Trenta gennaio


Oggi cade il ventiseiesimo anniversario della morte di un mio amico — amico intimo per molto tempo, prima che il suo esaurimento ci separasse — che quel giorno, in cui compiva ventitrè anni, si stese sui binari del treno e la fece finita. Quella tragedia mi sconvolse e mi lasciò a vagare disorientato per mesi, senza scopo né idee sul futuro. Ripensandoci oggi, mi accorgo che nessuno di quelli che gli stavano intorno, a cominciare dalla famiglia e a finire da noi amici che piano piano ci allontanammo, riuscì a capire la portata del suo male, nessuno sembrava in grado di mettersi in sintonia con lui, e nemmeno di provarci. Lo sforzo sembrava troppo grande per volercisi dedicare. Alcuni, me compreso, agirono anche male, cioè ebbero comportamenti impulsivi e sbagliati, non rendendosi conto di quanto questi potessero aggravare la sua situazione e spingerlo ancor più lungo la discesa. Questa tragedia fu per me la “prova generale di senso di colpa” che preluse all’affondo esistenziale, definitivo e irreversibile, che sarebbe avvenuto il primo settembre di quello stesso anno.

 

DISTIM(AN)IA

La persona depressa — quella tipica — non ha desideri e non prova piacere in nulla, nemmeno in ciò che normalmente era di svago. Non vede nessun valido motivo, né dentro né fuori, per risollevarsi dal suo stato, che tende a ritenere definitivo e persino giusto. Si considera non solo incapace, ma anche immeritevole di vivere; si ritiene priva di qualità e crede d’aver capito in modo definitivo che il mondo è oggettivamente grigio e vuoto. In più, ritiene che non ci si possa fare nulla. Ma non riesce ad accettare questa situazione catastrofica da cui è convinto di non poter uscire: da qui la sofferenza e il dolore mentale, che possono portare  addirittura verso l’idea del suicidio. Continua a leggere “DISTIM(AN)IA”

CONGIUNZIONI

Leggo nel libro La depressione di Giovanni Jervis, edizioni Il Mulino, che si tratta di un disturbo psichico in cui l’ereditarietà — o per meglio dire, la predisposizione ereditaria — ha un peso notevole.

Poi, più sotto, in un inciso fra parentesi:

Per esempio una persona può avere avuto un’infanzia infelice, beninteso per motivi del tutto indipendenti da qualsiasi sua predisposizione, e questo fatto può aver lasciato una traccia indelebile nel tono prevalente del suo umore, rendendola più esposta alla depressione; o ha percorso l’adolescenza tormentata da sentimenti di inadeguatezza; oppure, da adulta, è stata colpita da un lutto gravissimo e inatteso in un periodo della sua esistenza in cui era del tutto impreparata a un evento del genere.

Qui la congiunzione coordinativa disgiuntiva “o” sembra indicare un’alternativa, ovvero un’equivalenza: uno ha avuto questo, o quello, oppure quell’altro.

Ma se invece la persona in questione queste cose le avesse avute tutte e tre? Supponiamo che abbia avuto un’infanzia infelice e un’adolescenza tormentata da sentimenti di inadeguatezza, aggravati da situazioni di esclusione, e anche un lutto gravissimo — come un suicidio — di cui si sente oggettivamente responsabile. Se una persona avesse avuti tutti e tre questi regali e non se ne fosse ancora liberata, mi chiedo, avrebbe diritto o no di essere depressa, senza dover subire le rotture di scatole di chi gli sta intorno?