7. Le notizie di metà settimana

Tra le otto e le nove di sera ci si può riempire a sazietà di notizie da tutti i fronti: le si sente e risente (e ci si ne risente), passando da una rete televisiva privata a una nazionale. La prima avrà toni più d’impatto, la seconda – tanto più se ascoltata alle 20.30 – parrà aver messo la sordina. Quando la notizia trasmessa sia la medesima, e riguardi l’istruzione, occorrerà tenere presenti le statistiche per non scivolare in equivoci.
Ci scusiamo per il preambolo, ma quando si parla di cultura ci si deve togliere il cappello. E rimanere coi piedi ben in terra. Perché quello che si sentiva ieri sera (26 aprile) nei notiziari aveva dello scandalistico: erano riportati i dati (o meglio i referti autoptici) dei livelli d’istruzione universitaria degli italiani.
Giova premettere che la storia del cameriere, quella snobbata dei magnifici e che è molto utile sentire, faceva un cappello assai interessante. Proprio così: il telegiornale di Italiauno, che va in onda prima di quello su Canale 5, riferiva che in un questionario distribuito recentemente su territorio nazionale l’Amleto veniva attribuito a Manzoni e, in seconda battuta, a Leopardi. Mentre I promessi sposi erano riconosciuti (quasi) all’unanimità come lavoro di messer Giovanni Boccaccio.
Ora domandiamo solo una cosa, semplice semplice: a che serve parlare di titoli universitari non in parametro, quando non ci sono i presupposti per parlare di cultura? Non di cultura “con la kappa”, ma di semplice nozionismo senza cui in Italia non si va (non si deve) andare avanti.
E sarebbe utile andarsi a leggere, a proposito di nozionismo, quel racconto gogoliano scritto da Sciascia per il Corriere di Spadolini nel 1970 e intitolato, appunto, La laurea (ora disponibile nella raccolta Il fuoco nel mare, Adelphi 2014, prezzo di catalogo 18,00 euro). Ma lasciamo stare, è risaputo che Sciascia posava da intellettuale avvolto nel fumo della sigaretta ed era più tragico quando voleva far ridere che non quando rappresentava drammi e ammazzamenti.
Ci domandiamo a cosa serva l’attestato universitario in un Paese che non sappia leggere e intendere e abbia perso il lume della ragione. Perché questo significa voler seguire sempre e comunque le novità statistiche dell’Europa: non sapere più cosa si è stati, cosa si è. O far finta di ignorare.
Il problema è, semmai, un altro: l’abbandono scolastico, come abbiamo riportato nel notiziario D’Anna molto recentemente. Se tutti si fermano, nessuno arriva alla fine. Nozione assai difficile da digerire per i giornalisti catastrofisti che ieri davano in pasto la notizia delle poche lauree in Italia.
E siamo ai fatti. Come diceva Sciascia nel racconto La laurea, «la scienza è scienza: due e due fanno quattro». Bastava questo, nel suo racconto, per diventare professori di lettere. Facciamo i professori di lettere.
Per l’abbandono della scuola prima della maturità, l’Eurostat dà l’Italia nel fanalino di coda, quintultima. Mentre un progresso notevole è stato registrato riguardo al numero di trentenni laureati (a cosa serva un trentenne laureato, e non impiegato, è mistero non sciolto dall’indagine…). Nell’Italia del 2002 solo il 13,1% della popolazione tra 30 e 34 anni era laureata. Oggi questo numero è esattamente il doppio: 26,2%. L’Unione Europea vorrebbe alzare la soglia al 40% per il 2020. Sembrerebbe che il 40 sia il numero cabalistico da venerare. O c’è dell’altro? C’è, eccome, perché l’Unione Europea dice che i laureati altrove sono assai di più: 58% Lituania, 54% Lussemburgo e 53% Cipro.
Almeno ci resta il vanto (anzi: è merito di tutta l’Europa contro la Germania che inverte la tendenza) di avere più donne laureate (32,5%) che uomini (19,9%).
Sono diverse le reazioni giunte nel corso della giornata, a seguito dei dati diffusi da Eurostat. A chi sembrasse che il tono adottato, eccezion fatta per le cifre, sia gogoliano, indichiamo la lettura della notizia sul sito “tecnica della scuola”. La quale termina con il commento a caldo di Arturo Scotto, deputato di MDP, secondo cui i dati «sono un segno evidente del declino del Paese. Così come il dato sugli abbandoni scolastici che tra i 18 e i 24 anni restano al 14%. La buona scuola e i tagli continui all’istruzione non aiutano e nemmeno il clima di sfiducia generale e l’impoverimento delle famiglie. L’istruzione non è stata al primo posto nell’agenda del Governo e nemmeno in quella dei passati Governi fotocopia e questo è il risultato».
Un filosofo della politica direbbe che siamo in un declino e quindi non c’è possibilità di uscita se non tramite una crisi critica, come per quelle malattie che richiedono uno shock molto forte per superarle indenni. Ma preferiamo stare dalla parte del professore di lettere sciasciano e lasciare i filosofi alla politica.

Andrea Bianchi

6. Jack in provincia

Wang Zhen (1867-1938), Calligraphy in Xingshu, 1927

se c’è qualcosa che mi ha lasciato quel grand’uomo che era Massimo Ferretti – dico era perché quando composi il suo numero a Bologna, due anni orsono, le pagine gialle mi restituirono il numero di un tappezziere antiquario, perciò è possibile che il caro vecchio professore si sia dato alla macchia – è l’intransigenza verso i letterati di mestiere.
dico così perché mi è capitato di incrociarne uno negli ultimi tempi, di averci condiviso un pranzo e più caffè, e quindi alfine di conoscerlo per dritto e traverso.
il mio letterato scrive su giornali di destra ma gli è capitato di comporre recensioni anche per il settimanale di repubblica. pecunia non olet, come la poesia di cui è fiero assertore. legge rilke senza conoscere il tedesco. sa tradurre l’inglese meglio di quanto lo parli. non discuterò i suoi gusti letterari perché mi sono sempre parse dirimenti le parole di contini quarentenne a luigi russo sul far della sera, non starò qui a sbottonarmi! son faccende private, quantomeno per chi viva la letteratura come espediente per ritornare in superficie, senza affogarsi tra le parole, anzi scegliendo tra queste i significati migliori: che è, evidentemente, quel che il mio letterato non sa fare.
preferisco chiamarlo letterato invece che giornalista anche se a questo punto sono abbastanza sicuro che la professione ci definisca, aggiungendo o scartando al fondo del carattere o della tempra (quando c’è, s’intende rapidamente).
il mio letterato viene dalle stesse terre in cui alfierianamente ho vegetato sino all’uscita per l’università e all’ingresso nella scuola dove ho incontrato massimo, oggi disperso. ma era anche l’università del grande professore catanese anglista, l’uomo che mi diede il referto della letteratura come lasciapassare alla città antica, come introibo alle fortificazioni del nucleo storico: laddove invece il mio letterato, il fante della provincia, né uomo né donna incartato tra i suoi libri, la trova fine a se stessa, gioco orribile per sollazzarsi con onan e rotolarsi poi nel fango, acclimatandosi con le ninfette che accorrono a frotte, suggestionate dal fango, scambiandolo per un tatuaggio: o chissà che cosa.
il professore catanese diceva insomma che la letteratura aiuta a comprendere, e se cediamo al passo dei dervisci finiamo nel gigionismo, e allora tanto vale percorrerlo fino in fondo, caricarlo insomma: fare del sollazzo di queste righe proprio uno strumento, una carta di riconoscimento personale. e non significa fare i giullari, come invece si diletta a svolgere il suo compito il letterato, ma proprio calare la celata e scendere nella giostra disarcionando il fantoccio di tela che vede nei libri l’accalappiasogni delle fanciulle.
di questo s’ha da parlare, del sogno giovanilista del mio letterato, incrocio di quei sogni e tormenti che furono nostri, di tutti a quattordici anni – e poi dismessi – poi suffragati dalla realtà.
di lui sarebbe improbo svelare arcani e fasti, dilettarsi delle altrui passioni o intemperanze: basti dire che si circondava delle bestioline da collegio ed è pur capitato di incontrarne due. il suo unico presunto allievo era un estensore di referti psichiatrici in forma di dialogo, un altro insomma che la scienza forse definirebbe psicotico, mai in pace con la madre come il mio letterato mai era acquietato nei confronti del padre: ché si ostinava a ripetere, a ripercorrere tutti i passi di quell’uomo.
verso il mio letterato-fante senza scudiscio dei giornali e delle recensioni nutro l’affetto che si deve ai trapassati, misto di rimpianto e commiato storico, per le sue fragilità che lo porteranno a distruggersi da sé. e ignoro se sia davvero un’altra storia, o se non possa ricapitolarsi invece, più banalmente, sotto il segno di un mio ‘cogito ergo sum’. se lo penso esiste, se non lo provo è già scomparso nelle nebbie di internet, jack immobile, mai cresciuto, in uno scenario impazzito che gli rotea attorno.

Andrea Bianchi

5. sguardi della mamma elicottero

non è a dire che avesse i capelli tinti: semplicemente, nel borgo sulla costa tutte e dico tutte le signore tra trenta e cinquant’anni tendevano a assuefarsi al biondo che alleggerisce e ingentilisce i lineamenti. eppure, la signora che mi fece diventare attento ai suoi capelli aveva un viso squadrato e perciò disagevole da incorniciare entro un fascio cromatico che, alla bell’e buona, si sarebbe detto biondo paglia.
il suo nome era classico pugliese, evelina, accorciato lasciando una desinenza in ‘a’ alla fine giusta il richiamo biblico, sei donna, eva e allora pecchi sempre. quindi mai.
eva era bella, anche se aveva il bacino largo, slombato. aveva due figli e un ex marito che ebbi la ventura e il piacere di conoscere.
quel che mi piaceva di eva era il suo fare sornione, di ironia sopita, congelata e rigida, alquanto diffusa tra i pugliesi faccia al vento dell’adriatico.
mi volle per una notte ma non ci fu verso, onde divenni il precettore della figlia.
certamente non era narcisa anche se aveva un vizietto peggiore, si credeva gran signora, cosa assai tipica delle baresi e anche delle coratesi, a quanto pare.
senza dare inutili dettagli, vi deve servire come dato e fonte di cronaca, ma non solo per periodizzare il pezzo da museo, che aveva 38 anni e diceva davanti a una pizza su cui faceva grondare olio piccante che dopo il matrimonio lui non aveva fatto un passo in più, quasi a significare che l’acquisizione di diventare padre fosse biologica mentre invero è un fatto materno e quindi solo femminile, e per l’uomo o forse banalmente per ‘gli’ uomini è sempre e solo una nozione sociologica: che non vuol dire sociale, mal ce ne incorra se esser padre o madre fosse solo un fatto sociale, imposto dall’alto. quando dico sociologico lascio sparire la sostanza e vorrei che si adagiasse un velo di interpretazione: in breve, lui non era della stoffa per fare il padre così presto, a 27 anni quando gli nacque la prima figlia. lei sì, ma va anche detto — sempre davanti alla pizza — che lei aveva capito già a 12 anni che il padre a corato metteva le corna alla mamma, ergo lei scelse presto l’uomo per poi sbarazzarsene.
se ci pensate un secondo c’è una soglia inquietante in tutto questo.
immaginate la sistina spennellata da un etero invece che da un cultore della forma fisica maschile — siamo sulla soglia degli studi di genere, meglio fermarsi allora un secondo e tornare a eva, a considerare che era bella proprio perché aveva fatto fuori il marito, aveva una carica erotica sopita ché l’ultima storia l’aveva fatta star male e siccome i figli di questo se ne erano accorti, lei non voleva più quelle cose lì. resta un mistero perché la donna cerchi un uomo che si modelli sul suo sentimento passato di quel che fu, o era stato, il padre.
ergo — e siamo a due — mi disse due volte da soli che la casa era libera. mi pareva troppo bello, rinunciai e si offese a morte, sinché l’estate dopo ci guardammo da lontano sulla battigia.
aveva indosso un costume verdone, quasi spento, la sua bellezza e la sua fisicità intatte, mai trascurate, garantite dalla sua forma di caposala.
che mi resta da dire di lei? che la sua bellezza è la stessa precisa identica delle formelle dei della robbia, fatta a serie per le signore che non sono più ragazze e se si danno arie non la fanno pesare. qualcuno idealisticamente la chiamerebbe soltanto ‘esperienza’ ma non credo sia il lessico da percorrere: avesse avuto esperienza, avrebbe toccato il cambio diversamente quella sera, in auto.
il suo sguardo mentre uscivo dall’abitacolo era angosciato, sentiva che il tempo passava e che non si era fatta capire, era desolata e percepiva che si stava sprecando quasi nel momento in cui sciupavo io l’occasione.
c’è da adottare del lirismo, riesce difficile rendere questa donna in modo asciutto.
eva mi ha fatto vedere altre eve nelle vigilie dell’abbandono, son tutte donne che si rendon conto di essersi troppo messe in alto, di aver pescato la prima carta restandone appagate. e sono materne, sono accoglienti, inscritte nel tondo della robbia.

Andrea Bianchi

4. profilo del medico traditore

Giovanni Boldini, Madame X (la cognata di Helleu) 1885-90

quel che dirò potrà anche sembrare l’esito di una frustrazione, di uno scopo non raggiunto, chessò, di una chiacchierata davanti a un caffè al bar dell’angolo. eppure mi proverò a darvi il profilo di lui lo stesso, anche senza averlo visto e benché la documentazione visiva sia estremamente rarefatta: parliamo di sei o sette foto a uso domestico, viste da amici sui social, foto in cui l’unico discrimine cronologico è quella barba più o meno lunga, ma sempre lasciata non tinta mentre i capelli, a poco meno di quarant’anni, si sono bruciati di bianco. questo è il profilo di un medico del lavoro, credo fosse di sinistra, la sua amante non me l’ha mai detto, solo che le dedicava le canzoni di pino daniele che gli partivano dal telefono invece, io credo opportuno segnalarlo en passant, per risvegliarlo dai suoi sonni comatosi o meglio, postcoitali anche se lei ha sempre asserito che non si è trattata di una sveltina e via, perché altrimenti non sarebbe durata due anni. a me interessa sapere come è iniziata, vale a dire lo sguardo che preannuncia l’ecatombe o la catastrofe, come preferite, quando lei stava per essere lasciata e lui forse aveva trovato finalmente l’amante giusta: dodici anni di scarto, come se io ora andassi con una diciottenne anche se poi la società degli uguali direbbe che non è proprio la stessa cosa perché la donna matura prima ese…se…se questo vi pare offensivo o comunque non consenziente col vero, tirate avanti a saltare il testo. a me interessa quel che può nascere in una clinica, quel senso di frustrazione che si può provare nel rivalersi su una più piccola e nel configurare l’amore come dato puramente fisico, a segno che mi parrebbe di sprecare la parola ‘eros’ se dovessi impiegarla per loro. quando la conobbi, lei aveva questa storia ma decisamente non potevo saperlo, solo in uno studio fotografico sentii che diceva a un’amica che lui divorzierebbe per lei, e simili, poi l’anno dopo, sugli scogli e superata la pandemia con quella primavera del 2020, lei disse che riceveva proposte in ginocchio da uomini e quando faceva loro (si intende che era un plurale di maestà) notare che erano sposati, loro di nuovo rimanevano ginocchioni a terra. dimentico di dire che era del napoletano. che aveva due figli. che studiava, diceva a lei, il profilo del minore per capire se fosse figlio suo. quale degna escogitazione davanti a una mente femminile che si vuol sedurre, dire che anche la moglie è stata traditrice, al punto da far baluginare il detto latino della mater semper certa, per il resto oblio! mi rendo conto di non riuscire a metterlo a fuoco. è un uomo teatrale, se anche vi dicessi dove è il suo studio e dove la clinica non mi credereste, e fareste giustizia ai suoi modi da contrabbandiere, come di quella volta in cui tornando tardi dalla moglie giustificò il rientro serotino dicendo che non trovava più la strada di casa. che è la stessa precisa ragione per cui hawthorne scrisse il suo raccontino dell’uomo che si allontana da casa senza accorgersene e vi ritorna vent’anni dopo, solo che hawthorne era un uomo sereno e il nostro medico un inquieto, presumo, altrimenti si sarebbe accorto che l’escamotage era troppo fine per essere rifilato dal vivo e non in un racconto per iscritto. questo è quanto, si accontentino lor signori, della storia del mio medico traditore che se avesse un po’ di coraggio e andasse da lei con le carte del divorzio, potrebbe anche tenerla mentre ora è stato allontanato come capita agli amanti che vogliono le esclusive.

Andrea Bianchi

2. ritratto di lei

 Steve Mc Curry, Village girl in a rural horse festival, Tagong, eastern Tibet, 1999

quel che può significare una donna sullo scorcio dei trent’anni per chi non abbia realmente fatto i conti con la trasformazione dei sentimenti in posa, è presto detto. lei si presentava con lo charme di chi guida la mini in provincia, quel genere di veicolo che non par fatto per aggirarsi tra i palazzi di Milano centrale, e che quando bazzica da quelle parti al nord fa pur sempre magra figura: sperduto tra edifici giganti, come l’uomo di Leopardi al cospetto di Roma papale. lei invece guidava la mini in un centro quasi suburbano, direi disteso, nelle fratte della pianura padana, esattamente dall’altra parte rispetto a dove andavo in vacanza – e poi all’università. strano ma vero, la incontrai nella forma consolidata del social, la stessa fatte le debite proporzioni che i mezzi social hanno assunto nel secondo decennio del ventunesimo secolo dove ogni incontro che non sia mediato dalla rete adombra la fragranza del pane raffermo, laddove invece il social preserva intatta l’indole giovanile e danzante dell’altra figura.
dovrei dire di lei. la sua composizione pettorale era della gigantessa cinematografica, accompagnata e appesantita da abiti di velluto, stoffe non particolarmente pregiate ma carezzevoli della sua indole ferina e insolente. i suoi capelli, morbidi e sottili e di color nero, assai diffusi nella sua microregione. le esperienze che vantava di continuo non avevano lasciato un marchio approfondito sulla sua carne, tant’è vero che era abituata a circondarsi di uomini più grandi, a segno della sua educazione violenta, dell’essersi sempre messa a servizio di storie di comodo in cui comunque sia lei, psicologicamente, arrivava dopo, ultima direi (pur non essendo corvo, ché per mangiare, mangiava eccome).
mi innamorai di lei, fui rifiutato, mi innamorai di nuovo daccapo e fui snobbato, preferito forse a qualcun altro che ancora non conosco. cosa mi ha lasciato? una ferita. diceva che la romanzavo.
chiaramente ora non riesco a innamorarmi di chi presenti le caratteristiche di lei, dal peso all’amore per la lettura, sia pur mediato da una soggettività presuntuosa e scocciante, in fondo suppurata dalla provincia. forse conoscerla mi ha maturato, forse ancora mi ha offeso, fatto sta che tra me e lei fisicamente non c’è mai stato altro che un bacio che non riuscii a rifilarle, una sera di luglio che quasi mi stava piangendo addosso e a due metri dalla risacca del mare. non so realmente se l’ho amata o se mi sono limitato a sognarla. le altre donne, splendide e olimpiche, sono sogni meno fermi nella mia memoria rispetto a lei che si conserva col nitore di una sciagura e di un’infima sottigliezza.
si va avanti, anche in questo caso, e lei non vigila più sui miei sogni. anche se la rivedo nella bellezza delle passanti e la sensazione che lei mi diede due anni fa la prima volta che la vidi riaffiora insensibilmente, gli occhi si allargano, le orecchie si allungano, il sangue circola più caldo e la vista afferra dettagli sino a un momento prima svalutati, ogni volta che rivedo un’altra lei… stando fermo sulla panchina, nei pressi dell’arco di Augusto. e come dicono altre, non so cosa voglio. voglio, ma non so cosa. voglio

Andrea Bianchi, normalista

1. ci vuole un’altra vita

scusatemi signori se non uso le maiuscole, ma il mio maestro in questo è stato proprio marco che una volta se ne venne fuori dicendo che era abituato a leggere le cinquecentine o i manoscritti, ora non ricordo, fatto sta che ieri sera se ne sono viste di belle, in tutti i sensi, rebecca che sta per finire la laurea in storia dell’arte su quell’incanto della mia adolescenza che sono le sculture di agostino di duccio e si è trovata il lavoro alle poste, soprattutto perché è andata a convivere con andrea che era davvero simpatico e portava una barba da orso ma era alto un tappo di champagne, e fa il pasticciere, figura degna di comparire al finale di 2666 quando il protagonista confessa al pasticciere che è lui il vero artista, e andrea quando gli dicevo che la pasticceria è qualcosa di raffinato diceva no, tutta la cucina è raffinata. così siamo punto da capo, bello. la pasticceria. ma andavo avanti a isolarmi per brevi flash, poi tornavo a galleggiare nella realtà che si sa alla fine è più potente e bisognosa. alla fine sai cosa è successo? sara, l’amica single di jessica, ma nessuno è veramente single, ha trovato in piazza, una piazza piena, ma come avrà fatto a trovarlo, un suo ex, quindi sara dopo mezzanotte era un lutto ambulante, secondo me era una strategia palliativa, una ritirata degli ateniesi davanti alla borsa di berlino, non so se capisci, me ne sono venuto fuori in modo sincero, io sono assolutamente vero su questo, ho detto che se io incontrassi un’ex non la riconoscerei. il candore è sfrontato, nessuno si è filato sara tutto sommato ieri, con me ha fatto la civetta e poi la dura, quindi tanti saluti, non ci ho parlato direttamente, ricordo che quando l’abbiamo riaccompagnata a casa ha fatto 20 metri di corsa, secondo me non voleva farsi veder piangere, e jessica dopo in auto ci ha detto che comunque ora passa il tempo con qualcuno, vedi perché ti dico che nessuno è mai veramente single, credo. infatti, e il più interessante era giovanni il festeggiato, c’era anche una sua ex storica con cui è in amicizia, donna bellissima e io l’ho detto alle due quando eravamo senza di lei e il suo nuovo fidanzato 40enne, ho detto proprio che eleonora ha un viso bellissimo, bolognese direi. giovanni distaccato, credo che in fondo gli piacciano anche gli uomini ora, come simone il mio amico tanti anni fa, quello che leggeva l’immoralista e diceva che non gli piaceva, è ovvio, c’era troppo di lui dentro, e poi così geometrico e spassionato – ma insomma la scena più irreale è stata a mezzanotte quando eleonora ha chiesto a giovanni: dove eravamo dieci anni fa e nessuno dei due ex e ora amici sapeva dire nulla di dove erano dieci anni fa. per quanto mi riguarda, ma questa è una questione privatissima, io ero a pisa. mi accendo un sigaro, ho dormito meno del solito e va tutto bene.

Andrea Bianchi, normalista

Parlare di sé

Ci sono vari modi di parlare di sé. Il già citato Chateaubriand, per esempio, aveva il vizio di elogiarsi quasi a ogni riga. Era sempre in posa, pronto per il monumento equestre. Da qui quello stile ampolloso e oracolare. È come se dicesse: guardatemi, sono un fuoriclasse e sto per consegnarvi verità assolute che solo io posso cogliere perché sono un genio. Questo modo di promuoversi ha avuto una fortuna postuma non meno impressionante di quella di Montaigne. Quando leggi Barrès, d’Annunzio o ti imbatti in vecchie interviste di Carmelo Bene, avverti lo stesso orgoglio, la medesima tracotanza di Chateaubriand. Un egotismo spavaldo, a tratti paranoico e risentito.
La modalità di Montaigne è diametralmente opposta. Lui non fa che denigrarsi; si presenta sotto i panni dell’uomo qualunque, del mediocre, fa sfoggio di sobrietà e understatement. Sembra provare gusto nel sabotarsi, e con un’insistenza che scantona nella civetteria. In fondo l’autodenigrazione è un modo come un altro di celebrarsi.
In uno dei suoi primi saggi intitolato Sui bugiardi, mette subito le carte in tavola. In un’epoca come la sua, il tardo Rinascimento, in cui i dotti sono tali proprio per la loro straordinaria cultura nutrita da un’altrettanto strabiliante memoria, lui confessa di essere il re degli smemorati. Questo diventerà uno dei motivi ricorrenti dei Saggi. Non per caso parlavo di civetteria. Che un uomo così colto passi la vita ad accusarsi di essere ignorante, di non essere in grado di trattenere alcuna nozione, di scordare tutto, può apparire stucchevole. Ma bisogna considerare che il vezzo è parte di una calibrata strategia retorica. Da un lato Montaigne, seduttore impenitente, vuole mettersi alla stessa altezza del lettore, dall’altra evita ogni pedanteria, per cui ha un autentica avversione. In tal modo illustra come talvolta nella vita un difetto possa tramutarsi in vantaggio, se non addirittura in un pregio. In fondo, ci spiega, è stata la sua memoria fallace a liberarlo dall’ambizione e dal risentimento. A fare di lui un oratore succinto. Poi si sbriga a farci notare come solo i bugiardi e gli ipocriti abbiano bisogno di una buona memoria; la gente onesta, chi si contenta della verità, può farne a meno.
Ecco come Montaigne parla di sé: per scorci, approssimazioni, retromarce impreviste. Ti dice che per trarre davvero un insegnamento dai tuoi maestri, piuttosto che credere a ciò che dicono o attenerti ai loro ammaestramenti, è più utile valutare come si comportano. Il tono di Montaigne è interlocutorio, l’autocommiserazione cede il passo a un’elegante rassegnazione. Il giudizio è sospeso. Non a caso Sainte-Beuve lo ha definito «il germe di tante opere future in cui l’io sarà il solo protagonista».

Alessandro Piperno, la Lettura #326, pag. 4

Scrivo dunque sono

La paura di dire «io» è talmente radicata nella coscienza di chi scrive che, pur di evitarlo, i saggisti accademici sono soliti rifugiarsi in formule prudenti e impersonali. Io stesso, agli studenti che mi chiedono la tesi, raccomando l’uso di espressioni guardinghe («Occorre dire», «noi riteniamo»), ben sapendo che la prima persona plurale è un’ipocrisia, una prova di conformismo, mancanza di carattere. «Noi riteniamo» è come dire «io ritengo, ma siccome mi vergogno di ritenerlo faccio finta che lo riteniamo un po’ tutti». Così l’accademico tiene vivo il sogno che i suoi saggi abbiano un crisma di oggettività e di scientificità.
Una vera stranezza se si pensa che il termine «saggio» lo dobbiamo all’uomo che come diceva Zweig «ha descritto se stesso per tutta la sua vita con tanta accuratezza, piacere e precisione». Sto parlando di Montaigne naturalmente. Per capire la rivoluzione apportata dai suoi Saggi mi piace affidarmi a una bella formula di Giacomo Debenedetti: «Un libro che vorrebbe o fa finta di presentarsi privato, ed è subito pubblico». Montaigne ti parla di sé, della sua infanzia, dell’educazione ricevuta dal padre, dell’amico del cuore venuto meno troppo presto, di un incontro con i cannibali e un’incidente a cavallo quasi mortale, e tu senti che tali quisquilie, sebbene avvenute quasi mezzo millennio fa a uno sfaccendato gentiluomo di campagna, ti riguardano. Leggendolo ti illudi che scrivere di sé non sia così difficile. In fondo, ti dici, per avere l’attenzione del lettore basta poco: racconti i cavoli tuoi, tuo padre, tuo fratello, quella sciata che per poco non ci rimettevi l’osso del collo. Trai qualche amara conclusione sulla vita, la corredi di citazioni dotte, ed è fatta… Magari fosse così facile. Scrivere di sé è un’arte, e tutti quelli che ci hanno provato hanno dovuto se non altro tenere conto di Montaigne e del suo inimitabile esempio. E talvolta lo hanno fatto senza sapere che era lui a ispirarli.

Alessandro Piperno, la Lettura #326, pag. 2

# 56

01

L’immagine del diario che non sono mai riuscito a tenere, salvo sporadici tentativi, compare ogni volta che parlo di “ritegno”. È un ritegno quello che m’ha impedito di tenere il diario, ed è un ritegno quello che mi ha impedito, per dieci anni, di mettere su carta tentativi e prove di scrittura dopo che il desiderio di fare lo scrittore m’aveva catturato. Ogni persona normale li avrebbe fatti, quei tentativi, io invece no: non lo ritenevo né opportuno né sensato. Questa è una cosa che continua a farmi riflettere.
I “fantasmi” tornano ad aleggiarmi intorno, è vero: e continueranno, non m’illudo di riuscire a liberarmene, ancora. Ci vorrà tempo, credo. La violenza che ho visto fin da piccolo: evocata, dichiarata, minacciata, fra i genitori che si odiavano, mi ha segnato irrimediabilmente. La propensione ad atteggiamenti estremizzati mi ha poi accompagnato nella gioventù, soprattutto nel rapporto con me stesso: questi, credo, sono i fantasmi. A cui alla fine s’è aggiunto il macigno, letale e definitivo, conseguente a quell’atto fatale. I fantasmi, dunque, esistono ed esisteranno ancora. E, se l’espiazione è davvero finita, allora bisogna passare alla cura, per fugare i fantasmi e guarire l’anima e il corpo. Ma credo che sarà un processo lungo.

Søren

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1) Il nostro non è un tempo che abbia bisogno di un riformatore, ma è un tempo tronfio, traviato, dove tutti e ciascuno vogliono darsi al mestiere del riformatore, e che perciò hanno bisogno proprio del contrario di un riformatore: di un poliziotto che possa divorare tutti questi riformatori, come Socrate divorava i Sofisti. Il nostro non è un tempo dove l’abuso del governo renda necessaria una riforma, ma un tempo che deve imparare ad aver bisogno del governo, ovvero a lasciarsi governare.

Søren Kierkegaard, Diario, Bur 1975