Tempo der Straße

George Grosz, Tempo der Straße, olio su cartone, 1918.

Paradiso Perduto

La stupidità, questo inconfessabile amore, esercita su di noi un potere ipnotico, una invincibile attiranza. Più volte l’ho sperimentato nel tram, nei luoghi pubblici, al caffè. Sto seduto al caffè, e accanto a me che vado errando nei più inesplorati continenti dell’intelligenza, seggono alcuni sconosciuti. Come avviene di solito, esalano i discorsi di costoro una stupidità ineffabile, ispirata, incantatrice. A poco a poco la mia avventura si offusca, perdo la traccia del mio viaggio solitario, cedo al richiamo primordiale della stupidità, il mio orecchio è pieno della voce della sirena. Intelligenza, ti saluto! Non penso più, non cerco più, non voglio più. Un dolcissimo languore m’invade, come in capo a un’insonnia prolungata i nostri nervi finalmente si disciolgono nello sfinimento voluttuoso del sonno. Ora mi rivolgo a voi e vi domando: “Per noi figli dell’Intelligenza, per noi figli del Peccato, questo richiamo non è forse quello lontanissimo, nostalgico del Paradiso Perduto?

Alberto Savinio, Nuova Enciclopedia, pp. 353-354

Deliri

Peter Saul, Criminal Being Executed, 1964

Il delirio è una patologia squisitamente umana, non rappresentabile in altre forme vitali (il nostro cane può essere ansioso ma non delirante).  La capacità di legare due fenomeni con l’attribuzione di un sottilissimo concetto di causa ed effetto costituisce la trama razionale del nostro mondo. Una modalità di lettura che ha permesso ai nostri antenati di anticipare eventi, di costruire strategie di lotta e di crescita, di sfuggire a un presente sempre uguale e di sfidare il destino di un animale costretto a vivere tra foresta e savana e capace di andare oltre il limite.
Ma ciò che è la dirompente novità della specie umana si trasforma nell’abisso della follia. L’attribuzione di causa, di significato sfugge a un sistema di regolazione, l’uomo precipita in una lettura della realtà del tutto pregiudiziale e incomprensibile agli altri. Il delirio ricostruisce attorno all’individuo una maschera del mondo in cui egli è solo.
A volte l’artista è capace di porsi nel mezzo, di trasformare il suo delirio nell’interpretazione più lucida della realtà, spingendosi oltre il limite nella capacità di comprendere e descrivere. Per fare questo cancella le regole della ragione per poi ricomporle in un nuovo scenario in cui tutto appare nuovamente chiaro.
Il delirio (delusion in inglese, Wahn in tedesco) è quello lucido con una coscienza vigile.  Il delirio e la sua rappresentazione o comunicazione è spesso preceduto o accompagnato nel suo formarsi da uno stato d’animo o umore predelirante (wahnstimmung) o coscienza predelirante. Si tratta di un’esperienza indescrivibile e incomunicabile se non per gli artisti dove perplessità, preoccupazione, talora terrore, dominano il soggetto che vede dissolversi i punti di riferimento che lo legavano al mondo. L’ovvio diventa ignoto, il comune nuovo, il semplice sconcertante, il sicuro imprevedibile.
Sono tanti i contenuti deliranti, da quelli persecutori, di nocumento, di veneficio, di rivendicazione (querulomani) a quelli più rappresentati artisticamente, di trasformazione dell’ambiente, cosmico (immanente globale cambiamento del mondo) o metempsicosico nella convinzione di vivere nel corpo di un’altra persona o delirio zoo-antropico, trasformazione del corpo in quello di un animale (licantropia di Nabucodonosor) fino alla trasformazione dei propri organi (il cuore di pietra, il fegato di cristallo) e al delirio ipocondriaco e nichilistico. A concludere la lunga esperienza umana, nel delirio mistico viene esperito Dio, si sente fortemente la divinità e ci si identifica con essa. I deliri sono di vario genere: di grandezza, di ambizione, di genealogia, di potenza, di megalomania, di gelosia, di colpa e rovina. Al di là delle tante basi biologiche e genetiche, il desiderio rimane un’esperienza originaria e inderogabile, un’alterazione del rapporto con la realtà che coinvolge tutta la personalità.

Claudio Mencacci, la Lettura #295, pag. 31

Fenomenologie italiche. 1

Il quarto romanzo scuratista è quello in cui si concentrano tutti gli eccessi. Eccesso di ambizioni autoriali, eccesso d’egocentrismo, eccesso di pretese di riconoscimento pubblico, eccesso di registri di scrittura, eccesso di bruttezza. Si tratta di Il bambino che sognava la fine del mondo (da qui in poi BSFM, Bompiani, 2009), finalista del Premio Strega 2009. E è proprio attorno a quest’ultimo dettaglio che l’autore ha scatenato una gazzarra di cui la stampa ha raccontato abbondantemente. È successo infatti che quell’edizione del Premio Strega sia stata aggiudicata a Stabat mater, romanzo di Tiziano Scarpa edito da Einaudi. Il povero Scurati l’ha presa malissimo, e ha frignato per settimane ritenendo che quel riconoscimento dovesse essere aggiudicato a lui. Non è dato capire sulla base di quale convincimento. E non è solo per il mio disprezzo nei confronti dei premi letterari che questa vicenda mi ha spinto a provare sincera pena per Scurati. Non è mai un bello spettacolo scoprire qualcuno attaccato in modo così viscerale ai riconoscimenti da rischiare la salute e il fegato dopo esserseli visti negare. Un’altissima considerazione di se stessi finisce quasi sempre con l’estinguere l’idea di se stessi. Ma infine si tratta di un problema di Scurati. Ciò che però è inevitabile è un confronto fra i due romanzi protagonisti del testa a testa finale. Lessi Stabat Mater oltre un anno prima di BSFM. Lo trovai grigio e noioso, e dato che si trattava del romanzo vincitore del Premio Strega la cosa non mi sorprese. Ma dopo aver letto BSFM mi pare che il romanzo di Tiziano Scarpa giganteggi come se fosse l’Ulisse di Joyce, al confronto. Quanto ai contenuti del libro di Scurati, si tratta di una pretenziosa accozzaglia di finzione, cronaca, analisi sociologica che si trasforma in pippone, e persino autobiografia. Il protagonista principale è un docente dell’Università di Bergamo, che grazie a un premio letterario vinto negli anni recenti assume il ruolo di opinionista per il quotidiano La Stampa nonché di animale da talk show. E questo non è già l’Alter Ego di Scurati, ma il suo Ultra Ego. L’Uomo Che Volle Farsi Romanzo. Volente o nolente, l’Ultra Ego scuratiano si trova coinvolto in una vicenda torbida che sconvolge la vita bergamasca. Viene a galla una rete di abusi sessuali e pedofilia che coinvolge le insegnanti di una scuola elementare, il seminario vescovile sito nella Città Alta, e alcuni notabili locali. Di fatto Scurati trapianta a Bergamo la triste vicenda della scuola di Rignano, collegandola a gossip e maldicenze locali, mettendoci dentro altri frammenti di cronaca (l’uccisione di una ragazza romana nella metropolitana di Roma, da parte di una ragazza romena, con un colpo di ombrello che le trapassa l’occhio) riguardanti fatti accaduti altrove ma allocati anch’essi nel bergamasco. E infine arricchisce il tutto con gli strascichi d’un trauma infantile che si ripresenta con crescente insistenza. Un polpettone tanto improbabile quanto indigeribile. Il tentativo para-accademico è quello di tratteggiare il modo in cui i mass media generano rappresentazioni distorte della realtà e un clima di moral panic attorno a eventi di cronaca che andrebbero trattati con maggiore discernimento. Nulla che non sia già stato ruminato un milione di volte, né la confezione del tema in forma di romanzo aggiunge nuova linfa alla sua trattazione. Anche perché il pippone sociologico finisce sovente col prendere il sopravvento sul canone narrativo, e dunque ogni sforzo di trattare il tema su un piano diverso è annullato. Rimane la stracca predica sulla demonizzazione delle comunità immigrate. Messaggio condivisibile, ma trattato in modo talmente maldestro da produrre nulla più che insopportabile cacofonia. Dunque, in sostanza, l’effetto contrario a quello sperato.

Pippo Russo, L’importo della ferita e altre storie, Edizioni Cllichy, Firenze 2013, pagg. 227-228

Un lungo trainspotting

— È curioso ad esempio che Ewen Bremner, che nei due film di “Trainspotting” interpreta Spud, nell’adattamento teatrale intrepretasse Renton.

«Sono più punti di vista su un personaggio: è interessante, no? Io stesso imparo molto dal teatro, perché gli attori sono a loro volta dei narratori, modificano i personaggi, li fanno crescere. Tu lo vedi accadere davanti a te e poi lo riporti nella tua scrittura. Il modo in cui gestisco oggi personaggi come Renton o Spud è certamente frutto anche di come li ho visti interpretare».

— Personaggi, questi, da cui lei non si è mai staccato. Li ritroviamo anche, giovanissimi, in “Sgagboys”, e fanno capolino anche in altre sue opere, quasi che concorrano a creare un’unica grande narrazione.

«Non è mai facile spiegarsi come si formi la propria opera complessiva. Credo che in qualche modo un autore scriva sempre la propria biografia, e quindi torna sulle stesse figure, che abbiano lo stesso nome o meno. Certo, negli anni si diventa molto più consapevoli: quando scrivevo Trainspotting mi muovevo a casaccio, cercando di inquadrare le storie più assurde che avevo vissuto o che avevano vissuto i miei amici, o la gente del mio quartiere. Oggi, dopo altri undici libri, sono molto più consapevole delle scelte narrative e stilistiche che faccio. Posso dire di sapere qual è il campo di indagine del mio lavoro. Al di là dell’affresco sociale e dell’autobiografia letterariamente mediata, credo si possa riassumere in domande come: perché la vita, a volte, è così dura? Perché ci facciamo del male da soli? E quindi lavoro in modo diverso più mediato. Dall’altro lato è chiaro che non si può più avere quell’ingenuità che si ha quando si è all’inizio: quanbdo si comincia a scrivere ci si muove istintivamente, senza sapere che poi ciò che si è fatto condizionerà tutta la nostra produzione complessiva».

Irvine Welsh intervistato da Vanni Santoni, la Lettura #281, pag. 21

Fëdor e Ivan

Siamo nel 1865 e per Fëdor Dostoevskij sono tempi cupissimi: ha già affrontato la chiusura d’autorità della sua rivista «Vremja» e ora è in bancarotta a causa della sua nuova impresa editoriale, «Epocha». Disperato, lo scrittore corre a Wiesbaden convinto di potersi rifare alla roulette: naturalmente perde il poco che gli era rimasto («anche l’orologio ― scrive Dostoevskij ―, persino l’albergo mi è creditore»). Il suo pensiero allora corre all’amico con cui ha condiviso la condizione di astro nascente della letteratura russa e con cui ha scambiato conversazioni fraterne, il ricco Ivan Turgenev, al quale chiede un prestito di 100 talleri. Forse il Turgenev di un tempo avrebbe risposto senza esitazione, ma il letterato di successo, che ormai si è allontanato anche ideologicamente dall’amico ― peraltro nel febbraio 1865 la rivista «Epocha» gli deve ancora 300 rubli per la sua collaborazione, e Turgenev ne è un po’ seccato ―, risponde inviando a Dostoevskij solo la metà esatta della cifra, 50 talleri, con vari buoni consigli perlomeno beffardi.
Fu il definitivo allontanamento fra i due. Ma di quel che attraversò la mente di Dostoevskij per la defezione dell’amico non avremmo testimonianza immediata, se non fosse per un disegno di pugno di Dostoevskij che risale proprio a quell’epoca (alla vigilia di Delitto e castigo, del 1866)
e che ritrae quattro volti di un uomo in altrettante età diverse: i disegni raffigurano Ivan Turgenev nella sua evoluzione da ragazzo angelico ad adulto nobile, e poi sornione, e infine in età matura, burbero. Talmente burbero da essere voltato dall’altra parte, di profilo, con gli occhi stretti in una smorfia di dolore o rifiuto.

Ida Bozzi in la Lettura #275, pag. 33

Herta Müller

All’epoca lavoravo in una fabbrica traducendo le istruzioni d’uso dei macchinari d’importazione tedesca. Da quel momento, ogni paio di giorni, un comandante della Securitate cominciò a venire anche in ufficio. Voleva reclutarmi come informatore. Dapprima con delle lusinghe ma, quando rifiutai, scagliò il vaso da fiori contro il muro, minacciandomi. Si congedò con la frase: finirai per pentirtene. Ti butteremo nell’acqua.
Iniziarono buttandomi fuori dalla fabbrica. Adesso ero un nemico dello Stato, oltre che disoccupata. Negli interrogatori che seguirono, il membro dei servizi segreti mi chiamò «elemento parassitario». Ti dava l’idea di insetto nocivo. Gli stessi servizi segreti, che avevano indotto  il mio licenziamento, mi accusavano ora proprio di quello e mi ricordavano che per quello sarei potuta finire in prigione. Funzionava così con i posti di lavoro. Era come essere nell’esercito. Ogni mattino ognuno di noi doveva presentarsi dinanzi allo Stato. Quando alle 7 e mezzo arrivavi al lavoro, la marcia risuonava per tutto il cortile della fabbrica fin su nel cielo. Andavamo a tempo, che lo volessimo o no. Raggiungevamo le nostre postazioni: gli operai le catene di montaggio e noi impiegati d’ufficio le scrivanie. Poi andavamo a farci la doccia e a lavarci i capelli. Passavamo così al caffè e lo smalto sulle unghie. Di tanto in tanto lavoricchiavamo e poi era già l’ora della pausa pranzo con la marcia che riecheggiava dagli altoparlanti. Molto più importante della nostra produttività era la nostra presenza. In cambio di quell’ubbidienza ti davano uno stipendio, dal primo giorno di lavoro fino alla pensione. Che producessimo qualcosa o meno, non aveva alcuna importanza. In fabbrica il nostro motto era: non fare oggi quello che hai mancato di fare ieri, perché forse domani non servirà più.

Herta Müller in la Lettura #265, pag. 46

Comando

 

In uno dei più bei romanzi del XX secolo, Lo stendardo di Alexander Lernet-Holenia, vediamo l’esercito plurinazionale dell’impero austroungarico nel punto in cui comincia a disgregarsi, verso la fine della prima guerra mondiale. Un reggimento di ungheresi rifiuta improvvisamente di obbedire all’ordine di marcia impartito dal comandante austriaco. Il comandante, sbalordito di fronte a questa inattesa disubbidienza esita, consulta gli altri ufficiali, non sa che fare e sta quasi per abbandonare il comando, quando trova finalmente un reggimento di un’altra nazionalità che obbedisce ancora ai suoi ordini e fa fuoco sugli insorti. Ogni volta che un potere è in disfacimento, finché qualcuno dà ordini, si troverà sempre anche qualcuno, magari uno solo, che gli obbedirà: un potere cessa di esistere soltanto quando smette di dare ordini. È quello che è successo in Germania al momento della caduta del Muro e in Italia dopo l’8 settembre 1943: non era cessata l’obbedienza, era venuto meno il comando.

Giorgio Agamben, Creazione e anarchia, Neri Pozza, Vicenza 2017, pag. 96

Nel 1427

Nel 1427 la Repubblica fiorentina, avendo affrontato spese oltre i propri mezzi durante anni opachi per l’economia, si trovava stretta da impellenze che la Repubblica italiana sei secoli più tardi avrebbe conosciuto bene: un debito preoccupante, l’evasione che metteva alla prova l’efficienza di alcune funzioni vitali dello Stato, elettori che chiedevano meno tasse ed equità nella pressione fiscale tra ricchi e poveri.
La differenza è che Firenze seicento anni fa reagì come un governo scandinavo del XXVI secolo. Cercò di conoscere per deliberare, prima di tutto. Ogni capofamiglia venne invitato al catasto per dichiarare il proprio nome e le dimensione della sua unità familiare, l’età, il mestiere e il reddito, le sostanza in denaro o in case e terre, quindi «crediti o traffici, gli schiavi, i buoi, gli armenti e le greggi». Negli uffici pubblici di quartiere si presentarono 9.780 nuclei familiari, 1.885 gruppi di affini con uno stesso cognome, e molte persone che, con una competenza alfabetica sorprendente, sui registri scrissero solo: «Non ho nulla». Questi nullatenenti erano poco meno di un sesto degli abitanti, poi però c’erano gli altri: i capifamiglia dei ceti medio-bassi, medi ed elevati; il ritratto dei loro redditi e dei loro patrimoni assunse una dimensione che in seguito la reticenza dei più facoltosi avrebbe reso impossibile in Italia per secoli a venire.

Federico Fubini in la Lettura #257, pag. 2

Il discettare umano al tempo globale

 

«Parmi d’aver per lunghe esperienze osservato, tale esser la condizione umana intorno alle cose intellettuali, che quanto altri meno ne intende e sa, tanto più risolutamente voglia discorrerne; e che, all’incontro, la moltitudine delle cose conosciute ed intese renda più lento ed irresoluto al sentenziare circa qualche novità.»

Galileo Galilei, Il Saggiatore