John Elkann e Jeff Bezos

Corriere della Sera, pag. 21: riuniti i vertici di alcune delle testate più importanti del mondo per i 150 anni de La Stampa. Dalla selezione d’interventi, ne pesco alcuni.

«Il rapporto tra i nostri media, Facebook e Google? Loro sono i padroni di casa, noi siamo gli inquilini. Ci stanno alzando l’affitto.»

«Abbiamo il dovere civico di rendere le notizie interessanti.»

«Nei giornali dobbiamo ricreare ogni giorno “Il Trono di Spade”: una storia così interessante che non possiamo restare fuori.»

«Le redazioni saranno più piccole, agili, non formate necessariamente da soli giornalisti.»

«L’indipendenza editoriale è fondamentale, ma giornalisti e aziende devono imparare a lavorare insieme.»

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Scrittori

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La maggior parte degli scrittori che leggiamo non sono né geni né milionari; conducono, o  hanno condotto, esistenze qualunque: bollette da pagare, matrimoni, divorzi, alimenti, figli da crescere, editori da compiacere o tenere a bada, e tanti rospi da mandare giù. Ciò che li distingue da qualsiasi altro borghese in circolazione è che per campare hanno scelto di scrivere, e scrivere come diceva Simenon è «una vocazione all’infelicità». Gli avvocati che conosco non stanno sempre lì a chiedersi se sono – o se potranno mai essere – i più grandi avvocati del mondo. Svolgono la professione forense al meglio, godendone i frutti e la cosa finisce lì. I pochi scrittori che frequento sono animati dalla smania vanagloriosa di prevalere su tutti gli altri, e annichiliti dal sospetto della propria mediocrità che con l’età diventa una certezza.

Alessandro Piperno in la Lettura #231, pag. 2

Calais

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Le camionette del Crs stazionano a decine sulla corsia d’emergenza e sorvegliano dall’alto la più grande bidonville d’Europa. Appena fa buio, ragazzi con giacche a vento nere e berretti di lana, che sopravvivono a fatica nella bidonville, si lanciano all’assalto della circonvallazione, e tentano strategie diversive di ogni sorta – lanci di rami, di carrelli del supermercato – per distrarre i Crs e rallentare la circolazione nella speranza di saltare a bordo di un camion. Ci sono molti incidenti, spesso mortali, e anche chi ce la fa, una volta giunto al porto, ha pochissime probabilità di superare la dogana perché i controlli sono sempre più sofisticati: cani, infrarossi, termorilevatori e rilevatori del battito cardiaco. È un incubo per tutti: per i migranti, per i Crs, per i camionisti e per gli automobilisti che temono ora di essere aggrediti da un migrante ora di investirne uno – ennesima variante, estremamente semplificata, dell’opposizione tra chi è pro e chi è contro. Si procede tra due recinzioni metalliche bianche, alte quattro metri, sormontate da filo spinato a lame di rasoio (la famigerata “concertina”). Al governo britannico queste recinzioni sono costate quindici milioni di euro – è il loro contributo, la Francia fornisce gli uomini – e ce ne sono anche sul lato ovest della città, nella zona dell’Eurotunnel, l’altra possibile via d’accesso all’Inghilterra. Il paesaggio, che da quelle parti era ricco di valli, alberato, verdeggiante, è stato trasformato in un gigantesco fossato. Lo scorso autunno la società Eurotunnel ha fatto abbattere tutti gli alberi in un’area di cento ettari per impedire ai migranti di avanzare senza essere visti e per facilitare la videosorveglianza: neanche un coniglio riuscirebbe a nascondersi. Non contenti, pochi mesi dopo hanno inondato la zona. Come dice Buno Mallet: se potessero metterci dei coccodrilli, lo farebbero.

Emanuel Carrère, dal réportage sulla città di Calais, la Lettura #229

Uomini e bestie

02

Dovete dunque sapere come ci siano due modi di combattere: l’uno, con le leggi; l’altro, con la forza. Il primo modo appartiene all’uomo, il secondo alle bestie. Ma poiché molte volte il primo modo non basta, conviene ricorrere al secondo. È pertanto necessario che un principe sappia servirsi dei mezzi adatti sia alla bestia sia all’uomo. Gli antichi scrittori hanno già fornito ai principi questo insegnamento sotto forma di allegoria, quando hanno riferito che Achille e molti altri principi dell’antichità furono affidati al centauro Chirone perché li allevasse e li educasse sotto la sua disciplina. L’avere per precettore qualcuno che sia mezza bestia e mezzo uomo, ha un solo significato: che il principe deve sapersi servire dell’una e dell’altra natura, perché l’una senza l’altra non resiste nel tempo.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-2, con versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Decadenza (5)

Dai diari di Samuel Pepys, 20 maggio 1668:

A White Hall col colonnello Middleton a trovare il Duca di York il quale si è trasferito a St. James: lo abbiamo raggiunto lì e con lui siamo poi tornati a White Hall alla Camera del Consiglio dove c’era la seduta del Comitato della Marina. Si è discorso di tante cose, proprio da stupidi! Era impressionante vedere delle questioni importanti discusse da gente che non se ne intendeva affatto! Fra gli altri c’era uno il quale insisteva per la costruzione di una nave col sistema segreto Hemskrirke, che può avere una velocità di un terzo superiore a quella di ogni altra nave. Il Principe Rupert è dalla sua parte, e credo che finirà per ottenere tutto quello che vuole, altrimenti non otterrebbe nulla, almeno così dovrebbe essere.

Decadenza (4)

Dai diari di Samuel Pepys, 30 aprile 1668:

Così finisce questo mese. Mia moglie in campagna, io spendo e mi diverto. Sono in pena per i miei amici e specialmente per Lord Sandwich e ancor più per la mia vista che peggiora sempre, talché mi azzardo appena a scrivere e a leggere qualche cosa. Il Regno è in uno stato di grande miseria. Non vi sono danari per pagare la flotta, i marinai non ricevono la paga e si ammutinano quando si parla di farli partire. Il nostro ufficio può far poco e nessuno se ne fida. Siamo poveri, e a pezzi. Che Dio ci aiuti! Pare che la pace fra la Spagna e la Francia si faccia, e allora forse i Francesi potrebbero avere velleità di attaccarci! Che Dio ci protegga.

Decadenza (3)

Dai diari di Samuel Pepys, 18 marzo 1668:

A Westminster ho incontrato mio cugino Roger e Creed. Mio cugino è sempre persuaso che non c’è altro mezzo per salvare la nazione che sciogliere questo Parlamento per formarne un altro, ma siccome il Re è circondato da persone che perderebbero la loro posizione attuale, così nessuno lo consiglierà mai a fare una cosa del genere.

Decadenza (2)

Dai diari di Samuel Pepys, 17 novembre 1666:

Ho lavorato in ufficio tutto il giorno, poi sono andato a casa a pranzo e mi sono chiuso in camera mia per compilare la mia famosa lettera al Duca di York nella quale spiego le cattive condizioni della Marina apertamente, in modo che riesca difficile a lui e al Re, se hanno a cuore il loro vantaggio, di disinteressarsene, e di non prendere dei provvedimenti finanziari per continuare la guerra prima che sia troppo tardi, oppure chiedere la pace a qualunque condizione.

Decadenza (1)

Dai diari di Samuel Pepys, 31 ottobre 1666:

Così termina il mese. Le condizioni della Marina non sono per niente migliorate. Non c’è credito, nessuno ci vende merce, nessuno si fida di noi. Tutto quello che abbiamo da fare in ufficio è ascoltare lamentele per la mancanza di quattrini; anche il Duca di York se  n’è finalmente persuaso, ma bisogna aspettare che il Re ne trovi, e il Parlamento fa le cose con molta lentezza. Ma tutti sono malcontenti del modo di comportarsi del Re e il disordine regna ovunque. I marinai fanno i loro comodi e i comandanti non hanno ascendente su di loro. La maggioranza, invece di restare a bordo, corre a Londra, ma nessuno può biasimarli: noi dobbiamo loro tanto danaro e le loro famiglie morranno di fame se non li paghiamo. Prevedo grandi disgrazie e per andare incontro alle giornate cattive ho diviso quello che avevo in tante parti e l’ho messo un po’ per parte, sempre mantenendomi fedele al Re sotto tutti i punti di vista. Il mio solo dispiacere è vedere il Re andare incontro alla rovina col suo popolo. Eppure non sarebbe ancora troppo tardi per vincere gli Olandesi, ma finché lui e il Duca di York si occupano soltanto del loro piacere, siamo destinati a perire.

I libri faranno una brutta fine

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Questo lo scriveva Andrea Inglese due anni fa.

Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, è roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano. Perché mai i litigi dovrebbero essere inutili se vertono sul fatto che questi cambiamenti possono influire su un peggioramento o su un miglioramento del mondo? Per come sono stato educato, e per i valori che ho assorbito nella società in cui vivo, mi sembra che nulla ci sia di più utile che interrogarsi, e magari litigare, sul bene o il male della polis, dei destini generali, del mondo in cui storicamente e socialmente viviamo. Mi han detto che questo modo di fare si accompagna con la storia delle società cosiddette democratiche, a differenza di quanto accade in quelle che possiedono libri sacri e verità indiscutibili. Insomma, quell’aggettivo “inutile” sotto la tastiera di Sofri è una spia di qualcosa di strano e un po’ aberrante. Non solo nel suo punto di vista, ma in quello che egli crede, probabilmente a ragione, essere un punto di vista condiviso. Forse Sofri si è sbagliato, ha scritto una cosa per un’altra. Forse ha voluto dire che questo cambiamento non si può descrivere né come un peggioramento né come un miglioramento. O più precisamente: è prematuro discutere se si vada verso un miglioramento o verso un peggioramento. Infatti aggiunge: “limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede”. Il problema è che oltre la mera “registrazione” del fatto, l’autore non sembra andare. Non sembra minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi. Anzi, secondo Sofri, pare che perdite e guadagni si equivalgano, e che in definitiva l’unico motore della cultura sarà l’attività giornalistica in rete.

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http://www.nazioneindiana.com/2014/01/12/i-libri-faranno-una-brutta-fine