Decadenza (5)

Dai diari di Samuel Pepys, 20 maggio 1668:

A White Hall col colonnello Middleton a trovare il Duca di York il quale si è trasferito a St. James: lo abbiamo raggiunto lì e con lui siamo poi tornati a White Hall alla Camera del Consiglio dove c’era la seduta del Comitato della Marina. Si è discorso di tante cose, proprio da stupidi! Era impressionante vedere delle questioni importanti discusse da gente che non se ne intendeva affatto! Fra gli altri c’era uno il quale insisteva per la costruzione di una nave col sistema segreto Hemskrirke, che può avere una velocità di un terzo superiore a quella di ogni altra nave. Il Principe Rupert è dalla sua parte, e credo che finirà per ottenere tutto quello che vuole, altrimenti non otterrebbe nulla, almeno così dovrebbe essere.

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Decadenza (4)

Dai diari di Samuel Pepys, 30 aprile 1668:

Così finisce questo mese. Mia moglie in campagna, io spendo e mi diverto. Sono in pena per i miei amici e specialmente per Lord Sandwich e ancor più per la mia vista che peggiora sempre, talché mi azzardo appena a scrivere e a leggere qualche cosa. Il Regno è in uno stato di grande miseria. Non vi sono danari per pagare la flotta, i marinai non ricevono la paga e si ammutinano quando si parla di farli partire. Il nostro ufficio può far poco e nessuno se ne fida. Siamo poveri, e a pezzi. Che Dio ci aiuti! Pare che la pace fra la Spagna e la Francia si faccia, e allora forse i Francesi potrebbero avere velleità di attaccarci! Che Dio ci protegga.

Decadenza (3)

Dai diari di Samuel Pepys, 18 marzo 1668:

A Westminster ho incontrato mio cugino Roger e Creed. Mio cugino è sempre persuaso che non c’è altro mezzo per salvare la nazione che sciogliere questo Parlamento per formarne un altro, ma siccome il Re è circondato da persone che perderebbero la loro posizione attuale, così nessuno lo consiglierà mai a fare una cosa del genere.

Decadenza (2)

Dai diari di Samuel Pepys, 17 novembre 1666:

Ho lavorato in ufficio tutto il giorno, poi sono andato a casa a pranzo e mi sono chiuso in camera mia per compilare la mia famosa lettera al Duca di York nella quale spiego le cattive condizioni della Marina apertamente, in modo che riesca difficile a lui e al Re, se hanno a cuore il loro vantaggio, di disinteressarsene, e di non prendere dei provvedimenti finanziari per continuare la guerra prima che sia troppo tardi, oppure chiedere la pace a qualunque condizione.

Decadenza (1)

Dai diari di Samuel Pepys, 31 ottobre 1666:

Così termina il mese. Le condizioni della Marina non sono per niente migliorate. Non c’è credito, nessuno ci vende merce, nessuno si fida di noi. Tutto quello che abbiamo da fare in ufficio è ascoltare lamentele per la mancanza di quattrini; anche il Duca di York se  n’è finalmente persuaso, ma bisogna aspettare che il Re ne trovi, e il Parlamento fa le cose con molta lentezza. Ma tutti sono malcontenti del modo di comportarsi del Re e il disordine regna ovunque. I marinai fanno i loro comodi e i comandanti non hanno ascendente su di loro. La maggioranza, invece di restare a bordo, corre a Londra, ma nessuno può biasimarli: noi dobbiamo loro tanto danaro e le loro famiglie morranno di fame se non li paghiamo. Prevedo grandi disgrazie e per andare incontro alle giornate cattive ho diviso quello che avevo in tante parti e l’ho messo un po’ per parte, sempre mantenendomi fedele al Re sotto tutti i punti di vista. Il mio solo dispiacere è vedere il Re andare incontro alla rovina col suo popolo. Eppure non sarebbe ancora troppo tardi per vincere gli Olandesi, ma finché lui e il Duca di York si occupano soltanto del loro piacere, siamo destinati a perire.

Franz Kafka, Lettera al padre (20)

01

C’è chi pensa che la paura del matrimonio talvolta derivi dal fatto che in realtà si teme che i figli un giorno ci restituiranno quel che abbiamo fatto ai nostri genitori. Nel mio caso, mi pare, questo non ha grande importanza, perché il mio senso di colpa deriva proprio da te ed è anche troppo intriso della sua singolarità; anzi questo senso di singolarità fa parte della sua essenza straziante, e una sua ripetizione è impensabile. Purtuttavia devo dire che un figlio così muto, ottuso, secco e decadente mi sarebbe insopportabile; sicuramente, se non ci fossero altre possibilità, lo fuggirei ed emigrerei, come in un primo momento volevi fare tu per via del mio matrimonio. E comunque possibile che la mia incapacità di sposarmi sia influenzata anche da questo.
Molto più importante a questo riguardo è però la paura per me stesso. Questa affermazione va intesa così: ho già accennato che con lo scrivere e con tutto quello a esso collegato ho compiuto piccoli tentativi di indipendenza, tentativi di fuga dal successo minimo, non mi porteranno molto avanti, molte cose me lo confermano. Tuttavia è mio dovere, o forse questa è proprio l’essenza della mia vita, vegliare su di essi, per non lasciare che si avvicinino loro pericoli da cui debba difendermi o anche solo la possibilità di tali pericoli. Il matrimonio è la possibilità di un tale pericolo, e al contempo anche la possibilità del massimo avanzamento, ma mi basta che sia la possibilità di un pericolo. Che farei mai se poi fosse davvero un pericolo! Come potrei continuare a vivere nel matrimonio, nella sensazione forse indimostrabile ma altrettanto inconfutabile di questo pericolo! Di fronte a questo posso certo vacillare, ma l’esito finale è sicuro, debbo rinunziare. Il paragone dell’uovo oggi e della gallina domani non è molto calzante. Oggi non avrei niente e domani tutto, eppure — a decidere sono i rapporti di forza e le esigenze della vita — debbo scegliere il niente. Allo stesso modo ho dovuto decidere quando ho scelto la professione.
Il più importante ostacolo al matrimonio è comunque l’inestirpabile convinzione che per mantenere o comunque guidare una famiglia siano necessarie tutte quelle caratteristiche che ho riconosciuto in te, tutte insieme, nel bene e nel male, a costituire un tutto organico come nella tua persona, e quindi forza e disprezzo degli altri, salute e una certa smodatezza, loquacità e insufficienza, autostima e insoddisfazione del prossimo, senso di superiorità e tirannia, conoscenza degli uomini e sfiducia nei più, e anche pregi senza contropartita alcuna come laboriosità, resistenza, presenza di spirito, animo intrepido. Di tutto ciò io in confronto non avevo niente o soltanto pochissimo, e con ciò io osavo sposarmi pur vedendo che persino tu nel matrimonio dovevi lottare strenuamente e, coi tuoi figli, arrivavi a fallire? Naturalmente questa domanda non me la ponevo espressamente, né vi rispondevo espressamente; altrimenti della cosa si sarebbe impossessato il corso abituale dei pensieri, e mi avrebbe mostrato uomini molto diversi da te (per nominarne uno molto vicino e assai diverso da te: lo zio Richard) che tuttavia si sono sposati e quanto meno non sono crollati sotto il peso del matrimonio, il che è già molto e a me sarebbe bastato abbondantemente. Ma questa domanda io non me la sono posta: l’ho vissuta, sin dall’infanzia. Io non mi sono messo seriamente alla prova rispetto al matrimonio, ma rispetto a ogni piccolezza; rispetto a ogni piccolezza mi hai convinto, con il tuo esempio e la tua educazione, come ho cercato di descriverli, della mia incapacità, e quel che era vero per ogni piccolezza e ti dava ragione, doveva naturalmente essere enormemente vero per quanto c’era di più grande, ovvero il matrimonio.
Fino ai tentativi di matrimonio io sono infatti cresciuto come un uomo d’affari che si trascini giorno dopo giorno, per quanto sia preda di preoccupazioni e di cattivi presagi, senza mettere ordine nei suoi libri contabili. Ha alcune piccole entrate che, in virtù della loro rarità, continua ad accarezzare e a esagerare nella sua immaginazione, e per il resto solo perdite quotidiane. Registra tutto senza tentare mai un bilancio.
Arriva però l’obbligo di un bilancio, ovvero il tentativo di matrimonio. E con le grosse somme che sono in gioco, è come se non ci fosse mai stata neppure la più piccola entrata, ma un unico grande debito. E adesso sposati, senza impazzire!

(20 – continua)

Crisi

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Come sappiamo, da noi il fare tagli alla spesa pubblica viene chiamato spending review, per imitare il mondo anglosassone. E il nuovo commissario nominato alla spending review è Carlo Cottarelli, uomo proveniente dal Fondo Monetario Internazionale, che qualcosa ne capirà. Finora, i suoi predecessori (compreso il mitico Enrico Bondi, ex commissario di Parmalat) hanno realizzato ben poco sul taglio della spesa pubblica: probabilmente perché la spesa pubblica nutre l’enorme carrozzone dei politici e dei burocrati di Stato, i quali: a) non sanno cos’è davvero la crisi, perché non la vivono sulla propria pelle; b) sanno invece perfettamente che ogni taglio alla spesa pubblica è un taglio ai loro privilegi, e quello sì che lo sentirebbero. Ora, dopo i due anni di tentato salvataggio con la “cura Monti”, il Paese si ritrova con: a) il debito pubblico salito a 2.080 miliardi di euro; b) il rapporto deficit/Pil che sfora il tetto del  3% imposto dall’Unione Europea; c) la pressione fiscale nominale che ha raggiunto il 44,5%, e quella effettiva il 53,5%, con le piccole e medie imprese costrette a sopportare un carico reale che può arrivare al 68,3%. Intanto, la recessione ha fatto perdere oltre l’8% al prodotto interno lordo, dall’inizio della crisi: la metà di questo calo, guarda caso, si è prodotta proprio fra il 2012 e il 2013, gli anni del cosiddetto “salvataggio”.

Tracollo

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Molte aziende italiane, soprattutto quelle di piccole dimensioni, sono da anni in passivo, vittime di una recessione che non si è interrotta neanche nel secondo trimestre dell’anno, quando in altri paesi d’Europa c’è stata una ripresa. E non sembra che ci siano miglioramenti in vista. Al contrario, dopo aver perso anni preziosi intorno a un solo uomo, ai suoi interessi economici, ai suoi giochi di potere politici e alle sue orge notturne, il paese non trova pace, anche perché questa persona continua a tenere in pugno l’Italia e la sua economia.
Silvio Berlusconi, più volte presidente del consiglio, condannato per frode fiscale, ha ottenuto, in cambio del sostegno al governo Letta, l’abolizione dell’imposta sulla prima casa. Inoltre, se in seguito alla sua condanna per evasione iscale, Berlusconi fosse escluso dal parlamento, il paese rischierebbe il tracollo. Politici di maggioranza, economisti e perino operatori di borsa affermano che se Berlusconi farà crollare la coalizione di governo le conseguenze saranno “drammatiche” sia per la società sia per l’economia italiana. E anche per i mercati finanziari internazionali.

Thomas Fromm, Süddeutsche Zeitung, Germania

 

Italian banking championship

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All’inizio del Duemila, nel sistema bancario internazionale si affermò la moda della crescita dimensionale, ottenuta attraverso fusioni e acquisizioni. Così, il sistema bancario italiano si concentrò molto, creando un oligopolio di poche grandi banche.Tra il 2006 e il 2007, Banca Intesa (la ex Banca Commerciale Italiana) compra l’Istituto Bancario San Paolo di Torino; nel 2007 Unicredit (risultata dalla fusione di Credito Italiano con Credito Romagnolo) compra Capitalia (che era il Banco di Roma); a fine 2007 il Monte dei Paschi di Siena compra – a un prezzo folle – Banca Antonveneta (pagandola 9 miliardi e 300 milioni di euro).

La stampa salutò queste operazioni come il risultato della creazione di “campioni nazionali” nel settore del credito. Il problema è che, arrivata la spaventosa crisi internazionale, questi campioni  sono finiti a disputare gare tutt’altro che vincenti. Prima fra tutte, quelle sui dipendenti da mandare a casa: Unicredit – arrivata prima – ne ha licenziati 13 mila; Banca Intesa 4 mila e Monte dei Paschi 3 mila. Altri dipendenti sono stati allontanati col sistema della esternalizzazione, attraverso lo scorporo e la vendita di rami d’azienda.

L’altra gara, ancor più clamorosa, è quella della distruzione di valore. Nel 2007 Unicredit, dopo la fusione con Capitalia, valeva 100 miliardi di euro, mentre oggi ne vale solo 20, addirittura dopo aver fatto un aumento di capitale di 7 miliardi. Il Monte dei Paschi di Siena, che aveva comprato Banca Antonveneta per la bellezza di 9 miliardi e 3, oggi vale in blocco solo 2 miliardi e 240 milioni. Sulla qualità del credito, poi, c’è da mettersi le mani dei capelli: dal 2007 al 2012 i crediti in sofferenza (non più riscuotibili) di Unicredit sono raddoppiati, mentre quelli di Montepaschi sono addirittura triplicati.

Dulcis in fundo, abbiamo una forte restrizione del credito: non si danno più soldi a chi ne ha bisogno per vivere e per far riprendere l’economia.
Proprio un bel risultato: dalle privatizzazioni degli anni Novanta, ci si è via via montati la testa, cercando di mangiare tutto e finendo col rovinarsi.

(fonte: Vladimiro Giacché su Micromega 3/2013)

 

Le banche più sicure

 
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To whom it may concern
:
come ogni anno, il periodico finanziario Global Finance stila la classifica delle 50 banche più sicure del mondo.

Non conosciamo il grado di affidabilità di questo studio, ma restiamo colpiti dalla totale assenza di banche italiane. Ci sono due banche cilene, c’è Taiwan, c’è la Francia, ma  nessun istituto italiano.

Lo schema in alto riporta la classifica dei primi 10 istituti di credito.

http://www.gfmag.com/tools/best-banks/12326-worlds-50-safest-banks-april-2013.html