni umane obbediscono a leggi e sono quindi prevedibili. In terzo luogo, per la materia narrativa basata su elementi di matrice poliziesca, quali l’omicidio, l’indagine, la scoperta del colpevole; e poi la calunnia, il furto, la prigione, l’evasione, l’inseguimento, il processo.


Caleb Williams apprendista detective

tumblr_m1tw20o15C1rs8cvco1_r1_400Pur essendo sprovvisto di una formazione specifica, Caleb è dotato di una “inquisitive mind”: non trascura di trarre preziose informazioni da conversazioni e da libri. Con la mente sempre all’erta, dimostra quella particolare sensibilità per le concatenazioni di cause ed effetti che costituisce il marchio dell’investigatore. La sua passione per la logica si traduce anche nell’ossessione di “leggere” nell’animo umano: proprio alla lettura è riconducibile il lavoro che Falkland svolge insieme al segretario, il cui compito è scrivere sotto dettatura saggi letterari, spesso consistenti in “an analytical survey of the plans of different authors, and conjectural speculations upon hints they afforded, tending either to the detection of their errors or the carrying forward their discoveries”.

La terminologia che troviamo in questo frammento – analytical survey, conjectural speculations, detection, discoveries – non potrebbe essere più allusiva: in pratica, è lo stesso Falkland ad iniziare Caleb al metodo d’indagine che questi applicherà.
Alla formazione dell’apprendista detective, tuttavia, non concorrono soltanto le doti logiche, la capacità di osservazione e la curiosità, ma anche la conoscenza della letteratura criminale. La natura di queste letture è rivelata dal personaggio stesso: rifugiatosi a Londra per sfuggire alla prigione, Caleb sopravvive pubblicando racconti, ma invece di attingere a una vena personale, sfrutta “the resource of translation” e, grazie alla sua ottima memoria, riscrive i libri che ha letto, tra cui le storie di Cartouche e Guzmàn de Alfarache.

A ben vedere, la posizione di Caleb sta a metà fra il detective e il ladro: lo dimostra l’episodio in cui, per trovare conferma ai propri sospetti su Falkland, tenta di forzare il suo baule. Caleb, raccogliendo informazioni sul padrone, spiando ogni sua espressione, leggendo una lettera a lui indirizzata, compie un vero e proprio furto metaforico. Investigare appare dunque più un vizio che una missione: già conosciamo la scarsa simpatia che i delatori e i thief-takers esercitano sull’opinione pubblica dell’epoca; a essa corrisponde la situazione ambigua dell’investigatore, la cui indagine mira alla distruzione di un gentiluomo che ha ucciso in un momento di follia. Anche se, in realtà, è più grave il secondo crimine di Falkland: quello di lasciar condannare due innocenti al posto suo, per un eccessivo senso dell’onore.

Del resto, l’onore è il fondamento di una società stratificata, dove l’aristocrazia fonda il suo potere sulla solidarietà di classe e sul continuo mantenimento di un equilibrio al suo interno. La perdita dell’onore avrebbe comportato per Falkland un destino di proscrizione dai suoi pari, analogo a quello che egli, per vendetta, decide di infliggere a Caleb.


[L’immagine in cima riproduce due pagine del William Godwin’s journal, in cui William Godwin annota la nascita della figlia Mary – la futura Mary Shelley, autrice di Frankenstein, il più famoso romanzo gotico di tutti i tempi – il 30 agosto 1797, nell’ottavo dei 32 volumi del suo diario.
Bodleian Library, University of Oxford.]

 

DetFic 12: il romanzo ideologico di William Godwin (I)

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Caleb Williams, dedito a risolvere con logica inflessibile un caso d’omicidio, si può definire il primo detective in senso moderno.
Il romanzo in tre volumi di cui è protagonista venne pubblicato nel 1794 da William Godwin (1756-1836), col titolo: Things as They are; or The Adventures of Caleb Williams.


Da molti anni la mia vita è teatro di sventure. Sono stato oppresso da una tirannia ossessionante alla quale non potevo sfuggire. Ho visto le mie speranze stroncate. Il nemico si è dimostrato sordo alle implorazioni e infaticabile nel perseguitarmi. Le sue vittime: la mia reputazione e la mia felicità.


Con questo incipit d’impatto melodrammatico, Caleb Williams scrive le sue memorie affinché i posteri gli rendano giustizia: la sua narrazione rappresenta per lui il solo strumento di riscatto.
Egli racconta di essere stato accolto nella magione di Mr. Falkland, un gentiluomo colto e onesto, e di esserne divenuto il segretario. Ma i ripetuti attacchi di depressione e collera a cui questi è soggetto hanno infiammato la curiosità e i sospetti di Caleb, spingendolo a indagare sul passato del suo padrone presso Mr. Collins, il maggiordomo.

Egli descrive così la giovinezza di Falkland, il suo viaggio in Italia, dove venne coinvolto più volte in questioni d’onore, poi il suo ritorno in patria e lo scontro che lo oppone all’arrogante Barnaba Tyrrel, un vicino signorotto locale, rozzo e violento.
Mr. Tyrrell è gelosissimo dell’ascendente che Falkland esercita su coloro che lo avvicinano. Un contadino, di nome Hawkins, vessato per futili motivi dal signorotto, si rivolge per protezione a Falkland e questo basta perché Tyrrel lo faccia scacciare dal villaggio con tutta la sua famiglia.

Ad accrescere l’inimicizia fra i due contribuisce la sfortunata storia d’amore tra Falkland e Emily, parente povera di Tyrrel, che prima le impone il matrimonio con un bifolco e poi, non riuscendo a convincerla, la perseguita con ferocia finché la poveretta muore nella prigione dove egli l’ha fatta rinchiudere per pretesi debiti. Falkland, conosciuti i fatti, eccita l’opinione pubblica contro il malvagio, fino a farlo radiare dal circolo locale. E Tyrrel, inviperito dall’affronto, arriva a schiaffeggiare pubblicamente Falkland; ma, poche ore dopo, viene trovato assassinato.

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Fatta una sommaria indagine, il fittavolo Hawkins e il figlio, già angariati da Tyrrel, vengono accusati del delitto e impiccati.Da quel momento, Falkland sfugge ogni compagnia, e Caleb si persuade che l’assassino di Tyrrel sia lui.

Così, nel secondo volume si svolge la metaforica partita a nascondino che oppone il segretario-inquisitore a Falkland, il quale tenta con ogni mezzo di sottrarsi all’esame. Caleb, convinto della colpevolezza di Falkland, nella frenesia di trovarne le prove tenta di scassinare, durante un incendio, il baule che Falkland conserva nello studio; ma questi lo coglie sul fatto, e in un impeto d’esasperazione finisce per confessargli l’assassinio, vincolando Caleb al segreto con terribili minacce.
Ne segue una convivenza forzata. Dopo quella confessione, Caleb s’accorge che ormai Falkland segue ogni suo gesto e non gli permette di allontanarsi da casa. E, quando finalmente riesce a fuggirne, viene catturato e condannato per furto su denuncia di Falkland.

Il terzo volume ha inizio con l’evasione dal carcere di Caleb, che viene riacciuffato dal cacciatore di taglie Gines, grazie a un falso pamphlet in cui si narrano le avventure del bandito Caleb Williams. Ricondotto in prigione, il protagonista viene fatto scarcerare dallo stesso Falkland, che rinuncia a procedere contro di lui. Ma i suoi guai non sono finiti, poiché Gines continua a perseguitarlo grazie all’opuscolo, distruggendo la sua reputazione ovunque egli cerchi di rifarsi una vita.

Vicino a perdere ogni speranza, Caleb ottiene un inatteso confronto con Falkland al cospetto di un magistrato. Mosso a pietà dalla vista del nemico ridotto all’ombra di se stesso, il giovane si riconcilia con Falkland, che alla fine ammette la propria colpevolezza e muore pochi giorni dopo, mentre il protagonista, lungi dal trionfare, si riconosce responsabile della sua morte.

Nei primi due volumi del romanzo è il segretario a perseguitare il padrone, la cui vendetta, poi, si rivela affine al torto subìto. Come Caleb ha estorto con armi subdole la sua confessione, così Falkland mette la propria argenteria nel baule del segretario (riposto in una stanza segreta, che crede di conoscere lui solo), accusandolo d’un furto che è emblema del suo vero “crimine”.

9780199232062Il romanzo è basato sull’assunto che il potere immancabilmente corrompe: a macchiarsi del crimine è infatti uno squire, esponente dei ceti nobiliari inglesi che usano eludere la severità della legge, purché non si tradisca la loro classe sociale.
Alla giustizia divina, che per definizione colpisce il criminale comune, e alla nemesi popolare che mette il cappio al collo di Jonathan Wild, nel romanzo di Godwin si sostituisce un vero e proprio vendicatore: Caleb Williams, da molti considerato il primo detective moderno.
Successivamente, si vedrà come l’intero romanzo sia una ricognizione realistica dell’Inghilterra di fine Settecento.

 

DetFic 11: Vita e avventure di Jonathan Wild

Una figura opposta a quella del criminale comune, visto come un individualista alla ricerca della libertà contro le pesanti costrizioni economiche, morali e sociali, è quella del celeberrimo criminale Jonathan Wild, un vero e proprio genio del male a cui si ispirò la History of the Life of the Late Mr Jonathan Wild the Great (1743) di Henry Fielding.

Con la figura di Wild, il fuorilegge perde lo statuto dell’eroe popolare e, in pratica, diviene uno strumento del potere. Parlare di lui significa parlare delle opere che ne narrano le gesta, poiché nei tre mesi successivi alla sua esecuzione ne furono pubblicate almeno diciassette.

Jonathan Wild fu uno dei più noti criminali inglesi del Settecento: un vero “genio del male”, che storicamente incarnò l’emblema dell’integrazione fra malavita e “sistema”.
Cominciò avviandosi alla carriera di sfruttatore e ladruncolo, per poi inventarsi il mestiere d’intermediario fra il ladro e la vittima. In pratica, si recava nelle dimore di cittadini recentemente derubati (con la sua complicità), sostenendo di essere venuto a conoscenza del furto e d’avere con ogni probabilità individuato la refurtiva. Indicava quindi la cifra richiesta dal ladro per restituirla: se il cliente accettava, lo pregava di consegnare il denaro a un proprio emissario, che avrebbe restituito il maltolto. Quanto all’onorario, Wild si rimetteva alla generosità della controparte. Col tempo, egli acquistò grande fama, e la sua casa divenne una sorta di “ufficio oggetti smarriti”: lungi dal sospettarlo coinvolto nei crimini, i suoi clienti lo consideravano un uomo fondamentalmente onesto.

Wild, dunque, arrivò a organizzare una vasta corporazione di ladri, strutturandola con logica imprenditoriale, e allo stesso tempo lavorò come informatore della polizia. Ciò che lo distingue dagli altri pendagli da forca è innanzitutto l’accurata organizzazione della sua banda di grassatori e briganti, dove si tenevano libri contabili con tanto di entrate e uscite, e i sottoposti erano inquadrati in una ferrea gerarchia. In secondo luogo, Wild strinse un ambiguo patto col potere politico, al quale consegnava ladri e malfattori in concorrenza con lui, arrivando a spedire al patibolo i gregari che rifiutavano le sue condizioni o si dimostravano pericolosi. Alla fine divenne così importante che, nel 1720, il Privy Council giunse al punto d’interpellarlo per arginare furti e rapine. Qualche anno prima della sua caduta, si proclamò addirittura “Thief-Taker General of Great Britain and Ireland”.

 


In realtà, a favorire l’ascesa di Jonathan Wild fu il sistema giudiziario inglese settecentesco. La creazione di un corpo di polizia era avversata dal popolo, in quanto strumento dispotico, ed era vista con sospetto dagli stessi organismi statali. Quindi, per assicurare la cattura dei criminali, ci si affidò all’iniziativa privata. Con il cosiddetto “Highwayman Act” del 1692, per ogni bandito di strada catturato e dichiarato colpevole si corrispondevano quaranta sterline: nacque così la figura dello thief-taker professionista, o cacciatore di taglie.

Gli affari di Wild, dunque, prosperavano. Ma, come spesso accade, l’impunità spinse l’eccentrico “trovarobe” a uno sprezzo sempre maggiore della legge, tanto che non solo continuò a orchestrare furti, ma commise l’imprudenza di prendervi parte, offrendo ai complici l’opportunità di testimoniare contro di lui. Forse fu proprio la sua doppiezza ad alienargli il favore popolare e a segnare l’inizio del suo declino, che si concluse con la cattura, la prigionia e l’impiccagione.

Alla vigilia del processo, Wild tornò a proclamarsi paladino della giustizia, facendo circolare i nomi dei sessantaquattro uomini e della donna che aveva fatto impiccare; ma il cinismo del gesto gli si ritorse contro, e il giorno dell’esecuzione fu accompagnato al patibolo da una folla inferocita.

Tra i criminali venduti da Wild alla giustizia spiccano Jack Sheppard, che assunse lo statuto di eroe grazie all’abilità con cui evadeva dalla prigione, salvo venire puntualmente riacciuffato, e Joe “Blueskin” Blake, la cui vendetta fallì di poco allorché, dopo la cattura, accoltellò lo thief-taker alla gola.

Wild, dunque, è l’antitesi del criminale settecentesco: a differenza dei condannati che muoiono con fermezza e con sentimenti eroici, egli si avvia al patibolo sotto una pioggia di pietre e di fango.

Della storia di Jonathan Wild abbiamo diverse fonti, fra le quali quella di Daniel Defoe, che fu testimone della sua esecuzione capitale. Ma la più importante resta il romanzo del 1743 History of the Life of the Late Mr Jonathan Wild the Great di Henry Fielding.

Tuttavia, nel romanzo Fielding punta su Wild il suo sguardo ironico soprattutto per farne il simbolo di un sistema politico deviato: molto riconoscibile è l’analogia fra l’organizzazione criminale di Wild e l’amministrazione corrotta del governo di Sir Horace Walpole.
E qui la narrazione serve soprattutto al rovesciamento parodico: l’autore non ha alcun interesse per il folklore della malavita organizzata e per i metodi del suo operare, ma punta dritto alla satira politica.