Around the suburbs

When I’m driving around the suburbs, I see them as if they were a set where dramas are unfolding all the time. I’m setting the stage for an imagined story.

Todd Hido

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Repetition

I keep this list of rules for art students in my office, the same list that John Cage kept in his studio. They’re by Sister Corita Kent, and the first rule is, ‘Find a place you trust and then try trusting it for a while.’ It’s okay to stay in the same place for a while and to trust the desire to do so. I’d go to the same suburbs and make pictures of houses at night with lights on. I’d see that a picture was really good and then make another one to see what happened. I’d go back again and again, making pictures in the same places. Slowly but surely the work evolved. I don’t think our human nature lets us truly repeat ourselves. Repetition is just part of the creative process.

Todd Hido

The 100 greatest novels. #6

 

I am extremely concerned, my dearest friend, for the disturbances that have happened in your family. I know how it must hurt you to become the subject of the public talk: and yet, upon an occasion so generally known, it is impossible but that whatever relates to a young lady, whose distinguished merits have made her the public care, should engage every body’s attention. I long to have the particulars from yourself; and of the usage I am told you receive upon an accident you could not help; and in which, as far as I can learn, the sufferer was the aggressor.
Mr. Diggs, the surgeon, whom I sent for at the first hearing of the rencounter, to inquire, for your sake, how your brother was, told me, that there was no danger from the wound, if there were none from the fever; which it seems has been increased by the perturbation of his spirits.
Mr. Wyerley drank tea with us yesterday; and though he is far from being partial to Mr. Lovelace, as it may well be supposed, yet both he and Mr. Symmes blame your family for the treatment they gave him when he went in person to inquire after your brother’s health, and to express his concern for what had happened.
They say, that Mr. Lovelace could not avoid drawing his sword: and that either your brother’s unskilfulness or passion left him from the very first pass entirely in his power.

Samuel Richardson, Clarissa (1748). Project Gutenberg’s Clarissa, Volume 1 (of 9), August 1, 2009

Subconcious in picture

Much of what happens in a picture is subconscious at the time I make it. I’m really seeing what’s there later, when a picture is done. Joan Didion puts it this way, ‘I write entirely to find out what I’m thinking, what I see, and what it means. What I want and what I fear.’ I feel the same way about photography. I learn things from my work about what I’m thinking. My mind is way more sophisticated than I realize. Sometimes, I pull things out of my hat while I’m working and later I think, ‘Whoa, where did that come from?’

Todd Hido

The 100 greatest novels. #5

L’autore dovrebbe considerare se stesso non come un gentiluomo che offra un pranzo in forma privata o d’elemosina, bensì come il padrone d’una taverna aperta a chiunque paghi. Nel primo caso, colui che invita offre naturalmente il cibo che vuole, e quand’anche questo sia mediocre e magari sgradevole ai loro gusti, gli ospiti non debbono protestare; ché l’educazione impone loro d’approvare e lodare qualunque cosa venga loro posta dinanzi. Proprio il contrario accade al padrone d’una taverna. Quelli che pagano vogliono dar soddisfazione al proprio palato, anche quando questo sia raffinato e capriccioso, e se non è tutto di loro gusto, si sentono in diritto di criticare, di protestare, d’imprecar magari contro il pranzo, senz’alcun ritegno.

Henry Fielding, Tom Jones. Storia di un trovatello, traduzione di Ada Prospero, Garzanti, 1997

Donne d’Israele

Nel 1947, per ottenere il riconoscimento dello Stato di Israele da parte della formazione Agoudat Israel, Ben Gurion ha concesso il mantenimento della giurisdizione religiosa sul diritto di famiglia – secondo una tradizione ereditata dal sistema ottomano del millet. Anche se, dal 2001, i casi relativi alla custodia dei bambini e al pagamento degli alimenti possono essere regolati da organismi civili paralleli, i tribunali rabbinici, dominati dalla corrente ultraortodossa, rimangono gli unici competenti a pronunciarsi sui matrimoni e divorzi fra ebrei. Questi tribunali sono luoghi esclusivamente maschili, poiché le donne, non avendo il diritto di diventare rabbini, non possono neanche diventare giudici rabbinici, né essere ascoltate come testimoni. Peggio ancora: l’atto di divorzio (il ghet) non può essere rilasciato senza il consenso del marito, che dispone di una temibile arma di ricatto per ottenere vantaggi nella separazione. Qualora rifiuti, la moglie non potrà risposarsi; se lei avrà altri figli, saranno considerati dei mamzer, dei bastardi. Secondo Ruth Halperin-Kaddari, ricercatrice all’università Bar-Ilan, oggi, circa centomila agunah (incatenate) si trovano di fronte alla scelta di rinunciare al divorzio o accettare condizioni ingiuste.

Laura Raim, Le Monde diplomatique Italia, Novembre 2017, p. 6

Mishima

Quella sera, arrivato a casa nei sobborghi, contemplai seriamente il suicidio per la prima volta nella mia vita. Mentre però vi riflettevo, la prospettiva divenne fastidiosa oltre ogni sopportazione, e finii col concludere che sarebbe stata una faccenda grottesca. Rifuggivo, per indole dall’ammettere una sconfitta. E poi, mi dissi, non c’è nessun bisogno ch’io prenda un’iniziativa così radicale per conto mio, no davvero, quando mi attornia un così largo stuolo dei più svariati tipi di morte: morte durante un’incursione aerea, morte nell’adempimento del proprio dovere, morte sotto le armi, morte sul campo di battaglia, morte per investimento di un veicolo, morte per malattia… Certo il mio nome è già stato segnato nell’elenco di uno di questi tipi […] No… per qualunque verso mettessi la questione, il momento non appariva propizio. Meglio semmai aspettare che qualcosa mi usasse il favore di uccidermi.

Yukio Mishima, Confessioni di una maschera, traduzione di Marcella Bonsanti, Feltrinelli, 1981

The 100 greatest novels. #4

 

Mio padre possedeva un modesto fondo nella contea di Nottingham, e io sono il terzo di cinque figli. All’età di anni quattordici egli m’inviò al Collegio Emanuele di Cambridge, ove rimasi per tre anni, dedicandomi strettamente agli studi: ma essendo il costo della retta troppo oneroso per le nostre povere sostanze (sebbene vivessi piuttosto magramente), fui destinato quale apprendista presso il dottor Giacomo Bates, eminente chirurgo di Londra, col quale rimasi per anni quattro; e inviandomi talora mio padre piccole somme di danaro, le investii per apprendere l’arte di navigare e altre cognizioni matematiche, utili a chi voglia darsi ai viaggi: come sempre ritenni sarebbe stata un giorno la mia sorte. Lasciato il dottor Bates, me ne tornai alla casa paterna; ove, con l’aiuto di mio padre e di mio zio Giovanni e d’altri parenti, raccolsi la somma di quaranta sterline e una promessa di trenta sterline annue per mantenermi a Leida: ivi studiai la medicina per due anni e sette mesi, ben sapendo che ciò sarebbe stato utile nei lunghi viaggi.

Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, traduzione di Gianni Celati, Universale Economica Feltrinelli, 1997

La cosa più bella

Su cosa ci sia di più bello al mondo, la poetessa Saffo aveva le idee chiare:
«ciò che uno ama».
Quello che la singolarità umana ama e desidera, introietta e proietta.

Chi cavalieri a schiera, e chi fanti,
chi navi, dice, sulla nera terra
sia la cosa più bella, ma io dico:
ciò che uno ama.
Facile è certo a un poeta spiegare
questo a ognuno: ché lei, che sopra tutti
fu la più bella, Elena, il marito
ottimo in tutto
lasciò, e venne a Troia navigando,
né la figlia né i cari genitori
ricordò affatto, ma la portò via
Cipride amore.
…………………………………………..
Di Anattoria ora a me venne il ricordo
che non è qui.
Di lei vorrei sia l’amabile passo
che la luce veder chiara del volto,
più che i carri dei Lidi, più che in armi
fanti a battaglia.

(fr. 27 D.)