Parlare di sé

Ci sono vari modi di parlare di sé. Il già citato Chateaubriand, per esempio, aveva il vizio di elogiarsi quasi a ogni riga. Era sempre in posa, pronto per il monumento equestre. Da qui quello stile ampolloso e oracolare. È come se dicesse: guardatemi, sono un fuoriclasse e sto per consegnarvi verità assolute che solo io posso cogliere perché sono un genio. Questo modo di promuoversi ha avuto una fortuna postuma non meno impressionante di quella di Montaigne. Quando leggi Barrès, d’Annunzio o ti imbatti in vecchie interviste di Carmelo Bene, avverti lo stesso orgoglio, la medesima tracotanza di Chateaubriand. Un egotismo spavaldo, a tratti paranoico e risentito.
La modalità di Montaigne è diametralmente opposta. Lui non fa che denigrarsi; si presenta sotto i panni dell’uomo qualunque, del mediocre, fa sfoggio di sobrietà e understatement. Sembra provare gusto nel sabotarsi, e con un’insistenza che scantona nella civetteria. In fondo l’autodenigrazione è un modo come un altro di celebrarsi.
In uno dei suoi primi saggi intitolato Sui bugiardi, mette subito le carte in tavola. In un’epoca come la sua, il tardo Rinascimento, in cui i dotti sono tali proprio per la loro straordinaria cultura nutrita da un’altrettanto strabiliante memoria, lui confessa di essere il re degli smemorati. Questo diventerà uno dei motivi ricorrenti dei Saggi. Non per caso parlavo di civetteria. Che un uomo così colto passi la vita ad accusarsi di essere ignorante, di non essere in grado di trattenere alcuna nozione, di scordare tutto, può apparire stucchevole. Ma bisogna considerare che il vezzo è parte di una calibrata strategia retorica. Da un lato Montaigne, seduttore impenitente, vuole mettersi alla stessa altezza del lettore, dall’altra evita ogni pedanteria, per cui ha un autentica avversione. In tal modo illustra come talvolta nella vita un difetto possa tramutarsi in vantaggio, se non addirittura in un pregio. In fondo, ci spiega, è stata la sua memoria fallace a liberarlo dall’ambizione e dal risentimento. A fare di lui un oratore succinto. Poi si sbriga a farci notare come solo i bugiardi e gli ipocriti abbiano bisogno di una buona memoria; la gente onesta, chi si contenta della verità, può farne a meno.
Ecco come Montaigne parla di sé: per scorci, approssimazioni, retromarce impreviste. Ti dice che per trarre davvero un insegnamento dai tuoi maestri, piuttosto che credere a ciò che dicono o attenerti ai loro ammaestramenti, è più utile valutare come si comportano. Il tono di Montaigne è interlocutorio, l’autocommiserazione cede il passo a un’elegante rassegnazione. Il giudizio è sospeso. Non a caso Sainte-Beuve lo ha definito «il germe di tante opere future in cui l’io sarà il solo protagonista».

Alessandro Piperno, la Lettura #326, pag. 4

Scrivo dunque sono

La paura di dire «io» è talmente radicata nella coscienza di chi scrive che, pur di evitarlo, i saggisti accademici sono soliti rifugiarsi in formule prudenti e impersonali. Io stesso, agli studenti che mi chiedono la tesi, raccomando l’uso di espressioni guardinghe («Occorre dire», «noi riteniamo»), ben sapendo che la prima persona plurale è un’ipocrisia, una prova di conformismo, mancanza di carattere. «Noi riteniamo» è come dire «io ritengo, ma siccome mi vergogno di ritenerlo faccio finta che lo riteniamo un po’ tutti». Così l’accademico tiene vivo il sogno che i suoi saggi abbiano un crisma di oggettività e di scientificità.
Una vera stranezza se si pensa che il termine «saggio» lo dobbiamo all’uomo che come diceva Zweig «ha descritto se stesso per tutta la sua vita con tanta accuratezza, piacere e precisione». Sto parlando di Montaigne naturalmente. Per capire la rivoluzione apportata dai suoi Saggi mi piace affidarmi a una bella formula di Giacomo Debenedetti: «Un libro che vorrebbe o fa finta di presentarsi privato, ed è subito pubblico». Montaigne ti parla di sé, della sua infanzia, dell’educazione ricevuta dal padre, dell’amico del cuore venuto meno troppo presto, di un incontro con i cannibali e un’incidente a cavallo quasi mortale, e tu senti che tali quisquilie, sebbene avvenute quasi mezzo millennio fa a uno sfaccendato gentiluomo di campagna, ti riguardano. Leggendolo ti illudi che scrivere di sé non sia così difficile. In fondo, ti dici, per avere l’attenzione del lettore basta poco: racconti i cavoli tuoi, tuo padre, tuo fratello, quella sciata che per poco non ci rimettevi l’osso del collo. Trai qualche amara conclusione sulla vita, la corredi di citazioni dotte, ed è fatta… Magari fosse così facile. Scrivere di sé è un’arte, e tutti quelli che ci hanno provato hanno dovuto se non altro tenere conto di Montaigne e del suo inimitabile esempio. E talvolta lo hanno fatto senza sapere che era lui a ispirarli.

Alessandro Piperno, la Lettura #326, pag. 2

# 56

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L’immagine del diario che non sono mai riuscito a tenere, salvo sporadici tentativi, compare ogni volta che parlo di “ritegno”. È un ritegno quello che m’ha impedito di tenere il diario, ed è un ritegno quello che mi ha impedito, per dieci anni, di mettere su carta tentativi e prove di scrittura dopo che il desiderio di fare lo scrittore m’aveva catturato. Ogni persona normale li avrebbe fatti, quei tentativi, io invece no: non lo ritenevo né opportuno né sensato. Questa è una cosa che continua a farmi riflettere.
I “fantasmi” tornano ad aleggiarmi intorno, è vero: e continueranno, non m’illudo di riuscire a liberarmene, ancora. Ci vorrà tempo, credo. La violenza che ho visto fin da piccolo: evocata, dichiarata, minacciata, fra i genitori che si odiavano, mi ha segnato irrimediabilmente. La propensione ad atteggiamenti estremizzati mi ha poi accompagnato nella gioventù, soprattutto nel rapporto con me stesso: questi, credo, sono i fantasmi. A cui alla fine s’è aggiunto il macigno, letale e definitivo, conseguente a quell’atto fatale. I fantasmi, dunque, esistono ed esisteranno ancora. E, se l’espiazione è davvero finita, allora bisogna passare alla cura, per fugare i fantasmi e guarire l’anima e il corpo. Ma credo che sarà un processo lungo.

Søren

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1) Il nostro non è un tempo che abbia bisogno di un riformatore, ma è un tempo tronfio, traviato, dove tutti e ciascuno vogliono darsi al mestiere del riformatore, e che perciò hanno bisogno proprio del contrario di un riformatore: di un poliziotto che possa divorare tutti questi riformatori, come Socrate divorava i Sofisti. Il nostro non è un tempo dove l’abuso del governo renda necessaria una riforma, ma un tempo che deve imparare ad aver bisogno del governo, ovvero a lasciarsi governare.

Søren Kierkegaard, Diario, Bur 1975

· 83

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Sì, ma tu eri già un vero scrittore anche prima di conoscermi. Dentro te c’è un’anima d’artista. Magari tutto questo t’ha dato l’impulso per esprimere anche quella vena nascosta che finora s’era espressa solo in modo indiretto nei tuoi romanzi e che ora fluisce libera nelle tue meravigliose lettere: la vena autobiografica e intimista. Be’, adoro quando mi parli di te e di noi. Sono felice che ti trovi a scrivere con tanta frequenza, perché è un piacere leggerti (oltre al fatto che ci permette di sentirci vicini superando le distanze). Ci sono quelli che scrivono per sopravvivere (o dicono di farlo): tu scrivi per Amore! Che bello, vorrei soffocarti da quanto sono felice. Ma prima devo dirti che forse questa “urgenza diaristica” che s’è sbloccata in te fa parte del famoso “processo di guarigione”. Del resto, da Freud a Duccio Demetrio (e anche ben prima di Freud, pensa solo a Montaigne) si è detto che scrivere di sé aiuta a star meglio, e in certi casi a guarire. Se lo si fa comunicandosi a una persona amata, dico io, l’effetto è rafforzato. Perché lo sperimento anch’io. Quante cose che ti ho detto e scritto, che non avevo mai detto a nessuno! Non sai quanto bene mi ha fatto e mi fa, potermi confidare con te. E ne ho sempre voglia. Domande o curiosità che, poste da altri, m’imbarazzerebbero, se me le poni tu non mi creano problemi, anzi sono felice di parlartene, anche le cose brutte e dolorose o “vergognose” vengono “ripulite”, parlandone con te. Perché poi tu, senza mai giudicarmi, mi dici la tua opinione e mi piace sentirmi “interpretata” da te. Qualunque cosa tu possa dirmi, anche una critica o una correzione, non può farmi male.

 

· 82

Archivio personale N 2


Prima ho pensato al rapporto che ho con la scrittura. A volte ho letto di scrittori importanti che dicevano più o meno di “scrivere per sopravvivere”, cioè come esercizio vitale. Io, invece, passo molto tempo senza scrivere. Ma qui sto scrivendo parecchio, a dir la verità: ogni giorno mi dedico all’esercizio vitale di scriverti e di leggerti, e non riesco a immaginare un giorno in cui ciò non avvenga. Lo faccio per vivere, dunque, e finora siamo arrivati a riempire molte pagine. Non solo: come sai, non sono quasi mai riuscito a tenere un diario, mentre ora lo sto scrivendo attraverso il nostro carteggio. È un diario che vorrebbe recuperare gli anni di cui non son riuscito a lasciare traccia, e questo grazie a te, che m’hai contagiato con il tuo amore per la letteratura e per la testimonianza, e per le emozioni e la vita interiore e i moti dell’animo. Mi sa che tu mi stia facendo diventare scrittore sul serio, credo stia accadendo questo. Sto acquisendo quella dignità e quella maturità a cui anelavo, rendendomi conto di esserci ancora lontano. E tu mi ci stai portando per mano. Non solo mi stai ricostruendo: mi stai ri-creando.

 

· 33


Oggi ho
riletto alcune pagine orribili dei miei diari; ero convinta che il mio cuore non sarebbe più stato capace di amare. Purtroppo mi rendo anche conto delle difficoltà nel farmi rispettare, perciò sto sempre sulla difensiva. Mi sento come se fossi una ferita ancora aperta, che non si può neanche sfiorare anche se forse le farebbe bene, perché sentirebbe troppo male. Quindi il fatto che tutto a un tratto riesco ad aprirmi così tanto (anche se a te sembra forse ancora troppo poco) mi pare sconvolgente, conoscendomi interiormente e sapendo che cosa enorme è per me. Ed è strano che, a parte qualche paura, tutto ciò mi risulti così piacevole e leggero… perciò devi avere pazienza se a volte ti sembro un po’ chiusa perchè rispetto alla mia situazione ho già fatto dei passi incredibili, imprevedibili: adesso posso scriverlo a chiare lettere, vorrei anche appendermi un cartello.

· 18


L’immagine del
diario che non riesco a tenere (che non sono mai riuscito a tenere, salvo sporadici tentativi) compare ogni volta che parlo di “ritegno”. È un ritegno quello che mi ha impedito di tenere un diario, ed è sempre un ritegno quello che mi ha impedito, per dieci anni, di mettere su carta tentativi e prove di scrittura dopo che il desiderio di fare lo scrittore mi aveva catturato. Ogni persona normale li avrebbe fatti, quei tentativi, io invece no: non lo ritenevo né opportuno né sensato. Questa è una cosa che continua a farmi riflettere.
I “fantasmi” tornano ad aleggiarmi intorno, è vero: e continueranno ancora, non m’illudo di riuscire a liberarmene, ancora. Ci vorrà tempo, credo. La violenza che ho visto fin da piccolo: anelata, dichiarata, minacciata, fra i genitori che si odiavano, mi ha segnato irrimediabilmente. La propensione ad atteggiamenti estremizzati mi ha poi accompagnato nella gioventù, anche nel rapporto con le persone, su cui sfogavo un malessere di fondo di cui ancora oggi mi vergogno. Questi, credo, sono i fantasmi. A cui alla fine s’è aggiunto il macigno, letale e definitivo, conseguente a quell’atto fatale. I fantasmi, dunque, esistono ed esisteranno ancora. E, se l’espiazione è davvero finita, allora bisogna passare alla cura, per fugare i fantasmi e guarire l’anima e il corpo. Ma credo che sarà un processo lungo.

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“Scrivere una breve pagina di diario”: un atto naturale e salvifico. L’idea di scrivere diari mi ha sempre attirato, perché credo che nel diario stia l’essenza di un autore: chi vuole conoscerlo, secondo me, deve leggerne anche la vita. Eppure, una specie di ritegno — tuttora invalicabile — mi ha sempre impedito di mettere su carta il vero me stesso. Come se non me ne sentissi degno. Un blocco dalle radici profonde: anzi, è possibile che se riuscirò a superare questo blocco, cioè a esplorare e a risanare queste radici, forse tornerò a respirare come un uomo normale. Io mi trovo in una situazione analoga alla tua: lontananza, pace e silenzio, libri e scrittura di finzione, allontanamento dalla frenesia d’una vita brulicante e consumante (che per ora non rimpiango). Però soffro di una mancanza di focalizzazione, di un centro, e forse anche di un’identità. Vecchie tragedie familiari pesano ancora sulla mia capacità di guardarmi dentro. Non mi conosco fin dove vorrei, e mi sembra di non aver il coraggio di avventurarmici. Non riesco a mostrarmi nemmeno a me stesso.

Scribacchiare giornalmente

Io credo, sinceramente credo, che non c’è miglior via per arrivare a scrivere sul serio che quella di scribacchiare giornalmente. Si deve tentare di portare a galla dall’imo del proprio essere, ogni giorno un suono, un accento, un residuo fossile o vegetale di qualche cosa che sia o non sia il puro pensiero, che sia o non sia sentimento, ma bizzarria, rimpianto, un dolore, qualche cosa di sincero anatomizzato e tutto e non di più. Altrimenti si cade, il giorno in cui si crede d’essere autorizzati a prendere la penna, in luoghi comuni e si travia quel luogo proprio che non fu a sufficienza disaminato. Insomma fuori dalla penna non c’è salvezza. Chi crede di poter fare un romanzo facendone la mezza pagina al giorno e null’altro s’inganna a partito. Ma d’altronde questa paginetta scritta sotto l’impressione di un dato momento, del colore del cielo, del suono della voce di un proprio simile, non diverrà mai altro di quello che è; la pagina più sincera di un’impressione troppo immediata e violenta. Non bisogna pensare di rappezzare con tali pagine qualcosa di maggiore. Napoleone usava annotare quanto non voleva dimenticare su un foglietto di carta che poi stracciava. Stracciate le vostre carte, o formiche letterarie! Fate in modo che il vostro pensiero riposi sul segno grafico sul quale una volta fissaste un concetto, e vi lavori intorno alterandolo a piacere in parte o tutto ma non permettete che questo primo immaturo guizzo del pensiero si fissi subito e incateni ogni suo futuro svolgimento.

Italo Svevo (1861-1928), Diario