Decadenza (5)

Dai diari di Samuel Pepys, 20 maggio 1668:

A White Hall col colonnello Middleton a trovare il Duca di York il quale si è trasferito a St. James: lo abbiamo raggiunto lì e con lui siamo poi tornati a White Hall alla Camera del Consiglio dove c’era la seduta del Comitato della Marina. Si è discorso di tante cose, proprio da stupidi! Era impressionante vedere delle questioni importanti discusse da gente che non se ne intendeva affatto! Fra gli altri c’era uno il quale insisteva per la costruzione di una nave col sistema segreto Hemskrirke, che può avere una velocità di un terzo superiore a quella di ogni altra nave. Il Principe Rupert è dalla sua parte, e credo che finirà per ottenere tutto quello che vuole, altrimenti non otterrebbe nulla, almeno così dovrebbe essere.

Decadenza (4)

Dai diari di Samuel Pepys, 30 aprile 1668:

Così finisce questo mese. Mia moglie in campagna, io spendo e mi diverto. Sono in pena per i miei amici e specialmente per Lord Sandwich e ancor più per la mia vista che peggiora sempre, talché mi azzardo appena a scrivere e a leggere qualche cosa. Il Regno è in uno stato di grande miseria. Non vi sono danari per pagare la flotta, i marinai non ricevono la paga e si ammutinano quando si parla di farli partire. Il nostro ufficio può far poco e nessuno se ne fida. Siamo poveri, e a pezzi. Che Dio ci aiuti! Pare che la pace fra la Spagna e la Francia si faccia, e allora forse i Francesi potrebbero avere velleità di attaccarci! Che Dio ci protegga.

Decadenza (3)

Dai diari di Samuel Pepys, 18 marzo 1668:

A Westminster ho incontrato mio cugino Roger e Creed. Mio cugino è sempre persuaso che non c’è altro mezzo per salvare la nazione che sciogliere questo Parlamento per formarne un altro, ma siccome il Re è circondato da persone che perderebbero la loro posizione attuale, così nessuno lo consiglierà mai a fare una cosa del genere.

Decadenza (2)

Dai diari di Samuel Pepys, 17 novembre 1666:

Ho lavorato in ufficio tutto il giorno, poi sono andato a casa a pranzo e mi sono chiuso in camera mia per compilare la mia famosa lettera al Duca di York nella quale spiego le cattive condizioni della Marina apertamente, in modo che riesca difficile a lui e al Re, se hanno a cuore il loro vantaggio, di disinteressarsene, e di non prendere dei provvedimenti finanziari per continuare la guerra prima che sia troppo tardi, oppure chiedere la pace a qualunque condizione.

Decadenza (1)

Dai diari di Samuel Pepys, 31 ottobre 1666:

Così termina il mese. Le condizioni della Marina non sono per niente migliorate. Non c’è credito, nessuno ci vende merce, nessuno si fida di noi. Tutto quello che abbiamo da fare in ufficio è ascoltare lamentele per la mancanza di quattrini; anche il Duca di York se  n’è finalmente persuaso, ma bisogna aspettare che il Re ne trovi, e il Parlamento fa le cose con molta lentezza. Ma tutti sono malcontenti del modo di comportarsi del Re e il disordine regna ovunque. I marinai fanno i loro comodi e i comandanti non hanno ascendente su di loro. La maggioranza, invece di restare a bordo, corre a Londra, ma nessuno può biasimarli: noi dobbiamo loro tanto danaro e le loro famiglie morranno di fame se non li paghiamo. Prevedo grandi disgrazie e per andare incontro alle giornate cattive ho diviso quello che avevo in tante parti e l’ho messo un po’ per parte, sempre mantenendomi fedele al Re sotto tutti i punti di vista. Il mio solo dispiacere è vedere il Re andare incontro alla rovina col suo popolo. Eppure non sarebbe ancora troppo tardi per vincere gli Olandesi, ma finché lui e il Duca di York si occupano soltanto del loro piacere, siamo destinati a perire.

Franz Kafka, Lettera al padre (20)

01

C’è chi pensa che la paura del matrimonio talvolta derivi dal fatto che in realtà si teme che i figli un giorno ci restituiranno quel che abbiamo fatto ai nostri genitori. Nel mio caso, mi pare, questo non ha grande importanza, perché il mio senso di colpa deriva proprio da te ed è anche troppo intriso della sua singolarità; anzi questo senso di singolarità fa parte della sua essenza straziante, e una sua ripetizione è impensabile. Purtuttavia devo dire che un figlio così muto, ottuso, secco e decadente mi sarebbe insopportabile; sicuramente, se non ci fossero altre possibilità, lo fuggirei ed emigrerei, come in un primo momento volevi fare tu per via del mio matrimonio. E comunque possibile che la mia incapacità di sposarmi sia influenzata anche da questo.
Molto più importante a questo riguardo è però la paura per me stesso. Questa affermazione va intesa così: ho già accennato che con lo scrivere e con tutto quello a esso collegato ho compiuto piccoli tentativi di indipendenza, tentativi di fuga dal successo minimo, non mi porteranno molto avanti, molte cose me lo confermano. Tuttavia è mio dovere, o forse questa è proprio l’essenza della mia vita, vegliare su di essi, per non lasciare che si avvicinino loro pericoli da cui debba difendermi o anche solo la possibilità di tali pericoli. Il matrimonio è la possibilità di un tale pericolo, e al contempo anche la possibilità del massimo avanzamento, ma mi basta che sia la possibilità di un pericolo. Che farei mai se poi fosse davvero un pericolo! Come potrei continuare a vivere nel matrimonio, nella sensazione forse indimostrabile ma altrettanto inconfutabile di questo pericolo! Di fronte a questo posso certo vacillare, ma l’esito finale è sicuro, debbo rinunziare. Il paragone dell’uovo oggi e della gallina domani non è molto calzante. Oggi non avrei niente e domani tutto, eppure — a decidere sono i rapporti di forza e le esigenze della vita — debbo scegliere il niente. Allo stesso modo ho dovuto decidere quando ho scelto la professione.
Il più importante ostacolo al matrimonio è comunque l’inestirpabile convinzione che per mantenere o comunque guidare una famiglia siano necessarie tutte quelle caratteristiche che ho riconosciuto in te, tutte insieme, nel bene e nel male, a costituire un tutto organico come nella tua persona, e quindi forza e disprezzo degli altri, salute e una certa smodatezza, loquacità e insufficienza, autostima e insoddisfazione del prossimo, senso di superiorità e tirannia, conoscenza degli uomini e sfiducia nei più, e anche pregi senza contropartita alcuna come laboriosità, resistenza, presenza di spirito, animo intrepido. Di tutto ciò io in confronto non avevo niente o soltanto pochissimo, e con ciò io osavo sposarmi pur vedendo che persino tu nel matrimonio dovevi lottare strenuamente e, coi tuoi figli, arrivavi a fallire? Naturalmente questa domanda non me la ponevo espressamente, né vi rispondevo espressamente; altrimenti della cosa si sarebbe impossessato il corso abituale dei pensieri, e mi avrebbe mostrato uomini molto diversi da te (per nominarne uno molto vicino e assai diverso da te: lo zio Richard) che tuttavia si sono sposati e quanto meno non sono crollati sotto il peso del matrimonio, il che è già molto e a me sarebbe bastato abbondantemente. Ma questa domanda io non me la sono posta: l’ho vissuta, sin dall’infanzia. Io non mi sono messo seriamente alla prova rispetto al matrimonio, ma rispetto a ogni piccolezza; rispetto a ogni piccolezza mi hai convinto, con il tuo esempio e la tua educazione, come ho cercato di descriverli, della mia incapacità, e quel che era vero per ogni piccolezza e ti dava ragione, doveva naturalmente essere enormemente vero per quanto c’era di più grande, ovvero il matrimonio.
Fino ai tentativi di matrimonio io sono infatti cresciuto come un uomo d’affari che si trascini giorno dopo giorno, per quanto sia preda di preoccupazioni e di cattivi presagi, senza mettere ordine nei suoi libri contabili. Ha alcune piccole entrate che, in virtù della loro rarità, continua ad accarezzare e a esagerare nella sua immaginazione, e per il resto solo perdite quotidiane. Registra tutto senza tentare mai un bilancio.
Arriva però l’obbligo di un bilancio, ovvero il tentativo di matrimonio. E con le grosse somme che sono in gioco, è come se non ci fosse mai stata neppure la più piccola entrata, ma un unico grande debito. E adesso sposati, senza impazzire!

(20 – continua)

Crisi

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Come sappiamo, da noi il fare tagli alla spesa pubblica viene chiamato spending review, per imitare il mondo anglosassone. E il nuovo commissario nominato alla spending review è Carlo Cottarelli, uomo proveniente dal Fondo Monetario Internazionale, che qualcosa ne capirà. Finora, i suoi predecessori (compreso il mitico Enrico Bondi, ex commissario di Parmalat) hanno realizzato ben poco sul taglio della spesa pubblica: probabilmente perché la spesa pubblica nutre l’enorme carrozzone dei politici e dei burocrati di Stato, i quali: a) non sanno cos’è davvero la crisi, perché non la vivono sulla propria pelle; b) sanno invece perfettamente che ogni taglio alla spesa pubblica è un taglio ai loro privilegi, e quello sì che lo sentirebbero. Ora, dopo i due anni di tentato salvataggio con la “cura Monti”, il Paese si ritrova con: a) il debito pubblico salito a 2.080 miliardi di euro; b) il rapporto deficit/Pil che sfora il tetto del  3% imposto dall’Unione Europea; c) la pressione fiscale nominale che ha raggiunto il 44,5%, e quella effettiva il 53,5%, con le piccole e medie imprese costrette a sopportare un carico reale che può arrivare al 68,3%. Intanto, la recessione ha fatto perdere oltre l’8% al prodotto interno lordo, dall’inizio della crisi: la metà di questo calo, guarda caso, si è prodotta proprio fra il 2012 e il 2013, gli anni del cosiddetto “salvataggio”.

Tracollo

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Molte aziende italiane, soprattutto quelle di piccole dimensioni, sono da anni in passivo, vittime di una recessione che non si è interrotta neanche nel secondo trimestre dell’anno, quando in altri paesi d’Europa c’è stata una ripresa. E non sembra che ci siano miglioramenti in vista. Al contrario, dopo aver perso anni preziosi intorno a un solo uomo, ai suoi interessi economici, ai suoi giochi di potere politici e alle sue orge notturne, il paese non trova pace, anche perché questa persona continua a tenere in pugno l’Italia e la sua economia.
Silvio Berlusconi, più volte presidente del consiglio, condannato per frode fiscale, ha ottenuto, in cambio del sostegno al governo Letta, l’abolizione dell’imposta sulla prima casa. Inoltre, se in seguito alla sua condanna per evasione iscale, Berlusconi fosse escluso dal parlamento, il paese rischierebbe il tracollo. Politici di maggioranza, economisti e perino operatori di borsa affermano che se Berlusconi farà crollare la coalizione di governo le conseguenze saranno “drammatiche” sia per la società sia per l’economia italiana. E anche per i mercati finanziari internazionali.

Thomas Fromm, Süddeutsche Zeitung, Germania

 

Italian banking championship

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All’inizio del Duemila, nel sistema bancario internazionale si affermò la moda della crescita dimensionale, ottenuta attraverso fusioni e acquisizioni. Così, il sistema bancario italiano si concentrò molto, creando un oligopolio di poche grandi banche.Tra il 2006 e il 2007, Banca Intesa (la ex Banca Commerciale Italiana) compra l’Istituto Bancario San Paolo di Torino; nel 2007 Unicredit (risultata dalla fusione di Credito Italiano con Credito Romagnolo) compra Capitalia (che era il Banco di Roma); a fine 2007 il Monte dei Paschi di Siena compra – a un prezzo folle – Banca Antonveneta (pagandola 9 miliardi e 300 milioni di euro).

La stampa salutò queste operazioni come il risultato della creazione di “campioni nazionali” nel settore del credito. Il problema è che, arrivata la spaventosa crisi internazionale, questi campioni  sono finiti a disputare gare tutt’altro che vincenti. Prima fra tutte, quelle sui dipendenti da mandare a casa: Unicredit – arrivata prima – ne ha licenziati 13 mila; Banca Intesa 4 mila e Monte dei Paschi 3 mila. Altri dipendenti sono stati allontanati col sistema della esternalizzazione, attraverso lo scorporo e la vendita di rami d’azienda.

L’altra gara, ancor più clamorosa, è quella della distruzione di valore. Nel 2007 Unicredit, dopo la fusione con Capitalia, valeva 100 miliardi di euro, mentre oggi ne vale solo 20, addirittura dopo aver fatto un aumento di capitale di 7 miliardi. Il Monte dei Paschi di Siena, che aveva comprato Banca Antonveneta per la bellezza di 9 miliardi e 3, oggi vale in blocco solo 2 miliardi e 240 milioni. Sulla qualità del credito, poi, c’è da mettersi le mani dei capelli: dal 2007 al 2012 i crediti in sofferenza (non più riscuotibili) di Unicredit sono raddoppiati, mentre quelli di Montepaschi sono addirittura triplicati.

Dulcis in fundo, abbiamo una forte restrizione del credito: non si danno più soldi a chi ne ha bisogno per vivere e per far riprendere l’economia.
Proprio un bel risultato: dalle privatizzazioni degli anni Novanta, ci si è via via montati la testa, cercando di mangiare tutto e finendo col rovinarsi.

(fonte: Vladimiro Giacché su Micromega 3/2013)

 

Le banche più sicure

 
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To whom it may concern
:
come ogni anno, il periodico finanziario Global Finance stila la classifica delle 50 banche più sicure del mondo.

Non conosciamo il grado di affidabilità di questo studio, ma restiamo colpiti dalla totale assenza di banche italiane. Ci sono due banche cilene, c’è Taiwan, c’è la Francia, ma  nessun istituto italiano.

Lo schema in alto riporta la classifica dei primi 10 istituti di credito.

http://www.gfmag.com/tools/best-banks/12326-worlds-50-safest-banks-april-2013.html
 

Attenti alle clausole (e due)

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Lo scorso 28 gennaio ho fatto queste osservazioni, sorte dopo avero letto le cosiddette “clausole di azione collettiva” introdotte dal decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze del 7 dicembre 2012.

Poi, a fine Marzo 2013, a Cipro viene deciso un prelievo forzoso del 37.5% dai conti correnti delle banche con depositi sopra i 100.000 euro, come condizioni per il salvataggio dello Stato da parte dell’Unione Europea. Così, Cipro riceve dalla Troika un prestito di 10 miliardi di euro (spropositato, visto che il pil di Cipro è di circa 19 miliardi di euro).

Di fatto, con questa iniziativa si rompe un tabù e viene aggiunto un altro strumento all’arsenale delle situazioni di default e di ristrutturazione dei debiti sovrani: i soldi e i conti correnti dei cittadini non sono più inviolabili, ma possono essere usati in modo forzoso per salvare lo Stato e le banche.

Pare che il metodo sia piaciuto in sede europea: a fine marzo il Presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem si lascia sfuggire a Reuters: “Il prelievo forzoso a Cipro è nuovo il modello per i salvataggi”. La dichiarazione viene subito smentita, ovviamente, ma fa luce sulle intenzioni di chi conta.

Ora, dal 1° Gennaio 2013 i risparmiatori che investono in titoli di Stato italiani potrebbero essere soggetti a una decurtazione di capitale esattamente come è successo in Grecia. E’ l’effetto del decreto del Ministero dell’Economia che attua una norma del Trattato di Istituzione del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM), sottoscritto dai diciassette paesi dell’Eurozona.
Secondo queste clausole, i termini e le condizioni dei titoli di Stato possono essere modificati mediante un accordo tra l’Emittente (lo Stato o Ente collegato) e una determinata percentuale di detentori (gli investitori). Le percentuali possono essere il 75%, il 66%, e in alcune occasioni 50%, a seconda dei casi. Quando si raggiungono queste percentuali di adesione, le modifiche dei termini e delle condizioni di restituzione del debito si applicano a tutti i detentori dei titoli.
Capito? Ora gli Stati hanno un altro strumento (vedi l’ombrello di Altan) a disposizione.

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Quindi, ipotizziamo di essere uno Stato con un elevato rapporto debito/pil (com’è l’Italia) che a un certo punto non ce la fa più. Quali opzioni abbiamo?
– il default;
– l’aiuto della Troika, facendo come la Grecia;
– fare da soli: ristrutturare il debito con i soldi dei cittadini prelevati dai conti correnti e rinegoziando i contratti sui titoli di Stato, sfruttando la minaccia del default, che avrebbe conseguenze peggiori.

Se è vero, come alcuni dicono, che si sta cercando di far acquistare il grosso del debito pubblico degli Stati ai cittadini stessi o comunque alle istituzioni finanziare di quegli Stati, forse si sta già pensando a dove mettere l’ombrello quando pioverà.

 

Grillo JP Morgan

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Dopo la rielezione di Giorgio Napolitano alla Presidenza delle Repubblica, vediamo cosa pensa la banca d’affari statunitense J.P. Morgan.
In una nota di ricerca, ha fatto la raccomandazione di acquistare titoli di Stato della periferia dell’Eurozona, quindi anche italiani, con la motivazione che la rielezione di Napolitano allontanerebbe il rischio immediato di elezioni anticipate. Perché è questo, a quanto pare, lo spauracchio principale per i mercati. J.P. Morgan scommette dunque su un governo di larga coalizione “pilotato” dal Capo dello Stato; quanto al Partito Democratico, ne segnala la situazione di “rischio esistenziale” (cosa evidente a molti).
Si osserva che molti nostri investitori sarebbero “scarichi” di titoli italiani, e quindi, con la ripresa generale degli acquisti, sarebbero costretti a comprarne anche loro, contribuendo al calo dei tassi e dello spread. Che gli investitori esteri stiano rientrando in acquisto sui nostri titoli di Stato l’hanno già segnalato il Fondo Monetario Internazionale e la Banca d’Italia: pare dunque che la cospirazione di cui tanto si parla non ci sia (anche perché non si capisce a chi gioverebbe cospirare contro l’Italia). Nessuno ha cospirato, pare, contro la Grecia o l’Irlanda o il Portogallo: soprattutto perché si è capito che, se qualcuno viene espulso dall’Euro, poi rischiano di uscire tutti. E l’ipotetica esplosione di un Paese come l’Italia arriverebbe a distruggere l’Eurozona, provocando un piccolo “tsunami” nel resto del mondo.

Qui non si è ancora risolto nulla, ovviamente. Difficile pensare ad un governo di “svolta”, è più probabile un governo di “manutenzione”, che servirà soprattutto a rassicurare i mercati (che, come si sa, reagiscono nell’immediato). Il Partito Democratico è al capolinea, il movimento di Grillo è sempre confuso e immobilizzato. Grida e minacce, per lo più a vuoto. L’apparato politico istituzionale è granitico: non basta improvvisare comizi via web per incrinarlo. Sul piano delle riforme economiche i 5Stelle hanno solo ricette salvifiche suggestive, che servono al capopopolo per assumere il ruolo di “protettore” della democrazia, che impedisce lo scatenarsi di una guerra civile.
Naturalmente, i riti di “democrazia diretta” via Web fanno ridere: solo chi è poco avvezzo alla navigazione in Rete può prenderli sul serio. Sia per le “parlamentarie” sia per le “quirinarie” non si è potuto sapere né il numero dei partecipanti online né i voti ottenuti dai vari candidati. Così, accade che i primi due “designati” dal popolo della Rete lasciano il campo al terzo, il giurista che sembra essere il più pericoloso per il Pd, vista la sua personalità e indipendenza. Tutto fa molto marketing: il tentativo di un’operazione “virale” (come quelle che vanno di moda), che non è riuscita perché qui l’accesso alla Rete è ancora limitato e frammentato.
Sembra chiaro che la priorità di Grillo sia di annientare il Pd, ovvero di nutrirsene, prendendogli la fascia di elettorato più arrabbiata e suggestionabile. Tanta democrazia, a parole: ma l’intento è quello del plebiscitarismo (vuole il 100% dei voti) e del divieto di dibattito interno vero. Sotto certi aspetti sembra l’altra faccia della medaglia che raffigura il capo del Pdl: addirittura estremizzato, per questo fa così paura. Perché quel che accadde nel 1994 potrebbe accadere ancora.

 

Qualcosa accadrà (2)

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Come s’è visto, i risultati delle nostre elezioni hanno dato una mazzata ai listini di Borsa, soprattutto a quello di Piazza Affari. I titoli più colpiti sono stati quelli bancari, ovviamente, che hanno trascinato l’indice Ftse-Mib sotto di quasi il 5%. E lo spread fra il BTP e il Bund, manco a dirlo, è decollato di una cinquantina di punti.
Nulla di buono si vede all’orizzonte. Quando Pierluigi Bersani, all’inizio della conferenza stampa del dopo-elezioni, traccheggia mettendo gli occhiali, spostando il microfono, togliendosi gli occhiali, tentando qualche parola, poi rimettendosi gli occhiali e risistemando il microfono, poi ritogliendosi gli occhiali, non dà un buon segnale. Questa scena fa intuire la qualità della nuova situazione politica, che molti paragonano a un classico vicolo cieco. Anche se lui è deciso a formare un Governo e dice che “non abbandona la nave”, molti pensano che se la nave l’avesse abbandonata prima, quand’era il momento, liberando l’apparato del partito dalle sue zavorre, ora la situazione politica sarebbe più chiara.
L’unico che sembra sapere che pesci pigliare è il solito Berlusconi, un vero asso, già pronto a un accordo di governo col nemico, per trattare un opportuno – se non necessario – salvacondotto per sé e per le sue imprese. Intanto, Bersani comincia a blandire il Movimento 5 Stelle con qualche proposta di forte appeal (tipo provvedimenti anti-casta, ma fuori tempo massimo), per tentar di guadagnare un consenso molto aleatorio; sembra però che i grillini vogliano andare a sedersi in riva al fiume e aspettare, per veder passare il cadavere di qualunque governo creato dal Presidente della Repubblica, considerato anch’egli un residuato.
Il sistema politico è in decomposizione, ormai appare chiaro. I moniti alla responsabilità che vengono dall’Europa e dalla Germania susciteranno forse il senso di colpa di qualcuno, ma non di questa nuova generazione politica, che quei danni non ha contribuito a creare, e che quindi si sentirà con le mani libere. In questa situazione, è difficile pensare che gli investitori stranieri corrano a comprare il debito italiano; ma lo scenario non è ancora definito. Non sarà esclusa nemmeno una manovra economica aggiuntiva, che il nuovo premier potrebbe dover varare per coprire un buco di circa 14 miliardi lasciato dal suo autorevole predecessore.
Dunque, per ora possiamo solo citare il titolo di un famoso racconto di Heinrich Böll: Qualcosa accadrà.

 

governare?

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Dunque, di fatto le elezioni 2013 non le ha vinte nessuno, visto che nessuno ha la maggioranza per formare un nuovo governo. Dicono che i vincitori “morali” siano Beppe Grillo, che ha creato dal nulla un partito e lo ha portato al trionfo, e Silvio Berlusconi, che ancora una volta è resuscitato dopo esser stato dato per morto. Il centro montiano, su cui puntavano molti osservatori internazionali, ha fatto un mezzo flop ed è diventato poco influente per la futura vita politica. Dicono che non gli abbia fatto bene aver stretto un’alleanza con l’ex portavoce di Forlani e con l’ex missino Fini. Di certo ha perso il PD, che credeva di avere la vittoria in tasca e quindi non si è sprecato a fare campagna elettorale, perdendo di vista molte cose, fra cui il grande bisogno di risposte che hanno gli elettori, soprattutto sul tema delle tasse.
Ridurre il carico fiscale degli italiani sembra essere la vera priorità, e la sinistra non è il candidato ideale a prendersi questo impegno. Ora, se si vorrà governare sul serio (e il non farlo, cioè limitarsi a sopravvivere, sarebbe fatale) si dovrà ricorrere a quelle che all’estero vengono chiamate “grandi intese”, mentre da noi sono definite più prosaicamente “inciuci”, funzionali soprattutto alla sopravvivenza degli apparati politici.
Ma qui funziona così, non c’è da fare. E i mercati – ovviamente – hanno reagito male, perché un’Italia che probabilmente non riuscirà a darsi un governo diventerà sempre meno affidabile. Prestare soldi al nostro Paese sarà più rischioso, quindi chi deciderà di farlo pretenderà di essere renumerato di più. Così, la collettività dovrà pagare più interessi sul debito pubblico, e si ritroverà sempre più povera. Con la conseguenza che, invece di sperare di vedersi rimborsare l’IMU, bisognerà aspettarsi di vedersela aumentare.
L’ipotesi di uscire dall’Euro e non pagare più i nostri debiti è semplicemente folle, avrebbe effetti devastanti sulla vita di tutti, tranne forse i più ricchi, quindi è un tema assolutamente demagogico. Il problema, ormai chiarissimo, è che manca una classe dirigente seria e preparata, che possa risanare il paese senza millantare ricette miracolistiche, facendo un lavoro di riforme che non abbia paura di scontentare le caste e consorterie: quelle che coi loro privilegi tengono in ostaggio il Paese.

 

Chi ha inventato i “Derivati”

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Nei primi decenni del ‘600, grazie all’eccitazione mercantile dovuta alla scoperta dell’America e all’introduzione sui mercati europei di ingenti quantitativi di oro, argento e derrate alimentari, provenienti dal nuovo continente in via di espoliazione, gli europei creano “la borsa valori delle merci e dei preziosi” di cui Amsterdam diventa il centro propulsore. Il Monte dei Paschi di Siena, la più solida e antica banca europea (fondata nel 1472) diventa il più forte istituto di credito finanziario dell’epoca, luogo di incontro della finanza vaticana e delle rendite finanziarie delle oligarchie aristocratiche europee che lì si incontrano per scambiarsi i loro titoli e creare le grandi rendite patrimoniali europee.  Nel 1593, il Monte dei Paschi di Siena finanzia Johannes Van Bommel, un grande mercante dell’epoca, il quale importa dalla Turchia i bulbi di tulipano, investendo nella loro coltivazione. Qualcosa di inspiegabile però accade. Anche se da allora sono trascorsi 400 anni, seguita a rimanere un mistero della mente umana. I tulipani diventano ben presto una specie di feticcio della neo-nata classe borghese mercantile, dando vita a una gigantesca febbre collettiva che invade tutta l’Europa. Gli storici e gli antropologi inglesi hanno addirittura coniato il termine “tulipomania” parola che, da qualche anno, indica una specie di malattia dello spirito che porta gli individui a speculare in borsa su “qualcosa di evanescente che non esiste”. Poco a poco, in tutto il continente si diffonde la mania dei tulipani che diventano ben presto un vero e proprio social status. Dovunque, da Lisbona fino a Roma, da Glasgow fino alla lontana Varsavia, gli europei si gettano nell’investimento di azioni dei bulbi di tulipano e in tutto il continente si aprono agenzie di cambio locale, gestite in appalto dal Monte dei Paschi di Siena. Al mattino si apre la contrattazione ad Amsterdam e alle 15 partono a cavallo i corrieri con i risultati del giorno, attraversando tutta l’Europa per andare a negoziare i titoli nelle diverse capitali. Ben presto, l’Europa comincia a diventare piccola e le capitali entrano in veloce contatto tra di loro, dando vita alle prime società di trasporto continentali. Nel 1605 la domanda di bulbo di tulipano raggiunge livelli vertiginosi di costo. Vengono attribuiti nomi curiosi e strani ai bulbi e le famiglie di possidenti investono ingenti quantità di denaro su questo fiore. Nel 1623, un certo bulbo di tulipano, di un colore magari raro, arriva a costare il corrispondente di oggi di circa 50/70 mila euro. Il record viene toccato dal “semper Augustus” che viene contraccambiato nel 1630 per la cifra vertiginosa di 100.000 fiorini, pari a 250.000 euro odierni. In quell’anno, un certo Messer Cucinotti, ragioniere plenipotenziario di Monte dei Paschi di Siena nella sede di Amsterdam ha un’idea che seduce l’intera Europa: “la speculazione sui derivati finanziari” che lui inventa e codifica, in uno splendido testo di follia delirante finanziaria (si trovano i testi dell’epoca nella “Biblioteca pelagia di parte guelfa” a Firenze) con il termine “commercio del vento” o altrimenti detto “commercio finanziario delle nuvole”. Il Monte dei Paschi di Siena stampa dei contratti di assicurazione sul titolo dei bulbi e poi li assicura presso una loro filiale a Londra, la quale ne rivende –a prezzo maggiorato- il potenziale profitto di lì a sei mesi. Chi acquista quel titolo, lo rivende a un altro prezzo maggiorato e così via dicendo, per cui uno stesso titolo di possesso di un bulbo tocca il record nel 1632 di 186 proprietari della stessa azione a prezzi completamente diversi: la stessa azione vale 1 oppure 8 oppure 75 a seconda di quando è stata acquistata e da chi. La banca senese dà prestiti per acquistare bulbi di tulipano e raccoglie in garanzia proprietà immobiliari e terre coltivate, creando una massa finanziaria speculativa che nel dicembre del 1635 raggiunge una cifra pari a 15 volte l’intera ricchezza reale europea. Finchè alla fine del 1636 alcuni aristocratici, bisognosi di danaro in contanti per finanziare spedizioni navali o costruirsi un castello cominciano a vendere e si arriva al 9 febbraio del 1637 quando l’ondata di vendite si abbatte sul mercato provocando la più gigantesca catastrofe finanziaria che sia mai stata registrata nella storia.

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