Plagi

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Caro Direttore in una precedente vita ci è capitato spesso di occuparci di Roberto Saviano e delle accuse di plagio che giornalisti famosi e non, scrittori esordienti e «cronistini di provincia» (come li ha elegantemente definiti talvolta) gli hanno rivolto. Ho avuto la fortuna di essere il primo, in tempi non sospetti, a sollevare il caso e a ottenere giustizia per la mancata citazione in Gomorra di alcuni miei reportage pubblicati su Cronache di Napoli, lo stesso giornale cui la Corte d’Appello di Napoli ha riconosciuto un indennizzo di 60mila euro che Roberto dovrà pagare per aver copiato due articoli senza fare menzione della fonte. Non fu una scelta facile quella di contestare l’icona antimafia. Quando, all’epoca, osai difendere il mio e l’altrui lavoro dal saccheggio letterario di Saviano fui accolto con scetticismo e derisione non tanto dai colleghi quanto dai pasdaran della legalità da salotto. Conservo ancora le mail con cui mi auguravano la galera, mi anticipavano l’apertura di inchieste anticamorra a mio carico e mi mettevano in guardia sul fatto che se avessi continuato a chiedere conto a Roberto dell’origine del suo lavoro improbabili servizi segreti mi avrebbero «reso la vita impossibile». E tutto questo perché avevo denunciato ciò che pure un giudice adesso ha certificato: Saviano ha copiato dai giornalisti napoletani per scrivere alcuni capitoli del suo bestseller. Lo ha fatto allora e ha continuato a farlo anche dopo. Nel mio caso, per avere ragione delle risibili ricostruzioni difensive di Saviano, non fu necessario nemmeno adire le vie legali, che pure avevo intenzione di percorrere, ma bastò una semplice lettera del mio avvocato, Lucio Giacomardo. Non una lunga missiva giuridica, ma la semplice comparazione tra i testi dei miei articoli e le pagine del libro per mostrare la più lampante della verità: le parole, le frasi, i concetti erano identici. Ergo, l’ufficio legale della Mondadori per evitare forse altre noie al suo fuoriclasse si affrettò a rettificare il libro e a inserire a pag. 141 il mio nome come autore dello scoop copiato da Roberto. Non andai oltre né chiesi altro. Per me poteva bastare. Non per lui, però, che da quel momento ha sfruttato ogni occasione possibile per attaccare i giornali napoletani cui pure aveva attinto a piene mani dipingendoli come house organ della camorra e strumenti di diffusione della subcultura malavitosa campana. Perché si sia vendicato così, ancora oggi me lo chiedo.

http://www.iltempo.it/mobile/politica/2013/09/23/saviano-ha-copiato-me-e-tanti-altri-cronisti

 

bilancio


Ritengo non solo riprovevole, ma propriamente criminale, malvagio sfruttare gli individui, in qualsiasi senso: approfittarsi e ferire e danneggiare persone, esseri umani che pensano, vivono, credono, progettano e amano. Ma la vita è fatta anche di istinti apparentemente incomprensibili, e questo lascia un senso di precarietà che non aiuta a pacificarsi. Considerare strumenti le persone e utilizzarle attraverso altri strumenti — la paura, il denaro, il ricatto morale — è orribile e disgustoso. Se mai ho strumentalizzato qualcuno, devo averlo fatto in un’età in cui ancora non avevo ben chiaro il senso della vita, influenzato dai cattivi esempi che mi circondavano, dentro e fuori la famiglia. Nel complesso, volendo immaginare un bilancio consuntivo, sono enormemente di più le volte in cui sono stato io strumentalizzato o condizionato. Un male che ho imparato a sconfiggere solo in età matura.

 

L’orrore (Dittatori 2)

A volte (o spesso) bastano cose semplici, ad esempio un’immagine emblematica, a chiarire le situazioni in maniera definitiva, a stabilire inequivocabilmente le qualità. Queste sono le persone: se si attraggono in questo modo un motivo ci sarà, a dispetto dell’orrore e della cieca ferocia sanguinaria scatenata contro persone inermi. Si sa che il potere e il denaro, combinati insieme, sono sostanze micidiali: solo che spesso si è disattenti o non informati, o semplicemente stanchi. Così non si ha la forza di leggere, ma solo di guardare le figure.

L’alternativa

 

Stanotte ho capito una cosa: che la convinzione ribadita dai più — confermata dai sondaggi e presa quasi come un dato di fatto — secondo cui al governo e al premierato attuale non esiste alternativa, non è vera. Si tratta di un mito creato da chi ha avuto interesse a inculcare quest’idea, per mantenere il potere. Le vecchie dittature ci hanno insegnato che una menzogna, anche grossolana, ripetuta cento volte diventa una verità; e questo insegnamento è stato ripreso e applicato per anni, senza varianti creative, dagli attori del berlusconismo. Si è cominciato nel 1983, con le tette e i culi del programma televisivo Drive In, a inculcare gradualmente l’idea che il richiamo sessuale esplicito e marcato fosse ciò che gli uomini volevano, e la maggioranza della popolazione maschile ci è cascata. Ora, dopo una lunga e devastante involuzione, si è arrivati a credere — dopo esserselo sentiti ripetere migliaia, milioni di volte — che all’attuale formula di governo, retta dal potere del denaro e dall’affarismo assoluto, non c’è un’alternativa politica credibile. Un’altra enorme falsità che son riusciti a farci bere.