Sherlock Holmes e il crimine

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Sherlock Holmes si rendeva conto del fatto che le statistiche criminali mostrano solo i casi registrati di violazione della legge. Così, guardando la bella campagna attraverso cui, assieme al dottor Watson, sta viaggiando in treno, osserva:

«Voi guardate a queste case isolate, e siete colpito dalla loro bellezza. Le guardo io, e l’unico pensiero che mi viene in mente è la sensazione del loro isolamento, e dell’impunità con cui un crimine può esservi commesso… Mi riempiono sempre di un certo orrore. È mia opinione, basata sulla mia esperienza, che il più umile e miserabile cortile di Londra non possa fornire una più spaventosa cronaca di peccati di questa ridente e gaia campagna… E la ragione è ovvia. La pressione della pubblica opinione può fare in città ciò che non può fare la legge. Non c’è vicolo così miserabile che le grida di un bambino torturato, o il colpo del pugno di un ubriaco non suscitino simpatia e indignazione fra i vicini, che un lamento passi inudito, e c’è solo un passo tra il crimine e il banco degli imputati. Ma guardate a queste case solitarie, ognuna in mezzo ai suoi campi, piene per lo più di poveri contadini ignoranti che sanno poco o nulla della legge. Pensate ai fatti di infernale crudeltà, alle malvagità nascoste che continuano per anni, senza che nessuno se ne accorga.» (“I Faggi Rossi”)

 

Sherlockiana: l'indagine e il metodo

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Ciò che nei racconti di Holmes porta così spesso i poliziotti fuori strada è che quasi subito, appena iniziata l’indagine, tendono ad adottare l’ipotesi che risponde più verosimilmente ad alcuni fatti evidenti, trascurando le “inezie” e rifiutando di considerare dati che non sostengono la loro posizione. «Nulla è più ingannevole di un fatto ovvio,» dice Holmes in “Il mistero di Valle Boscombe”.

La polizia, inoltre, commette il «capitale errore» di teorizzare prima di giungere all’evidenza completa (come in “Uno studio in rosso”). Ne risulta che, senza rendersene conto, inizia a «distorcere i fatti per adattarli alle teorie invece di mutare le teorie per adattarle ai fatti» (“Uno scandalo in Boemia”).

La reciproca disistima che risulta da queste enormi differenze nella metodologia è presente in tutti i racconti di Holmes. In “I signori di Reigate”, Watson osserva, parlando con un ufficiale di campagna: «Ho sempre notato che c’è un metodo nella sua [di Holmes] pazzia», al che l’ispettore replica: «Qualcuno potrebbe dire che c’è della pazzia nel suo metodo».

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Del tutto opposto all’immagine dell’eroe puro è il fatto che le azioni di Holmes qualche volta vanno contro la legge. Come investigatore privato, egli non è vincolato al regolamento di polizia. Tiene in scarsa considerazione l’abilità degli uomini di Scotland Yard, e li considera in generale “sviati”. Va anche oltre nel suo disprezzo, come quando osserva che «l’aiuto dei locali è sempre o inutile o pregiudizievole» (“Il mistero di Valle Boscombe”). Holmes è ben conscio delle inadeguatezze della legge, e commenta: «Molti uomini sono stati impiccati ingiustamente».

In apparenza, Holmes ha fede nella definitiva vittoria della giustizia, come attesta questa affermazione, secondo la quale «la violenza, in verità, ricade sul violento, e l’intrigante ricade nella fossa che ha scavato per un altro» (“La banda maculata”). Ma a volte ritiene necessario uscire dai binari della legge per assicurare la giustizia. Quindi si trova a commettere violazione di proprietà, furto con scasso e sequestro di persona. Sul furto con scasso, così argomenta: «È moralmente giustificabile, in quanto non vogliamo prendere altri oggetti che quelli che furono usati per scopi illegali» (“Ladri gentiluomini”); esercita il suo ruolo di vigilante perché, come egli stesso dice: «penso che vi siano certi crimini che la legge non può punire, e che perciò giustificano, in una certa misura, la vendetta privata».

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Holmes riconosce anche che la prigione non è sempre una punizione appropriata per il crimine, e che può effettivamente impedire il processo di recupero. E così, in almeno quattordici occasioni, Holmes lascia di fatto libere delle ben note canaglie, perché, come dice di uno di questi «Mandarlo in galera ora significa farne un galeotto per tutta la vita» (“Il carbonchio azzurro”).

Holmes non teme neppure di ricorrere all’inganno, se sente che avrebbe potuto servire a fini di giustizia. Qui raggiunge il massimo quando, per catturare “l’uomo più malvagio di Londra”, si traveste da idraulico e si fidanza con la cameriera del furfante per ottenere informazioni (“Ladri gentiluomini”). Poiché si rende conto della necessità di conquistare la più completa fiducia dei suoi informatori, qualche volta lo fa spacciandosi per uno di loro. In un’occasione, avendo bisogno di certe informazioni, si traveste da staffiere, spiegando a Watson che: «C’è una notevole simpatia e complicità fra gli appassionati di cavalli. Se sei uno di loro, saprai tutto quello che vuoi sapere» (“Uno scandalo in Boemia”).

In altre occasioni Holmes simula malattie, disgrazie, conoscenze, e anche la propria morte. Usava spesso manipolare i giornali, e notava che «la stampa… è un’istituzione di grande valore, se sai come usarla» (“Il mistero dei sei Napoleoni”).

Il mito sherlockiano

 

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Scriveva Alberto Tedeschi nella Premessa al secondo “Omnibus” mondadoriano dedicato a Sherlock Holmes nel 1971:

Il fatto più clamoroso è che Sherlock Holmes è una leggenda divenuta realtà. Non è possibile non credere alla sua esistenza: gli hanno dedicato “biografie” e film, hanno intitolato targhe alla sua memoria; i cacciatori d’autografi continuano a scrivergli per chiedergli uno scritto “di suo pugno”; i turisti che si recano a Londra corrono numerosi a cercare la famosa casa di Baker Street, e ancora oggi, non senza imbarazzo, gli impiegati della posta di Sua Maestà Britannica si trovano a dover smistare un imponente flusso di lettere da tutto il mondo, indirizzate, si badi bene, al “Signor Sherlock Holmes”. Raramente al suo autore. Chi visita il museo sherlockiano di Lucens in Svizzera può vederne a migliaia, vecchie di ottant’anni e più, ma anche recentissime. Lettere di ammiratori, convintissimi della reale esistenza di Sherlock Holmes, che gli chiedono i più svariati consigli. Molti gli espongono “casi” misteriosi che solo lui può risolvere; altri (numerosissimi) vogliono sapere “come si diventa investigatori” e manifestano la volontà di seguire le orme del Maestro.

A tutt’oggi arrivano moltissime lettere all’indirizzo inesistente di 221B di Baker Street. A ognuna viene risposto su carta intestata che, purtroppo, Mr Holmes si è ritirato a vita privata e non può più occuparsi di alcuna questione. E resto vivissima la disputa fra i cosiddetti “conan-doyliani ortodossi”, secondo i quali fu lo scrittore Arthur Conan Doyle a creare i personaggi immaginari di Sherlock Holmes e John Watson, e i “fondamentalisti sherlockiani” che, intrisi di fanatismo, sono convinti sia Conan Doyle il personaggio immaginario, o piuttosto lo pseudonimo con cui il vero dottor Watson firmava i suoi scritti, che quindi racconterebbero casi autentici, che vengono puntualmente ricostruiti e discussi da scrittori, scienziati e anonimi lettori da ogni parte del mondo, impegnati a rintracciare i pezzi mancanti di un incredibile puzzle potenzialmente infinito.

È una sorta di Grande Gioco, quello del fare-finta-che Sherlock Holmes sia realmente esistito: da cui scaturiscono serissimi saggi specialistici sulla sua infanzia, sul suo orecchio musicale, sulla sua dipendenza dalla droga, sulle sue indubbie origini americane, sull’arte di fumare la pipa.

L’indagine sherlockiana

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Holmes elabora un metodo d’indagine infallibile, facendo della criminologia una scienza esatta: la scienza della deduzione. Egli non è solo un investigatore, ma un teorico dell’investigazione.

All’inizio di A Study in Scarlet, fa leggere distrattamente a Watson un articolo sulla criminologia che ha scritto per una rivista: «Come tutte le altre arti, la scienza della deduzione e dell’analisi può essere acquisita soltanto attraverso uno studio lungo e paziente».Prima di occuparsi degli aspetti morali e cerebrali della questione che presentano le maggiori difficoltà, lo studioso affronti i problemi più elementari. Incontrando un suo simile, impari a dedurne a prima vista la storia e il mestiere o la professione che esercita.

Per quanto possa sembrare puerile, questo esercizio acuisce lo spirito d’osservazione e insegna dove si deve guardare e cosa si deve cercare. Dalle unghie di un uomo, dalle maniche della sua giacca, dalle scarpe, dalle ginocchia dei calzoni, dalle callosità delle dita, dall’espressione, dai polsini della camicia: «da ognuna di queste cose si può avere la rivelazione del mestiere di un uomo. Che tutte queste cose messe assieme, poi, possano mancar di illuminare l’indagatore che sa il fatto suo, è virtualmente inconcepibile».

E, subito dopo, Holmes fornisce a Watson un saggio pratico del suo talento:

«Vedete, possiedo una quantità di nozioni particolari che applico ai problemi e che mi facilitano in modo meraviglioso. Le regole esposte in quel capitolo che vi ha fatto sogghignare, mi sono preziose e io le applico praticamente nel mio lavoro. In me, lo spirito d’osservazione è una seconda natura. Voi siete rimasto stupito quando vi ho detto, al nostro primo incontro, che venivate dall’Afganistan.»
«Senza dubbio, qualcuno ve l’aveva detto.»
«Niente di tutto ciò. Io ho capito che venivate dall’Afganistan. Per lunga abitudine, il lavorìo dei miei pensieri è così rapido, che sono arrivato a quella conclusione senza esser conscio dei passaggi intermedi. Però, ci sono stati dei passaggi intermedi. Eccovi il filo del mio ragionamento: quest’uomo ha qualcosa del medico, ma anche qualcosa del militare. Evidentemente, un medico militare. È reduce dai tropici, poiché ha il viso molto scuro, ma quello non è il suo colorito naturale dato che ha i polsi chiari. Ha subìto privazioni e malattie, come dimostra il suo viso emaciato. Inoltre, è stato ferito al braccio sinistro. Lo tiene in una posizione rigida e poco naturale. In quale paese dei tropici un medico dell’esercito britannico può esser stato costretto a sopportare dure fatiche e privazioni, e aver riportato una ferita a un braccio? Nell’Afganistan, naturalmente.»

Sherlock Holmes e la scienza della deduzione

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In Uno studio in rosso, il luogo che fa da sfondo al primo incontro tra il dottor Watson e Sherlock Holmes – il laboratorio chimico di un ospedale – rappresenta il simbolo della formazione scientifica di Holmes, nonché l’equivalente della obscure library ove il narratore del racconto “The Murders in the Rue Morgue” di Edgar Allan Poe stringe amicizia col detective antesignano Auguste Dupin.

Forte è l’analogia fra queste due situazioni: la biblioteca di Poe e il laboratorio di Conan Doyle rimandano al repertorio di conoscenze e abilità che sta alla base dei due universi narrativi. Caratterizzato nella trilogia di Auguste Dupin dalla componente testuale, e nella saga di Sherlock Holmes dall’estensione dei principi scientifici agli affari pratici degli uomini.

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In “The Science of Deduction”, secondo capitolo di A Study in Scarlet, il narratore fa una sorprendente rivelazione sulla forma mentale di Holmes:

La sua ignoranza era notevole quanto la sua cultura. In fatto di letteratura contemporanea, di filosofia e di politica, sembrava che Holmes sapesse poco o nulla. Una volta mi accadde di citare Thomas Carlyle. Mi chiese nel modo più ingenuo chi era e cosa aveva fatto. Ma la mia meraviglia giunse al colmo quando scoprii casualmente che ignorava la teoria di Copernico nonché la composizione del sistema solare. Il fatto che un essere civile, in questo nostro diciannovesimo secolo, non sapesse che la terra gira intorno al sole mi pareva così straordinario che stentavo a capacitarmene.

Non solo Holmes ignora queste informazioni, ma afferma che, una volta recepite, farà il possibile per dimenticarle. Egli paragona il cervello umano a un’angusta soffitta in cui riporre gli oggetti da conservare a portata di mano; se lo sciocco vi ammassa ogni sorta di cianfrusaglie, e gli è impossibile poi ritrovarle, il bravo operaio conserva solo attrezzi utili, collocandoli col massimo ordine, poiché: «È un errore illudersi che quella stanzetta abbia le pareti elastiche e possa ampliarsi a dismisura. Viene sempre il momento in cui, per ogni nuova cognizione, se ne dimentica qualcuna acquisita in passato».

Il tratto principale di questa metafora è la concezione specialistica del sapere holmesiano, che il narratore esemplifica con una tabella, dove riporta il grado d’interesse dimostrato da Holmes per le diverse discipline. All’assoluta indifferenza nei confronti di letteratura, filosofia e astronomia e al superficiale aggiornamento politico, si contrappongono invece la conoscenza teorica della botanica, in particolare delle piante velenose, nonché elementi pratici di geologia, come le qualità di fango delle diverse zone di Londra, la profonda padronanza della chimica, nozioni di anatomia accurate ma non sistematiche, e l’immensa erudizione in fatto di letteratura sensazionale, che fa del detective «un calendario vivente del crimine».

Sherlock Holmes, Uno studio in rosso

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Allo sbalordimento del dottor Watson, che lo interroga su come abbia fatto a ricavare tutte quelle informazioni (cfr. il post precedente), Holmes risponde con i fatti.

«Per prima cosa, quando sono arrivato in Lauriston Gardens, ho osservato che le ruote di una carrozza avevano lasciato un duplice solco presso il marciapiede. Ora, fino a ieri sera non pioveva da una settimana, quindi quei solchi dovevano essere stati prodotti durante la notte. C’erano pure le impronte degli zoccoli del cavallo, una delle quali era assai più nitida che non le altre tre, prova evidente che si trattava di uno zoccolo ferrato di nuovo. Siccome la carrozza è arrivata sul luogo dopo che ha cominciato a piovere, ma non durante la mattina (su questo punto ho la testimonianza di Gregson), ne consegue che dev’essere arrivata durante la notte e che, quindi, ha portato i due sconosciuti alla casa del numero 3.»

E il metodo usato per calcolare la statura del secondo uomo è semplice e logico: «Ho potuto osservare la lunghezza del passo di quell’uomo, tanto sul terreno argilloso all’esterno, quanto sul pavimento polveroso, all’interno. Inoltre, ho trovato il modo di controllare l’esattezza dei miei calcoli. Quando una persona scrive su un muro, l’istinto la porta a scrivere all’altezza dei suoi occhi. Ebbene, quell’iscrizione era a circa un metro e ottanta dal suolo.»

Ugualmente logiche sono le deduzioni di Holmes in merito all’età dell’individuo e alla faccenda delle unghie lunghe e del sigaro Trichinopoly: «Se un uomo può fare dei passi più lunghi di un metro e venti, senza il minimo sforzo, non è possibile che sia anziano e che abbia degli acciacchi. Quella, infatti, è la larghezza di una pozzanghera che c’era sul sentiero del giardino e che, evidentemente, lo sconosciuto ha scavalcato. L’uomo dalle scarpe di vernice l’ha aggirata, ma quello dalle scarpe quadrate l’ha scavalcata. (…) Quella parola sul muro è stata scritta con un indice intriso di sangue. La lente d’ingrandimento mi ha consentito di osservare che l’intonaco è leggermente graffiato, cosa che non sarebbe accaduta se l’unghia di quell’indice fosse stata corta. Quanto al sigaro… ho raccolto un po’ di cenere sparsa sul pavimento. Era di color scuro e si presentava a falde. Soltanto il Trichinopoly produce una cenere simile. Ho studiato in modo particolare la cenere dei sigari, anzi ho scritto una monografia in proposito. Mi vanto di poter distinguere a prima vista la cenere di una qualsiasi qualità nota di sigaro o di tabacco. Proprio in simili particolari, l’esperto investigatore differisce dai vari Gregson e Lestrade.»

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La saga di Sherlock Holmes: si alza il sipario

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A Londra, in una casa abbandonata, al numero 3 di Laurinston Gardens, è stato rinvenuto il cadavere «di un signore ben vestito». Non esiste alcun indizio su come l’uomo abbia trovato la morte. Scotland Yard brancola nel buio, e gli ispettori Gregson e Lestrade decidono di ricorrere all’aiuto di Sherlock Holmes.

Il detective comincia subito le indagini: esamina accuratamente i dintorni della casa, interroga i funzionari di polizia, poi trae di tasca un metro e una grossa lente d’ingrandimento rotonda e si mette a gironzolare per la stanza. S’inginocchia, si sdraia addirittura a terra, individua e misura tracce invisibili agli altri e, alla fine, raccoglie un mucchietto di polvere grigia, che ripone accuratamente in una busta.

«Che ne pensate?» gli domandano i funzionari di polizia. «Se tentassi di aiutarvi, farei la figura del presuntuoso e vi ruberei il merito delle indagini» risponde sarcastico Holmes. «Avete già fatto tali progressi, che sarebbe un peccato se qualcun altro ficcasse il naso nella faccenda.»

Poi, prima di uscire a parlare con l’agente che ha trovato il cadavere, soggiunge: «Qui c’è stato un delitto, e l’assassino è un uomo. E’ alto un metro e ottanta, è ancora giovane, ha i piedi piccoli per la sua statura, porta scarpe grossolane con la punta quadrata e, al momento del misfatto, fumava un sigaro Trichinopoly. È arrivato assieme alla vittima, su una carrozza a quattro ruote, tirata da un cavallo che aveva tre ferri vecchi e uno nuovo allo zoccolo anteriore sinistro. Con tutta probabilità, l’assassino ha il viso florido e le unghie della mano destra notevolmente lunghe. Queste sono solo piccole indicazioni, ma può darsi che vi giovino.»

Lastrade e Gregson si guardano con un sorriso incredulo, poi il primo domanda: «Se quell’uomo è stato vittima di un assassinio, in che modo è stato ucciso?»
«Veleno», risponde laconicamente Holmes.

DetFic 25: il Sergente Cuff e la detection

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Nella prima parte de La pietra di luna, due sono i detectives che si alternano a casa Verinder per condurre le indagini: il Sovrintendente Seegrave e il Sergente Cuff. Qui si possono riscontrare diversi tipi di atteggiamenti.
Il primo è quello del Sovrintendente Seegrave, che rappresenta il tipico esponente delle forze di polizia, fin dall’inizio destinato allo scacco. Egli si presenta come un uomo molto competente, ma ben presto, dopo essere giunto a qualche conclusione esatta, si arena nelle secche del mistero. Quel che si riesce a stabilire in questa prima indagine è che il furto è stato commesso da qualcuno che si trovava dentro casa, poiché era impossibile per quegli indiani o per altri malviventi accedervi dall’esterno, in quanto i cani erano liberi nel giardino e non si sono riscontrate impronte o altri segni di scasso. Si propone qui una situazione – simile a quella della camera chiusa – che avrà grande fortuna nel poliziesco: quella della casa o del luogo isolato in cui si trova un gruppo di sospetti, fra i quali dev’esserci il colpevole.

A ogni modo, Seegrave finisce per trascurare quello che si rivelerà l’indizio fondamentale, cioè la macchia che s’è prodotta nella decorazione eseguita sulla porta del salottino. Secondo Seegrave, a causare la macchia è stata qualche cameriera che ha sfiorato la porta dopo la scoperta del furto, mentre invece il sergente Cuff capirà subito che la macchia indica in realtà il passaggio di qualcuno nella notte del furto, probabilmente il ladro stesso, poiché la mattina dopo il colore della porta doveva già essere asciutto.

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Da bravo detective, Cuff sa che la chiave d’accesso alla verità risiede spesso nei dettagli, e afferma: «In tutta la mia esperienza lungo le sporche strade di questo sporco piccolo mondo, non ho mai incontrato nulla che fosse un’inezia». Proprio in obbedienza a questo principio, Cuff non trascura il dettaglio della macchia sulla porta e fa di tutto per scoprire se in casa sia stato nascosto un vestito o una camicia da notte macchiata, o se qualcosa manchi dall’elenco della biancheria.

Disgraziatamente, nel seguire questo indizio, Cuff sarà portato a sospettare delle persone giuste per i motivi sbagliati. In altre parole, Cuff capisce che al centro del mistero si trovano Rachel e Rosanna, i cui movimenti e atteggiamenti sono talvolta inspiegabili o sospetti, ma nel ricostruire i fatti si lascia guidare dalla convinzione errata che Rachel sia indebitata e che la cameriera l’abbia aiutata, grazie al suo passato criminale, a vendere il gioiello a un ricettatore. In particolare, Cuff è convinto che, dopo aver sottratto il gioiello dal salotto per conto di Rachel, Rosanna si sia resa conto d’aver macchiato la camicia da notte e, fingendosi malata, sia corsa in paese a comperare nuova stoffa per cucirsene una identica all’altra.

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Il detective rinunciatario

Comunque sia, Cuff deve rinunciare al caso perché ha accusato del crimine la figlia della padrona di casa. La ragazza rifiuta di spiegare la sua condotta e quindi è soggetta a legittimi sospetti; eppure, Cuff si sbaglia.

Mentre in molta narrativa poliziesca la ragione del detective – sensibile ai dettagli, capace d’introspezione psicologica, dotata di spirito logico – riesce a penetrare il mistero, qui Cuff fallisce. Contro la sua versione dei fatti si schiera la fiducia intuitiva che personaggi come Lady Verinder, Mr. Betteredge e sua figlia Penelope hanno in Rachel e Rosanna.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAParadossalmente, qui la ragione diventa qualcosa dai cui attacchi ci si deve difendere, per non cadere nell’errore. Alla ragione si oppongono il sentimento, la lealtà, l’istinto. In più, alle indagini di Seegrave e Cuff si oppongono le indagini dei tre bramini indiani che inseguono il diamante, i quali non usano la razionalità occidentale, ma la chiaroveggenza. Addirittura, nel seguito del romanzo, i bramini riusciranno con questo sistema a seguire gli spostamenti della pietra e a rientrarne in possesso. Dunque, in The Moonstone convivono due sistemi di valori: uno occidentale, fondato sui presupposti della ragione, e uno orientale, legato a una visione mistica del mondo.


Indagini multiple

Ai quattro livelli d’indagine individuati nella prima parte del romanzo, se ne aggiungono altri tre nella seconda parte. Una è l’indagine per eccellenza: quella di stampo psicologico che viene condotta dal medico Ezra Jennings attraverso l’ipnotismo, un’indagine che scava nell’interiorità dell’uomo, oltre il suo livello cosciente, e che anticipa l’avvento della psicanalisi. Le altre due, invece, sono quelle di Mr. Franklin e di Mr. Bruff.

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In particolare, la ricerca di Franklin rimanda direttamente alla vicenda di Edipo: colui che ha avviato la macchina investigativa, in quanto ha convocato il sergente Cuff da Londra per cercare la verità, è anche l’individuo che inconsapevolmente ha causato tanta confusione e dolore intorno a sé. E, come Edipo interroga ripetutamente l’indovino Tiresia, senza capire la verità che questi gli dice con parole ambigue, finché non cade il velo che ha davanti agli occhi, così anche Franklin nel corso della vicenda ripenserà alle parole pronunciate da Rachel e Rosanna nei giorni successivi al furto, e scoprirà che entrambe hanno tentato di dirgli la verità.

Per finire, la ricerca di Mr. Bruff, che viene perseguita nell’ultima parte: l’avvocato ritiene che l’unico modo per incastrare il colpevole sia aspettare che, allo scadere di un anno dal deposito in banca del diamante, incontri Mr. Luker per rientrarne in possesso. A quel punto, rientra in scena lo stesso Cuff che, informato degli sviluppi dell’indagine, ammette apertamente di aver commesso uno sbaglio. L’autore, tuttavia, gli concede di prodursi in un numero teatrale: per provare le sue doti di detective, Cuff consegna a Franklin una lettera contenente il nome del colpevole, invitandolo ad aprirla solo quando ne avranno accertata l’identità.


Wilkie Collins grande precursore

Tralasciamo le altre sfaccettature del romanzo, che sono numerose: da quella melodrammatica a quella dell’identità a quella dell’imperialismo britannico. Fra i tanti meriti, a Collins va riconosciuto quello di aver inaugurato la regola del fair play nei confronti del lettore, inserendo nei primi capitoli del romanzo tutti gli indizi necessari alla spiegazione dell’enigma. Inoltre, egli ha concepito l’idea di scegliere il colpevole fra le persone meno sospette e, infine, ha dato prova di grande accuratezza nei particolari di ordine medico, legale e di procedura poliziesca.

(3 – fine)

DetFic 24: La Pietra di Luna e il Sergente Cuff

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La “Pietra di luna” è un favoloso diamante sacro appartenente a una setta indiana di Seringapatam, predato nel 1799 dal malvagio colonnello inglese John Herncastle, che ha trucidato i tre bramini che lo custodivano. Sul diamante – ovviamente – pesa una maledizione, e quando Herncastle torna in patria, tutti lo sfuggono, a partire dai suoi familiari, ben consapevoli delle sue malefatte. Dopo quasi mezzo secolo, nel 1848, il colonnello muore e lascia in eredità il diamante alla nipote Rachel Verinder, figlia di sua sorella Julia. Siccome i legami con la famiglia erano interrotti da decenni, Lady Julia non tarda a interpretare il gesto – donare un diamante maledetto! – come una vendetta del malvagio colonnello.

Al cugino della ragazza, Franklin Blake, spetta il compito di portare il diamante – la Pietra di luna – a Rachel in occasione del suo compleanno. Quando si reca nella casa di campagna dei Verinder, nello Yorkshire, il suo arrivo è preceduto da quello di tre indiani, che in compagnia d’un bambino compiono strani riti per seguire i movimenti di Franklin e del diamante. Dopo la riunione degli invitati e la cena di compleanno, a cui partecipa anche un altro cugino di Rachel, Godfrey Ablewhite, gli indiani si presentano nel giardino di casa fingendosi giocolieri, ma un viaggiatore che conosce bene l’India individua in essi tre bramini che cercano di riportare in patria la pietra sacra.

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Ed ecco il colpo di scena: la mattina dopo, il diamante è scomparso. Dunque viene chiamata a investigare la polizia locale, nella persona del Sovrintendente Seegrave, il quale fa perquisire la casa e tutti i presenti (tranne Rachel, che misteriosamente si rifiuta), ma senza alcun risultato. Di fronte all’insuccesso della polizia locale, Franklin Blake fa quindi venire da Londra il sergente Cuff, celebre investigatore di Scotland Yard.

Il diamante è stato portato via dal boudoir di Rachel, dov’era racchiuso in un mobiletto. A fornire un indizio al sergente è la porta del locale, che Rachel e Franklin avevano dipinto insieme nei giorni precedenti il furto, mentre tra loro nasceva una storia d’amore. La porta reca una macchia sulla vernice, che il sergente conclude sia stata prodotta dal ladro che di notte ha portato via la pietra. Comincia dunque l’affannosa ricerca d’un capo di vestiario che porti una macchia di vernice, ma senza risultati. Siccome Rachel rifiuta di lasciar ispezionare il proprio guardaroba, mostrandosi apertamente ostile, Cuff conclude che il diamante non sia stato davvero rubato e che la ragazza l’abbia nascosto con l’idea di venderlo per pagare qualche debito che ha contratto, magari con un gioielliere, come spesso accade alle giovani aristocratiche. Secondo Cuff, ad aiutare Rachel è stata Rosanna Spearman, una cameriera con un passato di ladra, che nei giorni successivi al furto ha avuto un comportamento strano, fingendosi malata, mentre in realtà usciva di casa per motivi imprecisati. Il crescendo di tensione che l’indagine provoca in casa Verinder culmina proprio col suicidio di Rosanna, che si toglie la vita perché innamorata di Blake, che a sua volta è innamorato della cugina Rachel.

books_moonstone_cuff2Il sergente Cuff comunica a lady Julia la versione dei fatti di cui è convinto, cioè che il diamante è in possesso di Rachel; ma quando lady Julia interroga di persona la figlia, questa nega di averlo, e anche solo d’aver parlato con Rosanna dopo il furto della pietra. A Lady Julia, quindi, non resta che pagare Cuff, che aveva ingaggiato privatamente, con un lauto assegno e chiedergli di abbandonare il caso, che così rimane irrisolto.

La presenza del diamante maledetto ha gettato la famiglia nella disperazione. Rosanna Spearman si è suicidata, mentre Rachel, che in un primo tempo ricambiava l’amore di Franklin Blake, dopo il furto si rifiuta di vederlo e a solo sentire il suo nome viene colta da attacchi d’isteria.

Rachel abbandona la campagna per recarsi con la madre a Londra, dove Lady Julia spera di procurare alla figlia sufficienti distrazioni perché dimentichi la brutta avventura. Dal canto suo, Blake parte per un lungo viaggio in Europa per dimenticare le sue pene d’amore. Nel finale di questa prima parte, al narratore Mr. Betteredge giunge notizia che Rosanna, prima di uccidersi, ha lasciato a un’amica una lettera indirizzata a Mr. Franklin in cui potrebbe essere contenuta la chiave del mistero; ma la ragazza che ne è in possesso si rifiuta di consegnare la lettera a persone diverse da Mr. Franklin, a cui è indirizzata.

(2 – continua)

DetFic 23: Wilkie Collins e La Pietra di Luna

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Il vero padre del detective novel inglese è uno scrittore cresciuto alla scuola di Charles Dickens: William Wilkie Collins (1824-1889), autore molto popolare e molto prolifico di grandi romanzi vittoriani. L’amicizia fra Collins e Dickens – nata dall’interesse comune per il teatro, ma cresciuta anche grazie alla loro passione per l’editoria, i viaggi in Francia e in Italia, gli ideali radicali e i bordelli londinesi – fu feconda per entrambi.

Nel 1856, Wilkie Collins si trova a scrivere per la rivista Household Words una serie di articoli a sfondo poliziesco, traendone i temi dai casi giudiziari raccolti nel Recueil des causes célèbres (1807-1814) di Maurice Mejean, un libro che aveva acquistato in Francia durante uno dei suoi viaggi sul continente in compagnia di Charles Dickens. E sempre al Recueil è ispirato uno dei suoi grandi successi, La signora in bianco (The Woman in White, 1859-60), un complicato romanzo con forti influssi balzachiani.

Ma il capolavoro di Wilkie Collins resta La pietra di luna (The Moonstone), ispirato al caso mai risolto di Constance Kent, ovvero il celebre “delitto della casa di campagna”, pubblicato nel 1868, prima a puntate su All The Year Round, il giornale diretto da Dickens, e poi in tre volumi.

The_Moonstone_1st_edMolti hanno giudicato La pietra di luna il più bel romanzo poliziesco di tutti i tempi, e il poeta T.S. Eliot ha scritto che «tutto quello che c’è di buono e di efficace nella narrativa poliziesca moderna lo si può già trovare nella Pietra di luna. Gli autori più recenti hanno introdotto l’uso delle impronte digitali e di bagattelle dello stesso genere, ma in sostanza non hanno realizzato alcun progresso rispetto alla personalità o ai metodi del sergente Cuff. Cuff è il poliziotto perfetto. I nostri poliziotti moderni sono il più delle volte delle macchine efficienti ma anonime, che si dimenticano nel momento stesso in cui si chiude il libro, o hanno troppe caratteristiche come Sherlock Holmes. Costui è talmente sovraccarico di capacità, di meriti e di peculiarità da diventare una figura quasi statica: ci viene descritto, anziché esserci rivelato, attraverso le sue azioni. Il sergente Cuff è invece una personalità reale e attraente, ed è brillante senza essere infallibile».

Per incatenare il pubblico alle pagine, Collins sfrutta sia l’aspetto umoristico della vicenda narrata, sia quello patetico-sentimentale, sia quello più strettamente poliziesco, cioè la suspense, l’attesa vigile dei lettori, desiderosi che i misteri della storia siano svelati uno dopo l’altro.

Per ottenere nei lettori questo triplice coinvolgimento, Collins elabora una particolare tecnica narrativa: egli affida il resoconto dei fatti non a un solo narratore, ma a tutti i protagonisti, che si alternano uno dopo l’altro come se fossero testimoni chiamati a deporre. Siccome i vari narratori possono raccontare solo i fatti a cui hanno partecipato o assistito in prima persona, l’autore gioca sul punto di vista limitato, che gli consente di mantenere nel testo un gran numero di lacune narrative, che verranno riempite da qualche altro personaggio nel prosieguo del racconto. Inoltre, il fatto di affidare la voce narrante a personaggi particolarmente eccentrici consente a Collins di ottenere straordinari effetti di comicità, come accade col maggiordomo Betteredge, che è il primo ad assumere il ruolo di narratore, e con Miss Clack.

(1 – continua)

DetFic 22: Charles Dickens e Il mistero di Edwin Drood

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«Dov’è mio nipote?» urlò Mr. Jasper.
«Dov’è vostro nipote?» replicò Neville. «Perché me lo chiedete?»
«Perché voi siete l’ultimo ad averlo incontrato, e lui è sparito.»


Il giovane e facoltoso Edwin Drood, prossimo alle nozze con Rosa, sparisce in circostanze misteriose. Lo zio Jasper, anch’egli innamorato della ragazza, comincia a indagare: Edwin Drood è stato assassinato?
È intorno a questo interrogativo che si sviluppa il romanzo Il mistero di Edwin Drood , complicando quella che, solo in apparenza, risulta essere una trama gialla fra le più classiche.

Ben presto, infatti, la vicenda si infittisce di intrecci, le pagine si affollano di personaggi equivoci, di situazioni e luoghi che hanno il gusto dell’esotico e in cui aleggia una coltre di fumo d’oppio. Il lettore viene coinvolto in un complicato gioco intellettuale, raccontato da Dickens con uno stile inedito, in cui però non mancano l’eccezionale capacità di affabulazione e la resa realistica dei ritratti umani e delle descrizioni di alcuni personaggi minori (come il venditore all’incanto e sindaco Mr. Sapsea, il filantropo Mr. Honeythunder, il cupo muratore Durdles e il suo aiutante “Deputy”).
Ma l’enigma, a causa della morte di Charles Dickens a metà dell’opera, l’8 giugno 1870, rimase insoluto.

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Tante furono le congetture sui possibili sviluppi dell’incompiuto The Mystery of Edwin Drood. Tutto fa pensare che le preoccupazioni maggiori di Dickens fossero l’efficacia dell’ambientazione e la caratterizzazione dei personaggi, in particolare del protagonista-criminale Jasper. Ricca doveva esserne la galleria: da Mr. Grewgious, avvocato eccellente ed eccentrico, e Miss Twinkleton, sorvegliante del Seminario delle Signorine, allo scalpellino ubriacone Durdles e all’irriverente Deputy, addetto alle camere ammobiliate. La promessa di matrimonio fra Edwin Drood e Rosa è alla base dello svolgimento dell’azione, e ogni personaggio e avvenimento paiono prendere spunto da essa. Ma al centro della cittadina di Cloisterham – e dello stesso romanzo – c’è la cattedrale, simbolo solenne del contrasto tra la vita e la morte e tra il bene e il male.

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La cattedrale fornisce anche lo sfondo ideale per un’atmosfera paurosa ricca di segreti: è il luogo dove nessuno si azzarda a passare di notte, perché «un minaccioso silenzio di tomba pervade l’antico edificio, il chiostro, il sagrato», in cui i cittadini sentono l’istintiva repulsione per la polvere che ha ospitato il soffio della vita, e dove si possono fare brutti incontri.

La morte di Dickens diede luogo a molte supposizioni sul suo seguito e a diversi tentativi di continuazione. Le questioni più dibattute furono se Edwin Drood sarebbe morto oppure no, l’innocenza o la colpevolezza di Jasper, in che modo il crimine si sarebbe consumato, le vie attraverso cui Jasper – se colpevole – sarebbe stato trascinato in giudizio, oltre all’incognita della reale identità di Datchery, e l’eventualità di un collegamento fra Jasper e Princess Puffer.

Le due scene ambientate nella fumeria d’oppio hanno contribuito ad alimentare l’atmosfera di mistero che pervade il libro, spingendo alcuni a supporre che il malvagio Jasper fosse destinato a commettere il suo delitto in preda agli effetti della droga. Ciò richiama un parallelo con La pietra di luna, dove allo stesso modo Franklin Blake si macchia inconsapevolmente di un crimine, seppur minore; ma, mentre il personaggio di Wilkie Collins non è cosciente di aver assunto l’oppio, Jasper lo fa deliberatamente, come reazione alle proprie frustrazioni.

Sembra comunque certo che nelle intenzioni di Dickens un nipote doveva essere assassinato dallo zio, e alla fine il colpevole si sarebbe ritrovato in una cella a rivivere l’intero corso delle sue malefatte in una sorta di straniamento, come se la vittima delle tentazioni malvagie fosse stata un’altra persona.
La scoperta dell’assassino, naturalmente, si sarebbe avuta verso la conclusione della storia, grazie a un anello d’oro sopravvissuto all’azione corrosiva della calce in cui era stato gettato il corpo.

4521035_0Tanti provarono a trovare la risposta agli interrogativi, lungo tutto un secolo. In Italia vi si cimentarono Fruttero e Lucentini, con La verità sul caso D. (Einaudi 1989); ma la più famosa prosecuzione del romanzo, definita la più convincente e definitiva, è quella di Leon Garfield, uno studioso e narratore inglese, che ha reso un quadro aderente alla cultura, allo stile, al mondo fantastico di Dickens. Questa versione “completa” de Il mistero di Edwin Drood (di 510 pagine) è stata pubblicata in Italia da Bompiani nel 2001.

DetFic 21: Charles Dickens e i detectives

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I due romanzi di Dickens in cui l’elemento poliziesco è più evidente sono Bleak House (Casa desolata, 1852-1853) e The Mystery of Edwin Drood (Il mistero di Edwin Drood, 1870).

Bleak House è uno dei romanzi più lunghi e complessi di Dickens, che si propone di dimostrare, fra le altre cose, quanti danni possono derivare dall’interminabile trascinarsi delle cause giudiziarie, il cui unico vero scopo sembra quello di rimpinguare le tasche degli avvocati.

Ecco l’inizio del romanzo.

Londra. Sessione autunnale da poco conclusa e il Lord Cancelliere tiene udienza a Lincoln’s Inn Hall. Implacabile clima di Novembre. Tanto fango nelle vie… fumo che scende dai comignoli come una soffice acquerugiola nera con fiocchi di fuliggine grandi come fiocchi di neve vestiti a lutto, si potrebbe immaginare, per la morte del sole. Cani che si distinguono appena nella mota… Nebbia ovunque… Jarndyce contro Jarndyce si trascina da anni. Questo processo spauracchio è diventato col tempo così complicato che nessuno sa più cosa significhi. Innumerevoli bambini sono nati nel corso della causa… innumerevoli giovani si sono sposati, innumerevoli vecchi sono morti… Il piccolo attore o convenuto, al quale fu promesso un cavallo a dondolo, quando si fosse conclusa la causa Jarndyce contro Jarndyce è cresciuto, è diventato padrone di un cavallo vero e se ne è andato al galoppo all’altro mondo.

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La trama è ingegnosa e piena d’inventiva, con molte storie parallele che s’intersecano e s’intrecciano per effetto del caso o del destino. La giovane Esther Summerson, personaggio principale e a tratti narratrice, è orfana. Allevata severamente dalla madrina, viene presa sotto la protezione di un personaggio delizioso e vagamente eccentrico, John Jarndyce, divenuto padrone di Casa Desolata e coinvolto suo malgrado nella celebre causa («un processo che è in se stesso un monumento all’attività della corte», secondo l’avvocato Kenge detto “il Conversatore”), di cui però non vuol sapere nulla.

A lui il tribunale affida due giovani pupilli della corte, due lontani cugini, orfani di qualche defunto attore della causa: Ada – di cui Esther sarà la compagna e l’amica – e Richard, che sposerà Ada, ma sarà via via travolto dal gorgo di Jarndyce contro Jarndyce. Nelle vicinanze di Casa Desolata, nel piovosissimo Lincolnshire, troviamo Chesney Wold, l’antica dimora della famiglia Dedlock, dove Sir Leicester vive con la splendida moglie, assai più giovane di lui e perpetuamente annoiata. Le vicende di Casa Desolata e di Chesney Wold verranno gradualmente intrecciandosi in un moltiplicarsi di situazioni e personaggi, che trovano i loro sbocchi in una Londra che contrappone il quartiere degli avvocati, Lincoln’s Inn Fields o Chancery Lane, alla desolazione totale della viuzza squallida e decrepita chiamata Tom all Alone’s.

Al centro del romanzo Bleak House c’è il denaro, il vortice terribile creato dall’attrazione per il denaro, e la causa Jarndyce contro Jarndyce è la ruota che fa girare il tutto, che fa incontrare e separare i personaggi e ne intreccia le vicende. Ma ci vorranno ottocento pagine perché la causa arrivi a conclusione per auto-esaurimento, dopo aver assorbito l’intero patrimonio degli attori.

Nel frattempo, Chesney Wold sembra celare un enigma: l’altera Lady Dedlock, spinta da un’irresistibile noia, si sposta continuamente a Londra e a Parigi e anche lei sembra nascondere uno sconvolgente segreto. L’oscuro copista che si cela sotto il nome di Nemo viene trovato morto nel suo stambugio londinese per eccesso di oppio, e il suo padrone di casa, lo straccivendolo alcolizzato Krook, muore sorprendentemente di autocombustione dopo avergli sottratto un misterioso pacco di vecchie lettere d’amore. Sorte simile tocca all’avvocato Tulkinghorn, «l’intendente dei misteri legali, il cantiniere della cantina legale dei Dedlock», che viene inopinatamente ucciso da un colpo di pistola sotto il soffitto affrescato del suo studio: il mistero della sua morte fa entrare in scena, in uno dei punti culminanti del romanzo, il detective Bucket, che assume un ruolo crescente dipanando gli enigmi che si sono accumulati.

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L’ISPETTORE BUCKET

Nei capitoli finali, la vicenda prende il tono di un rebus poliziesco. L’apparizione della figura dell’ispettore Bucket di Scotland Yard, «robusto, dallo sguardo intento e dalla vista acuta», segna un inedito punto di svolta per la letteratura inglese dell’epoca: un autentico funzionario di polizia chiamato a risolvere un autentico mistero, un caso d’omicidio la cui soluzione è raggiunta con brillantezza e logica degne degli investigatori più famosi.

Quando l’ispettore si presenta per arrestare il colpevole, tutti i sospetti s’incentrano su Lady Dedlock, ma il detective smaschera un’altra persona, che odiava sia l’assassinato sia la sospettata e aveva deciso di vendicarsi uccidendo il primo e facendo ricadere la colpa sulla seconda.

L’ispettore Bucket precede di sedici anni il ben più celebre sergente Cuff, il personaggio di Wilkie Collins comunemente considerato il primo vero detective professionista della letteratura inglese. In seguito, stimolato da quell’enorme successo, Dickens cominciò a pubblicare a puntate, sulla rivista “All the Year Round”, il romanzo The Mystery of Edwin Drood (1869-70), che rimase interrotto alla sua morte e che molti cercarono di completare basandosi sugli indizi disseminati nei primi capitoli o utilizzando appunti e confidenze dello scrittore stesso.

(2 – continua)

DetFic 20: Charles Dickens

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Se in Francia il romanzo poliziesco s’innesta sul corpo del romanzo romantico, del feuilleton e delle memorie alla Vidocq, in Inghilterra incontra un terreno forse ancora più fertile, rappresentato dal romanzo “nero” o gotico.

Anche un gigante della letteratura come Charles Dickens (1812-1870) finisce per introdurre nelle sue opere temi criminali ed elementi polizieschi. Già nelle Avventure di Oliver Twist (pubblicato a puntate dal 1837 al 1839) – in cui il giovanissimo protagonista è sballottato tra un ospizio di mendicità da un lato e una benevola protezione dall’altro, con la terza alternativa di essere costretto a entrare in una delle bande criminali di Londra – c’è un notevole passaggio di detection, dato dalle indagini di Mr. Blownlow sul passato di Oliver. Il romanzo è ricco di simboli ossessionanti di frustrazione, isolamento, prigionia, e vi si trova una galleria di ritratti e una serie di quadretti acutamente incisivi. Qui compaiono i funzionari di polizia Blathers e Duff, due autentici incapaci che sono oggetto di pesante scherno da parte dello scrittore.

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Temi gialli emergono anche in Barnaby Rudge (1839-1841), uno dei due romanzi a sfondo storico di Dickens (l’altro è A Tale of Two Cities), incentrato sui Gordon Riots, le rivolte antipapali del 1780, in cui l’elemento melodrammatico viene disciplinato in una trama cupa con risvolti tragici. Il romanzo racconta dell’omicidio di Reuben Haredale, il cui fratello cattolico Geoffrey si allea col malvagio Sir John Chester, a dispetto dell’odio reciproco, allo scopo di impedire il matrimonio fra la nipote del primo e il figlio del secondo.

Durante i Gordon Riots, la casa di Haredale viene data alle fiamme e la nipote Emma è rapita; il figlio di Chester riesce a ritrovare la ragazza, guadagnando così il diritto di sposarla. In seguito viene scoperto il responsabile dell’omicidio di Reuben, mentre l’arguto Barnaby Rudge, condannato alla forca, ottiene la sospensione dell’esecuzione, nonostante abbia partecipato alla rivolta.


DICKENS E L’INVESTIGATORE PRIVATO

Martin ChuzzlewitNel romanzo Martin Chuzzlewit (1843-1844) abbiamo addirittura un investigatore privato, lo stravagante Nadgett, che viene assunto da un fraudolento assicuratore per scoprire informazioni riservate sui propri clienti. Il romanzo ruota principalmente intorno alla figura di Pecksniff, un perfetto ipocrita che non ammette mai la realtà delle sue intenzioni, nemmeno con se stesso, ed è uno studio sinistramente ironico degli effetti dell’avidità sul carattere, e delle possibilità di conoscere veramente se stessi e gli altri.

È la storia di Martin, nipote del vecchio Martin Chuzzlewit, un riccone diventato misantropo a causa dell’avidità dei parenti. Il vecchio è accudito da Mary Graham, un’orfana che egli ha cresciuto e che considera sua figlia; il giovane Martin, grazie all’impegno e all’influenza positiva del suo domestico Tapley, riesce a tramutare il suo egoismo in generosità e s’innamora di Mary.  Ma il padre putativo diffida delle intenzioni del ragazzo e fa sì che venga licenziato dall’architetto presso cui è tirocinante, l’ipocrita Mr. Pecksniff.

L’andamento del romanzo è, per così dire, spezzato dal viaggio del giovane Martin in America, dove cade ammalato, parte che venne criticata negli ambienti d’oltreoceano per l’immagine approssimativa e stereotipata della vita statunitense fornita da Dickens. Poi, al ritorno del protagonista in Inghilterra, il tono comico che tratteggia i personaggi sgradevoli sfuma, per lasciare il posto a ritratti più nettamente negativi, come nel caso del criminale Jonas Chuzzlewit e di Tigg Montague.

Il nonno che riabilita il nipote, riconoscendo il suo sincero mutamento d’animo, conduce la vicenda allo scioglimento. Tre sono gli elementi essenziali del romanzo: l’intreccio Pecksniff-Jonas, che si focalizza sui guasti provocati dall’egoismo e dall’ipocrisia e sull’introspezione psicologica del criminale, inserita in una tipica trama crime-and-detection; il viaggio in America del giovane Martin e del compagno Tapley, dipinto con toni swiftianamente politico-satirici; il successivo intreccio – legato al primo – che si sviluppa intorno alla compagnia Sairey Gamp and Associates.

monthly-cover-smallNegli ultimi romanzi di Dickens compaiono spesso figure di poliziotti, per lo spazio sempre maggiore dedicato a vicende misteriose da risolvere, come il funzionario che in Our Mutual Friend (1864-1865) presidia la piccola stazione di polizia nella quale viene portato il cadavere di John Harmon, o Dick Datchery. Our Mutual Friend è la più compiuta rappresentazione che Dickens ci offre degli effetti che l’ambizione sociale e finanziaria produce sul carattere; egli raggiunge questo risultato sia attraverso l’elaborazione letteraria, sia attraverso un complesso uso di simboli. Il comico, il drammatico, il tragico e il sentimentale si fondono in un intreccio basato su una sostituzione di persona e su molte messe in scena. L’atmosfera, misteriosa e quasi poliziesca, dà vita a una brillante galleria di personaggi.


L’interesse di Dickens per gli argomenti polizieschi e per le figure dei veri poliziotti si ravviva intorno agli anni Cinquanta, quando stringe amicizia con l’ispettore Whicher di Scotland Yard, il detective coinvolto nel celebre caso di Constance Kent, che gli ispira la figura del sergente Witchem per una serie di articoli-racconti (lo stesso poliziotto che ispirerà anni dopo a Wilkie Collins il più famoso sergente Cuff).

Un altro amico di Dickens fu Charles Frederick Field (1805-74), un noto detective dell’epoca, le cui imprese vennero immortalate dallo scrittore in una lunga serie di resoconti giornalistico-narrativi di true crime fiction scritti per il periodico “Household Words”, con titoli come “On Duty with Inspector Field” o “A Detective Police Party”. Field, che aveva iniziato la sua carriera nei Bow Street Runners, nel 1846 divenne ispettore capo a Scotland Yard e nel 1852 si ritirò, seguitando a lavorare come detective privato. Egli ispirò a Dickens il personaggio dell’ispettore Bucket nel romanzo Bleak House.

(1 – continua)

DetFic 19: Émile Gaboriau

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Nella Francia dell’Ottocento, quasi tutti i grandi scrittori si cimentano nel feuilleton: da Honoré De Balzac ad Alexandre Dumas padre; ma il più grande successo di pubblico in questo genere di letteratura lo riscuote Eugéne Sue con I Misteri di Parigi (Les Mystéres de Paris, 1842-43).

Fra i principali autori di feuilleton, citiamo i due più prolifici creatori di intrighi, Paul Féval (1817-1887), che sfornò oltre 100 romanzi, e il visconte Pierre Alexis de Ponson, in arte Ponson du Terrail (1829-1871), il creatore di Rocambole, il delinquente destinato ad avere una lunga progenie di seguaci e imitatori.
Genio del male in una lunga serie di romanzi, da Les drames de Paris a Les exploits de Rocambole (1859), nel quale il terribile bandito muore col volto devastato dal vetriolo, Rocambole si trasforma in seguito in un detective votato al bene (da La Resurrection de Rocambole, 1862).

Emile_Gaboriau_BNF_GallicaMa, in realtà, il vero erede francese di Edgar Allan Poe è Emile Gaboriau (1832-1873).
Dopo una giovinezza tumultuosa, Gaboriau arriva a Parigi, diventa segretario dello scrittore Paul Féval e comincia a dedicarsi al giornalismo. Ed è proprio in occasione di un reportage per Le Pays nel quartiere della Porte d’Italie, che Gaboriau stringe amicizia con un ex-ispettore della Sureté, Tirabot, detto Tirauclair (“Mettinchiaro”), e decide di scrivere un romanzo poliziesco sul tipo di quelli di Poe, che tanto l’hanno entusiasmato nella traduzione di Baudelaire.

Nasce così L’Affare Lerouge (L’Affaire Lerouge). Pubblicato a puntate nel 1863 su Le Pays, il romanzo passa praticamente inosservato, mentre la sua riedizione su Le Soleil, due anni più tardi, riscuote un successo clamoroso.
Questa la trama. Il giovedì 6 marzo 1862, posdomani del martedì grasso, cinque donne del villaggio della Jonchére si presentavano all’ufficio di polizia di Bougival. Esse raccontarono che da due giorni nessuno aveva più visto una loro vicina, la vedova Lerouge, che abitava sola, in una casetta isolata. A lungo avevano bussato, ma inutilmente. Le finestre, come la porta, erano chiuse, quindi era stato impossibile gettare un’occhiata all’interno. Questo silenzio, questa scomparsa, le turbavano. Temendo un delitto o una disgrazia, esse chiedevano che «la Giustizia», per rassicurarle, forzasse la porta e penetrasse nella casa.

In questo primo romanzo poliziesco, Gaboriau segue molto la lezione degli Assassinii della Rue Morgue: «Tutto, nella prima stanza, denunciava con lugubre eloquenza la presenza dei malfattori. I mobili, una credenza e due grandi cassapanche, erano forzati e rovesciati. Nella seconda stanza, che serviva da camera da letto, il disordine era ancora maggiore: pareva che qualcuno, in preda alla follia, si fosse impegnato a buttare ogni cosa fuori posto. Infine, presso il caminetto, il viso nella cenere sparsa, era steso il cadavere della vedova Lerouge. Tutto un lato della faccia e dei capelli erano bruciati».

Ben tre sono i personaggi chiamati a risolvere il caso della vedova: il capo della polizia, Gevrol, funzionario ligio al dovere, tipico poliziotto di routine; l’anziano dilettante Pére Tabaret (detto Tirauclair) e, infine, in una parte minore, un giovane ispettore arrivista, Lecoq (nome che ricalca quello di Vidocq). Sarà Pére Tabaret a risolvere l’enigma della vedova Lerouge, dopo che la polizia ha fallito e ha pure arrestato un innocente.

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Nei successivi romanzi, Il dossier 113 (Le dossier 113), Il dramma d’Orcival (Le crime d’Orcival), entrambi del 1867, Monsieur Lecoq (1869) e La corda al collo (La corde au cou, 1873), l’attenzione dell’autore si sposta da Gevrol e Tabaret a Lecoq. Soprattutto a partire da Il dramma d’Orcival, la storia di un duplice misterioso omicidio avvenuto nel castello dei conti Trémorel: la polizia locale è convinta d’aver fatto piena luce sul fatto di sangue e ha arrestato i presunti colpevoli, quando da Parigi giunge Lecoq a infrangere ogni illusione.
Coi suoi metodi particolari, il detective avvia le indagini: esamina tutte le circostanze del crimine, raccoglie dettagli, individua i moventi, collega fra loro i vari personaggi e le diverse vicende; infine, trova l’uomo la cui colpevolezza giustifica tutte le circostanze, i dettagli, i dati raccolti e collegati.

Lecoq è un investigatore eccezionale, perché è paradossalmente dotato di una “mentalità criminale”, che gli permetterebbe di commettere crimini perfetti e, quindi, anche di svelarli. Ex piccolo delinquente “riconciliatosi con la legge”, prima di entrare nella polizia Lecoq ha lavorato come assistente presso un celebre astronomo, il barone Moser. Anzi, è stato proprio il barone, al quale aveva sottoposto un suo “piano perfetto” per rapinare una banca, a scoprire in lui la vocazione poliziesca: «Quando si hanno le vostre disposizioni e si è poveri, si diventa o un ladro o un celebre poliziotto. Scegliete!». Lecoq sceglie di entrare nella Sureté.

LecoqIl tratto della “mentalità criminale” non è scelto a caso da Gaboriau: esso spiega in realtà il metodo di “identificazione psicologica” con cui opera il suo personaggio. Nel corso delle indagini, Lecoq si spoglia della propria personalità, sforzandosi d’entrare nei panni e nella mentalità dell’assassino. In questo, egli è l’erede spirituale di Dupin, ma a differenza dell’eroe di Poe, Lecoq non si isola nell’astrazione. Dupin è un infallibile ragionatore, che si dedica ai particolari unicamente per la morbosa soddisfazione di constatare d’aver raggiunto conclusioni esatte. Il suo interesse è rivolto al problema “in sé”, e non ai personaggi che gli si muovono intorno.
Lecoq, al contrario, esita, segue una pista, s’accorge che non è quella giusta e ricomincia le indagini. Invece di avanzare ipotesi ardite, che la verifica dei fatti dimostrerà esatte, il detective francese esprime il proprio giudizio solo dopo aver svolto un esame minuzioso degli avvenimenti. Lecoq è un uomo, non un sillogismo personificato, quindi preferisce l’indagine al puro ragionamento intuitivo.

Un criminologo degli anni Trenta, Edmond Locard, ha così sintetizzato la differenza dei metodi investigativi di Poe e di Gaboriau: «Per quanto riguarda l’inchiesta criminale, l’americano incarna il genio e il francese il talento. Il poliziotto di Poe è tutto intuizione; quello di Gaboriau è tutto esperienza, saggezza e pratica del mestiere».
Gaboriau e Poe, insomma, hanno inventato i due personaggi-chiave del racconto poliziesco, il detective dilettante e il commissario di polizia, creando così due scuole ben differenziate: quella francese e quella angloamericana.
«A seconda che gli autori diano più importanza all’inchiesta o al mistero», scrive il giallista francese Thomas Narcejac, «si inseriscono in due scuole che corrispondono a temperamenti nazionali molto marcati. Gli anglosassoni, in genere, si interessano particolarmente alle vicende dell’inchiesta, quella speciale partita a scacchi che l’investigatore è chiamato a giocare. I francesi, invece, sono più sensibili all’aspetto romanzesco e melodrammatico del poliziesco: ambiente, personaggi pittoreschi, colpi di scena».

 

DetFic 18: Edgar Allan Poe e l’eroe seriale

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Con la trilogia di Auguste Dupin, Poe crea la prima figura di eroe seriale, un modello destinato a diventare, attraverso l’opera di Arthur Conan Doyle e i serials televisivi, la forma narrativa dominante del ventesimo secolo. I suoi tre racconti, tuttavia, presentano una chiara progressione: nel primo, Dupin si confronta con un omicidio privo di movente; nel secondo, Poe tenta di mescolare realtà e finzione, misurandosi con un autentico caso di cronaca; nel terzo, il geniale detective si scontra con un avversario suo pari, secondo un disegno che prelude alla celebre coppia di antagonisti Sherlock Holmes – dottor Moriarty.

roget-illusIn The Mystery of Marie Roget, il cavalier Dupin torna nuovamente agli onori della cronaca tentando di risolvere, sulla base delle testimonianze riportate dai vari giornali, il mistero della scomparsa di una graziosa commessa di profumeria, Marie Roget. Ispirandosi a un reale caso di cronaca avvenuto a New York, l’omicidio della sigaraia Mary Rogers, il narratore espone i fatti: uscita di casa per recarsi dalla zia, Marie Roget viene trovata quattro giorni dopo, annegata nella Senna e recante segni di violenza. Sui resoconti della stampa Dupin fonda la propria indagine, spesso demolendo le ipotesi via via formulate dagli articolisti.

Disgraziatamente, nella realtà, mentre è in corso la pubblicazione a puntate del racconto, un’albergatrice confessa in punto di morte che il decesso di Mary Rogers è stato causato da un tentativo di aborto. E questa versione, pur confermando numerose deduzioni di Dupin, contraddice in pieno le sue conclusioni: a Poe, dunque, non resta che modificare il finale, per tener conto della testimonianza.
L’indagine viene troncata allorché Dupin ha identificato l’assassino in un marinaio dalla carnagione scura di cui Marie sarebbe stata innamorata, e Poe redige una nota fittizia, in cui il direttore della rivista dichiara di non aver pubblicato – per «ovvie ragioni» – il seguito del manoscritto, assicurando i lettori che l’inchiesta venne condotta a buon fine dalla polizia parigina.

Per rimediare all’inconveniente, e giustificare la mancata aderenza del racconto alla conclusione della vicenda reale, Poe si rifà all’immagine delle due serie di eventi paralleli, dichiarando che se il destino di Mary e quello di Marie sono legati da numerose coincidenze, ciò non vale per lo scioglimento del mistero.

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LA LETTERA RUBATA

Un anno dopo la pubblicazione dei Murders in the Rue Morgue, Poe riporta Auguste Dupin sulla scena parigina per fargli interpretare un breve ma perfetto racconto: La lettera rubata (The purloined letter).
È il tardo crepuscolo: i due protagonisti siedono nel “gabinetto di lettura” del loro appartamento, quando arriva il prefetto. Dupin s’appresta ad accendere un lume, ma all’udire che il prefetto è venuto a consultarlo su una questione complicata, preferisce restare nella semioscurità. Questo è il primo dei ribaltamenti operati da Dupin: a essere rovesciato è il tradizionale meccanismo associativo che unisce la ragione alla luce.

Nel seguito della conversazione, allorché il prefetto confessa la sua impotenza a risolvere un caso che pure si presenta semplicissimo, il detective replica: «Forse il mistero è un po’ troppo semplice».
Il prefetto espone quindi le inconsuete circostanze su cui s’è trovato a indagare. Una lettera compromettente è stata rubata alla regina da un ministro intrigante. Mentre è nel boudoir, immersa nella lettura di una lettera strettamente personale, all’ingresso del consorte la regina posa la lettera sullo scrittoio, col testo rivolto verso il basso. Entra allora il ministro, che, riconosciuto il mittente nella grafia dell’indirizzo riportato sul retro, decide di sottrarre il prezioso documento per usarlo a fini di ricatto. Messa sul tavolo la lettera che ha in mano, egli conversa per qualche tempo e, prima di congedarsi, s’appropria come per errore dell’altro foglio.

la-lettera-rubata-di-edgar-allan-poeDa quel momento, l’uomo regge le sorti della politica francese, grazie all’ascendente che esercita sulla regina.
Convinti che il ministro conservi sempre la lettera a portata di mano, gli uomini della polizia perquisiscono accuratamente tanto lui quanto la sua abitazione, senza alcun risultato. La visita del prefetto rappresenta quindi il riconoscimento della sua sconfitta, e l’analitico Dupin provvede a smontare pezzo per pezzo il metodo da lui adottato.

Richiamandosi al gioco del “pari o dispari”, in cui un bambino può battere i compagni identificandosi con loro e prevedendone le mosse, l’investigatore mette a nudo l’incapacità della polizia di valutare l’avversario: se la loro forma mentale è quella della massa, non appena si confrontano con un criminale diverso da loro, si trovano in scacco. Le ricerche della polizia si dimostrano inefficaci perché fondate sul presupposto che a occultare la lettera sia stata una persona dai comuni percorsi mentali, per cui nascosto è sinonimo d’invisibile. Non è affatto detto che la lettera sia stata sottratta alla vista: richiamandosi a un gioco in cui si cerca di trovare su una carta geografica un nome scelto dagli avversari, Dupin osserva che, contrariamente a quanto si crede, le scritte a chiare lettere sono spesso meno individuabili delle più piccole.

Il metodo con cui il detective affronta il caso è ben diverso. Munito d’occhiali scuri, per consentire ai suoi occhi di vagare indisturbati, Dupin s’introduce nello studio del ministro, e non tarda a notare un portacarte appeso alla mensola del camino, dove insieme ad alcuni biglietti da visita si offre negligentemente allo sguardo una lettera sdrucita. In questa visibilità così marcata, egli coglie un segno d’ostentazione, che rimanda paradossalmente alla volontà di celare la lettera.

Tornato il giorno seguente dal ministro, in apparenza per recuperare la propria tabacchiera, Dupin approfitta della momentanea distrazione dell’ospite, attirato alla finestra da uno sparo (trucco organizzato dallo stesso Dupin), e s’impadronisce della lettera, sostituendola con una del tutto simile. Così, quando il capo della polizia si reca dal detective, questi gli consegna la lettera rubata.
Non ci resta che concludere con una citazione dai Mémoires di Vidocq: «Il luogo più in vista è spesso quello dove non si pensa di cercare».

(3 – fine)