Franz Kafka, Lettera al padre (5)

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Ma per me bambino tutto quel che mi gridavi era un ordine del cielo, non lo dimenticavo mai, rimaneva per me lo strumento più importante per giudicare il mondo e, soprattutto, per giudicare te stesso: e qui fallivi completamente. Poiché da bambino stavo con te soprattutto durante i pasti, le tue lezioni erano in massima parte lezioni su come ci si comporta a tavola. Quel che si metteva in tavola doveva essere mangiato, sulla bontà del cibo non si discuteva; ma tu spesso lo trovavi immangiabile, lo chiamavi “mangime” e affermavi che la “bestia” (la cuoca) l’aveva rovinato. Poiché tu, in considerazione del tuo vigoroso appetito e di una tua particolare attitudine mangiavi tutto rapidamente, bollente e a grossi bocconi, anche tuo figlio doveva affrettarsi, e a tavola regnava un cupo silenzio, interrotto dalle esortazioni: “Prima mangia, poi parla”, oppure: “Più alla svelta, più alla svelta”, oppure: “Vedi, io ho già finito da un bel pezzo”.
Gli ossi non si potevano rosicchiare, ma tu lo facevi; l’aceto non si poteva sorbire, ma tu lo facevi. La cosa più importante era tagliare il pane diritto; che tu però lo facessi con un coltello grondante di sugo era indifferente. Si doveva fare attenzione a non lasciare cadere avanzi di cibo sul pavimento; di solito erano tutti sotto di te. A tavola ci si doveva occupare solo del pasto, tu però ti tagliavi le unghie, facevi la punta alle matite, ti pulivi le orecchie con uno stuzzicadenti. Ti prego, padre, non fraintendermi, sarebbero stati di per sé particolari completamente insignificanti: per me divennero schiaccianti soltanto perché tu, misura assoluta di tutte le cose, personalmente non ti attenevi ai comandamenti che mi imponevi. In questo modo il mondo per me risultò diviso in tre parti: una in cui vivevo io, lo schiavo, sotto leggi che erano state escogitate soltanto per me e che inoltre, non sapevo perché, non ero mai in grado di rispettare completamente; poi un secondo mondo, infinitamente distante dal mio, in cui vivevi tu, impegnato a governare, impartire ordini e andare in collera se non erano eseguiti; e infine un terzo mondo, dove il resto degli uomini vivevano felici, liberi da ordini e obbedienza. Io ero costantemente in preda alla vergogna: o seguivo i tuoi ordini, ed era una vergogna perché valevano soltanto per me, o recalcitravo, e anche questa era una vergogna, perché non si poteva recalcitrare davanti a te, o non riuscivo a seguirli, perché ad esempio non avevo la tua forza, il tuo appetito, la tua abilità, per quanto tu pretendessi quella data cosa da me come ovvia; e questa era comunque la vergogna più grande. Così si agitavano non solo le riflessioni, ma anche la sensibilità di tuo figlio.
La mia situazione di allora può forse risultare più chiara se la paragono a quella di Felix. Lo tratti in maniera analoga, anzi contro di lui adoperi addirittura uno strumento educativo particolarmente tremendo perché, quando durante il pasto si comporta da maleducato, non ti accontenti di dire, come facevi con me: “sei un porco”, ma aggiungi: “un vero Hermann”, o “proprio come tuo padre”. Questo però forse–più di “forse” non si può dire–non danneggia Felix in modo sostanziale, perché tu per lui sei soltanto un nonno, per quanto particolarmente importante, ma certo non tutto quello che sei stato per me; inoltre Felix è un tipo tranquillo e in certo qual modo già virile, che una voce tonante può forse sconcertare ma non indirizzare per la vita; e soprattutto sta con te relativamente poco, è soggetto anche ad altre influenze, per lui sei semmai un caro insieme di curiosità, da cui scegliere cosa prendere. Per me non sei mai stato un insieme di curiosità, io non potevo scegliere, dovevo prendere tutto in blocco.
E questo senza poter dir niente in contrario, perché non ti è assolutamente possibile parlare con calma di una cosa su cui non sei d’accordo e che semplicemente non venga da te; il tuo temperamento imperioso non te lo permette. Negli ultimi anni lo spieghi con la tua nevrosi cardiaca; io non saprei se tu sia mai stato sostanzialmente diverso, al massimo la nevrosi cardiaca è per te un mezzo per esercitare il tuo imperio in modo più severo, perché il solo pensiero deve soffocare nell’altro ogni spirito di contraddizione. Naturalmente non ti sto rimproverando: mi limito a prendere atto di una cosa. Come con Ottla: “Con lei non si può parlare, ti salta subito addosso”, dici sempre, ma a dire il vero lei non salta affatto; tu scambi la persona con la cosa, è la cosa che ti salta addosso, e tu la decidi subito, senza ascoltare la persona, e quel che sarà ancora detto può solo irritarti di più, e giammai convincere. Allora ti si sente dire solo questo: “Fa’ quel che vuoi; io ti lascio libero; sei maggiorenne; io non ho nessun consiglio da darti”, e tutto questo con il tono basso e terribilmente rauco della collera e della completa condanna, che oggi mi fa tremare meno di quand’ero bimbo solo perché l’esclusivo senso di colpa del bimbo ha in parte ceduto il posto alla comprensione della nostra comune impotenza.

(5 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (4)

Marcel Duchamp: Father

Ora, in effetti, nei miei confronti avevi ragione sorprendentemente spesso: nel parlare era ovvio, perché a parlare quasi non si arrivava, ma anche nella realtà.
Eppure, anche questo non era particolarmente inconcepibile: tutto quel che pensavo era soggetto alla tua pesante pressione, perfino quei pensieri che non concordavano con i tuoi, e soprattutto questi. Su tutti questi pensieri apparentemente dipendenti da te gravava sin dall’inizio il tuo giudizio sfavorevole; sopportarlo fino a una completa e duratura realizzazione di tali pensieri era quasi impossibile. Non parlo qui di chissà quali pensieri elevati, ma di ogni piccola impresa dell’infanzia. Si doveva essere felici di qualcosa, esserne soddisfatti, tornare a casa ed esprimerla, e la risposta era un sospiro ironico, una scrollata di testa, un picchiettare con le dita sul tavolo: “Ne ho viste di più belle”, o “Che vuoi che mi dicano le tue preoccupazioni”, o “Ho altro a cui pensare”, o “Compratici qualcosa!”, o “Senti lì che cose!”. Naturalmente non si poteva pretendere da te entusiasmo per ogni piccolezza infantile, giacché vivevi tra affanni e preoccupazioni. Ma non éra questo il punto. Il punto era invece che dovevi sempre provocare in tuo figlio queste delusioni, per principio, grazie alla tua natura contraddittoria, di più, grazie al fatto che questa contraddittorietà, con l’accumularsi del materiale, si rafforzava incessantemente, tanto che infine divenne un’abitudine anche quelle rare volte che eri della mia stessa idea e queste delusioni di tuo figlio non furono più banali delusioni quotidiane, ma arrivarono a colpire nel segno, perché si trattava della tua persona, misura di tutte le cose. Il coraggio, la risolutezza, la fiducia, la gioia per questo o per quest’altro non duravano fino in fondo se tu eri contrario o se la tua ostilità poteva essere anche soltanto percepita; e percepita poteva essere quasi per ogni cosa che facevo.
Questo valeva per i pensieri come per le persone.
Bastava che io nutrissi un po’ d’interesse per qualcuno — data la mia natura non accadeva tanto spesso — che tu, senza riguardo alcuno per i miei sentimenti e senza rispettare il mio giudizio, attaccavi con gli insulti, le calunnie, le umiliazioni. Dovevano pagarne le spese persone innocenti e infantili, come l’attore jiddisch Lowy. Senza conoscerlo, lo paragonasti in un modo orribile, che ho già dimenticato, a uno scarafaggio, e quanto spesso per le persone che mi erano care ti saliva automaticamente alle labbra il proverbio dei cani e delle pulci. “Chi va a letto coi cani si leva con le pulci” (N.d. T.). Dell’attore ho un ricordo molto vivo perché allora presi nota delle tue affermazioni su di lui, con questa osservazione: “Mio padre parla così del mio amico (che non conosce affatto) soltanto perché è un mio amico. Glielo potrò sempre rinfacciare quando mi rimprovererà per la mia mancanza di amore filiale e di gratitudine”. Incomprensibile mi è sempre stata la tua totale mancanza di sensibilità per il dolore e la vergogna che potevi infliggermi con le tue parole e i tuoi giudizi; era come se non avessi la benché minima idea del tuo potere. Anch’io sicuramente ti ho fatto soffrire con le mie parole, ma l’ho sempre saputo, mi dispiaceva, ma non riuscivo a dominarmi, me ne pentivo già mentre lo dicevo. Tu invece con le tue parole colpivi indiscriminatamente, non ti dispiaceva per nessuno, né durante né dopo, contro di te si era completamente disarmati.
Ma così è stata tutta la tua educazione. Tu possiedi, credo, un talento educativo: a un essere della tua natura saresti stato sicuramente utile con la tua educazione; egli avrebbe visto la ragionevolezza di quanto gli dicevi, non si sarebbe preoccupato di niente altro e avrebbe fatto le sue cose con la massima tranquillità.

(4 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (3)

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Tu sai trattare un bambino solo come tu stesso sei fatto, con forza, strepito e iracondia; e nel caso specifico la cosa ti sembrava inoltre ancora più adatta, perché volevi fare di me un ragazzo forte e coraggioso.
Naturalmente non sono in grado di descrivere in modo diretto i tuoi metodi educativi nei primissimi anni, ma posso immaginarli con un procedimento deduttivo dagli anni successivi, e dal tuo comportamento nei confronti di Felix. (Nipote di Kafka, figlio della sorella Elli (N.d.T.). Occorre considerare, a inasprire le cose, che allora eri più giovane, e quindi più fresco, più selvaggio, più istintivo, con minori preoccupazioni di oggi, e che inoltre eri completamente legato dal negozio, durante il giorno non ti vedevo mai e quindi facevi su di me un’impressione ancora più profonda, che non si appiattiva mai nell’abitudine.
Direttamente di quei primi anni ricordo soltanto un episodio. Forse lo ricordi anche tu. Una volta, di notte, frignavo perché volevo un po’ d’acqua, certo non per sete, ma probabilmente in parte per farvi arrabbiare, in parte per divertirmi. Dopo che alcune severe minacce non erano servite a niente, mi prendesti dal letto, mi portasti sul ballatoio e mi ci lasciasti per un po’, in camicia da notte, davanti alla porta chiusa.
Non voglio dire che sia stato ingiusto, forse davvero non c’era modo di ripristinare altrimenti la quiete notturna, voglio soltanto caratterizzare i tuoi metodi educativi e il loro effetto su di me. In seguito fui certo più arrendevole, ma ne riportai un danno interiore.
Data la mia natura, non riuscii mai a stabilire il giusto nesso tra l’elemento per me ovvio del mio insensato chiedere l’acqua e quello eccezionalmente spaventoso dell’essere portato fuori. Per molti anni ancora patii pene strazianti all’idea che quel gigante, mio padre, l’istanza ultima, poteva venire quasi senza motivo e, di notte, portarmi dal letto sul ballatoio, e che quindi io per lui ero una tale nullità.
Questo fu soltanto un piccolo inizio, ma questa sensazione di nullità che spesso mi domina (sensazione da altri punti di vista anche nobile e feconda) deriva abbondantemente dalla tua influenza. Io avrei avuto bisogno di un po’ d’incoraggiamento, un po’ di gentilezza, di qualcuno che mi lasciasse un po’ aperta la mia strada: invece me la sbarrasti, sicuramente con le migliori intenzioni, quelle di farmene imboccare un’altra. Ma io non ne ero capace. Mi incoraggiavi, ad esempio, quando ero bravo a fare il saluto militare e a marciare, ma io non ero un futuro soldato; oppure mi incoraggiavi quando mangiavo d’appetito o addirittura ci bevevo su anche una birra, quando ripetevo canti dal significato a me oscuro o scimmiottavo i tuoi modi di dire preferiti, ma niente di tutto ciò rientrava nel mio futuro. Ed è significativo che ancor oggi tu mi incoraggi davvero solo quando tu stesso sei mosso a compassione, quando si tratta del tuo orgoglio, che ho ferito (ad esempio con le mie intenzioni matrimoniali) o che viene ferito in me (quando ad esempio Pepa mi insulta). Allora mi si incoraggia, mi si rammenta il mio valore, si accenna ai buoni partiti che potrei trovare, e Pepa riceve una condanna senza appello. Ma a prescindere dal fatto che alla mia età sono ormai quasi completamente insensibile agli incoraggiamenti, a che cosa dovrebbero mai servirmi, visto che sopraggiungono soltanto quando in prima istanza non si tratta di me.
Allora e dappertutto avrei avuto bisogno di incoraggiamento. Già ero schiacciato dalla tua nuda fisicità. Ricordo ad esempio come, frequentemente, ci spogliavamo insieme in cabina. Io magro, debole, sottile, tu forte, alto, massiccio. Già in cabina mi sentivo miserabile, e non solo di fronte a te, ma di fronte a tutto il mondo, perché tu eri per me la misura di tutte le cose. Se però uscivamo dalla cabina davanti alla gente, e tu mi tenevi per mano, io che ero uno scheletrino insicuro, a piedi nudi sulle assi, tremebondo davanti all’acqua, incapace di ripetere i movimenti che tu, con le migliori intenzioni ma in effetti con mia profonda vergogna, eseguivi nuotando, allora ero disperatissimo, e tutte le mie esperienze negative in tutti i campi in quegli istanti concordavano in modo grandioso. Meglio era quando tu, qualche volta, ti spogliavi per primo e io potevo rimanere da solo in cabina e rimandare la vergogna dell’uscita in pubblico finché tu alla fine non venivi a controllare e mi spingevi fuori dalla cabina. Ti ero grato del fatto che sembravi non notare la mia pena; inoltre ero orgoglioso del fisico di mio padre. Del resto questa differenza tra noi sussiste ancor oggi.
A ciò corrispondeva anche la tua superiorità spirituale. Ti eri fatto strada unicamente con le tue forze e avevi quindi una fiducia illimitata nelle tue opinioni. Per me bambino questo fatto non fu così accecante come in seguito, quando fui adolescente. Dalla tua sedia a dondolo governavi il mondo. La tua opinione era giusta, tutte le altre erano folli, esagerate, pazze, anormali. E la tua fiducia in te stesso era tale che non avevi neppure bisogno di essere coerente, senza per questo smettere di avere ragione. Poteva anche accadere che tu su un certo argomento non avessi alcuna opinione, e quindi tutte le opinioni possibili in proposito dovevano essere sbagliate, senza eccezione. Potevi ad esempio insultare i Cechi, poi i Tedeschi, poi gli Ebrei, e non a un certo riguardo, ma sotto ogni punto di vista, e infine non rimaneva nessun altro a parte te.
Tu eri avvolto per me dall’enigma di tutti i tiranni, il cui diritto è fondato sulla loro persona e non sul pensiero. Almeno così mi sembrava.

(3 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (2)

001

Probabilmente sarei stato egualmente deboluccio, pauroso, titubante, inquieto, né Robert Kafka né Karl Hermann, ma comunque diversissimo da quello che sono davvero, e ci saremmo intesi alla perfezione.
Sarei stato felice di averti come amico, come principale, come zio, come nonno e persino (pur con qualche titubanza) come suocero. Solo come padre eri troppo forte per me, soprattutto in considerazione del fatto che i miei fratelli sono morti in tenera età e le sorelle sono giunte solo molto tempo dopo, e quindi io ho dovuto parare il primo colpo tutto da solo, ed ero davvero troppo debole per farlo.
Mettici a confronto: io, per esprimermi in modo assai sommario, un Lowy con un certo fondo kafkiano che però non è mosso dalla volontà kafkiana di vita, di affari e di scoperta, ma da un pungolo lowiano, che agisce in modo più segreto e ritroso, in un’altra direzione, e spesso viene completamente a mancare. Tu invece sei un vero Kafka, per forza, salute, appetito, intensità vocale, capacità oratorie, autocompiacimento, senso di superiorità, resistenza, presenza di spirito, conoscenza degli uomini, una certa generosità e naturalmente anche con tutti i difetti e le debolezze, attinenti a questi pregi, in cui talvolta ti cacciano il tuo temperamento e talvolta la tua iracondia.
Forse non sei interamente un Kafka per quel che riguarda la tua concezione generale del mondo, per quanto ti posso paragonare con gli zii Philipp, Ludwig e Heinrich. E singolare, non ci vedo troppo chiaro. Erano tutti più allegri, freschi, spontanei, spensierati, meno rigorosi di te. (In questo senso, fra l’altro, io ho preso molto da te, e questa eredità l’ho amministrata anche troppo bene, senza però che nel mio essere ci siano i necessari contrappesi, come ci sono nel tuo.) D’altra parte però tu, da questo punto di vista, hai attraversato periodi differenti, e forse eri più allegro prima che i tuoi figli, e io in particolare, ti deludessero e ti avvelenassero l’atmosfera familiare (quando venivano estranei eri diverso); e anche adesso sei forse tornato un po’ più allegro, da quando nipoti e genero ti ridanno qualcosa di quel calore che i figli, tranne forse Valli, non sono riusciti a darti. Ad ogni modo eravamo così diversi e, in questa diversità, così pericolosi l’uno per l’altro, che se si fosse cercato di prevedere come il bambino che lentamente cresceva e tu, l’uomo maturo, si sarebbero comportati l’uno nei confronti dell’altro, si sarebbe potuto supporre che tu mi avresti semplicemente calpestato, senza che di me rimanesse niente. E invece non è accaduto, la vita non si può prevedere, ma forse quel che è accaduto è anche peggio. Al contempo ti prego però di non dimenticare mai che non credo neppure lontanissimamente a una colpa da parte tua. Tu hai agito verso di me come dovevi agire, solo che devi smettere di credere che il mio soccombere a questo tuo agire sia dovuto a una particolare cattiveria da parte mia.
Ero un bimbo pauroso, ma ero anche testardo, come lo sono i bimbi; sicuramente la mamma mi ha anche un po’ viziato, ma non posso credere che fosse così difficile indirizzarmi, non posso credere che una parola gentile, un tacito prendermi per mano, uno sguardo buono non avrebbero potuto ottenere da me tutto quel che si voleva. Ora anche tu in fondo sei un uomo tenero e bonario (quel che segue non è una contraddizione, perché io parlo soltanto dell’aspetto che ebbe a influenzare il bambino), ma non tutti i bimbi hanno la resistenza e l’intrepidezza necessarie per continuare a cercare finché non giungono alla bontà.

(2 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (1)

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Carissimo padre,
di recente mi hai domandato perché mai sostengo di avere paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti niente, in parte proprio per la paura che ho di te, in parte perché questa paura si fonda su una quantità tale di dettagli che parlando non saprei coordinarli neppure passabilmente. E se anche tento di risponderti per iscritto, il mio tentativo sarà necessariamente assai incompleto, sia perché anche nello scrivere mi sono d’ostacolo la paura che ho di te e le sue conseguenze, sia perché la vastità del materiale supera di gran lunga la mia memoria e il mio intelletto.
Per te la cosa è sempre stata molto semplice, almeno nella misura in cui ne hai parlato davanti a me e, indiscriminatamente, davanti a molti altri. Ti pareva che stesse più o meno così: tu hai lavorato sodo per tutta una vita, hai sacrificato ogni cosa per i tuoi figli, soprattutto per me; di conseguenza io ho fatto la bella vita, ho avuto la massima libertà di studiare quello che volevo, non ho dovuto preoccuparmi né di procurarmi il cibo né di qualsiasi altra cosa; tu non pretendevi per questo la mia gratitudine, la conosci, “la gratitudine dei figli”, ma almeno un po’ di gentilezza, qualche accenno di compassione, e invece io mi sono sempre rifugiato davanti a te, in camera mia, tra i miei libri, coi miei amici stravaganti, nelle mie idee eccentriche; non ti ho mai parlato apertamente, non mi sono mai messo accanto a te nel tempio né ti sono mai venuto a trovare a Franzensbad; inoltre non ho mai avuto il senso della famiglia, non mi sono mai occupato del negozio e delle altre cose tue, la fabbrica l’ho addossata a te e poi ti ho abbandonato, ho dato man forte a Ottla’ nella sua testardaggine, e mentre per te non muovo un dito (non ti prendo nemmeno i biglietti per il teatro), per gli amici faccio tutto. Riassumendo il tuo giudizio su di me, ne emerge che non mi rimproveri, a dire il vero, qualcosa di davvero sconveniente o malvagio (fatta eccezione forse per il mio ultimo progetto matrimoniale), ma freddezza, distanza, ingratitudine. E me lo rimproveri come se fosse colpa mia, come se con una bella sterzata io fossi stato in grado di indirizzare diversamente il tutto, mentre tu non ne hai la minima colpa, se non forse quella di essere stato troppo buono con me. Trovo questa tua interpretazione esatta soltanto nel senso che anch’io credo che tu non abbia colpa alcuna del nostro allontanamento. Ma non ne ho colpa neppure io. Se potessi portarti a riconoscere questo, allora sarebbe possibile — non una nuova vita, per questo siamo entrambi troppo vecchi — ma una certa pace, non una cessazione, ma un’attenuazione dei tuoi incessanti rimproveri.
Una vaga idea di quello che voglio dire ce l’hai, sorprendentemente. Così poco tempo fa mi hai detto, per esempio: “Mi sei sempre piaciuto, anche se esteriormente non sono stato per te quel che amano essere altri padri, ma proprio perché io non so fingere come gli altri”. Vedi, padre, nel complesso io non ho mai dubitato della tua benevolenza nei miei confronti, ma trovo ingiusta questa osservazione. Tu non sai fingere, è vero, ma voler affermare solo per questo che gli altri padri fingono, può essere pura prepotenza, su cui non si può discutere, oppure — e a mio avviso le cose stanno così — un modo velato per suggerire che tra noi c’è qualcosa che non va, e che tu ne sei concausa, anche se non ne hai colpa. Se lo credi davvero, allora la pensiamo allo stesso modo.
Non sostengo naturalmente di essere divenuto quello che sono soltanto per la tua influenza. Sarebbe molto esagerato (e io sono addirittura incline a questa esagerazione). E possibilissimo che, anche se fossi cresciuto lontanissimo dalla tua influenza, non sarei egualmente divenuto quello che tu definisci un uomo.

Franz Kafka, Lettera al padre, traduzione di Francesca Ricci, Newton Compton, Roma

La psicologia del talento

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Un talento deve essere fluido, non polveroso, liscio, non accidentato, ma non può fluire in modo troppo liscio, dev’essere profondo e di un certo peso, ma non può essere troppo profondo, e tanto meno pesante. Deve avere una certa ampiezza e una certa calma, vale a dire dev’essere caldo, deve sapersi spingere fino all’incandescenza, ma non può essere mai focoso, mai grossolano, mai goffo. Deve essere freddo, ma deve sempre lasciar intuire il calore, non può mai essere puntuto e sottile, bensì raffinato, e comunque non in maniera esclusiva. Non deve avere modi preziosi, perché la preziosità è ritenuta in genere qualcosa di meramente esteriore, ma deve essere attento e accurato, e allora di per sé sarà di pregio. Non deve mai oscillare di qua e di là, a meno che non se lo imponga per fingersi ubriaco, dev’essere solido, ma evitare la durezza, dev’essere ardente. Dev’essere gioioso e zelante e modesto; nella protervia non è più se stesso, ma qualcosa di diverso e di estraneo, si sfalda, si frantuma e crolla. Se non lavora ogni momento su di sé, con piacere e con la massima fiducia, è un presuntuoso e non vale praticamente nulla.
Deve essere veloce, ma non può mai andare al galoppo, non può fare salti, altrimenti si schianta interiormente. Se però si trascina, è malato e allora a poco a poco muore. Dev’essere coraggioso; essere coraggioso equivale per lui a non essere mai pigro, ma Dio lo protegga dall’impudenza, che è cieca e fa scendere in abissi da cui non vi sono più strade per risalire alla luce. Dev’essere severo con se stesso, mai brusco verso la persona altrui, la persona altrui ha sempre meritato benevolenza ogni volta che la propria ha tenuto gli occhi aperti. Deve essere umile, e sempre lo sarà se sarà sempre consapevole di quel che è. Può anche non esser consapevole, ma questo non può volerlo, è una cosa che porta all’istupidimento; la stupidità, però, abita a due passi dalla perfidia. Dev’essere prudente e parsimonioso, perché possa aver qualcosa da dare al momento di spendere, ma si guardi bene dalla smania di possesso e dalla spilorceria, qualità che si addicono all’usuraio, mentre il talento è destinato dagli dèi ad amare, a dare, a sentirsi partecipe dei sentimenti altrui. Deve essere orgoglioso e sapere che «orgoglioso» è il contrario di altezzoso. Deve essere audace per avere in ogni momento il piacere di respingere offerte umilianti. Deve amare il pericolo, deve soffrire, non può mai rifiutarsi di soffrire, altrimenti si appiattisce e allora soffre davvero.

Robert Walser, Storie che danno da pensare (trad. di Eugenio Bernardi), Adelphi, Milano 2007, pp. 32-33

Improvvisazione e composizione

Milan-Kundera

Quella libertà che tanto ci affascina in Rabelais, Cervantes, Diderot e Sterne è connessa con l’improvvisazione. Soltanto nella prima metà dell’Ottocento la composizione articolata e rigorosa diventa un obbligo imprescindibile. La forma del romanzo così come nasce allora, con l’azione concentrata in uno spazio temporale estremamente ridotto, su un crocevia nel quale si intersecano molte storie di molti personaggi, richiedeva uno schema delle azioni minuziosamente calcolato: prima di cominciare a scrivere, il romanziere rifaceva più volte lo schema del romanzo, calcolandolo e ricalcolandolo, disegnando e ridisegnando ogni cosa come non era mai accaduto prima. Basta sfogliare gli appunti di Dostoevskij per I demoni: nei sette taccuini, che nell’edizione della Pléiade occupano quattrocento pagine (il romanzo ne occupa settecentocinquanta), i temi sono in cerca di personaggi, i personaggi in cerca di temi, e i personaggi stessi si disputano a lungo il ruolo di protagonista; Stavrogin dovrebbe essere sposato, ma «con chi?» si domanda Dostoevskij e tenta di farlo sposare con tre donne diverse; ecc. (Il paradosso è solo apparente: quanto meglio è calibrata questa macchina narrativa, tanto più veri e naturali risultano i personaggi. Il pregiudizio secondo il quale la tecnica di costruzione sarebbe un elemento «non artistico» e mutilerebbe la «vitalità» dei personaggi rivela solo il sentimentalismo ingenuo di chi dell’arte non ha mai capito nulla).
Il romanziere del nostro secolo, che rimpiange l’arte degli antichi maestri del romanzo, non può riannodare il filo là dove è stato tagliato; non può saltare a piè pari l’immane esperienza dell’Ottocento; se vuole ritrovare la spregiudicata libertà di un Rabelais o di uno Sterne deve conciliarla con le esigenze della composizione.

Milan Kundera, I testamenti traditi (traduzione di Maia Daverio), Adelphi, Milano 1994, pp. 26-27

La città e l’artista

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Il brav’uomo di provincia non voglia credere che qui, nella grande città, non vi siano anche solitudini. Nella metropoli vi sono solitudini spaventevoli, e chi abbia voglia di cibarsi di una pietanza così squisita potrà qui mangiarne a sazietà. Potrà sperimentare cosa significhi vivere in lande desolate e nei deserti. L’artista che vive in una grande città ha occasioni a bizzeffe di non vedere nessuno e di non parlare con nessuno. Gli basterà rendersi antipatico al mondo che conta oppure ostinarsi a non avere mai successo, e in un baleno sprofonderà nel più splendido e florido isolamento.
L’artista coronato dal successo vive in una grande città come in un incantevole sogno d’Oriente. Passa da una casa di signori a una casa di ricchi, si siede, senza pensarci troppo, a tavoli sontuosamente imbanditi e fa conversazione masticando e trincando. Trascorre la vita in una sorta di ebbrezza. E il suo talento? Un artista del genere scorda forse il proprio talento? Che domanda! Come se uno potesse così, senza problema alcuno, disfarsi del talento. Al contrario. Il talento si rafforza inconsapevolmente, se uno vive alla giornata. Non bisogna sempre preservarlo e curarlo, quasi fosse un che di malaticcio. Una cura apprensiva lo fa solo rinsecchire.
Nell’antro in cui opera, il tipo artistico può in ogni modo andare su e giù come una tigre, fremente dal desiderio e dall’ansia di conseguire risultati di grande bellezza. Lì nessuno lo vede e nessuno, quindi, se la prende con lui. In società deve essere una persona quanto più possibile disinvolta, simpatica, affascinante, non di troppo ma nemmeno di troppo poco rilievo. Una cosa non deve mai trascurare: è addirittura suo dovere fare un po’ la corte alle signore ricche e belle.
Trascorsi cinque o sei anni, l’artista, fosse anche di estrazione contadina, in una città si sente come a casa sua. Si direbbe quasi che i suoi genitori abbiano abitato qui e qui lo abbiano messo al mondo. Sente di avere un obbligo, un debito, un vincolo di fratellanza con quel singolare frastuono, fragore e fracasso. La fretta e la furia gli sembrano una nebulosa, un’amabile apparizione materna. Non ci pensa più a ripartire un giorno o l’altro. Che gli vada bene o male, si perda o faccia strada, poco importa: ne è preso, ne è incantato per sempre, non gli è possibile dire addio a questa grandiosa irrequietudine.

Robert Walser, Storie che danno da pensare (trad. di Eugenio Bernardi), Adelphi, Milano 2007, pp. 70-72

Arte senza riguardi

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Apprezzare una produzione artistica risolta a metà è impossibile. Nell’arte non esiste riguardo, non esiste rispetto, l’arte non è il nostro caro e buon amico che vale oro per la sua onestà. Se l’arte si limita a essere onesta è scadente. Una persona che sia soltanto onesta ha raggiunto il massimo grado concepibile cui possa assurgere la sua dignità. Al giorno d’oggi stuoli di persone si arruolano tra i cultori d’arte solo perché sentono di avere un cuore colmo di bontà e benevolenza. Uno si ritiene un artista solo perché sente di non essere un tipaccio. Come se la precisa conoscenza della bassezza umana non fosse giusto la base per un’eccellente attività artistica.
Tutti gli errori costano cari, anche quelli originati dalle fonti più simpatiche e più pure, e non vi è luogo come il palcoscenico dove gli errori, sia quelli incantevoli sia quelli degni di abominio, vengono chiaramente a galla. Forse nel corso del tempo l’arte ha raggiunto un prestigio troppo alto e solido, dedicarsi ad essa non implica eccessivi rischi, probabilmente questa è la causa per cui ogni tre o quattro «persone carine» ce n’è una che vuol diventare artista. Bisognerebbe cercare di gettar discredito su questo campo, in modo che in futuro a scorrazzarvi sopra siano solo le canaglie o gli eroi.

Robert Walser, Storie che danno da pensare (trad. di Eugenio Bernardi), Adelphi, Milano 2007, p. 47