Gli anni

Annie Ernaux narra di come i suoi tempi di madre con due bambini piccoli fossero sommersi dal rimpianto di non poter scrivere, dalla maledizione verso se stessa, da una rabbia che l’amore filiale non attutiva minimamente e che solo più tardi, finalmente libera dalle incombenze familiari e lavorative, si era risolto con sgomento: aveva capito di quanto le difficoltà passate erano state la sua scrittura futura. Il brusio di allora l’aveva aiutata nella quiete di adesso. Il lavoro anche. Aver convissuto con la mancanza l’aveva portata a servirsi della mancanza, negandosi storie facili per riconoscere storie naturali. Ecco la parola: naturale. Quanto tempo aveva impiegato la Ernaux per Il posto? Un decennio. E per Gli anni? Un ventennio. Quanto tempo è servito a Carrére per realizzare L’avversario? Sette anni. Sono due opere che assorbono il mondo di chi le ha tracciate grazie al metabolismo accorto, mai forzato, e che per questa assimilazione stimolano rivoluzioni in chi le ha narrate e in chi le legge.

Marco Missiroli in la Lettura #244, pag. 3

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Vizi

Se avessi l’ingegno del Cervantes, io farei un libro per purgare, come egli la Spagna dall’imitazione de’ cavalieri erranti, così io l’Italia, anzi il mondo incivilito, da un vizio che, avendo rispetto alla mansuetudine dei costumi presenti, e forse anche in ogni altro modo, non è meno crudele né meno barbaro di qualunque avanzo della ferocia de’ tempi medii castigato dal Cervantes. Parlo del vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri: il quale, essendo antichissimo, pure nei secoli addietro fu una miseria tollerabile, perché rara; ma oggi, che il comporre è di tutti, e che la cosa più difficile è trovare uno che non sia autore, è divenuto un flagello, una calamità pubblica, e una nuova tribolazione della vita umana. E non è scherzo ma verità il dire, che per lui le conoscenze sono sospette e le amicizie pericolose, e che non v’è ora né luogo dove qualunque innocente non abbia a temere di essere assaltato, e sottoposto quivi medesimo, o strascinato altrove, al supplizio di udire prose senza fine o versi a migliaia, non più sotto scusa di volersene intendere il suo giudizio, scusa che già lungamente fu costume di assegnare per motivo di tali recitazioni, ma solo ed espressamente per dar piacere all’autore udendo, oltre alle lodi necessarie alla fine. In buona coscienza io credo che in pochissime cose apparisca più, da un lato, la puerilità della natura umana, ed a quale estremo di cecità, anzi di stolidità, sia condotto l’uomo dall’amor proprio; da altro lato, quanto innanzi possa l’animo nostro fare illusione a se medesimo; di quello che ciò si dimostri in questo negozio del recitare gli scritti propri. Perché, essendo ciascuno consapevole a se stesso della molestia ineffabile che è a lui sempre l’udire le cose d’altri; vedendo sbigottire e divenire smorte le persone invitate ad ascoltare le cose sue, allegare ogni sorte d’impedimenti per iscusarsi, ed anche fuggire da esso e nascondersi a più potere, nondimeno con fronte metallica, con perseveranza meravigliosa, come un orso affamato, cerca ed insegue la sua preda per tutta la città, e sopraggiunta, la tira dove ha destinato. E durando la recitazione, accorgendosi, prima allo sbadigliare, poi al distendersi, allo scontorcersi, e a cento altri segni, delle angosce mortali che prova l’infelice uditore, non per questo si rimane né gli dà posa; anzi sempre più fiero e accanito, continua aringando e gridando per ore, anzi quasi per giorni e per notti intere, fino a diventarne roco, e finché, lungo tempo dopo tramortito l’uditore, non si sente rifinito di forze egli stesso, benché non sazio.

Giacomo Leopardi, Pensieri, XX

Venezia

«Venezia per molti aspetti somiglia a San Pietroburgo, la mia città natale. Ma più di tutto è un posto così bello che puoi viverci anche senza essere innamorato. È una città la cui bellezza ti fa subito capire che qualsiasi cosa riuscirai a escogitare o a produrre nella tua vita – in particolare a livello di pura esistenza – non sarà mai altrettanto bella. Venezia è inarrivabile. Se mi fosse concesso di reincarnarmi sotto un’altra forma, sceglierei di essere un gatto a Venezia, o qualsiasi altra cosa, purché sia a Venezia. Persino un ratto andrebbe bene. Questa idea fissa di andare a Venezia a tutti i costi, l’avevo già maturata intorno al 1970. Il mio progetto era di trasferirmi lì e di prendere in affitto un appartamento al piano terreno di un palazzo, uno qualsiasi, purché affacciato su un canale, e sedermi lì a scrivere, gettando i mozziconi dalla finestra per sentirli sfrigolare a contatto con l’acqua. Una volta finiti i soldi, sarei andato a comprare un revolver e mi sarei fatto saltare le cervella.»

Writing 76

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Comincio a pensare che incarni un approdo. Un punto in cui si arriva seguendo il richiamo al senso naturale. Un punto dove il conforto si fa palpabile, non più agognato e promesso, ma vero. E sperimentare il conforto, come sai esprimerlo e trasmetterlo tu, permette d’avviare una rigenerazione. Non più il peso di quel che è stato, che ero diventato, che non volevo aver fatto. Queste cose – così pesanti, condizionanti – ora si sono velate, per essere dismesse e trasferite altrove. Fantasmi che si possono guardare dall’esterno, per riconoscerne le forme e farne un consuntivo. Ed è un vivere diverso.

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Dev’essere la mia continua ricerca di senso, questa invincibile resistenza al mollare del tutto. Continuo a trovare le cose, a osservarle, a pensarle, e le mostro, immaginando di condividerle con te. Di guardarle insieme, di parlarne, di rifletterci. E quando ti vedo in qualsiasi modo, anche per frammenti, provo un’emozione grande, perché hai tutta la bellezza che un essere umano può possedere. Hai creato un insieme formidabile, con l’impegno, la profondità, la determinazione, la chiarezza degli intenti. Oltre a essere integrale e delicata, sei forte e attenta, ineguagliabile, capace di costruire e di far luce. Per questo m’impressioni tanto. A volte sembra che il cuore prema per venire a te, e quando ti sento, anche nell’aria, sorrido sempre. Perché mi vedo vivo, avverto la mia forza, che mi fa qualcosa d’importante. Sentire il tuo sguardo mi porta avanti, mi dà senso. E mi dà vigore, perché il tuo sguardo, il tuo sorriso sono risananti e preziosi. Con la tua presenza mi dai cose che non avrei immaginato, per questo stento a definire ciò che provo: è un insieme profondo, che mi prende intero. Qualcosa di naturale, come naturale sei tu.


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A volte penso a come ho riconosciuto subito il tuo talento di vita, un talento così netto e chiaro da definire tutto il tuo insieme di bellezza. Un talento che si legge anche nella luce degli occhi, nel disegno del viso, nell’immediatezza del sorriso. Che quando si apre lo fa in modo diretto, spontaneo, coinvolgendo tutto il tuo essere. Perché sei delicata e forte, sei completa ma sempre in formazione, questa la cosa stupefacente.

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La tua forza è nella trasparenza dello sguardo e del linguaggio. Negli occhi che splendono. Nelle cose che dici, univoche, chiare, propositive, e positive. Nell’osservazione, dove dai sempre una forma comprensibile alla realtà. Sai interpretare e leggere le cose, le sai sentire, e sai trasmettere ciò che senti con generosa leggerezza. Nella critica sai costruire. Sai essere per gli altri, e sai essere per te stessa senza incertezze. Sei profonda in ogni cosa, anche quando tratti idee e situazioni leggere, quando sorridi alle stranezze e non resisti all’umorismo. Tutto ti esce con facilità, perché dentro te ferve il lavoro sulla complessità, con vigore e rigore. Sai offrire te stessa, e sai prendere dalla realtà ciò che fa crescere. Sai essere, sai mantenere, sai osservare, sai consolare, sai proteggere. E sai amare. Chi ha il tuo amore ha tutto.

L’illusione della forza.

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Non c’è niente da risvegliare, se non l’illusione di chi crede di saper controllare la forza e inevitabilmente ne viene travolto. Tutti, nel poema, presumono di essere dalla parte del giusto e si ritengono legittimati a imporre il proprio volere. Ma l’esito è sempre diverso dalle attese, le conseguenze dolorose. Agamennone che crede di poter piegare Achille e assiste alla rotta del suo esercito; Achille che, per umiliare Agamennone, causa la morte del suo più caro amico; Patroclo e Ettore che non si sanno fermare al momento giusto e pagano con la vita. La forza inebria chi crede di possederla, ma nessuno la possiede veramente. “Ares, la guerra, è imparziale, e uccide chi ha ucciso”. Vincitori e vinti si assomigliano. La forza è un’illusione.

È una vicenda nota, che si ripeterà continuamente nella storia umana. Omero la canta con infinita pietà e partecipazione. Fa bene, perché questi eroi sempre eccessivi – che mangiano come cinghiali, uccidono spietatamente, piangono come fontane, litigano come bambini, dominano su eserciti immensi – sono come noi: come noi affrontano situazioni difficili, si preoccupano per i propri cari, s’indignano per le ingiustizie. Greci o Troiani, sono uomini che combattono: a volte vincono e a volte perdono, inseguendo le loro passioni, esposti alle contraddizioni dell’esistenza. Sbagliano perché vivono.

Mauro Bonazzi, su la Lettura #215, pagg. 2-3

morfologia

 

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Guardare l’esterno, la morfologia, gli alberi, le colline, un torrente, il mare. E naturalmente il cielo, e poi le parti di me. Pensare al fuori da me, all’alterità del mondo. Fare qualcosa, senza fermarsi, e guardare l’alterità, attribuendole le proprie proiezioni, spargendovele senza paura, per poi guardarne l’effetto.