Sherlock Holmes e il crimine

url

Sherlock Holmes si rendeva conto del fatto che le statistiche criminali mostrano solo i casi registrati di violazione della legge. Così, guardando la bella campagna attraverso cui, assieme al dottor Watson, sta viaggiando in treno, osserva:

«Voi guardate a queste case isolate, e siete colpito dalla loro bellezza. Le guardo io, e l’unico pensiero che mi viene in mente è la sensazione del loro isolamento, e dell’impunità con cui un crimine può esservi commesso… Mi riempiono sempre di un certo orrore. È mia opinione, basata sulla mia esperienza, che il più umile e miserabile cortile di Londra non possa fornire una più spaventosa cronaca di peccati di questa ridente e gaia campagna… E la ragione è ovvia. La pressione della pubblica opinione può fare in città ciò che non può fare la legge. Non c’è vicolo così miserabile che le grida di un bambino torturato, o il colpo del pugno di un ubriaco non suscitino simpatia e indignazione fra i vicini, che un lamento passi inudito, e c’è solo un passo tra il crimine e il banco degli imputati. Ma guardate a queste case solitarie, ognuna in mezzo ai suoi campi, piene per lo più di poveri contadini ignoranti che sanno poco o nulla della legge. Pensate ai fatti di infernale crudeltà, alle malvagità nascoste che continuano per anni, senza che nessuno se ne accorga.» (“I Faggi Rossi”)

 

Annunci

Sherlockiana: l'indagine e il metodo

url

Ciò che nei racconti di Holmes porta così spesso i poliziotti fuori strada è che quasi subito, appena iniziata l’indagine, tendono ad adottare l’ipotesi che risponde più verosimilmente ad alcuni fatti evidenti, trascurando le “inezie” e rifiutando di considerare dati che non sostengono la loro posizione. «Nulla è più ingannevole di un fatto ovvio,» dice Holmes in “Il mistero di Valle Boscombe”.

La polizia, inoltre, commette il «capitale errore» di teorizzare prima di giungere all’evidenza completa (come in “Uno studio in rosso”). Ne risulta che, senza rendersene conto, inizia a «distorcere i fatti per adattarli alle teorie invece di mutare le teorie per adattarle ai fatti» (“Uno scandalo in Boemia”).

La reciproca disistima che risulta da queste enormi differenze nella metodologia è presente in tutti i racconti di Holmes. In “I signori di Reigate”, Watson osserva, parlando con un ufficiale di campagna: «Ho sempre notato che c’è un metodo nella sua [di Holmes] pazzia», al che l’ispettore replica: «Qualcuno potrebbe dire che c’è della pazzia nel suo metodo».

url

Del tutto opposto all’immagine dell’eroe puro è il fatto che le azioni di Holmes qualche volta vanno contro la legge. Come investigatore privato, egli non è vincolato al regolamento di polizia. Tiene in scarsa considerazione l’abilità degli uomini di Scotland Yard, e li considera in generale “sviati”. Va anche oltre nel suo disprezzo, come quando osserva che «l’aiuto dei locali è sempre o inutile o pregiudizievole» (“Il mistero di Valle Boscombe”). Holmes è ben conscio delle inadeguatezze della legge, e commenta: «Molti uomini sono stati impiccati ingiustamente».

In apparenza, Holmes ha fede nella definitiva vittoria della giustizia, come attesta questa affermazione, secondo la quale «la violenza, in verità, ricade sul violento, e l’intrigante ricade nella fossa che ha scavato per un altro» (“La banda maculata”). Ma a volte ritiene necessario uscire dai binari della legge per assicurare la giustizia. Quindi si trova a commettere violazione di proprietà, furto con scasso e sequestro di persona. Sul furto con scasso, così argomenta: «È moralmente giustificabile, in quanto non vogliamo prendere altri oggetti che quelli che furono usati per scopi illegali» (“Ladri gentiluomini”); esercita il suo ruolo di vigilante perché, come egli stesso dice: «penso che vi siano certi crimini che la legge non può punire, e che perciò giustificano, in una certa misura, la vendetta privata».

url

Holmes riconosce anche che la prigione non è sempre una punizione appropriata per il crimine, e che può effettivamente impedire il processo di recupero. E così, in almeno quattordici occasioni, Holmes lascia di fatto libere delle ben note canaglie, perché, come dice di uno di questi «Mandarlo in galera ora significa farne un galeotto per tutta la vita» (“Il carbonchio azzurro”).

Holmes non teme neppure di ricorrere all’inganno, se sente che avrebbe potuto servire a fini di giustizia. Qui raggiunge il massimo quando, per catturare “l’uomo più malvagio di Londra”, si traveste da idraulico e si fidanza con la cameriera del furfante per ottenere informazioni (“Ladri gentiluomini”). Poiché si rende conto della necessità di conquistare la più completa fiducia dei suoi informatori, qualche volta lo fa spacciandosi per uno di loro. In un’occasione, avendo bisogno di certe informazioni, si traveste da staffiere, spiegando a Watson che: «C’è una notevole simpatia e complicità fra gli appassionati di cavalli. Se sei uno di loro, saprai tutto quello che vuoi sapere» (“Uno scandalo in Boemia”).

In altre occasioni Holmes simula malattie, disgrazie, conoscenze, e anche la propria morte. Usava spesso manipolare i giornali, e notava che «la stampa… è un’istituzione di grande valore, se sai come usarla» (“Il mistero dei sei Napoleoni”).

Il mito sherlockiano

 

url

Scriveva Alberto Tedeschi nella Premessa al secondo “Omnibus” mondadoriano dedicato a Sherlock Holmes nel 1971:

Il fatto più clamoroso è che Sherlock Holmes è una leggenda divenuta realtà. Non è possibile non credere alla sua esistenza: gli hanno dedicato “biografie” e film, hanno intitolato targhe alla sua memoria; i cacciatori d’autografi continuano a scrivergli per chiedergli uno scritto “di suo pugno”; i turisti che si recano a Londra corrono numerosi a cercare la famosa casa di Baker Street, e ancora oggi, non senza imbarazzo, gli impiegati della posta di Sua Maestà Britannica si trovano a dover smistare un imponente flusso di lettere da tutto il mondo, indirizzate, si badi bene, al “Signor Sherlock Holmes”. Raramente al suo autore. Chi visita il museo sherlockiano di Lucens in Svizzera può vederne a migliaia, vecchie di ottant’anni e più, ma anche recentissime. Lettere di ammiratori, convintissimi della reale esistenza di Sherlock Holmes, che gli chiedono i più svariati consigli. Molti gli espongono “casi” misteriosi che solo lui può risolvere; altri (numerosissimi) vogliono sapere “come si diventa investigatori” e manifestano la volontà di seguire le orme del Maestro.

A tutt’oggi arrivano moltissime lettere all’indirizzo inesistente di 221B di Baker Street. A ognuna viene risposto su carta intestata che, purtroppo, Mr Holmes si è ritirato a vita privata e non può più occuparsi di alcuna questione. E resto vivissima la disputa fra i cosiddetti “conan-doyliani ortodossi”, secondo i quali fu lo scrittore Arthur Conan Doyle a creare i personaggi immaginari di Sherlock Holmes e John Watson, e i “fondamentalisti sherlockiani” che, intrisi di fanatismo, sono convinti sia Conan Doyle il personaggio immaginario, o piuttosto lo pseudonimo con cui il vero dottor Watson firmava i suoi scritti, che quindi racconterebbero casi autentici, che vengono puntualmente ricostruiti e discussi da scrittori, scienziati e anonimi lettori da ogni parte del mondo, impegnati a rintracciare i pezzi mancanti di un incredibile puzzle potenzialmente infinito.

È una sorta di Grande Gioco, quello del fare-finta-che Sherlock Holmes sia realmente esistito: da cui scaturiscono serissimi saggi specialistici sulla sua infanzia, sul suo orecchio musicale, sulla sua dipendenza dalla droga, sulle sue indubbie origini americane, sull’arte di fumare la pipa.

L’indagine sherlockiana

url

Holmes elabora un metodo d’indagine infallibile, facendo della criminologia una scienza esatta: la scienza della deduzione. Egli non è solo un investigatore, ma un teorico dell’investigazione.

All’inizio di A Study in Scarlet, fa leggere distrattamente a Watson un articolo sulla criminologia che ha scritto per una rivista: «Come tutte le altre arti, la scienza della deduzione e dell’analisi può essere acquisita soltanto attraverso uno studio lungo e paziente».Prima di occuparsi degli aspetti morali e cerebrali della questione che presentano le maggiori difficoltà, lo studioso affronti i problemi più elementari. Incontrando un suo simile, impari a dedurne a prima vista la storia e il mestiere o la professione che esercita.

Per quanto possa sembrare puerile, questo esercizio acuisce lo spirito d’osservazione e insegna dove si deve guardare e cosa si deve cercare. Dalle unghie di un uomo, dalle maniche della sua giacca, dalle scarpe, dalle ginocchia dei calzoni, dalle callosità delle dita, dall’espressione, dai polsini della camicia: «da ognuna di queste cose si può avere la rivelazione del mestiere di un uomo. Che tutte queste cose messe assieme, poi, possano mancar di illuminare l’indagatore che sa il fatto suo, è virtualmente inconcepibile».

E, subito dopo, Holmes fornisce a Watson un saggio pratico del suo talento:

«Vedete, possiedo una quantità di nozioni particolari che applico ai problemi e che mi facilitano in modo meraviglioso. Le regole esposte in quel capitolo che vi ha fatto sogghignare, mi sono preziose e io le applico praticamente nel mio lavoro. In me, lo spirito d’osservazione è una seconda natura. Voi siete rimasto stupito quando vi ho detto, al nostro primo incontro, che venivate dall’Afganistan.»
«Senza dubbio, qualcuno ve l’aveva detto.»
«Niente di tutto ciò. Io ho capito che venivate dall’Afganistan. Per lunga abitudine, il lavorìo dei miei pensieri è così rapido, che sono arrivato a quella conclusione senza esser conscio dei passaggi intermedi. Però, ci sono stati dei passaggi intermedi. Eccovi il filo del mio ragionamento: quest’uomo ha qualcosa del medico, ma anche qualcosa del militare. Evidentemente, un medico militare. È reduce dai tropici, poiché ha il viso molto scuro, ma quello non è il suo colorito naturale dato che ha i polsi chiari. Ha subìto privazioni e malattie, come dimostra il suo viso emaciato. Inoltre, è stato ferito al braccio sinistro. Lo tiene in una posizione rigida e poco naturale. In quale paese dei tropici un medico dell’esercito britannico può esser stato costretto a sopportare dure fatiche e privazioni, e aver riportato una ferita a un braccio? Nell’Afganistan, naturalmente.»

Sherlock Holmes e la scienza della deduzione

urlurl

In Uno studio in rosso, il luogo che fa da sfondo al primo incontro tra il dottor Watson e Sherlock Holmes – il laboratorio chimico di un ospedale – rappresenta il simbolo della formazione scientifica di Holmes, nonché l’equivalente della obscure library ove il narratore del racconto “The Murders in the Rue Morgue” di Edgar Allan Poe stringe amicizia col detective antesignano Auguste Dupin.

Forte è l’analogia fra queste due situazioni: la biblioteca di Poe e il laboratorio di Conan Doyle rimandano al repertorio di conoscenze e abilità che sta alla base dei due universi narrativi. Caratterizzato nella trilogia di Auguste Dupin dalla componente testuale, e nella saga di Sherlock Holmes dall’estensione dei principi scientifici agli affari pratici degli uomini.

url

In “The Science of Deduction”, secondo capitolo di A Study in Scarlet, il narratore fa una sorprendente rivelazione sulla forma mentale di Holmes:

La sua ignoranza era notevole quanto la sua cultura. In fatto di letteratura contemporanea, di filosofia e di politica, sembrava che Holmes sapesse poco o nulla. Una volta mi accadde di citare Thomas Carlyle. Mi chiese nel modo più ingenuo chi era e cosa aveva fatto. Ma la mia meraviglia giunse al colmo quando scoprii casualmente che ignorava la teoria di Copernico nonché la composizione del sistema solare. Il fatto che un essere civile, in questo nostro diciannovesimo secolo, non sapesse che la terra gira intorno al sole mi pareva così straordinario che stentavo a capacitarmene.

Non solo Holmes ignora queste informazioni, ma afferma che, una volta recepite, farà il possibile per dimenticarle. Egli paragona il cervello umano a un’angusta soffitta in cui riporre gli oggetti da conservare a portata di mano; se lo sciocco vi ammassa ogni sorta di cianfrusaglie, e gli è impossibile poi ritrovarle, il bravo operaio conserva solo attrezzi utili, collocandoli col massimo ordine, poiché: «È un errore illudersi che quella stanzetta abbia le pareti elastiche e possa ampliarsi a dismisura. Viene sempre il momento in cui, per ogni nuova cognizione, se ne dimentica qualcuna acquisita in passato».

Il tratto principale di questa metafora è la concezione specialistica del sapere holmesiano, che il narratore esemplifica con una tabella, dove riporta il grado d’interesse dimostrato da Holmes per le diverse discipline. All’assoluta indifferenza nei confronti di letteratura, filosofia e astronomia e al superficiale aggiornamento politico, si contrappongono invece la conoscenza teorica della botanica, in particolare delle piante velenose, nonché elementi pratici di geologia, come le qualità di fango delle diverse zone di Londra, la profonda padronanza della chimica, nozioni di anatomia accurate ma non sistematiche, e l’immensa erudizione in fatto di letteratura sensazionale, che fa del detective «un calendario vivente del crimine».

Sherlock Holmes, Uno studio in rosso

url

Allo sbalordimento del dottor Watson, che lo interroga su come abbia fatto a ricavare tutte quelle informazioni (cfr. il post precedente), Holmes risponde con i fatti.

«Per prima cosa, quando sono arrivato in Lauriston Gardens, ho osservato che le ruote di una carrozza avevano lasciato un duplice solco presso il marciapiede. Ora, fino a ieri sera non pioveva da una settimana, quindi quei solchi dovevano essere stati prodotti durante la notte. C’erano pure le impronte degli zoccoli del cavallo, una delle quali era assai più nitida che non le altre tre, prova evidente che si trattava di uno zoccolo ferrato di nuovo. Siccome la carrozza è arrivata sul luogo dopo che ha cominciato a piovere, ma non durante la mattina (su questo punto ho la testimonianza di Gregson), ne consegue che dev’essere arrivata durante la notte e che, quindi, ha portato i due sconosciuti alla casa del numero 3.»

E il metodo usato per calcolare la statura del secondo uomo è semplice e logico: «Ho potuto osservare la lunghezza del passo di quell’uomo, tanto sul terreno argilloso all’esterno, quanto sul pavimento polveroso, all’interno. Inoltre, ho trovato il modo di controllare l’esattezza dei miei calcoli. Quando una persona scrive su un muro, l’istinto la porta a scrivere all’altezza dei suoi occhi. Ebbene, quell’iscrizione era a circa un metro e ottanta dal suolo.»

Ugualmente logiche sono le deduzioni di Holmes in merito all’età dell’individuo e alla faccenda delle unghie lunghe e del sigaro Trichinopoly: «Se un uomo può fare dei passi più lunghi di un metro e venti, senza il minimo sforzo, non è possibile che sia anziano e che abbia degli acciacchi. Quella, infatti, è la larghezza di una pozzanghera che c’era sul sentiero del giardino e che, evidentemente, lo sconosciuto ha scavalcato. L’uomo dalle scarpe di vernice l’ha aggirata, ma quello dalle scarpe quadrate l’ha scavalcata. (…) Quella parola sul muro è stata scritta con un indice intriso di sangue. La lente d’ingrandimento mi ha consentito di osservare che l’intonaco è leggermente graffiato, cosa che non sarebbe accaduta se l’unghia di quell’indice fosse stata corta. Quanto al sigaro… ho raccolto un po’ di cenere sparsa sul pavimento. Era di color scuro e si presentava a falde. Soltanto il Trichinopoly produce una cenere simile. Ho studiato in modo particolare la cenere dei sigari, anzi ho scritto una monografia in proposito. Mi vanto di poter distinguere a prima vista la cenere di una qualsiasi qualità nota di sigaro o di tabacco. Proprio in simili particolari, l’esperto investigatore differisce dai vari Gregson e Lestrade.»

url

La saga di Sherlock Holmes: si alza il sipario

url

A Londra, in una casa abbandonata, al numero 3 di Laurinston Gardens, è stato rinvenuto il cadavere «di un signore ben vestito». Non esiste alcun indizio su come l’uomo abbia trovato la morte. Scotland Yard brancola nel buio, e gli ispettori Gregson e Lestrade decidono di ricorrere all’aiuto di Sherlock Holmes.

Il detective comincia subito le indagini: esamina accuratamente i dintorni della casa, interroga i funzionari di polizia, poi trae di tasca un metro e una grossa lente d’ingrandimento rotonda e si mette a gironzolare per la stanza. S’inginocchia, si sdraia addirittura a terra, individua e misura tracce invisibili agli altri e, alla fine, raccoglie un mucchietto di polvere grigia, che ripone accuratamente in una busta.

«Che ne pensate?» gli domandano i funzionari di polizia. «Se tentassi di aiutarvi, farei la figura del presuntuoso e vi ruberei il merito delle indagini» risponde sarcastico Holmes. «Avete già fatto tali progressi, che sarebbe un peccato se qualcun altro ficcasse il naso nella faccenda.»

Poi, prima di uscire a parlare con l’agente che ha trovato il cadavere, soggiunge: «Qui c’è stato un delitto, e l’assassino è un uomo. E’ alto un metro e ottanta, è ancora giovane, ha i piedi piccoli per la sua statura, porta scarpe grossolane con la punta quadrata e, al momento del misfatto, fumava un sigaro Trichinopoly. È arrivato assieme alla vittima, su una carrozza a quattro ruote, tirata da un cavallo che aveva tre ferri vecchi e uno nuovo allo zoccolo anteriore sinistro. Con tutta probabilità, l’assassino ha il viso florido e le unghie della mano destra notevolmente lunghe. Queste sono solo piccole indicazioni, ma può darsi che vi giovino.»

Lastrade e Gregson si guardano con un sorriso incredulo, poi il primo domanda: «Se quell’uomo è stato vittima di un assassinio, in che modo è stato ucciso?»
«Veleno», risponde laconicamente Holmes.

DetFic 25: il Sergente Cuff e la detection

moonstone

Nella prima parte de La pietra di luna, due sono i detectives che si alternano a casa Verinder per condurre le indagini: il Sovrintendente Seegrave e il Sergente Cuff. Qui si possono riscontrare diversi tipi di atteggiamenti.
Il primo è quello del Sovrintendente Seegrave, che rappresenta il tipico esponente delle forze di polizia, fin dall’inizio destinato allo scacco. Egli si presenta come un uomo molto competente, ma ben presto, dopo essere giunto a qualche conclusione esatta, si arena nelle secche del mistero. Quel che si riesce a stabilire in questa prima indagine è che il furto è stato commesso da qualcuno che si trovava dentro casa, poiché era impossibile per quegli indiani o per altri malviventi accedervi dall’esterno, in quanto i cani erano liberi nel giardino e non si sono riscontrate impronte o altri segni di scasso. Si propone qui una situazione – simile a quella della camera chiusa – che avrà grande fortuna nel poliziesco: quella della casa o del luogo isolato in cui si trova un gruppo di sospetti, fra i quali dev’esserci il colpevole.

A ogni modo, Seegrave finisce per trascurare quello che si rivelerà l’indizio fondamentale, cioè la macchia che s’è prodotta nella decorazione eseguita sulla porta del salottino. Secondo Seegrave, a causare la macchia è stata qualche cameriera che ha sfiorato la porta dopo la scoperta del furto, mentre invece il sergente Cuff capirà subito che la macchia indica in realtà il passaggio di qualcuno nella notte del furto, probabilmente il ladro stesso, poiché la mattina dopo il colore della porta doveva già essere asciutto.

Moonstone 4

Da bravo detective, Cuff sa che la chiave d’accesso alla verità risiede spesso nei dettagli, e afferma: «In tutta la mia esperienza lungo le sporche strade di questo sporco piccolo mondo, non ho mai incontrato nulla che fosse un’inezia». Proprio in obbedienza a questo principio, Cuff non trascura il dettaglio della macchia sulla porta e fa di tutto per scoprire se in casa sia stato nascosto un vestito o una camicia da notte macchiata, o se qualcosa manchi dall’elenco della biancheria.

Disgraziatamente, nel seguire questo indizio, Cuff sarà portato a sospettare delle persone giuste per i motivi sbagliati. In altre parole, Cuff capisce che al centro del mistero si trovano Rachel e Rosanna, i cui movimenti e atteggiamenti sono talvolta inspiegabili o sospetti, ma nel ricostruire i fatti si lascia guidare dalla convinzione errata che Rachel sia indebitata e che la cameriera l’abbia aiutata, grazie al suo passato criminale, a vendere il gioiello a un ricettatore. In particolare, Cuff è convinto che, dopo aver sottratto il gioiello dal salotto per conto di Rachel, Rosanna si sia resa conto d’aver macchiato la camicia da notte e, fingendosi malata, sia corsa in paese a comperare nuova stoffa per cucirsene una identica all’altra.

Moonstone 2

Il detective rinunciatario

Comunque sia, Cuff deve rinunciare al caso perché ha accusato del crimine la figlia della padrona di casa. La ragazza rifiuta di spiegare la sua condotta e quindi è soggetta a legittimi sospetti; eppure, Cuff si sbaglia.

Mentre in molta narrativa poliziesca la ragione del detective – sensibile ai dettagli, capace d’introspezione psicologica, dotata di spirito logico – riesce a penetrare il mistero, qui Cuff fallisce. Contro la sua versione dei fatti si schiera la fiducia intuitiva che personaggi come Lady Verinder, Mr. Betteredge e sua figlia Penelope hanno in Rachel e Rosanna.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAParadossalmente, qui la ragione diventa qualcosa dai cui attacchi ci si deve difendere, per non cadere nell’errore. Alla ragione si oppongono il sentimento, la lealtà, l’istinto. In più, alle indagini di Seegrave e Cuff si oppongono le indagini dei tre bramini indiani che inseguono il diamante, i quali non usano la razionalità occidentale, ma la chiaroveggenza. Addirittura, nel seguito del romanzo, i bramini riusciranno con questo sistema a seguire gli spostamenti della pietra e a rientrarne in possesso. Dunque, in The Moonstone convivono due sistemi di valori: uno occidentale, fondato sui presupposti della ragione, e uno orientale, legato a una visione mistica del mondo.


Indagini multiple

Ai quattro livelli d’indagine individuati nella prima parte del romanzo, se ne aggiungono altri tre nella seconda parte. Una è l’indagine per eccellenza: quella di stampo psicologico che viene condotta dal medico Ezra Jennings attraverso l’ipnotismo, un’indagine che scava nell’interiorità dell’uomo, oltre il suo livello cosciente, e che anticipa l’avvento della psicanalisi. Le altre due, invece, sono quelle di Mr. Franklin e di Mr. Bruff.

themoonstone1_web

In particolare, la ricerca di Franklin rimanda direttamente alla vicenda di Edipo: colui che ha avviato la macchina investigativa, in quanto ha convocato il sergente Cuff da Londra per cercare la verità, è anche l’individuo che inconsapevolmente ha causato tanta confusione e dolore intorno a sé. E, come Edipo interroga ripetutamente l’indovino Tiresia, senza capire la verità che questi gli dice con parole ambigue, finché non cade il velo che ha davanti agli occhi, così anche Franklin nel corso della vicenda ripenserà alle parole pronunciate da Rachel e Rosanna nei giorni successivi al furto, e scoprirà che entrambe hanno tentato di dirgli la verità.

Per finire, la ricerca di Mr. Bruff, che viene perseguita nell’ultima parte: l’avvocato ritiene che l’unico modo per incastrare il colpevole sia aspettare che, allo scadere di un anno dal deposito in banca del diamante, incontri Mr. Luker per rientrarne in possesso. A quel punto, rientra in scena lo stesso Cuff che, informato degli sviluppi dell’indagine, ammette apertamente di aver commesso uno sbaglio. L’autore, tuttavia, gli concede di prodursi in un numero teatrale: per provare le sue doti di detective, Cuff consegna a Franklin una lettera contenente il nome del colpevole, invitandolo ad aprirla solo quando ne avranno accertata l’identità.


Wilkie Collins grande precursore

Tralasciamo le altre sfaccettature del romanzo, che sono numerose: da quella melodrammatica a quella dell’identità a quella dell’imperialismo britannico. Fra i tanti meriti, a Collins va riconosciuto quello di aver inaugurato la regola del fair play nei confronti del lettore, inserendo nei primi capitoli del romanzo tutti gli indizi necessari alla spiegazione dell’enigma. Inoltre, egli ha concepito l’idea di scegliere il colpevole fra le persone meno sospette e, infine, ha dato prova di grande accuratezza nei particolari di ordine medico, legale e di procedura poliziesca.

(3 – fine)

DetFic 24: La Pietra di Luna e il Sergente Cuff

books_moonstone_SE1871

La “Pietra di luna” è un favoloso diamante sacro appartenente a una setta indiana di Seringapatam, predato nel 1799 dal malvagio colonnello inglese John Herncastle, che ha trucidato i tre bramini che lo custodivano. Sul diamante – ovviamente – pesa una maledizione, e quando Herncastle torna in patria, tutti lo sfuggono, a partire dai suoi familiari, ben consapevoli delle sue malefatte. Dopo quasi mezzo secolo, nel 1848, il colonnello muore e lascia in eredità il diamante alla nipote Rachel Verinder, figlia di sua sorella Julia. Siccome i legami con la famiglia erano interrotti da decenni, Lady Julia non tarda a interpretare il gesto – donare un diamante maledetto! – come una vendetta del malvagio colonnello.

Al cugino della ragazza, Franklin Blake, spetta il compito di portare il diamante – la Pietra di luna – a Rachel in occasione del suo compleanno. Quando si reca nella casa di campagna dei Verinder, nello Yorkshire, il suo arrivo è preceduto da quello di tre indiani, che in compagnia d’un bambino compiono strani riti per seguire i movimenti di Franklin e del diamante. Dopo la riunione degli invitati e la cena di compleanno, a cui partecipa anche un altro cugino di Rachel, Godfrey Ablewhite, gli indiani si presentano nel giardino di casa fingendosi giocolieri, ma un viaggiatore che conosce bene l’India individua in essi tre bramini che cercano di riportare in patria la pietra sacra.

the-moonstone-keeley-hawes-peter-vaughan-receiving-diamond

Ed ecco il colpo di scena: la mattina dopo, il diamante è scomparso. Dunque viene chiamata a investigare la polizia locale, nella persona del Sovrintendente Seegrave, il quale fa perquisire la casa e tutti i presenti (tranne Rachel, che misteriosamente si rifiuta), ma senza alcun risultato. Di fronte all’insuccesso della polizia locale, Franklin Blake fa quindi venire da Londra il sergente Cuff, celebre investigatore di Scotland Yard.

Il diamante è stato portato via dal boudoir di Rachel, dov’era racchiuso in un mobiletto. A fornire un indizio al sergente è la porta del locale, che Rachel e Franklin avevano dipinto insieme nei giorni precedenti il furto, mentre tra loro nasceva una storia d’amore. La porta reca una macchia sulla vernice, che il sergente conclude sia stata prodotta dal ladro che di notte ha portato via la pietra. Comincia dunque l’affannosa ricerca d’un capo di vestiario che porti una macchia di vernice, ma senza risultati. Siccome Rachel rifiuta di lasciar ispezionare il proprio guardaroba, mostrandosi apertamente ostile, Cuff conclude che il diamante non sia stato davvero rubato e che la ragazza l’abbia nascosto con l’idea di venderlo per pagare qualche debito che ha contratto, magari con un gioielliere, come spesso accade alle giovani aristocratiche. Secondo Cuff, ad aiutare Rachel è stata Rosanna Spearman, una cameriera con un passato di ladra, che nei giorni successivi al furto ha avuto un comportamento strano, fingendosi malata, mentre in realtà usciva di casa per motivi imprecisati. Il crescendo di tensione che l’indagine provoca in casa Verinder culmina proprio col suicidio di Rosanna, che si toglie la vita perché innamorata di Blake, che a sua volta è innamorato della cugina Rachel.

books_moonstone_cuff2Il sergente Cuff comunica a lady Julia la versione dei fatti di cui è convinto, cioè che il diamante è in possesso di Rachel; ma quando lady Julia interroga di persona la figlia, questa nega di averlo, e anche solo d’aver parlato con Rosanna dopo il furto della pietra. A Lady Julia, quindi, non resta che pagare Cuff, che aveva ingaggiato privatamente, con un lauto assegno e chiedergli di abbandonare il caso, che così rimane irrisolto.

La presenza del diamante maledetto ha gettato la famiglia nella disperazione. Rosanna Spearman si è suicidata, mentre Rachel, che in un primo tempo ricambiava l’amore di Franklin Blake, dopo il furto si rifiuta di vederlo e a solo sentire il suo nome viene colta da attacchi d’isteria.

Rachel abbandona la campagna per recarsi con la madre a Londra, dove Lady Julia spera di procurare alla figlia sufficienti distrazioni perché dimentichi la brutta avventura. Dal canto suo, Blake parte per un lungo viaggio in Europa per dimenticare le sue pene d’amore. Nel finale di questa prima parte, al narratore Mr. Betteredge giunge notizia che Rosanna, prima di uccidersi, ha lasciato a un’amica una lettera indirizzata a Mr. Franklin in cui potrebbe essere contenuta la chiave del mistero; ma la ragazza che ne è in possesso si rifiuta di consegnare la lettera a persone diverse da Mr. Franklin, a cui è indirizzata.

(2 – continua)

DetFic 23: Wilkie Collins e La Pietra di Luna

99f/29/ania/13592/31

Il vero padre del detective novel inglese è uno scrittore cresciuto alla scuola di Charles Dickens: William Wilkie Collins (1824-1889), autore molto popolare e molto prolifico di grandi romanzi vittoriani. L’amicizia fra Collins e Dickens – nata dall’interesse comune per il teatro, ma cresciuta anche grazie alla loro passione per l’editoria, i viaggi in Francia e in Italia, gli ideali radicali e i bordelli londinesi – fu feconda per entrambi.

Nel 1856, Wilkie Collins si trova a scrivere per la rivista Household Words una serie di articoli a sfondo poliziesco, traendone i temi dai casi giudiziari raccolti nel Recueil des causes célèbres (1807-1814) di Maurice Mejean, un libro che aveva acquistato in Francia durante uno dei suoi viaggi sul continente in compagnia di Charles Dickens. E sempre al Recueil è ispirato uno dei suoi grandi successi, La signora in bianco (The Woman in White, 1859-60), un complicato romanzo con forti influssi balzachiani.

Ma il capolavoro di Wilkie Collins resta La pietra di luna (The Moonstone), ispirato al caso mai risolto di Constance Kent, ovvero il celebre “delitto della casa di campagna”, pubblicato nel 1868, prima a puntate su All The Year Round, il giornale diretto da Dickens, e poi in tre volumi.

The_Moonstone_1st_edMolti hanno giudicato La pietra di luna il più bel romanzo poliziesco di tutti i tempi, e il poeta T.S. Eliot ha scritto che «tutto quello che c’è di buono e di efficace nella narrativa poliziesca moderna lo si può già trovare nella Pietra di luna. Gli autori più recenti hanno introdotto l’uso delle impronte digitali e di bagattelle dello stesso genere, ma in sostanza non hanno realizzato alcun progresso rispetto alla personalità o ai metodi del sergente Cuff. Cuff è il poliziotto perfetto. I nostri poliziotti moderni sono il più delle volte delle macchine efficienti ma anonime, che si dimenticano nel momento stesso in cui si chiude il libro, o hanno troppe caratteristiche come Sherlock Holmes. Costui è talmente sovraccarico di capacità, di meriti e di peculiarità da diventare una figura quasi statica: ci viene descritto, anziché esserci rivelato, attraverso le sue azioni. Il sergente Cuff è invece una personalità reale e attraente, ed è brillante senza essere infallibile».

Per incatenare il pubblico alle pagine, Collins sfrutta sia l’aspetto umoristico della vicenda narrata, sia quello patetico-sentimentale, sia quello più strettamente poliziesco, cioè la suspense, l’attesa vigile dei lettori, desiderosi che i misteri della storia siano svelati uno dopo l’altro.

Per ottenere nei lettori questo triplice coinvolgimento, Collins elabora una particolare tecnica narrativa: egli affida il resoconto dei fatti non a un solo narratore, ma a tutti i protagonisti, che si alternano uno dopo l’altro come se fossero testimoni chiamati a deporre. Siccome i vari narratori possono raccontare solo i fatti a cui hanno partecipato o assistito in prima persona, l’autore gioca sul punto di vista limitato, che gli consente di mantenere nel testo un gran numero di lacune narrative, che verranno riempite da qualche altro personaggio nel prosieguo del racconto. Inoltre, il fatto di affidare la voce narrante a personaggi particolarmente eccentrici consente a Collins di ottenere straordinari effetti di comicità, come accade col maggiordomo Betteredge, che è il primo ad assumere il ruolo di narratore, e con Miss Clack.

(1 – continua)