Etruscan Mystery – VIII.1-3

Riaprì le palpebre incrostate di terra, schiacciando tra i denti una manciata di fango che era penetrata in bocca. Un dolore sordo gli tagliava in due la nuca e gli saettava nel petto, alimentato dai battiti del cuore. Si rese conto d’essere carponi, con un peso enorme che premeva sulla gabbia toracica e l’avvolgeva in una stretta soffocante.
Appena tentò di spostare un braccio, due pietre gli rotolarono giù dalla testa liberandogli una violenta fitta nel cervello e negli occhi, mentre la massa di detriti gli si assestava intorno al corpo. Con le dita serrate sulla torcia elettrica, ancora al suo fianco, girò faticosamente la testa e affondò le pupille nel buio. Il braccio destro era teso in avanti, a cercare una via di fuga che non aveva trovato. Si sforzò di sentire i piedi, che sembravano non esserci più.
Ora che gli occhi s’erano abituati al nero assoluto, credette di vedere lo spazio vuoto in cui stava respirando, odoroso di terra e legno fradicio. Si accorse d’avere freddo, un gelo ingigantito dalla prigione angusta che pareva volerlo schiacciare a ogni piccolo movimento.
Riuscì a scivolare in avanti lentamente, mugolando per i dolori al torace e trattenendo il respiro al sottile tremore che scuoteva ogni cosa, pietre, terriccio, pezzi di legno appuntiti che gli incombevano addosso in equilibrio precario.
Dopo qualche metro sostò per un attimo, respirando il filo d’aria che gli accarezzava la faccia. Soffiò affannoso, con un nodo in gola che gli si ingigantì pian piano fino a riempirgli gli occhi di lacrime dense. Si rese conto d’esser vivo per miracolo. Qualcosa l’aveva protetto, impedendo a una massa pesantissima di pietre e terra di stritolarlo. Pianse incredulo, sforzandosi di reprimere i brevi singhiozzi che lo perforavano come pugnali.
Avanzò ancora stringendo i denti, liberandosi gradualmente dalla morsa dei detriti. Con uno strattone riuscì a districare la mano sinistra e a premere l’interruttore della torcia: il vetro s’era frantumato ma la lampadina era incredibilmente intatta e funzionante. Gettò il fascio di luce davanti a sé e vide una selva di travi di sostegno spezzate e incastrate fra loro che reggevano una delle enormi lastre del soffitto. Lo spazio per muoversi era minimo, ma il buio s’inoltrava a perdita di luce, e un filo d’aria fredda continuava a sfiorargli la fronte bagnata.
D’istinto si passò le dita nelle orecchie per ripulirle dalla terra, ma il dolore gli si propagò sul collo, sulle spalle, sul capo. Ricominciò a percepire le dita dei piedi, poi le piante, le caviglie, i polpacci. Li contrasse ripetutamente, illuminando il budello nero e insondabile, e provò a lanciare un grido, ma lo sforzo gli causò un dolore violento al busto e il fragore gli rintronò nei timpani, lasciandovi un ronzio intenso e incomprensibile.
Restò immobile a boccheggiare, la mente confusa e il corpo formicolante, finché decise che doveva muoversi a ogni costo. Afferrò con una mano la sacca, ancora legata al suo fianco, e cominciò a scivolare carponi nel cunicolo, puntando la torcia dinanzi a sé.

Eccola, la morte. Una morte che non avrebbe mai immaginato, nel ventre buio d’una collina bassa e spelacchiata, esausto, soffocato, sporco, lontano dagli occhi di chiunque. Le forze erano allo stremo e dalla torcia non usciva quasi più luce, solo un filo pallido che rischiarava le rocce nere. Tevis si maledisse per la sua stupida curiosità, per l’imprudenza puerile che l’aveva ridotto a un’entità inutile, scorticata dalle pietre, ricacciata in un’oscurità obbrobriosa e senza senso.
Aveva percorso un labirinto di cunicoli per un tempo interminabile, avanzando coi gomiti e le ginocchia, attanagliato dalla paura e dalla tentazione di tornare indietro, le guance impastate di terra e lacrime e il dolore divenuto tutt’uno con i muscoli e le ossa. A un certo punto le pareti s’erano allargate, assumendo il disegno di massi squadrati da cui stillava acqua gelida. L’aria, pesantissima, si faceva respirare a fatica e nel buio i suoni rimbombavano.
Era strisciato per il lungo corridoio senza fermarsi, fino a sbucare in quella che sembrava una camera sotterranea. Il vuoto intorno era spaventoso e freddo, perforato a malapena dal raggio della torcia. Una porta sbilenca era sbarrata da un mucchio di pietre, in mezzo al quale pareva esser stato praticato un varco per passare. Simboli erano scolpiti sull’architrave e accanto ai battenti, e strane figure erano sparse sulla roccia come scure macchie d’umidità. Sembravano uccelli, ma le batterie della torcia si stavano esaurendo e Tevis non era riuscito a mettere a fuoco.
Aveva notato impronte di scarpe sul pavimento di terra battuta, e diversi pezzi di legno abbandonati lungo le pareti. Nella camera si apriva una grande nicchia, quasi un altro vano, e Tevis ci si era infilato sperando che portasse verso un’uscita. Lo spazio s’era stretto rapidamente, riducendosi a un budello lungo il quale s’era trascinato con fatica, sempre più spossato. Il condotto sembrava antico, ma una serie di puntelli di legno incastrati lungo i fianchi rivelava un passaggio recente.
Alla fine si fermò, scosso da violenti crampi allo stomaco, le membra fredde e indolenzite, e s’abbandonò sulla terra gelida. L’affanno gli affondava gli artigli nel petto, mischiandosi all’infelicità come non l’aveva mai vissuta, squallida, assoluta, irreversibile.
Restò immobile, lasciandosi cullare dal ronzio che gli risuonava nelle orecchie da quando gli era crollato addosso l’ipogeo. Prima di perdere coscienza, immaginò gli occhi verdi di Laura, i capelli raccolti sulla nuca come fili preziosi. La rivide seria e assorta, che guardava dinanzi a sé come una piccola dea dipinta su un cratere etrusco.

(VIII.1-3  ―  continua)

Etruscan Mystery – V.4

L’ispettore capo Gentilini si grattò la mascella, perplesso. Davanti a sé, tre cartelle in cartoncino azzurro vergate col pennarello lo guardavano beffarde, ciascuna col numero di protocollo scritto di traverso in alto a destra. Pieralli, Fanelli, Cecconi. Tre persone apparentemente diverse, ma in un modo o nell’altro collegabili al morto.
Prendiamo la figlia del lavandaio, rifletté: è brutta forte, eppure Massi se la portava a letto. Evidentemente amava la carne giovane. Ma che il padre l’avesse ammazzato per questioni d’onore era altamente improbabile, per non dire assurdo.
Il viceispettore s’affacciò alla porta dell’ufficio: «La macchina del caffè s’è inchiodata…» mormorò con espressione ferale.
«Cosa?» L’ispettore capo si alzò di scatto. «Non dire sciocchezze, Asciuti. Vengo io.»
S’avviò spedito per il corridoio, come se l’avessero chiamato a un sopralluogo d’urgenza, col sottoposto che lo seguiva inarcando le sopracciglia. Gentilini si piccava d’essere un grande risolutore, nei problemi importanti come in quelli piccoli, ed effettivamente in questi ultimi eccelleva. Non c’era distributore automatico che non s’arrendesse ai suoi colpi calibrati e potenti. Punta, tacco, piatto interno, piatto esterno, taglio della mano destra, pugno chiuso e, nei casi più difficili, il pugno stretto sul calcio della pistola. Ma questa volta la faccenda era grave, il viceispettore Asciuti se n’era accorto.
«Cazzo!» finì per gridare Gentilini dopo essersi ammaccato la mano contro gli spigoli di ferro della macchina. Nemmeno i colpi di tacco avevano sortito effetti, e il rumore di ferraglia che usciva dalle lamiere non lasciava presagire nulla di buono. Doveva essersi rotto qualcosa.
«Cazzo» ripeté attonito, con gli occhi fissi a terra. «E adesso?»
Tornò nell’ufficio con le pulsazioni accelerate e un’onda di frustrazione che gli strisciava nel corpo. Di domenica non si poteva chiamare nessuno, così sarebbero rimasti senza caffè fino al giorno dopo. Sarebbe dovuto uscire, e non ne aveva voglia. Quando aprì la finestra per saggiare l’aria, un refolo caldo e secco gliela fece richiudere all’istante.
Sulla scrivania, le tre cartelle infami continuavano a guardarlo. Respirò, prese un sorso d’acqua da una bottiglia che teneva nell’armadietto e tornò a leggere il verbale d’interrogatorio del lavandaio.
Quell’uomo non poteva aver ucciso nessuno, più ci pensava e più se ne convinceva. Di certo non era tipo da voler lavare l’onta della figlia col sangue. Era solo un miserabile, un verme gigante a cui erano cresciute braccia e gambe, il cui concetto di decenza doveva essere parecchio flessibile, a giudicare dalla minorenne deflorata in macchina.
Il professor Fanelli, invece, aveva il fare untuoso e guardingo di chi ha la coscienza sporca. Lui sì che doveva sapere qualcosa sulle attività di Massi. I due erano stati in contatto, e la faccenda dell’assegno non era affatto irrilevante. Scartabellò nella scarna documentazione del dossier, senza trovare nulla di nuovo. I risultati del confronto sull’impronta di pneumatico ancora non c’erano, segno che quelli del gabinetto scientifico dormivano, come al solito. Aveva una mezza voglia di andare di sopra a dare un’occhiata, chissà che non ci fosse qualcuno.
Aprendo il faldone intestato ad Alvaro Cecconi, scritto a pennarello nella grafia ondivaga dell’agente Gambaro, scoprì qualcosa d’inaspettato: dieci pagine di relazione confidenziale, battute a computer nel linguaggio involuto e dialettal-burocratico del viceispettore Asciuti. Era lui ad aver ricopiato in bella gli appunti presi dagli informatori, non c’era dubbio. Lo si capiva fino dall’incipit:

Soggetto alquanto equivoco, oltreché violento, a giudicare dalle prime indicazioni attestanti una serie di comportamenti antisociali, conseguenti allo sfogo di possibili tarature familiari e/o all’ottenimento di vantaggi economici derivanti da incidenti sui quali opportune polizze assicurative sulla vita consentivano al soggetto di conseguire arricchimenti tali da permettere ai componenti della di lui famiglia di spartire il ricavato senza apparentemente versare lacrime, oltreché dall’intensificarsi dell’attività di cacciagione illecita esercitata con armi di dubbia provenienza, che, secondo segnalazioni precise, venivano spesso puntate contro i propri vicini a scopo d’intimidazione e di supremazia, a seguito non solo di possibili sconfinamenti, ma anche di semplici bravate sorte per futili motivi legati al conteggio dei punti nelle gare di tiro al piccione o di corsa del maiale che la famiglia del soggetto organizzava…

La frase continuava per un bel po’ senza punti, con un affastellarsi di notizie che non dava respiro e non aiutava a comprendere nei dettagli di cosa si stesse parlando. Il solito vizio di Asciuti, voler riassumere tutto in un cappello introduttivo prima di affrontare singolarmente i diversi punti, e, naturalmente, la solita debolezza grammaticale. Le bravate erano litigi, le tarature non si riferivano ovviamente alla messa a punto di una macchina, e cacciagione significava sparare alla selvaggina.
Era da un po’ che aspettava quell’incartamento. Tutte informazioni raccolte da amici e parenti, e nel piccolo bar che Cecconi frequentava. Purtroppo, quand’erano passati di lì non l’avevano trovato in casa, quindi non era riuscito a interrogarlo. Meglio così. Forse leggendo quella roba si sarebbe chiarito le idee.
Le fonti interpellate non avevano avuto peli sulla lingua, a quanto pareva. Fin dalle prime righe il Cecconi veniva descritto come un uomo chiuso, scontroso, misantropo e misogino, oltreché sadico. Da ragazzo catturava piccoli animali selvatici con trappole a laccio di sua invenzione, che disseminava per la campagna e nelle proprietà boschive circostanti. Una volta catturati gli animali, aveva l’abitudine di seviziarli infilando loro dei bastoncini attraverso gli orifizi. Catturava anche le rane, per venderle abusivamente al mercato, e s’era fatto la nomea di truffatore perché spesso spacciava per rane anche i rospi.

La madre, contadina di vecchio stampo defunta cinque anni fa, viene descritta dai testi come un uomo che vestiva da donna, ma su questo punto le versioni si fanno contrastanti. Secondo Secondo Sozzi, mezzadro del podere Pignatelli, la madre del Cecconi non era altri che lo zio del medesimo che, approfittando della grande somiglianza fisica con la madre (del Cecconi), ne aveva vestito i panni per continuare a riscuotere la sua pensione. Secondo Primo Cecconi invece, cugino per parte di padre del Cecconi Alvaro, la voce sarebbe infondata e alimentata a suo dire dal semplice fatto che la donna aveva baffi e sopracciglia molto folti e gambe pelose, con la circonferenza dei polpacci che misurava…

Secondo Secondo, secondo Primo… A volte sembrava che Asciuti si stesse bevendo il cervello, pensò l’ispettore con una punta d’irritazione.
E che c’entravano i polpacci?

Interrogato in merito, Terzo Diodati afferma di non avere elementi…

Ecco il Terzo, naturalmente. Quasi ci avrebbe scommesso. Il custode della tenuta dei Romanelli, tuttavia, non aveva fornito elementi utili per la soluzione del dilemma.

Quanto alle attività violente…

Eccoci di nuovo alla questione. Una zia paterna sosteneva che era stata la madre a educare il Cecconi alla scuola della violenza: la donna sapeva tirare col fucile e riusciva a catturare la selvaggina a mani nude. Era stata lei a insegnargli a sottrarre dai nidi gli uccellini appena nati e a utilizzarli come esca per i pesci di grossa taglia. Dopo la caccia, infatti, la grande passione del Cecconi era la pesca, praticata con tutti i metodi. Nel dossier c’erano due denunce a suo carico per aver pescato di frodo con bombe artigianali che aveva fabbricato da sé.
Bombarolo, quindi, oltre che sparatore. Il capitolo fucili era nutrito: i confinanti erano d’accordo nel riferire che il Cecconi festeggiava ogni capodanno sparando in aria con le doppiette d’ordinanza insieme all’amico del cuore, un mezzo spostato che in gioventù era stato ricoverato cinque anni per disturbi mentali alla clinica Villa Elena. C’era chi giurava di aver sentito il Cecconi vantarsi d’aver sparato fino a settecento cartucce, e di avergliele viste portar via a mucchi con la carriola.
Seguiva un breve capitolo dedicato alla madre del Cecconi. La donna, una specie di virago in sottana, spesso faceva a gara col marito e i figli a chi colpiva più uccelli in volo, e di norma non la batteva nessuno. Organizzava anche delle gare a cui partecipavano parenti e amici, dove venivano messe in palio oche, anatre, galline, e a volte un maiale intero. Le gare si svolgevano lungo un percorso disseminato di cassette da frutta: dopo aver lasciati liberi gli animali, i partecipanti dovevano correr loro dietro e fare in modo che s’infilassero nelle cassette. Il maiale, invece, lo si lasciava a digiuno tutto il giorno, e chi indovinava quanti chili aveva perso lo vinceva.
Gentilini finì di scorrere il rapporto con impazienza. Tutte quelle notizie del cavolo non fornivano nulla di significativo, erano i fatti concreti che servivano. Possibile che non si sapesse… Ah, ecco. Finalmente un punto che poteva essere rilevante. Cecconi era vedovo, come aveva dichiarato lui stesso. La moglie era morta in un incidente automobilistico in cui lui, che era alla guida, se l’era cavata con semplici fratture. E sempre lui, in seguito a quell’incidente, aveva riscosso una forte somma grazie all’assicurazione sulla vita della donna.

Fonti attendibili sostengono che i due figli del Cecconi, ora maggiorenni e senza occupazione, spartirono col padre una parte del denaro riscosso dall’assicurazione. Quando i medesimi, all’epoca domiciliati in una comunità-appartamento, a distanza di alcuni mesi si sono ripresentati al padre per batter cassa, il Cecconi è stato udito distintamente dichiarare (secondo la testimonianza sottoscritta di Quinto Casalini, bracciante agricolo del podere La Zirona, che in quel frangente si trovava sul posto per raccogliere legna): ‘Andateci piano, che non ho un’altra moglie da ammazzare’.

Gentilini, concentrato come un falco che sta per lanciarsi sulla preda, corse con gli occhi alle righe successive.

I due giovani, dopo un anno dalla morte della donna, hanno denunciato il padre per violenza e maltrattamenti, quasi certamente per ritorsione contro il rifiuto di questi di concedere altro denaro: vedi copie acquisite agli atti. In seguito al procedimento avviato, al Cecconi è stata revocata la licenza di caccia ed è stato proibito l’uso delle armi da fuoco al di fuori della sua proprietà. Secondo la linea di difesa adottata nel procedimento…

Il viceispettore si alzò e uscì nel corridoio.
«Asciuti!» gridò. Era arrivato il momento di fare sul serio. Quel Cecconi andava preso e rivoltato come un guanto. Quante armi aveva? Cos’aveva fatto nell’ultimo mese? Con chi intratteneva rapporti?
Dal fondo del corridoio spuntò Caviglia, l’agente della scientifica, che si mise ad armeggiare attorno alla macchina del caffè.
«Non funziona» gli urlò Gentilini. «Ehi, da dove vieni?» aggiunse eccitato, «dal di sopra?»
«Sì» rispose Caviglia. Poi, rivolto al macchinario: «E qui, che facciamo?»
«Lascia stare lì, adesso.» Visto che il gabinetto scientifico era aperto, avrebbe approfittato per sollecitare il referto sull’impronta del pneumatico. «Accompagnami su, che devo vedere quella refertazione. Non dirmi che non è ancora pronta.»
«Non so, non me ne sono occupato io. Dovremmo cercarla…»
«E cerchiamola.»

(V.4  ―  continua)

Etruscan Mystery – V.2

Athina Misoglou, Greece. LensCulture Exposure Awards 2017

Il tempo, il moto, il luogo. La distanza. L’essere qui e ora. Ma dove? La domanda rotolò nel cervello di Fazzini come una palla, facendogli rallentare il ritmo delle bracciate. Dopo un centinaio di metri premette con decisione il freno binario e si fermò sul ciglio della strada. La frescura dell’erba gli s’irradiò nei piedi incrostati di nero, aiutandolo a riflettere.
In effetti, pensò accigliato, non c’è nulla che provi che io sono qui e ora. Se con me ci fosse un’altra persona, ne sarebbe testimone, ma la questione è ingannevole: nemmeno lui ne avrebbe la prova, se non il fatto della mia stessa presenza. E io non avrei altre prove all’infuori del suo esserci. Le nostre due presenze, allora, si eliderebbero l’una con l’altra: niente prove, quindi. E che ne era di tutti gli spezzoni di realtà che trascorrevano inspiegati, senza lasciarsi consumare? Come si riusciva a fissarli? Se ne poteva tracciare una topografia?
Con gli interrogativi che galleggiavano in testa, Fazzini afferrò i pedali e ripartì, mulinando vigorosamente. Il vento gli separava in due la matassa di capelli crespi e il pizzicore del sole si faceva sentire attraverso lo strato di lurido che proteggeva la pelle, scura come cuoio usato. Da un lato della strada i cipressi e le acacie riverberavano di verde, intercalati a compatti filari di viti, mentre dall’altro lato il tappeto d’un campo di grano faceva da contrappunto al cielo senza nuvole. Dopo alcune centinaia di metri una parata di girasoli gonfi di semi puntuti gli si presentò imponente e meravigliosa. Fazzini respirò eccitato, aumentando le pedalate, per guardarseli scorrere accanto come un esercito in fuga.
Prima di affrontare l’ultima curva, tese le orecchie. La strada era maledettamente stretta, e ogni tornante era coperto da querce secolari da cui poteva spuntare qualsiasi cosa. L’ultima volta era stato sbalzato nel campo di girasoli che confinava con la casa di Massi, e il biciclo l’aveva dovuto ricostruire di sana pianta. Forse, pensò, una carenatura di protezione sarebbe servita a limitare i danni, in caso di scontro…
Come sbucò dinanzi alla casa colonica, la volante della polizia parcheggiata sotto la quercia che ombreggiava l’aia gli scatenò un bombardamento neuronale. Tirò il freno d’istinto, virò verso sinistra, sobbalzò nell’erba del fossetto e proseguì zigzagando tra due filari di viti.

“L’uomo procede di gran carriera in direzione sud,” annotò scrupoloso l’ispettore capo. “Alla vista dell’auto di servizio ha bloccato il mezzo con gran difficoltà, abbandonando la strada e dandosi alla fuga attraverso i coltivi.”
Dopo l’ultimo caso di omicidio, Gentilini aveva ripreso l’abitudine di scrivere appunti sul vecchio taccuino che da più di un anno teneva sepolto nel cassetto.
“La sagoma dell’uomo riconduce infallibilmente al sospetto Aristide Fazzini,” scribacchiò, “che seguita a orbitare intorno al terreno di Carlo Massi. Ciò fa ritenere probabile una sua implicazione nel caso, ancorché trasversale…”
L’ispettore chiuse il taccuino, intascò la penna e rientrò nella frescura della rimessa, mentre il sovrintendente Tampieri continuava a carabattolare tra i mobili. In quella specie di bazar le cianfrusaglie erano un’enormità, e non ci si poteva permettere di trascurare la minima traccia. La dottoressa Marchini diventava ogni giorno più nervosa, oppressa com’era dalla delicatezza del caso e dalla mancanza d’indizi univoci. E la pista del lavandaio rischiava seriamente di sgonfiarsi, bastava che la macchia di sangue non risultasse di Massi. Rimaneva l’impronta dello pneumatico sull’aia, che il calore di giugno aveva definitivamente seccata in una scolpitura chiara e friabile, protetta da una bordatura di nastro. Ma anche su quell’indizio non c’era da farsi illusioni.
Gentilini riprese a perlustrare il pavimento scabro. Ormai avevano raccolto anche le pagliuzze, e negli spazi fra i mobili non restavano che rotoli di sporcizia misti a terriccio. Avevano dovuto smontare le cataste pezzo per pezzo e riammucchiarle alla meglio, alla ricerca di tracce che in un ambiente come quello avrebbero potuto portare a tutto e a niente.
«Dove hai messo i sacchetti?» chiese al sovrintendente.
Tampieri gli indicò con un colpo di tosse il vecchio inginocchiatoio: «Lì, nella ribaltina». Le maniche rimboccate della camicia lasciavano scoperti gli avambracci imbrattati di polvere.
Gentilini estrasse le bustine di plastica e le allineò sul piano. Contenevano alcuni pezzetti di carta strappati, con cifre scritte sopra; ciuffi di filamenti non identificati, forse capelli o fibre sintetiche; due frammenti di carta stagnola su cui era distinguibile una stampigliatura; il manico d’un piccolo attrezzo per lavorare il legno, secco e spaccato, dimenticato da chissà quanto; una ventina di palline scure di natura imprecisata, del diametro di tre millimetri, trovate dentro un cassetto; alcune carte da gioco annerite dall’uso. Tutti reperti emersi nell’ultima perquisizione, dopo aver setacciato ogni angolo del capannone.
Il sovrintendente si schiarì la gola e andò fuori a sputare. «Ispettore, qua abbiamo mangiato abbastanza polvere. Mi sembra non ci sia più niente. Che dice, chiudiamo?»
«Sì, andiamocene» soffiò Gentilini. Raccolse i sacchetti e li mise in valigia assieme alle attrezzature.
Mentre il collega s’avviava alla macchina a prendere i sigilli, si fermò a riflettere. C’era un’altra persona da tenere d’occhio: quell’Alvaro Cecconi, il contadino con la faccia scavata e il naso rosso. Un forcone avrebbe saputo maneggiarlo bene, lui. Ma naturalmente aveva un alibi che calzava alla perfezione. Troppo alla perfezione. Quello stronzo aveva la fascia oraria esatta in cui era stato a ballare con la sua donna, una piccoletta coi capelli tinti di biondo, le sopracciglia scure e l’apparecchio ai denti. Dalle otto a mezzanotte, al Pamela, un locale da ballo ricavato in un capannone artigianale lungo la strada per Sesto. Dopo, stando alla sua versione, la serata sarebbe proseguita a letto, e la donna aveva confermato.
La cosa non convinceva. Troppo lineare. Intanto, per gente abitudinaria come quella, andare a ballare il mercoledì sera era un’anomalia. Poi non era affatto escluso che Massi fosse stato ucciso dopo mezzanotte: l’orario stabilito dal medico legale valeva comunque per approssimazione. Quindi, una verifica al Pamela era più che opportuna.
Il sovrintendente innestò la marcia e diede gas.
«Quando siamo davanti a casa di quel Cecconi fermati, che se c’è scambiamo due chiacchiere» gli disse l’ispettore capo. Una torchiatina al contadino non avrebbe guastato, quanto meno per sapere qualcosa di più.

(V.2  ―  continua)

Etruscan Mystery – I.5-6

5.
Da più di un’ora gli stormi di rondoni sfrecciavano con larghe giravolte, lanciando stridi acuti. Sbucavano improvvisi dai coppi di colmo del vecchio edificio che delimitava il giardino, si gettavano come missili verso le finestrelle dei solai e sparivano dall’altra parte della casa facendo perdere le tracce dei loro garriti. Dopo una manciata di secondi riapparivano in formazione di battaglia, neri proiettili che tagliavano l’aria con le ali.
Lo spettacolo era affascinante, Sergio Fanelli vi assisteva tutte le sere, da quando i rondoni avevano fatto ritorno da sud. Molti nidificavano sotto gli stessi coppi dell’anno precedente, come se riconoscessero la propria casa. Le uscite quotidiane a caccia d’insetti erano preannunciate dal graffiare degli artigli contro il letto delle grondaie, per poterne risalire il bordo e gettarsi nel vuoto con un secco battito d’ali. E quando tornavano al nido s’infilavano nel coppo di appartenenza con precisione millimetrica, decelerando un istante prima del rumore attutito dell’impatto.
Reggendo il piatto col risotto, Fanelli guardava le ultime giostre serali dalla finestra della cucina. La tavola era apparecchiata sommariamente, con la caraffa dell’acqua incrostata di calcare, la bottiglia dell’extravergine e una porzione di pane sbocconcellato.
La vita da uomo separato non incoraggiava affatto la cura della casa e i riti domestici. Perfino lui, amante dell’ordine e della precisione, aveva finito per trascurarli. A pranzo e a cena, uno strofinaccio poteva fungere da tovaglia, il piatto in cui aveva mangiato il primo poteva accogliere anche il secondo, il coltello con cui aveva tagliato il secondo andava bene anche per la frutta. Meno stoviglie si sporcavano, meglio era. Con tutto il lavoro che aveva da fare…
Finito il risotto, prese dal frigo una scamorza e ne tagliò una porzione. Al punto in cui si trovava, le cose sembravano volgere al meglio: all’Istituto le lezioni erano finite e la sua materia non era uscita all’esame di Stato. Questo gli concedeva tempo per gli studi archeologici, ma soprattutto per approfondire i risultati che aveva in mano. Cose grosse, il cui pensiero gli causava una strana dissonanza che pesava su tutti i suoi ragionamenti.
Domenica si sarebbe inaugurata la mostra al Museo Archeologico, coi famosi reperti di cui si parlava da mesi. Durante l’allestimento era riuscito a intravederne alcuni: straordinari, da togliere il fiato. Da anni sosteneva che lungo la via Faentina ci fosse un insediamento del quinto secolo, e come al solito era rimasto inascoltato. Perfino la direttrice del museo era abituata a trattarlo con condiscendenza, solo perché non addetto ai lavori.
Fanelli masticò l’ultimo pezzo di formaggio, finì il bicchier d’acqua e accese una sigaretta. Armeggiando con uno stuzzicadenti rimase a lisciarsi i baffetti scuri che gli si allungavano sotto il naso, senza decidersi a riassettare la tavola. Tornò alla finestra, a contemplare la distesa di tetti su cui scendeva il velo dell’imbrunire, mentre un senso d’incertezza gli serpeggiava dentro.
Forse rischiava di fare il passo più lungo della gamba, rifletté, e forse s’era ingannato. Forse non poteva andare così liscio…
Si tolse gli occhiali e pulì le lenti con un tovagliolo di carta, nell’oscurità incipiente della stanza. Pensò di accendere la luce, ma un’inquietudine improvvisa gli impedì di muoversi. Forse era stato incauto. Abbastanza incauto. Terribilmente avventato, anzi…
Lo colse un senso d’urgenza. Si rese conto che la questione andava chiarita, al più presto. Si mise a cercare le chiavi della macchina, e quando le trovò tornò in cucina. Oltre alle quattro carabattole sulla tavola, nell’acquaio c’erano le stoviglie che a pranzo non aveva avuto voglia di lavare. Accese la luce dell’ingresso, passò davanti allo specchio per darsi una lisciata ai capelli e decise di lasciar tutto come stava.

6.
Dopo essersi grattato il braccio fino alla clavicola, Carletto Massi s’accorse d’aver le mani sporche e masticò un’imprecazione. Il prurito alla spalla e al collo era tornato a farsi sentire, e l’impulso di sfregare le crosticine lo coglieva di sorpresa. Abbandonò il sacco di iuta in cui stava armeggiando e uscì stizzito dalla rimessa, chiudendo a doppia mandata il portone in ferro.
L’aia era deserta. Le quattro galline che di solito razzolavano dovevano essersi infilate da qualche parte: nella baracchetta che fungeva da pollaio non c’erano. Massi seguì con occhi sospettosi una Fiat Tipo che transitava lenta sulla strada, e quando la vide sparire oltre la curva s’infilò nel portoncino verde che immetteva nella casa colonica. Senza lavarsi le mani andò in cucina a recuperare una boccetta d’alcool e un batuffolo d’ovatta e si mise a frizionare il braccio sinistro, la spalla, il collo.
Quando gli venne l’idea, un sorrisetto gli increspò i baffi grigi. Come mai non ci aveva pensato? Era ovvio… Se riusciva a riagganciare il vecchio Milesi con l’inginocchiatoio, avrebbe potuto proporgli anche gli altri pezzi. Con le dovute cautele, s’intende. Serviva una verifica, andava fatta una selezione…
In ogni caso, bisognava andarci coi piedi di piombo. Essere al posto giusto nel momento giusto, naturalmente. E trovare le persone giuste.
Finita la disinfezione, tornò nella rimessa. L’odore di legni decrepiti aggrediva le narici, ma per lui era nutriente. Aprì il sacco di iuta e ci tuffò il naso, respirando il sentore del tessuto grezzo mescolato a quello del contenuto.
Si rimise all’opera: sollevò il coperchio della vecchia madia e ne cavò con cautela il doppiofondo. Stavolta le cose andavano fatte bene, senza perdere di vista i lavori in sospeso. Era opportuno muoversi quella sera, poi ancora qualche giorno, una settimana…
Ficcò le mani grassocce nel vano interno della madia e armeggiò indeciso fra gli oggetti, soppesando e valutando, sotto la luce incerta delle lampade che pendevano sbilenche dal soffitto. Il vecchio andava aromatizzato a dovere e cucinato a fuoco lento, perché rendesse al meglio. L’avrebbe letteralmente steso.
Rimise il doppiofondo e chiuse il coperchio, guardandosi intorno in cerca di qualche suppellettile di buon ingombro. Scovò un’ottomana zoppa, l’afferrò a due mani e la piazzò di traverso sul mobile sgangherato, assestandola in modo che ne impedisse l’apertura. Prese poi una panchetta divorata dai tarli e un pezzo d’attaccapanni spaccato per il lungo e glieli sistemò sopra, fermandoli con un trespolo.
Sospirando, sedette su uno sgabello imbottito e frugò nei taschini della camicia, ma il pacchetto delle sigarette non c’era. Doveva averlo lasciato da qualche parte. Cominciò a sfilarsi la tuta da lavoro sporca di terra, preso dai pensieri. La faccenda stava diventando interessante, più di quanto immaginava all’inizio. Servivano solo delle conferme, che non avrebbero tardato.
Andò all’inginocchiatoio e lo trascinò sotto le lampadine, che lasciavano in penombra le zone marginali della rimessa. L’antina era già smontata, ridotta in pezzi sul piano di lavoro, accanto ai listelli di legno antico tagliati per ricostruirne una uguale. Prese uno scalpello affilato e lo passò leggermente su uno dei pezzi per arrotondarne uno spigolo. La patina del mobile sarebbe venuta assolutamente identica, un noce scuro caldo e compatto. Gli ingredienti per fabbricare la colla animale erano pronti, doveva solo amalgamarli.
Gli eventi degli ultimi anni gli ripassarono nella mente, insieme a immagini nuove dove lui non era più lo stesso. I lotti di mobilio trasportati dalla Romania, dalla Slovacchia e dall’Ungheria, le soffitte svuotate, le cantine sondate. Le battaglie per trattare con gli antiquari, lui che piazzava pezzi che si battevano alle aste, e poi apriva un nuovo magazzino, razionalizzando i commerci…
Un rumore secco giunse dal portone metallico della rimessa. Massi si girò, tutti i sensi in allerta. Strinse gli occhi per aguzzare lo sguardo, ma non riuscì a distinguere nulla. «Chi è là?»
Prese una torcia dalla sacca portattrezzi e camminò con il lungo scalpello nella mano destra, verso il punto da cui sembrava venire il rumore. Attraversò le cataste di mobili, silenzioso come un predatore. Allargò il fascio di luce sul portone, illuminò la parete coperta da pile di sedie, s’infilò in una strettoia chiusa da un gruppo di credenze e s’arrestò quando una vecchia testiera d’ottone sbatacchiò alle sue spalle.

(I.5-6  ―  continua)

Etruscan Mystery – I.4

Dalle finestre che s’affacciavano sul corso, la signora Benedetti guardò nella sala centrale della redazione della Gazzetta di Firenze, dall’altra parte della strada.
«Ma che fanno, passano il tempo a guardare la televisione?» commentò, scrutando i giornalisti assiepati davanti a uno schermo.
Tevis, piazzato sulla sedia di fronte, si girò a guardare oltre la finestra. «Forse non gli è rimasto che ascoltare i notiziari » sospirò, finendo di sistemare la sua fila di pedine color avorio.
«Notiziari a quest’ora?» disse la signora Mafalda, fermando la mano che stava per gettare i dadi.
«Dovranno tenersi informati, no?» intervenne Isotta, il quarto elemento. Le unghie laccate tamburellarono sulla stecca di legno destinata alle pedine. Sempre quella più logora le rifilavano, a ogni partita. «Vogliamo andare?» propose con una punta d’impazienza, affilando lo sguardo tra le ciglia di rimmel.
«Eccomi» disse Mafalda tirando i dadi, che ruzzolarono sul panno verde. «Cinque e tre otto.» La mano inanellata li raccolse e li gettò nuovamente, totalizzando un altro otto, poi il lancio del dado singolo diede uno. «Sedici» decretò compassata, «a partire da me.»
Con le pedine allineate sulle stecche e Mafalda a fungere da Est, la partita di mah-jong iniziò. La signora Benedetti prese la consueta strategia aggressiva, scartando subito i vènti che non le corrispondevano e non formavano coppie: prima l’Est, poi l’Ovest.
«Figuriamoci se non calavi l’Ovest» protestò Isotta. «Quando hai il mio vento lo butti via sempre, quasi ti faccia schifo.»
Tevis lanciò un’occhiata alla padrona di casa, che non fece una grinza. La litania dell’amica era cominciata subito, e non prometteva bene: darle corda era un rischio, soprattutto per la concentrazione.
Le prime mani furono fruttuose per Mafalda, che tradì il compiacimento mettendosi a giocherellare con la catena d’oro. Isotta la guardò inespressiva, presagendo la piega che avrebbe preso la partita. Pescò la sua pedina, la guardò disgustata e la gettò sul tavolo. «Tre bambù. È il terzo giro di bambù che faccio.»
«A me» esclamò Mafalda, appropriandosene e unendola al tris che aveva sulla stecca. Rovesciò il poker e guardò l’amica con aria appagata. «Ti lamenti di continuo, Isotta. E noi che dovremmo dire? Si era pronte alle tre, e tu invece…»
«Ancora? Ragazze, il vostro perbenismo è esasperante. Oltre al culo, s’intende: hai già fatto un poker, e il tuo fiore l’hai già in stecca…»
«Si può sapere perché parli al plurale?» intervenne la signora Gabriella con un brivido, dopo aver pescato un drago rosso che andò a far coppia con quello che aveva. Tenere i draghi era sempre la scelta migliore, anche se a Isotta non entrava in testa: ne aveva appena scartato uno verde. «Non capisco perché devi sempre mettermi in mezzo» aggiunse, gettando una pedina con sette bambù.
«Grazie, ancora bambù naturalmente…» Isotta pescò una pedina che non le serviva e la depose in mezzo al tavolo. «In realtà, mi sto convincendo d’essere in anticipo sui tempi…»
«Mio» trillò Mafalda raccogliendo il suo scarto: un sette cerchi con cui fece un tris che rovesciò sulla stecca.
«Che significa in anticipo sui tempi? Parla chiaro» fece la signora Benedetti pescando a sua volta. La presa di Mafalda aveva fatto saltare il giro al gallese.
«Qui il gioco lo fate voi, come sempre» s’inacidì Isotta. «È solo una questione di modernità, Gabriella, lo sai.»
«Cosa?»
«Il perbenismo, l’educazione cattolica… quello che vi hanno inculcato, insomma.»
«Che ci hanno inculcato?» s’intromise Mafalda, facendo tintinnare i bracciali. «Perché, tu dove sei cresciuta, nell’islam?»
«Vorresti dire che io ho avuto un’educazione cattolica?»
«Che c’entra l’educazione cattolica, adesso?» La signora Gabriella tentò di recuperare i fili del ragionamento, mentre studiava la mossa da fare.
«Ragazze, siete voi ad aver avviato il discorso» insisté Isotta sbuffando. Quelle due andavano sempre peggiorando, mai che capissero senza dover spiegare le cose dall’inizio. «E comunque, se avete avuto un’educazione borghese non è certo colpa vostra.»
«Credo che la signora Isotta si riferisse al suo ritardo» intervenne Tevis, bonario. Di colpo si rese conto che continuava a tenere in stecca un esemplare del suo vento quando altri due erano già sul tappeto.
«Eh…» approvò Isotta. Per fortuna uno ragionava, non per nulla era un ricercatore inglese con tanto di cattedra. «In pieno ventunesimo secolo, col mondo che va come va, state ancora a farmi notare un ritardo di mezz’ora?»
«Quaranta minuti» precisò Mafalda.
«Embe’? Non ho mica un figlio da andare a prendere, io. E nemmeno sto ad arrostirmi il culo alle Maldive, mi pare. Visto che devo stare in città, dovermi torturare anche con la questione degli orari… Alt, questo è mio.» Fulminea, s’impossessò del drago bianco che Gabriella s’era decisa a scartare.
«Gabri, quello non dovevi metterlo giù, accidenti…» sbottò Mafalda. Oltre a vaneggiare, Isotta aveva appena fatto un poker di draghi bianchi, che insieme al raddoppio significava una valanga di punti. Doveva sbrigarsi a chiudere, se non voleva rischiare di perdere una cifra, le mancava una pedina. «Comunque, non capisco che c’entrano i figli e le Maldive…»
«John, glielo spieghi lei, per favore» sospirò Isotta.
Tevis le guardò con preoccupazione il petto esuberante e il poker di draghi che aveva appena calato, poi conteggiò i propri punti: una miseria. Due scale da nulla e tre coppie che non riuscivano a farsi punteggio. «Mi sembra abbastanza chiaro» disse guardingo, aspettando di vedere la sua scartata. «Intendeva dire che è stressata perché non è ancora in vacanza, che non ha vincoli familiari che le impongono orari, e che quindi…»
«Ecco, ci voleva un inglese per tradurre il mio pensiero. Le sembra?»
«Veramente sono gallese» precisò Tevis, simulando cordialità. Quella petulante cominciava a dargli sui nervi, a parte le confusioni etniche.
«Certo, mi scusi. Anche se penso siate tutti una famiglia… o no?»
Tevis la squadrò alzando le sopracciglia, senza riuscire a dir nulla. Gli occhi gli si fermarono, le mani sulla stecca.
«Isotta, non dire bestialità!» la riprese Gabriella con un’occhiataccia. «Inglesi e gallesi son diversi come il giorno e la notte, come fai a non saperlo? Il dottor Tevis discende dai nativi britannici, mentre gli inglesi vengono da bande armate arrivate dalla Sassonia.»
«Caspita… tedeschi?» Isotta lo guardò stupita. «E vi hanno colonizzati?»
«Well…» articolò Tevis, indeciso, mentre l’altra tagliava corto:
«Comunque, da buon gallese, mi dica lei: le pare sensato doversi stressare anche per essere puntuali al mah-jong? Non le sembra una sciocchezza?» E senza attendere replica si concentrò per decidere cosa scartare. Aveva un drago rosso che non serviva a niente, ma metterlo giù era un rischio: sul tavolo non ce n’erano, ed era da illusi pensare che nessuno ne avesse pescati. Esitò, giocherellando con la pedina, finché decise eroicamente di gettarla nel mezzo. «Rosso» disse noncurante.
«Mio!» strillarono all’unisono le due amiche, causando a Tevis una scarica d’adrenalina.
«Io faccio un tris» disse la signora Gabriella, costernata. Aspettava quel pezzo dall’inizio, le avrebbe fruttato un raddoppio che, sommato a quelli del suo fiore e della possibile chiusura con tutti tris, avrebbe dato il punteggio massimo.
«A me invece serve per chiudere, quindi è mio» sentenziò radiosa Mafalda. «Mah-jong» aggiunse pacata, appropriandosi del drago e incrociando lo sguardo impietrito dell’amica che l’aveva scartato. «Dio mio, Isotta, calare un rosso a questo punto della partita… Ma quando imparerai?»

(I.4 – continua)

Etruscan Mystery – I.3

Hugo Pratt, Anna nella giungla

La chioma a ombrello dell’acacia di Costantinopoli la teneva in ombra, rendendola poco visibile agli uccelli. Alessia Romanelli osservava col binocolo i cigni reali scivolare sullo stagno, accompagnati dai sussurri della vegetazione. Il fruscio delle foglie dell’acacia, simili a fronde di felci, rispondeva alle folate di vento che s’alzavano improvvise.
Staccò gli occhi dal binocolo e guardò Terzo Diodati uscire da una delle rimesse, chiudere il cancello e sparire fuori del muro di cinta. Un’altra razione di cibo stava per essere servita al popolo delle cicogne, e i gabbiani che veleggiavano in aria sembrarono accorgersene. Con ampi cerchi s’abbassarono, strombettando striduli.
Alessia rimise gli occhiali, chiuse il seggiolino e decise di andare a vedere. Percorse l’esterno della recinzione ed entrò nella riserva, fermandosi sotto un giovane acero. Le cicogne si mossero con lentezza, misurando i passi come se contassero i metri che le separavano dal cibo, mentre i gabbiani si tenevano a distanza, chiassosi, le grida che s’incrociavano con sequenze di tonalità diverse, quasi fonemi di un linguaggio.
Alessia li contemplò assorta. D’ora in poi doveva pensare alla tesi di laurea e a nient’altro. Al telefono si sarebbe fatta negare, visto che le amiche erano in vacanza e l’unico che poteva chiamarla era lui. Il conte dei miei stivali, rimuginò acida, il bamboccio di scarso cervello, viziato, senza sensibilità. All’inizio l’aveva quasi intuito, ma s’era lasciata sedurre dal suo entusiasmo vuoto, dall’abilità di commediante, dal suo anticonformismo posticcio. Un senso di rabbia le bruciava da giorni, senza tregua.
Seguì con lo sguardo la figura segaligna del custode che andava avanti e indietro, gettando manciate di pastone. Con gli stivali da lavoro, i pantaloni della tuta e la camicia a quadri, l’uomo consacrava le giornate agli uccelli della proprietà e a quelli che vi orbitavano intorno, attratti dal cibo o portati da soccorritori improvvisati. Viveva praticamente fuori dal mondo, mai una vacanza, mai al cinema o al mare. Nulla a che spartire con la realtà prefabbricata che li assediava e con la quale, volenti o nolenti, bisognava fare i conti.
Nella saggezza dei suoi ventisei anni, Alessia cominciava a elaborare un’interpretazione delle cose. Anzitutto, le appariva fondato il sospetto che il genere umano si potesse suddividere in alcune grandi categorie. Quelli che si vendono e quelli che non si vendono, ad esempio. Quelli che vendono il proprio tempo accettando la schiavitù d’un lavoro alienante, e quelli che il tempo lo tengono per sé arrangiandosi a modo loro. Poi, quelli che cedono la propria coscienza e il proprio discernimento e quelli che invece si ostinano a voler pensare con la propria testa. I ricchi potevano comprare tutto, era chiaro, ma molti si vendevano alla cieca.
La questione era complessa, rischiava di metterla in crisi. Forse era lo studio della storia antica ad averle plasmato il modo di pensare, una passione maturata lentamente, scoperta al liceo. E ora che le mancava solo la tesi, la sua metamorfosi appariva evidente.
Guardò il planare dei gabbiani e il battere secco delle mandibole delle cicogne bianche. Tra un paio d’ore Anteo l’avrebbe chiamata per la cena. Essere sola col domestico e la cuoca le dava sensazioni inedite, e non le dispiaceva affatto. Con la famiglia in vacanza, la casa enorme sembrava parlare un linguaggio nuovo, e lei ci si muoveva con un altro spirito. Aveva riaperto la biblioteca del trisnonno Venanzio, dove nessuno metteva piede da anni, vi aveva rinnovato l’aria, l’aveva fatta spolverare, ci aveva messo i suoi libri che non apriva da mesi. Quando s’era seduta allo scrittoio in ciliegio, col piano scorrevole in cuoio nero, aveva provato sensazioni profonde.
I gabbiani che erano atterrati camminavano orizzontali, tenendosi a distanza dal pasto delle cicogne. Alessia li inquadrò col binocolo mentre esploravano i campi adiacenti, in cerca di cibo. Ne vide uno beccare qualcosa che aveva la forma di una chiocciola, un altro frugare sotto una siepe. Il sole, avvicinatosi alle colline, le accarezzò la nuca, mentre i colori della campagna si coprivano d’un velo dorato.

(I.3 – continua)

Etruscan Mystery – I.2

Lungo l’intestino di corridoi che si snodava nel Museo Archeologico, le scaffalature incupite dalla polvere s’arrampicavano fino al soffitto. Agli ultimi ripiani ci si arrivava con una vecchia scala d’alluminio agganciata a un corrimano fissato a due metri e mezzo d’altezza.
Il dottor John Tevis l’assestò sulle mattonelle del pavimento, un po’ instabili proprio nella zona che stava esplorando. La scala oscillò appena lui cominciò a salirvi, tanto che dovette scendere e rimetterla in posizione, prima di risalire per estrarre un repertorio bibliografico del 1880 legato in mezza pelle.
Lo compulsò appollaiato sul predellino, impaziente di esplorarne le pagine. La solita smania di vedere le cose subito, senza aspettare, che lo accompagnava da quando era studente. Ma dovette rassegnarsi a richiuderlo. Scese con cautela, e rifece il percorso che attraversava la biblioteca fino alla stanza che gli avevano assegnata. Era un lungo ambiente con le pareti tappezzate in damascato rosso, coperte da librerie a vetrina zeppe di volumi. Tre grossi tavoli scuri campeggiavano al centro, con un fotocopiatore accanto alla porta d’ingresso.
Tevis poggiò il repertorio sul tavolo di lavoro e si lasciò cadere sulla sedia imbottita. La trasferta alla biblioteca del Museo Archeologico di Firenze per conto dell’Università di Cardiff l’aveva colto un po’ alla sprovvista, obbligandolo a lasciare la casa di Penarth. E ora avvertiva strane, sgradevoli avvisaglie. Forse erano gli strascichi della sindrome ansioso-depressiva che l’aveva spinto a offrirsi per incarichi di ricerca all’estero. Quando il professor Crowley del dipartimento di Paleografia gli aveva detto di prepararsi alla partenza, era stato sul punto di rinunciare: non immaginava che sarebbe finito di nuovo in Italia. Dopo i primi mesi a Firenze s’era ormai abituato alla stabile, media infelicità che lo proteggeva dal vuoto sconvolgente lasciatogli da Laura. E lei, dalla casa dei genitori, non s’era mai fatta viva, nemmeno per salutarlo. A quel punto, decise: controllare ossessivamente la segreteria telefonica era un vizio da estirpare.
I tomi che ingombravano i piani di lavoro servivano alla ricerca sul fondo Antinori, una raccolta di manoscritti la cui mole si rivelava sempre più cospicua. Un lavoro che minacciava d’impegnarlo per molto, se non fosse riuscito a concentrarsi. Ma le distrazioni, nel suo stato, erano inevitabili.
Tornò a guardare la porta a doppio battente incorniciata fra le librerie. Restava sempre socchiusa, lasciando trapelare un frusciare di carte quando all’interno c’era la dottoressa Lazzeri, direttrice del museo e ispettrice della Sovrintendenza ai beni archeologici.
La presenza discreta di Tevis nella biblioteca sembrava non averla condizionata, mentre per Tevis era accaduto esattamente il contrario. I postumi della crisi l’avevano lasciato vulnerabile, e ogni volta che la Lazzeri passava nei vestiti attillati, il suo sguardo s’alzava a cercare gli occhi di lei, che lo ricambiava con una sbirciata sorridente, sempre troppo fugace, con le fossette a incorniciarle la bocca.
Quanti anni poteva avere? Ancora non riusciva a capirlo. Formosa, giovanile, le spalle e i fianchi larghi, la pelle ambrata, il viso rotondo illuminato da occhi grandi e da un sorriso apparentemente disarmato. Le labbra carnose sembravano avere sempre un velo di rossetto, ma non ci avrebbe giurato: con un niente quel carminio era naturale. Sommato alla curva del corpo, ai capelli ramati e ai seni prepotenti, l’elemento rischiava di creare una situazione destabilizzante.
Nelle ultime settimane la Lazzeri s’era vista poco in ufficio. Molto tempo lo passava nelle sale del Museo Archeologico, impegnata ad allestire la mostra degli ultimi reperti trovati intorno alla città. E Tevis s’era trovato a trascorrere le giornate in modo disordinato e capriccioso, scartabellando vecchi libri e frugando tra scaffali impolverati, distraendosi a ogni suono di passi lungo il corridoio. Aveva addirittura preso l’abitudine di andare a far fotocopie al museo, con la scusa che quelle della sua macchina erano orribili, o a chiedere informazioni pretestuose al supponente dottor Bellini, uno dei curatori della mostra, solo per poterla vedere.
Tevis diede una scorsa al repertorio che aveva davanti, lo richiuse con cura e lo piazzò sulla pila di documenti da esaminare. Gettò lo sguardo fuori della finestra, nella fetta di cielo tagliata dai muri gialli del palazzo che dominava via della Colonna.
Decise di andarsene in anticipo. Ripose gli appunti nel cassetto, lo chiuse a chiave e percorse il corridoio silenzioso. Uscì dal cancelletto che delimitava l’ala della biblioteca e raggiunse lo scalone del palazzo. Di fronte s’aprivano le sale al primo piano, appena rimodernate: Tevis vi indugiò, scrutando attraverso le porte di vetro in cerca della figura di lei, poi scese.
Quando uscì da una porta secondaria in via Laura, il sole scaldava ancora il fermento della città. Si tolse la giacca leggera con gli spacchetti, imboccò via Gino Capponi e s’incamminò tra la gente. Costeggiò i muri della Santissima Annunziata, lungo la strada che portava all’appartamento dov’era alloggiato, in via Micheli: una settantina di metri quadri bene arredati, concessi da una squisita signora della vecchia borghesia, al secondo piano del suo stabile dalla facciata scurita.
Quando fu davanti al portone frugò nelle tasche in cerca delle chiavi. «Damn…» bofonchiò. Le aveva scordate di nuovo. Si vide costretto a suonare dalla padrona di casa. Premette il pulsante d’ottone con la scritta Gabriella Benedetti e attese.
«Sono Tevis, signora. Ho dimenticato le chiavi» si giustificò al citofono.
Come entrò nell’atrio, fu avvolto dalla frescura odorosa delle case antiche. La penombra s’allungava fino a una porta a vetri che s’apriva nella corte popolata di piante. Fece per avviarsi verso le scale, quando uno scalpiccio proveniente dallo scantinato lo distrasse. La porta s’aprì con un cigolio e dalla stretta gradinata emerse Sergio Fanelli, il suo vicino di pianerottolo.
«Buona sera, Fanelli» lo salutò Tevis, cordiale.
Il vicino trasalì. «Ah… buonasera, non l’avevo vista.» Lo guardò attraverso le lenti affumicate, come se non sapesse cosa dire. «Come va?»
«Direi bene, grazie.»
Alle spalle di Fanelli spuntò un uomo grassoccio dall’aspetto trasandato, che si accarezzava la zazzera di capelli radi.
«Be’, ci si vede, allora» Tevis decise di sciogliere il vicino dall’impasse in cui sembrava caduto, mentre l’uomo grassoccio indugiava in fondo all’atrio.
«Ci vediamo» si sforzò di sorridere Fanelli, e s’affrettò verso il cortile.
Dall’alto delle scale giungevano delle voci. Tevis raggiunse il primo piano e intravide la signora Gabriella sulla soglia di casa.
«Mi scusi, so di essere imperdonabile…»
«Non cominci, John» l’interruppe lei, affettuosa. «Stavo raccontando alle amiche quanto lei sia gentleman…» Affacciate al portone, una mora col viso grinzoso e un’altra signora dalla criniera leonina lo guardavano amabilmente.
«Troppo buona,» si schermì Tevis con un cenno.
«Sa che è giunto a fagiolo?» replicò la signora Gabriella. «Volevamo fare una partita di mah-jong e ci mancava il quarto.»
«Oh… Sorry. Temo che…»
«Su, su, non faccia il difficile» si fece avanti la mora, mettendo in evidenza le curve sotto la maglia aderente. Lo prese per un braccio e lo tirò all’interno, scortata dai sorrisi complici delle altre.

(I.2 – continua)

Etruscan Mystery – I.1

I
UN ANTICO INGINOCCHIATOIO
mercoledì

Quando mise mano all’inginocchiatoio scorticato dal tempo, Carletto Massi si rese conto che sarebbe stato difficile farlo passare per un tardo Cinquecento. L’usura delle superfici era buona, ma la fibra del noce era troppo grigiastra e il telaio dell’antina era assemblato con incastri a dentello, anziché a mezzo e mezzo come nell’ebanisteria rinascimentale.
L’antiquario s’allontanò di un passo, per inquadrare meglio l’insieme di listelli disseccati. Sollevò il coperchio del basamento e ne scrutò il rovescio, corrugando scettico la faccia carnosa.
Stavolta, forse, il vecchio Milesi non ci sarebbe cascato. Il vegliardo era già imbufalito per l’interruzione dei lavori di boiserie nel suo palazzotto di Pontassieve, dove aveva versato un anticipo sostanzioso, e ora avrebbe aguzzato la vista e cercato il cavillo. Eppure lo spessore dei fianchi era grosso, benché l’inginocchiatoio non avesse più di centocinquant’anni. La ferramenta era giusta, le assi dello schienale erano fissate orizzontalmente con bei chiodi fatti a mano. Un lavoro sopraffino per un falsario dell’Ottocento, a parte quella maledetta antina.
Fece scorrere le mani tozze lungo il mobile, senza trovare scassi sospetti, e quando estrasse il cassetto s’irrigidì sdegnato. Le infami code di rondine che ne incastravano i pezzi quasi gli rivoltarono lo stomaco.
Sedette su uno sgabello e si mise a ragionare, puntando nel vuoto gli occhi grigi e ravvicinati. I raggi densi di pulviscolo piovevano dalle finestrelle sui cumuli di masserizie che invadevano lo spazio.
Il vecchio Milesi avrebbe letteralmente sbavato per un inginocchiatoio del Cinquecento. Gli avrebbe perdonato non solo i ritardi nei lavori di restauro, ma anche il pezzo di soffitto a cassettoni che s’era andato a fracassare sul pavimento. Colpa di quella mummia isterica, naturalmente, con la fretta che gli metteva.
Attraversò rannuvolato l’ampia rimessa, grattandosi la testa ingrigita. Spostò un gruppo di poltroncine Luigi Sedici e un canapè senza le molle. Cassettiere vecchie e antiche, cassoni semisfasciati, tavoli accatastati lo costrinsero a un percorso labirintico fra legni secchi e polverosi. Raggiunse un cassone pieno di assicelle e vi frugò senza fretta, con attenzione, sollevando nuvolette che rotearono nell’aria. Dopo aver estratto alcuni listelli di legno intagliato, li rigirò nelle mani valutandone la compatibilità con la venatura del mobile. Un’aria soddisfatta gli distese il volto. Il materiale, tarlato e annerito dai secoli, c’era.
«Eccoti servito, bischero» borbottò beffardo. Gliel’avrebbe fatto vedere al vecchio ramarro di cos’era capace. Sarebbe stato uno spasso. Innanzitutto una bella patina calda, poi un cassetto ricostruito a regola d’arte, col frontalino d’epoca da inchiodare nello spessore dei fianchi. E Infine, l’antina: anche quella da rifare.
Prese i legni, li portò sul mobile e ve li dispose sopra. Montati, rifiniti e scuriti, quei pezzi d’Alta epoca avrebbero dato autenticità. Per il vecchio sarebbe stato un affare comunque, considerato il livello dei restauri a prova d’esperto che gli aveva eseguito finora.
Era l’altro affare, invece, che gli dava da pensare. Un affare delicato, da prendere con le molle. Si grattò le parti basse, lo sguardo preoccupato, pizzicando i calzoni pieni di macchie. Lì bisognava studiarlo bene, il modo di muoversi.

(I.1 – continua)

Sherlock Holmes e il crimine

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Sherlock Holmes si rendeva conto del fatto che le statistiche criminali mostrano solo i casi registrati di violazione della legge. Così, guardando la bella campagna attraverso cui, assieme al dottor Watson, sta viaggiando in treno, osserva:

«Voi guardate a queste case isolate, e siete colpito dalla loro bellezza. Le guardo io, e l’unico pensiero che mi viene in mente è la sensazione del loro isolamento, e dell’impunità con cui un crimine può esservi commesso… Mi riempiono sempre di un certo orrore. È mia opinione, basata sulla mia esperienza, che il più umile e miserabile cortile di Londra non possa fornire una più spaventosa cronaca di peccati di questa ridente e gaia campagna… E la ragione è ovvia. La pressione della pubblica opinione può fare in città ciò che non può fare la legge. Non c’è vicolo così miserabile che le grida di un bambino torturato, o il colpo del pugno di un ubriaco non suscitino simpatia e indignazione fra i vicini, che un lamento passi inudito, e c’è solo un passo tra il crimine e il banco degli imputati. Ma guardate a queste case solitarie, ognuna in mezzo ai suoi campi, piene per lo più di poveri contadini ignoranti che sanno poco o nulla della legge. Pensate ai fatti di infernale crudeltà, alle malvagità nascoste che continuano per anni, senza che nessuno se ne accorga.» (“I Faggi Rossi”)

 

Sherlockiana: l'indagine e il metodo

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Ciò che nei racconti di Holmes porta così spesso i poliziotti fuori strada è che quasi subito, appena iniziata l’indagine, tendono ad adottare l’ipotesi che risponde più verosimilmente ad alcuni fatti evidenti, trascurando le “inezie” e rifiutando di considerare dati che non sostengono la loro posizione. «Nulla è più ingannevole di un fatto ovvio,» dice Holmes in “Il mistero di Valle Boscombe”.

La polizia, inoltre, commette il «capitale errore» di teorizzare prima di giungere all’evidenza completa (come in “Uno studio in rosso”). Ne risulta che, senza rendersene conto, inizia a «distorcere i fatti per adattarli alle teorie invece di mutare le teorie per adattarle ai fatti» (“Uno scandalo in Boemia”).

La reciproca disistima che risulta da queste enormi differenze nella metodologia è presente in tutti i racconti di Holmes. In “I signori di Reigate”, Watson osserva, parlando con un ufficiale di campagna: «Ho sempre notato che c’è un metodo nella sua [di Holmes] pazzia», al che l’ispettore replica: «Qualcuno potrebbe dire che c’è della pazzia nel suo metodo».

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Del tutto opposto all’immagine dell’eroe puro è il fatto che le azioni di Holmes qualche volta vanno contro la legge. Come investigatore privato, egli non è vincolato al regolamento di polizia. Tiene in scarsa considerazione l’abilità degli uomini di Scotland Yard, e li considera in generale “sviati”. Va anche oltre nel suo disprezzo, come quando osserva che «l’aiuto dei locali è sempre o inutile o pregiudizievole» (“Il mistero di Valle Boscombe”). Holmes è ben conscio delle inadeguatezze della legge, e commenta: «Molti uomini sono stati impiccati ingiustamente».

In apparenza, Holmes ha fede nella definitiva vittoria della giustizia, come attesta questa affermazione, secondo la quale «la violenza, in verità, ricade sul violento, e l’intrigante ricade nella fossa che ha scavato per un altro» (“La banda maculata”). Ma a volte ritiene necessario uscire dai binari della legge per assicurare la giustizia. Quindi si trova a commettere violazione di proprietà, furto con scasso e sequestro di persona. Sul furto con scasso, così argomenta: «È moralmente giustificabile, in quanto non vogliamo prendere altri oggetti che quelli che furono usati per scopi illegali» (“Ladri gentiluomini”); esercita il suo ruolo di vigilante perché, come egli stesso dice: «penso che vi siano certi crimini che la legge non può punire, e che perciò giustificano, in una certa misura, la vendetta privata».

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Holmes riconosce anche che la prigione non è sempre una punizione appropriata per il crimine, e che può effettivamente impedire il processo di recupero. E così, in almeno quattordici occasioni, Holmes lascia di fatto libere delle ben note canaglie, perché, come dice di uno di questi «Mandarlo in galera ora significa farne un galeotto per tutta la vita» (“Il carbonchio azzurro”).

Holmes non teme neppure di ricorrere all’inganno, se sente che avrebbe potuto servire a fini di giustizia. Qui raggiunge il massimo quando, per catturare “l’uomo più malvagio di Londra”, si traveste da idraulico e si fidanza con la cameriera del furfante per ottenere informazioni (“Ladri gentiluomini”). Poiché si rende conto della necessità di conquistare la più completa fiducia dei suoi informatori, qualche volta lo fa spacciandosi per uno di loro. In un’occasione, avendo bisogno di certe informazioni, si traveste da staffiere, spiegando a Watson che: «C’è una notevole simpatia e complicità fra gli appassionati di cavalli. Se sei uno di loro, saprai tutto quello che vuoi sapere» (“Uno scandalo in Boemia”).

In altre occasioni Holmes simula malattie, disgrazie, conoscenze, e anche la propria morte. Usava spesso manipolare i giornali, e notava che «la stampa… è un’istituzione di grande valore, se sai come usarla» (“Il mistero dei sei Napoleoni”).