Caro Amico

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Caro amico — anche se quindici giorni fa non la conoscevo ancora, non mi è realmente possibile chiamarla diversamente — voglio innanzitutto dirle che incontrarla è stato per me qualcosa di più che prezioso. Avevo vagamente presentito che sarebbe stato così, ma non presentivo sino a questo punto. Devo chiederle poi di non tardar troppo a mandarmi la lettera di cui abbiamo parlato; è possibile che io parta fra pochi giorni.
Accludo a questa lettera quel che già esiste del mio testo teatrale: il terzo atto quasi per intero e lo schema del resto. Perché lei lo possa leggere, in primo luogo, e darmi il suo parere. Ma anche perché lo conservi (assieme alle poche poesie) se dovessi partire, e soprattutto se mi accadesse di morire.
Non so dire se abbia un qualche interesse conservare queste cose. Non vorrei illudermi. Ma per ogni evenienza desidero aver fatto il necessario affinché non scompaiano per forza di cose. Ovviamente, le domando solamente di custodirle presso di lei.
Mi ha profondamente commossa constatare che ha dedicato una viva attenzione alle poche pagine che le ho mostrato. Non ne traggo la conclusione che meritino attenzione. Considero tale attenzione come un dono gratuito e generoso da parte sua. L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità.
A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono.
Fin dalla mia infanzia non desidero altro che averne ricevuto, prima di morire, la piena rivelazione. Mi sembra che lei sia orientato verso questa scoperta. In effetti, ritengo di non aver conosciuto, da quando sono giunta in questa regione, nessuno il cui destino non sia di gran lunga inferiore al suo; tranne un’eccezione.

(da una lettera di Simone Weil a Joë Bousquet, 13 aprile 1942)

Cerimonie

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Quando ci si rivolgeva agli dèi, era quasi sempre per uno scambio; l’offerta era fatta in vista di un favore per sé o di un aiuto contro i propri nemici. Le offerte che accompagnavano normalmente le preghiere potevano essere una libagione di vino o latte, o qualche dolce posto sull’altare, o frutti e primizie del raccolto. Ma i sacrifici più importanti erano sanguinosi: l’occasione più appropriata per apprendere dagli dèi l’esito di qualche impresa era costituita proprio dai sacrifici in cui si immolavano animali, e qui era desiderabile, se non necessaria, la presenza di un interprete di presagi.

Nell’età greca più antica si credeva che gli dèi chiedessero vittime umane e il sacrificio di Ifigenia, per esempio, rappresenta il ricordo leggendario di quei sacrifici umani ai quali in epoca classica si sostituirono sacrifici di animali. Si sgozzavano montoni o pecore, vacche o buoi, maiali, capre o capri. Ogni divinità aveva le sue preferenze: si offrivano a Posidone soprattutto tori, ad Atena vacche, ad Artemide e ad Apollo capre. Asclepio chiedeva soprattutto galli o galline, altri colombe o cani o cavalli. Le vittime dovevano essere sane e senza difetti. Il sesso e il colore non erano indifferenti: alle divinità femminili si sacrificavano di solito delle femmine, alle divinità celesti animali di colore bianco o chiaro, e alle divinità infernali vittime di colore scuro o nero.

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La cerimonia di solito aveva luogo il mattino, all’alba. L’altare era decorato di fiori e di ghirlande di foglie; i sacerdoti erano vestiti di bianco e tutti gli assistenti portavano una corona. La vittima era parata con corone e nastri di lana; le corna, talvolta, dorate. Con l’acqua lustrale contenuta nel vaso chiamato chernios si aspergevano la vittima e gli assistenti; sull’altare si accendeva un fuoco e vi si gettavano grani d’orzo e qualche pelo tagliato dalla testa della vittima. Dopo la preghiera, il sacrificatore apriva con un coltello la gola della bestia tirandole indietro la testa e il sangue, colando, bagnava l’altare. Di solito, si bruciava in onore degli dèi solo una piccola parte dell’animale, cioè un pezzo di coscia e un po’ di quel grasso il cui fumo gli olimpi amavano respirare, secondo Omero. Le carni dell’animale venivano divise fra gli officianti e i fedeli, che potevano consumarle sul posto o portarsele a casa.

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#56

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Quello che ci ha lasciato la tragedia greca è l’interrogativo permanente, incalzante, forse irrisolvibile sul destino dell’uomo. Un’indagine che segue percorsi non codificabili coi criteri di una scienza. Un’investigazione totale che investe ogni aspetto del nostro essere, compreso quello del dolore. La soluzione, l’orizzonte, sono solo possibilità a cui non si riesce ad approdare: un arrivo che possa insegnarci, anche nel dolore più grande, che cosa è male, che cosa è bene.

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Gala Opening, Metropolitan Opera, New York, 1950

Il tuo arrivo mi ha fatto tornare in me: sei lo specchio che m’ha restituito l’immagine come nessuno è mai riuscito a fare. Allora ho sentito tutto, in modo diretto e assoluto, e indiscutibile. Sei grandissima, lo posso dire con cognizione. E sono sicuro che niente mai, nessuno sviluppo di carriera, nessuna gratifica materiale, nessun altro fattore potrà contaminarti o condizionarti: resterai sempre, sempre, sempre la ragazza pura che sei. Un patrimonio inscalfibile, sempre preziosa ed esemplare, sempre bellissima. I risultati ottenuti dimostrano che hai una capacità di concentrazione elevatissima, cosa che io non posseggo perché non l’ho coltivata a dovere. Non ho avuto maestri, buona parte della gioventù l’ho passata sulla strada, buttando tempo e talenti, quasi ignorando il mondo vero. Ero refrattario all’impegno, alla responsabilità. Poi, col tempo ho sviluppato la capacità di concentrazione, sui dati, sui ragionamenti, sui problemi, e mi sono innamorato della letteratura. Perché pensavo che nella letteratura c’è la salvezza, ma ora non ne sono più sicuro. Oggi mi distraggo spesso, la testa vola dappertutto, basta il più piccolo stimolo. Vorrei imparare da te, perché sei un esempio formidabile, mai visto prima. E sei un modello di vita, per chi riesce a essere alla tua altezza.


Nereo e Metis

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Dal canto suo, Nereo è incapace di menzogna, non dimentica mai l’equità e conosce solo pensieri giusti e benevoli. È un maestro di saggezza di cui la tradizione ha conservato i detti; conosce ogni cosa divina, il presente e l’avvenire, e la sua giustizia non è separabile da procedure divinatorie compiute attraverso l’acqua e attraverso la bilancia. Nereo rappresenta una figura della sovranità mitica, e il suo sapere divinatorio si enuncia come una verità indiscutibile, che si fonda sulla visione simultanea di presente, passato e futuro. È l’indovino, maestro di verità. Il dono della veggenza gli permette di collegare il visibile e l’invisibile e gli conferisce il privilegio di pronunziare le parole che «realizzano la realtà».

A questo tipo di mantica, che pronuncia sentenze definitive ma sempre in interventi provocati, si contrappone la divinazione sotto il segno di Metis. Prima sposa di Zeus (e figlia di Oceano e di Teti), Metis (ovvero l’intelligenza pratica) possiede un’onniscienza che ha la stessa natura della sua capacità di trasformarsi. I suoi doni di metamorfosi le permettono di spadroneggiare nel campo dei possibili e nel dominio dell’aleatorio. E la sua scienza si esplica al meglio quando l’ordine costituito è turbato da conflitti, lotte e rivolte, nel momento in cui l’imprevisto e il mutevole sono l’unica regola.

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Qui si scopre tutto un gioco di oracoli: la prova in cui gli dèi astuti si affrontano tra loro, lo scontro incerto in cui gli interpellanti devono mostrarsi capaci di porre la domanda giusta al momento giusto, di ripetere l’oracolo o di accettarlo, persino di volgere in proprio favore la risposta che l’oracolo ha dato a vantaggio dell’avversario. L’indovino appare qui sotto i tratti del prudente, del consigliere abile nel dare buoni pareri, perché è accorto, sa vedere davanti e dietro, ma sempre per avere la meglio su uno più forte e capovolgere le posizioni.

Non si era sicuri di apprendere la volontà del Dio, o piuttosto quella del Fato. Il futuro, che fosse concepito come singola vicenda o come un più vasto complesso di destini, è sempre coperto da un velo, che un abile occhio umano può qua e là penetrare, e che la mano di un individuo privilegiato può sollevare del tutto. Il fatalismo è radicato: se l’antichità credeva in un Fato ben definito, era naturale che sorgesse il desiderio di conoscerlo.

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Nereo e Proteo

 

01Nereo e Proteo, i Vecchi del mare, sono le figure arcaiche della divinazione greca. Appartenevano a quel numero di divinità marine profetiche di cui il mondo Egeo aveva popolato il mediterraneo nei tempi antichissimi, prima che Poseidone diventasse il sovrano delle distese marine. Proteo e Nereo erano benefattori che hanno il potere di mutarsi in ogni sorta di animali, esseri, elementi, e hanno anche il dono di predire l’avvenire.

Tratti simili si trovano negli dèi dei fiumi e negli spiriti delle acque, che hanno spesso il dono di trasformarsi e di predire l’avvenire. I doni profetici di Proteo e Nereo, però, vengono rivelati solo sotto costrizione, e questa resistenza a rivelare i segreti del futuro, a meno di esservi forzato, è un tratto frequente in molte tradizioni. Tutto accade come se la conoscenza privilegiata del futuro dovesse restare appannaggio degli esseri che la posseggono per dono divino, e solo la forza potesse indurli a condividere la loro prescienza.

Un famoso episodio, raccontato nell’Odissea, rimase vivo nella memoria degli antichi. Nel iv canto, Menelao, bloccato nell’isola di Faro dall’assenza di venti favorevoli e disperando di poter proseguire il viaggio di ritorno, tocca il cuore di una ninfa figlia di Proteo, Eidotea. A un certo punto la ninfa fa all’eroe greco una proposta (vv. 382 ss.): «Qui vive il vecchio del mare che sa la verità, Proteo d’Egitto, immortale, suddito di Poseidone, che ben conosce tutti gli abissi marini. È lui che mi ha generata, è mio padre. Se tu riesci a catturarlo con un agguato, ti dirà la lunghezza del viaggio, ti indicherà la strada del ritorno che compirai sul mare pescoso. E ti dirà anche, principe, se lo vuoi, quel che di male e di bene è avvenuto nella tua casa mentre compivi il tuo lungo e difficile viaggio».

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Poi Eidotea istruisce Menelao circa quello che deve fare per ottenere le risposte che desidera: «Quando il sole ha raggiunto la metà del cielo, allora esce dal mare, il vecchio infallibile, celato fra le onde scure che rabbrividiscono al soffio di Zefiro, esce per andare a dormire in antri profondi. Emerse dal mare bianco di schiuma, dormono intorno a lui numerose le foche, figlie della bella Anfitrite, emanando un odore acuto di salso. All’alba ti condurrò là e vi farò distendere in fila: scegliti tre compagni, i migliori che hai sulle tue solide navi. Ti spiegherò tutti gli inganni del Vecchio. Conterà, per prima cosa, e passerà in rassegna le foche, e dopo averle tutte contate e guardate, si stenderà in mezzo a loro, come un pastore tra le greggi di pecore. Appena l’avrete visto giacere disteso, allora, chiamando a raccolta tutta la forza e il coraggio, tenetelo stretto, anche se si dibatte e cerca di fuggire. Tenterà di trasformarsi in acqua, in fuoco fulgente, in ogni essere che sulla terra si muove. Voi tenetelo forte e stringetelo ancora di più. Ma quando lui stesso ti rivolgerà la parola, con l’aspetto che aveva quando lo vedesti giacere, allora non usare più la forza, principe, libera il Vecchio e domandagli quale degli dèi ti perseguita e come potrai tornare attraverso il mare ricco di pesci».

Tutto si svolge come Eidotea aveva previsto. Ma l’inganno perpetrato contro suo padre comporta anche un travestimento di Menelao e dei suoi compagni: «Si immerse intanto la dèa nei vasti abissi del mare e quattro pelli di foca portò fuori dall’acqua, tutte appena scuoiate: preparava l’inganno a suo padre. Sulla riva sabbiosa scavò delle fosse e si sedette aspettando. Noi le giungemmo vicino. Lei ci fece distendere in fila e sopra ciascuno gettò una pelle di foca. Era l’agguato più orrendo, orribilmente ci tormentava il tremendo fetore delle foche figlie del mare: chi mai potrebbe giacere accanto a un mostro marino?». Ma l’ambrosia portata da Eidotea consente ai Greci di superare la prova. «Per tutto il mattino aspettammo, con cuore paziente. Dal mare emersero in gruppo le foche e si sdraiarono in fila lungo la riva del mare. A mezzogiorno uscì il Vecchio, trovò le sue pingui foche, le passò in rassegna, le contò tutte. Noi per primi contò, e non comprese, nell’animo, ch’era un inganno. Poi si distese anche lui. Noi allora gli balzammo addosso gridando. Memore dei suoi abili inganni, il vecchio per prima cosa si fece leone dalla folta criniera e poi serpente, pantera, enorme cinghiale; diventò liquida acqua, albero dall’alta chioma. Noi lo tenevamo con forza e con tenacia. Ma quando fu stanco, il Vecchio maestro di inganni, allora mi rivolse la parola e mi disse…». Segue poi l’annuncio del destino di Menelao.

 

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Scrittura giuridica

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Quello che si potrebbe chiamare il “genio classificatore” dei Mesopotamici, il loro gusto di elencare – visto particolarmente nei dizionari – e la loro propensione a catalogare le cose nell’universo, spiegano lo sviluppo dei trattati, cioè le liste ordinate di presagi e oracoli su uno stesso oggetto, considerato in tutte le varianti possibili, secondo schemi di analisi spesso ricorrenti da un trattato all’altro. Già il carattere sistematico di queste liste, di per sé, autorizza a dubitare che tutti questi presagi siano mai stati osservati; ma quando una serie di protasi registra da due a sette cistifellee per un solo fegato, l’aspetto puramente speculativo della protasi è evidente: è la dinamica stessa del sistema di classificazione che si vede.

Di fatto, i trattati applicano delle vere leggi, o costanti d’interpretazione: così il lato sinistro è sempre sfavorevole, ma un presagio sfavorevole posto a sinistra diventa favorevole: come in algebra, cambia di segno. Queste leggi non sono mai formulate esplicitamente; ma il maneggio continuo dei trattati doveva permettere agli indovini di risolvere tutti i casi, anche nuovi, attraverso un duplice processo, di astrazione del senso generale del presagio, e di adattamento al caso particolare di chi chiedeva l’oracolo, poiché erano imbevuti della logica e delle leggi implicite contenute nei trattati.

I “codici” mesopotamici e i trattati di medicina, rientrando nel campo di scienze ritenute più laiche e più razionali, sono strutturati, come i trattati divinatori, in serie di “protasi” e di “apodosi”. Ma le somiglianze vanno al di là delle strutture formali; si situano a diversi livelli. Come l’avvenire degli indovini, le prognosi dei medici e le sentenze dei giudici sono condizionali: il medico fornisce un rimedio, il giudice può dare la grazia, i trattati divinatori propongono – a volte insieme al cattivo presagio – la “ricetta” per scongiurarlo. Tutto fa pensare che l’osservazione delle coincidenze significative, attuata agli inizi della divinazione, abbia favorito i principi empirici della medicina, abituando gli intelletti a cercare la ragione di numerosi fenomeni, a collegarli gli uni agli altri in serie ricorrenti di sintomi ed effetti, a cercarvi costanti e leggi.

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Del resto, le frontiere tra divinazione e medicina sono così vaghe che è possibile trovare in un trattato di medicina un pronostico azzardato e in un trattato di divinazione una diagnosi medicalmente pertinente. Più notevole ancora è l’articolazione della scienza divinatoria con il diritto, o meglio con la giurisprudenza. Infatti i trattati babilonesi che chiamiamo impropriamente “codici”, dei quali il più celebre e il più ampio è quello di Hammurabi, non sono affatto delle raccolte di leggi, o di atti del potere, destinati a regolare la vita dei sudditi del regno, bensì delle raccolte di casi, ordinati in serie secondo schemi tassonomici paragonabili a quelli che regolano i trattati divinatori, e come questi destinati a fornire al giudice, anche davanti a un caso nuovo, i mezzi per formulare una sentenza conforme alle leggi implicite del sistema.

Questa identità tra la sentenza del giudice – il quale talvolta si sottomette a quel giudizio divinatorio che è l’ordalia – e la risposta dell’indovino è così essenziale che pervade tutto il vocabolario della divinazione: «L’indovino, ci si dice, avendo preso posto davanti a Samas e Adad, sulla cattedra del giudice, pronunzierà un giudizio esatto e veridico». Per gli antichi Mesopotamici, la divinazione deduttiva non è che una forma di giustizia resa, ed è lo stesso dio, Samas, il Lucido, che invocano sia il giudice sia l’indovino per garantire il loro giudizio. Le «leggi» dei «codici» sono quindi dei «casi»: cioè problemi giuridici sufficientemente svincolati dalle circostanze troppo particolari, esposti nei loro dati essenziali, e poi risolti secondo lo spirito di quel diritto non scritto che era il solo vigente in Mesopotamia. Invece di allineare principî del diritto e leggi universali, tutti i tipi di proposizioni speculative che uno spirito mesopotamico non si è mai preoccupato di concepire, si sottoponevano dei casi concreti, raggruppando i problemi attorno a uno stesso argomento, di cui si facevano variare i dati, in modo da mostrare il maggior numero di aspetti possibili di una questione. I trattati divinatori sono costruiti esattamente come i “codici”: qui e là, i casi proposti si trovano tutti calati in una stessa forma logica e stilistica, che potrebbe certo aver costituito la struttura tipo del pensiero razionale e scientifico nell’antica Mesopotamia: una protasi al passato, seguita da un’apodosi al futuro. E, in maniera ancor più dettagliata e metodica che nei codici, tali “casi” sono raccolti in paradigmi che ne variano i dati e le soluzioni, abituando così la mente a percepire le relazioni fra queste e quelli e i principî sui cui si basano, per renderla capace d’intendere e di risolvere tutti i problemi che potrebbero porsi.

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Scrittura giudicante

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Nei Babilonesi, a rivelare il senso religioso attribuito all’atto divinatorio sono le formule e le preghiere che lo precedevano e gli davano un tono profondamente devoto. Si chiedeva agli dèi, quando si trattava di aruspicina, di «preparare» così bene la vittima scelta, che l’indovino, dissezionadola, vi trovasse soltanto presagi felici, i quali erano dettagliati con tanto scrupolo di enumerazione. E soprattutto, tanto nell’agnello che si stava per consacrare, quanto nel presagio che si stava per trattare, si supplicavano gli dèi di «porre la Verità».

Numerose erano le divinità che intervenivano nelle operazioni divinatorie, chiamate in aiuto o invocate dagl’indovini o dai fedeli. Ma due dèi pare che siano stati, almeno all’inizio del II millennio, preposti più strettamente agli interessi della divinazione deduttiva applicata, considerati soprintendenti agli atti divinatori e garanti dei loro risultati: Samaš e Adad. Essi si «interrogavano nel corso dell’esame-divinatorio (bîru)», «davanti a loro» si procedeva all’esame, che portava alla «decisione oracolare» (purussû), che era presa «per loro intervento» ed emessa «al loro comando». Perciò s’invocavano così spesso come «signori dell’esame-divinatorio» (bêlê bîrî), del «giudizio-divinatorio» (dînu), della «decisione oracolare» e della «preghiera-dedicatoria (per ottenere una tale decisione)» (ikribu). Continua a leggere “Scrittura giudicante”

Scrittura rituale

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La parte principale della divinazione babilonese, cioè lo studio propriamente detto dei presagi, era un’impresa complessa, anche lunga, che poteva richiedere la competenza e l’attenzione di più di un bârû. Si trattava di «raccogliere i presagi», cioè di registrare tutto ciò che era stato osservato di presago. Poi, per «valutarli», «giudicarli», ponderarne il valore ominoso, si potevano consultare i trattati, talvolta con ricerche più o meno impegnative: «Ho scovato questo presagio nella tavoletta che tratta dei serpenti»; talvolta invano, almeno per ritrovare l’esatta situazione di presagio in questione: «[nei trattati] non vi è nulla di scritto [al riguardo]».

Ma tutta questa casistica forniva solo i paradigmi di una scienza, i cui principî non scritti dovevano permettere di risolvere tutti i casi: proprio di fronte agl’imprevisti un buon indovino mostrava il suo mestiere, come un buon medico davanti a una sindrome inattesa o mai descritta. Risolto così ciascun presagio nel suo oracolo, all’occorrenza toccava al bârû equilibrare un contenuto oracolare composito, bilanciare un elemento con l’altro e ricavare dal tutto, con una sorta di calcolo, la risposta finale alla domanda formulata. Operazioni che potevano comportare delle verifiche anche molteplici: la regola di verificare ogni consultazione importante con una controprova è verosimile, anche per mezzo di una tecnica diversa. Si avevano anche casi in cui l’operatore si dava per vinto, e cedeva il posto a qualcuno più abile di lui.

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La consultazione divinatoria non si poteva fare in qualunque momento. C’erano «mesi favorevoli e giorni propizi», e altri non ritenuti tali. Persino certe ore, forse, erano più adatte di altre: soprattutto le ore calme della notte. Le «preghiere notturne» o «alle divinità della Notte», conosciute fin dall’epoca paleobabilonese, esprimono la comunione con gli dèi, facilitata dal riposo universale della natura e degli uomini. L’atto divinatorio richiedeva anche una certa preparazione. Non solamente la vittima, quando la procedura ne voleva una, doveva essere, secondo la regola, «ritualmente pura e ineccepibile», ma l’indovino stesso, «quando si proponeva di eseguire per il re l’esame-divinatorio, era tenuto a lavarsi con acqua pura ancor prima dello spuntare del giorno, a ungersi… e a rivestirsi di un abito pulito», e l’abbiamo sentito protestare la sua «purezza» nel momento in cui «si avvicinava all’assemblea degli dèi per il giudizio-divinatorio». Se, per caso, presenziava anche il richiedente, per «recitare ad alta voce la domanda» riguardo all’avvenire, verosimilmente doveva mettersi anch’egli in uno stato di purità rituale.

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Scrittura divinatoria

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Nell’esercizio formale delle sue funzioni, l’indovino babilonese, al contrario del divinatore “che cade in estasi”, non ricorreva agli dèi: procedeva invece come uno scienziato, il quale, esaminando certi fatti, traeva la conclusione che ne derivava secondo la logica della propria scienza.

Esiste un certo numero di epiteti per designare gli specialisti della divinazione deduttiva, ma i più notevoli sono šâ’ilu e bârû. Il primo significa probabilmente “colui che interroga”, “consulta” o “indaga”: allusione, senza dubbio, al lavoro di riflessione sui presagi, forse, più precisamente, su quelli che erano tratti dai sogni.

Gli šâ’ilu sono conosciuti fin dall’inizio del ii millennio, non solo dal mondo paleobabilonese, ma anche paleoassiro. La relativa frequenza del femminile in epoca antica lascerebbe intendere che si trattava allora di una vocazione riservata soprattutto alle donne, e forse rientrava più o meno, anticamente, nella sfera della divinazione ispirata. Più tardi, gli šâ’ilu, che si vedono ricorrere a diverse tecniche di divinazione deduttiva, pare abbiano avuto un ruolo sempre di secondo piano rispetto a quello dei bârû. Questi ultimi erano gli indovini per eccellenza, grandi specialisti della divinazione deduttiva e colta. Il loro nome accadico, che talvolta si traduce erroneamente con “veggente”, significa in realtà “esaminatore”, senza nulla di comune con la veggenza. Essi esaminavano i presagi per ricavarne gli oracoli che contenevano. A differenza della professione di šâ’ilu, la loro pare fosse riservata più agli uomini: se ne conosce il femminile solo una volta all’inizio del ii millennio, e due o tre volte nel primo.

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Per avventura, i bârû potevano cumulare il loro ufficio con una funzione clericale, me le due cariche in genere non si confondevano. Come molti altri funzionari e specialisti, i bârû formavano una sorta di corporazione, con i suoi responsabili ufficiali. Vi erano ammesse, pare, solo persone di alta o “nobile” estrazione, che godevano di una piena integrità fisica. Non ve n’erano sempre nei centri secondari, ma le città, soprattutto di qualche importanza politica, ne contavano un certo numero, e talvolta anche troppi.

Non risulta che fossero legati a un tempio, a un santuario, e ancor meno a uno di quegli oracoli nel senso greco del termine, sconosciuti nel paese. Anche se certi episodi dell’esame divinatorio potevano coincidere con momenti della liturgia ufficiale e svolgersi, quindi, nei santuari, capitava spesso agli indovini di officiare altrove, per esempio a palazzo. In effetti, era soprattutto là il loro punto d’appoggio: erano al servizio del re, che seguivano anche nei suoi spostamenti, e soprattutto nelle spedizioni militari.

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Tabula rasa

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Prova a immaginare di esserti dedicato per anni a un lavoro molto impegnativo e difficile, centrato sulla continua gestione dell’incertezza e dell’emergenza: un lavoro necessario al punto da non potertene mai staccare e da dover rinunciare alle comuni prerogative concesse ai lavoratori; che ti costringe a quotidiani rapporti problematici al limite del litigio e dell’ostilità; che ti toglie la forza di sorridere quando riesci a rientrare nel tuo privato; che ti fa muovere in situazioni piene d’insoddisfazione, diffidenza, sospetto e doppiezza, dove l’operare quotidiano s’impronta a continui tentativi di sopraffazione – finalizzata alla sopravvivenza. Dove la dissimulazione, la dilazione, l’inganno, le false intenzioni servono a raggiungere gli obiettivi, e tu hai la responsabilità di farlo, e devi affinare le tecniche per spuntarla sempre – ripeto: sempre, perché soccombere anche una volta sola significherebbe non riuscire a portare a buon fine la missione complessiva che hai accettato, a cui quindi ti sei votato. Ebbene, se ti sei dedicato per troppi anni a un lavoro di questo tipo, in cui ogni giorno tutti ti guardano perché si aspettano da te la soluzione, e la pretendono, perché l’hai sempre trovata, e non concepiscono la semplice possibilità che ciò non riesca ad ripetersi per motivi oggettivi; se hai fatto tutto questo, hai finito per danneggiare in misura sensibile i tuoi meccanismi interiori e la geografia dell’anima che ti abita, trasformandola in qualcosa di simile a una contea devastata dal passaggio di un esercito.
Quindi, partendo da una tabula rasa di questo tipo, per uscire dallo smarrimento, dall’angoscia cronica, dalla disabitudine a rapporti normali e trasparenti a cui ogni uomo avrebbe diritto – visto che le amicizie, per altri e più lontani motivi, le hai perse da tempo – bisogna appunto ricominciare da piccoli esercizi quotidiani, che possono essere i più semplici e diversi. Si comincia col passeggiare respirando l’aria mossa dal vento, accompagnati dal cane; guardare il disegno delle colline; far visita ai vicini che stanno potando le viti o aggiustando il trattore; sedersi, ricominciare a leggere i libri che non si frequentavano da tempo. Questo è un modo per cominciare. Fermarsi, riflettere, scoprire che i rapporti umani e intellettuali si possono ricostruire. Anche da una tabula rasa.

Scrittura casistica

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Viene da chiedersi come si siano formati questi trattati divinatori babilonesi: quale tipo di ragionamento logico o di osservazione sperimentale fa associare una certa apodosi (oracolo) a un certa protasi (presagio)? Quale sistema tassonomico ha permesso di allineare interminabili protasi a proposito del medesimo oggetto? La complessità è grande: un trattato studierà non il fegato della vittima (materia troppo vasta), ma la tal porzione ominosa del fegato: la Vescichetta biliare, la «Porta del Palazzo», il «Dito», eccetera. Oppure, in un altro campo, il tal segno congenito del corpo umano. Si suppone che un neo, ad esempio, interessi via via tutte le parti del corpo umano, enumerate puntualmente dalla testa ai piedi. Così, in un trattato di fisiognomia, a proposito della “macchia” o “segno”, si passa in rassegna la lista completa delle parti del corpo in cui può trovarsi, con le apodosi corrispondenti.

Gli oracoli sono messi in elenco e classificati, in funzione delle protasi, secondo un ordine rigoroso, e costante per uno stesso soggetto. Se questo è la presentazione esterna del corpo umano, si comincerà l’esame dalla testa: la sommità del cranio; la nuca; la fronte; la chioma; le tempie; le sopracciglia; le palpebre; gli occhi; le orecchie; il naso; la bocca; i denti; la lingua; il mento; il collo; e così via, scendendo, fino ai piedi. Di ognuna delle parti così considerate, si prospettano tutte le situazioni e gli stati capaci di modificarne il contenuto di presagio: la presenza o l’assenza; dimensioni e quantità: se è grande, molto grande, piccola, molto piccola, unica, in due, tre, quattro esemplari o suddivisioni; la disposizione interna e la posizione rispetto ad altri elementi: se è ritta, coricata, inclinata, a rovescio, contigua, discosta, a destra, a sinistra, in alto, in mezzo, in basso, davanti, dietro; la colorazione: se è rossa, nera, bianca, verde-gialla, talvolta con sfumature più o meno numerose.

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A ogni oggetto di un tipo particolare di divinazione è così adattato uno schema di suddivisione e ordinamento di tutti gli aspetti in cui si presenta all’osservatore. Schemi che formano spesso categorie ricorrenti: ad esempio, ogni volta che viene presa in esame una delle posizioni, supponiamo a destra, si considera subito dopo la posizione a sinistra. Ogni volta che si pone il problema del numero, ci si estende, secondo i casi, da uno o due a sette, o più (così, per le nascite di gemelli, trigemini, ecc.). Ogni volta che è ricordata la somiglianza dell’oggetto con un animale, vi è tutto un elenco di animali tipici, in certo modo già predisposto, che può comportarne fino a una ventina e che ritorna, più o meno particolareggiato, secondo i casi. Le analisi, insomma, sono straordinariamente minuziose, con centinaia e migliaia di presagi differenti, ciascuno col suo oracolo.

Sembra un proposito deliberato di tener conto non solo del reale, ma anche dell’immaginabile, del possibile, quando si vedono registrare nelle protasi successive di una stessa raccolta due, tre, cinque e perfino sette Vescichette biliari per un solo fegato; o quando, all’inizio di un trattato di teratologia, sono previste per i neonati perfettamente umani una quarantina di presentazioni stravaganti, fra le quali l’aspetto di «un leone», di «un cane», di «un maiale», di «un bue», di «un asino», ecc., e, più avanti: di «una testa», di «una mano», di «un piede»,… perfino di «un corno di capra», e naturalmente, visto che bisogna prevedere tutto, di «due corna di capra».

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Scrittura dottrinale

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Visto che dai Babilonesi ci separano parecchi millenni, non abbiamo il loro stesso modo di vedere, le stesse esperienze, la stessa mentalità e la stessa logica. Ma anche se non siamo più in grado di leggere e comprendere tutto come loro, dobbiamo riconoscere che la loro lettura non era arbitraria e fantasiosa, ma a suo modo obiettiva e razionale. Molti dei loro “pittogrammi divinatori” si basano su un gioco di assonanze fonetiche: per esempio, in un oracolo “storico”, dalle perforazioni riscontrate (pilšu palšu) sul fegato, si passa agli scavi (pilšu) che sono serviti a sottomettere una città fortificata, il cui nome stesso, Apišal, è composto dei medesimi fonemi costitutivi, con una leggera metatesi. Evidentemente non si trattava di un gioco di parole, per persone che ponevano così poca differenza fra le denominazioni e le cose. Ancora: «Se la pioggia piove (zunnu iznun) nel giorno [della festa] del dio della città – quest’ultimo sarà adirato (zêni) contro di essa. Se la Vescichetta biliare è rientrante (nahsat) – è inquietante (nahdat). Se la Vescichetta biliare è presa dentro (kussâ) il grasso – farà freddo (kussu). Se il Diaframma (?) è aderente (emid) – aiuto (imid) divino».

L’influenza della scrittura cuneiforme sullo spirito e sulla tecnica della divinazione deduttiva è chiara. E implica una certa astrazione dal concreto – un solo e medesimo segno mantiene il suo valore dovunque s’incontra – e un certo apriorismo – dovunque compare un segno deve comparire il suo significato –, che preparano la “razionalizzazione” ulteriore.

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La protasi esprime dunque, al presente o al passato, uno stato di fatto, realizzato e osservato. Annuncia la situazione del presagio, ossia l’aspetto preciso dell’oggetto che lascia intravedere il futuro, e dunque pronosticarlo. L’apodosi al futuro esprime quasi sempre il pronostico; dunque, contiene l’oracolo. Le protasi, e soprattutto le apodosi, hanno delle varianti. Nelle raccolte antiche le varianti sono spesso designate dalla formula šanîš: «altrimenti», e ancora più spesso šanû šumšu: «altro modo di enunciare». Nei manuali più recenti, dove possono essere numerose, fino a sette o otto, si dispongono una di seguito all’altra, tutt’al più separante dai “due punti” (due chiodi obliqui sovrapposti), che nella scrittura cuneiforme sono il solo segno d’interpunzione.

Le varianti, talvolta – come in ogni tradizione manoscritta – sono semplici conseguenze di incidenti di trascrizione o trasmissione dei manoscritti, dunque possono essere contraddittorie, in particolare nell’apodosi: l’una promette un avvenire favorevole, l’altra sfavorevole. Così, queste varianti diventano tradizioni diverse, perfino dottrine diverse d’interpretazione dello stesso fenomeno, e i copisti le aggiungono allora ad complementum doctrinae: affinché il lettore abbia sotto gli occhi tutte le informazioni conosciute, in mancanza di un criterio sicuro per scegliere la migliore. Un esempio tipico, in cui le varianti sono semplicemente giustapposte: «Se, sulla pelle del suo viso, a destra, si trova una [macchia-congenita-chiamata] umsatu – sarà fortunato, [oppure] quest’uomo diventerà povero».

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Scrittura ominosa

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Gli “oracoli storici”, messi a punto durante il periodo che va dall’ultimo terzo del III millennio al primo quarto del II, ci permettono d’intravedere il più antico procedimento che dovette servire alla stesura degli oracoli di divinazione deduttiva, e anche a scoprire questo tipo di divinazione: la constatazione empirica delle coincidenze fra la forma dei presagi e gli eventi della storia. Esiste un modo di vedere le cose per cui basta che una volta, o un certo numero di volte, ci si sia accorti che la comparsa di un fenomeno – qualcosa d’inatteso nel corso delle cose, di anormale, di mostruoso – è stata seguita, dopo un intervallo ragionevole, dall’arrivo di un evento straordinario, fasto o nefasto, perché ci si senta di dover stabilire un rapporto fra loro. Come se il secondo termine fosse collegato al primo e, se non causato, almeno annunciato da esso. Si suppone sia questo il meccanismo che ha portato alla divinazione come disciplina e come tipo di conoscenza.

I messaggi divini scritti nei presagi erano un insieme di segni, o tratti dalla realtà e ancora riconoscibili, o puramente convenzionali, che rappresentavano cose o parole. Erano un codice che gli indovini dovevano decifrare, come indicano questi esempi di aspetti particolari del presagio: «l’Urto-frontale del Nemico», «il Seggio del Pastore», «l’Impianto del Trono», «la Sicurezza», «il Segreto», «il Tradimento», «l’Arma». O ancora, in qualche caso, il risalto dato alla lettura di uno dei segni oracolari, come in questo brano di un trattatello di “palmomanzia sacrificale”: «Se, sul petto dell’uccello [sacrificato], a destra e a sinistra, si trova una quantità di macchie-rosse – i miei soldati e i soldati del nemico, dopo essersi incontrati, non si batteranno; il nome di questo [presagio è]: incontro».

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Dopo un esempio concreto di “traduzione” del segno in un ambito preciso, quello della guerra, l’autore del trattato ne riassume in una parola il valore generale e, per così dire, il senso “ideografico”, applicabile a ogni altra situazione. Un certo numero di questi “pittogrammi” non avevano, di per sé, nulla in comune con quanto si supponeva che evocassero. Il loro contenuto significativo, quindi, si era potuto scoprire solo per caso – per empirismo. Durante secoli di osservazioni, si dovette costituire in tal modo tutta una collezione di “pittogrammi divinatori”, debitamente provvisti della loro “traduzione ominosa”, malgrado l’assenza di qualunque nesso evidente fra il segno e il significato.

In altri casi, un nesso poteva esistere, sia che il “pittogramma” si riferisse a una cosa o a una parola. Nell’oracolo storico: «Se, a destra del Fegato, si trovano due Diti – [è il] presagio dell’Epoca-dei-Competitori», è la dualità dei Diti che richiama la competizione dei pretendenti; e ancora, l’eclisse di sole lascia trasparire la morte del re; lo sguardo, reputato malefico, del serpente sull’uomo, la morte prossima di quest’uomo; l’incrocio infecondo, la riduzione dell’incremento del bestiame; la mescolanza del corpo di due feti, la confusione nel paese, in seguito a dispute intestine. Così pure il leone è divenuto in qualche modo, nella scrittura divinatoria, l’ideogramma della violenza, del potere assoluto, della superiorità, come si vede da tutti gli oracoli che determina. Tutto poté giocare per stabilire questo legame fra i “pittogrammi” mantici e la realtà: l’evocazione immediata, un simbolismo più o meno sottile, o lambiccato, o fondato su credenze o immaginazioni molto arcaiche – tale ancora l’idea che collega il successo e la buona sorte alla destra, l’insuccesso e la sfortuna alla sinistra.

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Scrittura tecnica

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I documenti più numerosi, più espliciti, più vari che ci hanno lasciato gli antichi Mesopotamici in materia di divinazione, a parte alcuni formulari sulla divinazione popolare, sono trattati di casistica divinatoria, che riflettono una tecnica, una logica, una vera scienza mantica. I più antichi sono della fine dell’epoca paleobabilonese, intorno al 1600 avanti Cristo; del primo millennio, appena prima della scomparsa della Mesopotamia come unità politica e culturale, si sono ritrovate migliaia di tavolette. Dai più antichi ai più recenti, tutti i trattati si presentano nello stesso modo: stessa disposizione, stesso vocabolario, stessa nomenclatura tecnica, stessi procedimenti d’analisi, di ricerca e di esposizione, stessa mentalità. Una costanza nella forma che è dovuta al tradizionalismo dei letterati mesopotamici dell’antichità, e che dimostra la piena padronanza dell’arte della divinazione acquisita dai tecnici locali.

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I trattati divinatori babilonesi sono tutti costruiti sullo stesso modello, quello dei “codici” giuridici e dei trattati di medicina, secondo una forma logica universale nell’antica Mesopotamia, almeno dalla fine del III millennio. Enunciano una serie di proposizioni composte da due parti: una protasi, introdotta da «se», «supponendo che», di solito al presente o al passato, che costituisce il “presagio”, seguita da un’apodosi, di solito al futuro, che è l’oracolo. Ad esempio: «Se un uomo ha il pelo del petto rivolto all’insù – diventerà schiavo»; «Se un uomo, col viso congestionato, ha l’occhio destro sporgente (?) – lontano dalla sua casa, dei cani lo divoreranno»; «Se un uomo (sogna che) fa il mestiere del lapidario – suo figlio morirà». Oppure, in un trattato di extispicina: «se la cistifellea è fine come un ago – un prigioniero evaderà».

Tuttavia, in alcuni casi – quelli degli “oracoli storici” – l’apodosi è al passato, generalmente intorno a un grande nome o ad un evento più o meno notevole della storia: «Se [nel Fegato] la Porta del Palazzo è doppia, se vi sono tre Rognoni e a destra della Vescichetta biliare sono scavate (palšu) due perforazioni (pilšu) ben nette – , [è il] presagio degli Apisalii, che Narâm-Sîn [re dal 2260 al 2223] per mezzo di scavi (pilšu) fece prigionieri». Oppure: «Se, a destra del Fegato, si trovano due Diti – [è il] presagio dell’Epoca-dei-Competitori». O ancora, su un modellino di argilla di Mari: «Quando il mio paese si è rivoltato contro Ibbi-Sin (2027-2003), [è] così [che] questo [il fegato] si trovava disposto».

Di fronte al numero totale delle apodosi che si conoscono, decine di migliaia, questi oracoli storici formano un insieme modesto, circa duecento. Quasi tutti gli “oracoli storici” concernono fatti effettivamente attestati per il periodo anteriore ai trattati in cui si trovano raccolti; si può quindi avanzare l’ipotesi che questi oracoli abbiano costituito una sorta di processo verbale, accuratamente tramandato, di una coincidenza fra il presagio osservato (ad esempio, lo stato di un fegato) e l’avvenimento successivo; coincidenza giudicata significativa sia perché ricorrente, sia per il carattere eccezionale del presagio e/o dell’avvenimento.

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