The 100 greatest novels. #1

Viveva, non ha molto, in una terra della Mancia, che non voglio ricordare come si chiami, un idalgo di quelli che tengono lance nella rastrelliera, targhe antiche, magro ronzino e cane da caccia. Egli consumava tre quarte parti della sua rendita per mangiare piuttosto bue che castrato, carne con salsa il più delle sere, il sabato minuzzoli di pecore mal capitate, lenti il venerdì, colla giunta di qualche piccioncino nelle domeniche. Consumava il resto per ornarsi nei giorni di festa con un saio di scelto panno di lana, calzoni di velluto e pantofole pur di velluto; e nel rimanente della settimana faceva il grazioso portando un vestito di rascia della più fina.

Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, traduzione di Bartolommeo Gamba (1818)

Semantica della felicità 5

Uno dei politici greci più grandi fu Solone. Impose una riforma costituzionale agli Ateniesi e, invece di chiedere la ratifica con un referendum, partì, dopo essersi fatto promettere che nessuno l’avrebbe modificata fino al suo ritorno. Sulle coste dell’Asia Minore incontrò l’uomo più ricco e potente, Creso re di Lidia. Il sovrano gli mostrava ricchezze immense, terre fertili, sudditi obbedienti, una famiglia fedele: si potrebbe chiedere altro dalla vita? Eppure Solone si rifiutava di dirlo felice. Perché la vita è lunga e non si sa mai: «Aspetta la fine», diceva. Parole che irritarono il sovrano, ma di cui avrebbe presto scoperto la verità, dopo che il suo esercito era stato sbaragliato, il regno crollato e lui stava per essere bruciato vivo. I momenti piacevoli e le emozioni intense non erano mancati a Creso. Ma si potrebbe definire felice la sua vita, o quella di Priamo, il re migliore che aveva visto tutto distrutto quando i Greci avevano preso Troia? Viviamo in media 26.250 giorni, aveva calcolato Solone; arrotondiamo pure a 30 mila: e «ogni giorno porta qualcosa di nuovo». Meglio non affrettarsi, dunque, a gridare la propria felicità, «perché molti il Dio, dopo aver lasciato loro intravedere la felicità, li ha abbattuti fin dalle fondamenta». Aspetta la fine, appunto.

Mauro Bonazzi, in la Lettura #242, pag. 2

La volpe e il leone

Il principe è dunque costretto a saper essere bestia e deve imitare la volpe e il leone. Dato che il leone non si difende dalle trappole e la volpe non si difende dai lupi, bisogna essere volpe per riconoscere le trappole, e leone per impaurire i lupi. Coloro che si limitano a essere leoni non conoscono l’arte di governare. Un signore prudente, pertanto, non può né deve rispettare la parola data se tale rispetto lo danneggia e se sono venute meno le ragioni che lo indussero a promettere. Se gli uomini fossero tutti buoni, questa regola non sarebbe buona. Ma poichè gli uomini sono cattivi e non manterrebbero nei tuoi confronti la parola data, neppure tu devi mantenerla con loro. Né mai a un principe mancarono pretesti legali per mascherare le inadempienze. Se ne potrebbero fornire infiniti esempi tratti dalla storia moderna, e mostrare quante paci, quante promesse furono violate e vanificate dalla slealtà dei prìncipi, e chi meglio ha saputo farsi volpe, meglio è riuscito ad aver successo. Ma è necessario saper mascherare bene questa natura volpina ed essere grandi simulatori e dissimulatori. Gli uomini sono così ingenui e legati alle esigenze del momento che colui il quale vuole ingannare troverà sempre chi si lascerà ingannare.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-3, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Il Principe

Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende; nondimanco, si vede per esperienza ne’ nostri tempi quelli principi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l’astuzia aggirare e’ cervelli degli uomini; e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà.

[ Ognuno sa quanto sia lodevole, per un principe, essere leale e vivere con onestà, non con l’inganno. L’esperienza dei nostri tempi ci insegna tuttavia che i prìncipi, i quali hanno tenuto poco conto della parola data e ingannato le menti degli uomini, hanno anche saputo compiere grandi imprese e sono alla fine riusciti a prevalere su coloro che si sono invece fondati sulla lealtà. ]

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-1, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

John Elkann e Jeff Bezos

Corriere della Sera, pag. 21: riuniti i vertici di alcune delle testate più importanti del mondo per i 150 anni de La Stampa. Dalla selezione d’interventi, ne pesco alcuni.

«Il rapporto tra i nostri media, Facebook e Google? Loro sono i padroni di casa, noi siamo gli inquilini. Ci stanno alzando l’affitto.»

«Abbiamo il dovere civico di rendere le notizie interessanti.»

«Nei giornali dobbiamo ricreare ogni giorno “Il Trono di Spade”: una storia così interessante che non possiamo restare fuori.»

«Le redazioni saranno più piccole, agili, non formate necessariamente da soli giornalisti.»

«L’indipendenza editoriale è fondamentale, ma giornalisti e aziende devono imparare a lavorare insieme.»

Uomini e bestie

02

Dovete dunque sapere come ci siano due modi di combattere: l’uno, con le leggi; l’altro, con la forza. Il primo modo appartiene all’uomo, il secondo alle bestie. Ma poiché molte volte il primo modo non basta, conviene ricorrere al secondo. È pertanto necessario che un principe sappia servirsi dei mezzi adatti sia alla bestia sia all’uomo. Gli antichi scrittori hanno già fornito ai principi questo insegnamento sotto forma di allegoria, quando hanno riferito che Achille e molti altri principi dell’antichità furono affidati al centauro Chirone perché li allevasse e li educasse sotto la sua disciplina. L’avere per precettore qualcuno che sia mezza bestia e mezzo uomo, ha un solo significato: che il principe deve sapersi servire dell’una e dell’altra natura, perché l’una senza l’altra non resiste nel tempo.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-2, con versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Decadenza (5)

Dai diari di Samuel Pepys, 20 maggio 1668:

A White Hall col colonnello Middleton a trovare il Duca di York il quale si è trasferito a St. James: lo abbiamo raggiunto lì e con lui siamo poi tornati a White Hall alla Camera del Consiglio dove c’era la seduta del Comitato della Marina. Si è discorso di tante cose, proprio da stupidi! Era impressionante vedere delle questioni importanti discusse da gente che non se ne intendeva affatto! Fra gli altri c’era uno il quale insisteva per la costruzione di una nave col sistema segreto Hemskrirke, che può avere una velocità di un terzo superiore a quella di ogni altra nave. Il Principe Rupert è dalla sua parte, e credo che finirà per ottenere tutto quello che vuole, altrimenti non otterrebbe nulla, almeno così dovrebbe essere.

Decadenza (4)

Dai diari di Samuel Pepys, 30 aprile 1668:

Così finisce questo mese. Mia moglie in campagna, io spendo e mi diverto. Sono in pena per i miei amici e specialmente per Lord Sandwich e ancor più per la mia vista che peggiora sempre, talché mi azzardo appena a scrivere e a leggere qualche cosa. Il Regno è in uno stato di grande miseria. Non vi sono danari per pagare la flotta, i marinai non ricevono la paga e si ammutinano quando si parla di farli partire. Il nostro ufficio può far poco e nessuno se ne fida. Siamo poveri, e a pezzi. Che Dio ci aiuti! Pare che la pace fra la Spagna e la Francia si faccia, e allora forse i Francesi potrebbero avere velleità di attaccarci! Che Dio ci protegga.

Decadenza (3)

Dai diari di Samuel Pepys, 18 marzo 1668:

A Westminster ho incontrato mio cugino Roger e Creed. Mio cugino è sempre persuaso che non c’è altro mezzo per salvare la nazione che sciogliere questo Parlamento per formarne un altro, ma siccome il Re è circondato da persone che perderebbero la loro posizione attuale, così nessuno lo consiglierà mai a fare una cosa del genere.

Decadenza (2)

Dai diari di Samuel Pepys, 17 novembre 1666:

Ho lavorato in ufficio tutto il giorno, poi sono andato a casa a pranzo e mi sono chiuso in camera mia per compilare la mia famosa lettera al Duca di York nella quale spiego le cattive condizioni della Marina apertamente, in modo che riesca difficile a lui e al Re, se hanno a cuore il loro vantaggio, di disinteressarsene, e di non prendere dei provvedimenti finanziari per continuare la guerra prima che sia troppo tardi, oppure chiedere la pace a qualunque condizione.