Contributo alla psicologia del talento

RobertWalser

Un talento deve essere fluido, non polveroso, liscio, non accidentato, ma non può fluire in modo troppo liscio, dev’essere profondo e di un certo peso, ma non può essere troppo profondo, e tanto meno pesante. Deve avere una certa ampiezza e una certa calma, vale a dire dev’essere caldo, deve sapersi spingere fino all’incandescenza, ma non può essere mai focoso, mai grossolano, mai goffo. Deve essere freddo, ma deve sempre lascia intuire il calore, non può mai essere puntuto e sottile, bensì raffinato, e comunque non in maniera esclusiva. Non deve avere modi preziosi, perché la preziosità è ritenuta in genere qualcosa di meramente esteriore, ma deve essere attento e accurato, e allora di per sé sarà di pregio. Non deve mai oscillare di qua e di là, a meno che non se lo imponga per fingersi ubriaco, dev’essere solido, ma evitare la durezza, dev’essere ardente. Dev’essere gioioso e zelante e modesto; nella protervia non è più se stesso, ma qualcosa di diverso e di estraneo, si sfalda, si frantuma e crolla. Se non lavora ogni momento su di sé, con piacere e con la massima fiducia, è un presuntuoso e non vale praticamente nulla.
Deve essere veloce, ma non può mai andare al galoppo, non può fare salti, altrimenti si schianta interiormente. Se però si trascina, è malato e allora a poco a poco muore. Dev’essere coraggioso; essere coraggioso equivale per lui a non essere mai pigro, ma Dio lo protegga dall’impudenza, che è cieca e fa scendere in abissi da cui non vi sono più strade per risalire alla luce. Dev’essere severo con se stesso, mai brusco verso la persona altrui, la persona altrui ha sempre meritato benevolenza ogni volta che la propria ha tenuto gli occhi aperti. Deve essere umile, e sempre lo sarà se sarà sempre consapevole di quel che è. Può anche non esser consapevole, ma questo non può volerlo, è una cosa che porta all’istupidimento; la stupidità, però, abita a due passi dalla perfidia. Dev’essere prudente e parsimonioso, perché possa aver qualcosa da dare al momento di spendere, ma si guardi bene dalla smania di possesso e dalla spilorceria, qualità che si addicono all’usuraio, mentre il talento è destinato dagli dèi ad amare, a dare, a sentirsi partecipe dei sentimenti altrui. Deve essere orgoglioso e sapere che «orgoglioso» è il contrario di altezzoso. Deve essere audace per avere in ogni momento il piacere di respingere offerte umilianti. Deve amare il pericolo, deve soffrire, non può mai rifiutarsi di soffrire, altrimenti si appiattisce e allora soffre davvero.

Robert Walser, Storie che danno da pensare (trad. di Eugenio Bernardi), Adelphi, Milano 2007, pp. 32-33

L’arte e l’artista

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Tanto per cominciare, dimenticate per sempre due parole che avete continuamente in bocca: l’arte e l’artista. Smettetela di sguazzarci dentro dalla mattina alla sera. Non siamo forse tutti un po’ artisti? Non è forse vero che l’umanità non crea arte solo sulla carta o sulla tela, ma in ogni momento della vita quotidiana? Ogni volta che una fanciulla si appunta un fiore tra i capelli, quando conversando piazzate una battuta spiritosa, quando ci dissolviamo nel chiaroscuro del crepuscolo, che altro è questo, se non arte? A che pro dunque questa strana e assurda divisione tra “artisti” e resto del mondo? Non sarebbe meglio se, invece di definirvi orgogliosamente artisti, diceste semplicemente: “Io, forse, mi occupo d’arte un po’ più degli altri”? E poi, cos’è questo culto per l’arte espressa nelle cosiddette “opere”? Ma chi ve l’ha detto, quando mai, che l’uomo va pazzo per le opere d’arte e si strugge di piacere nell’ascoltare le fughe di Bach? Vi siete mai acorti di quanto impuro, torbido, immaturo sia il settore artistico nella cultura, quel settore che vorreste rinchiudere nelle vostre semplicistiche frasi fatte? Il primo errore, il più comune e frequente, è quello di ridurre il contatto dell’uomo con l’arte alla sola emozione estetica, considerandolo nel suo aspetto puramente individuale, come se ognuno di noi fruisse dell’arte per conto suo, ermeticamente isolato dal resto dei suoi simili. In realtà ci troviamo di fronte a un miscuglio di più emozioni e di più persone le quali, influenzandosi a vicenda, creano un’esperienza collettiva.
Infatti, quando un pianista stambura Chopin su un palcoscenico, voi dite che la magia della musica chopiniana, nella congeniale interpretazione di un genio del pianoforte, ha estasiato gli ascoltatori. Ma la verità potrebbe anche essere che gli ascoltatori non si sono estasiati proprio per niente. Se nessuno avesse detto che Chopin è un genio e il pianista pure, avrebbero ascoltato la musica con molto meno entusiasmo. E non è escluso che ognuno di loro, pallido d’emozione, applauda, gridi e si scalmani solo perché anche gli altri gridano e si scalmanano: ciascuno pensa che gli altri provino emozioni celesti e delizie ultraterrene, per cui anche la sua emozione cresce in proporzione; è può anche succedere che in sala nessuno sia entusiasta a titolo personale, e ciononostante tutti danno segni del massimo entusiasmo solo per conformarsi al loro vicino di posto. E solo quando tutti gli astanti si saranno debitamente eccitati l’un l’altro, solo allora ripeto, quei segni esteriori susciteranno in loro emozione, visto che i fenomeni interni si adeguano a quelli esterni. Ma è pure certo che, assistendo a quel concerto, noi celebriamo una specie di funzione religiosa (proprio come assistere alla messa), devotamente inginocchiati davanti al dio dell’arte; in questo caso la nostra ammirazione sarebbe solo un atto d’omaggio e l’adempimento di un rito. Ma chi può dirci veramente quanta parte di Bello vero e proprio vi sia in quella bellezza, e quanta invece di processi storico-sociologici? Eh già, si sa: l’umanità ha bisogno di miti e quindi sceglie a caso uno dei suoi numerosi artisti (ma chi indagherà e porterà in luce le ragioni di una scelta piuttosto che un’altra?), lo proclama il migliore di tutti, si mette a studiarlo a memoria, ne fa il portavoce delle sue verità, vi adatta il proprio modo di sentire; ma se avessimo pompato con lo stesso accanimento un altro autore, il nostro Omero sarebbe stato lui. Vedete dunque quanti fattori eterogenei e spesso extra-estetici (che potrei continuare a elencare all’infinito) concorrono alla grandezza di un autore e di un’opera? E voi vorreste liquidare in due parole questo nostro confuso, complesso, difficile rapporto con l’arte, dicendo che “il poeta, ispirato, canta, e l’ascoltatore, incantato, ascolta”?

Witold Gombrowicz, Ferdydurke (trad. di Vera Verdiani), Feltrinelli, Milano 1993, pp. 75-76

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Georges Braque - Harbor

Dunque, ho letto i due libri di Fred Vargas, Parti in fretta e non tornare e L’uomo a rovescio. Non mi sono piaciuti molto, perché non apprezzo lo stile dell’autrice: sembra che mentre scrive si ripeta ogni due secondi quanto è brava, quanto è ironica e quanto è intellettuale. Infatti, è così brava e glaciale che non ti lascia niente (siamo agli antipodi di Woolrich, che scrive sgangherato, di corsa e con un sacco di imprecisioni, perché ha qualcosa di potente e vitale da dire e non gli interessa fare il professorino).
A parte il mio apprezzamento personale, non li consiglierei a un adolescente per questi motivi:
Stile: vale quello che ho detto prima, e se un adulto può apprezzare comunque certi ammiccamenti colti e la scrittura limpida, secondo me un ragazzo fa fatica e si annoia, non ha stimoli ad andare avanti. Trama: in entrambi i casi si parte con un’idea avvincente ma poi, a metà libro, l’idea crolla e si prosegue con ipotesi cervellotiche, poco realistiche e sviluppate in modo noioso (sempre pensando a un ragazzo/a). Il protagonista: di solito tutto crolla nella noia e nell’inerzia man mano che Adamsberg entra in scena. Pigro, compiaciuto e noioso, non sa mai niente, non fa mai niente, gli piove tutto dal cielo e, guarda caso, alla fine risolve tutto… così, senza pathos e senza un briciolo di tensione morale. Sembra il trionfo dell’indifferenza. L’autrice lo adora e non fa altro che lanciarsi in lunghe descrizioni pedanti su quanto sia acuto e saggio questo protagonista, che è un Nulla vivente. Senza sentimenti, senza tensioni, non crede in niente e non gli importa niente. Il contrario della pensosità, dell’istintualità e della “voglia di fare” adolescenziali; e non ci sono né dubbi esistenziali né un “glorioso” fallimento. Zero, insomma. Con un tocco di cinismo nella descrizione per es. del rapporto tra Adamsberg e Camille (l’amore è un freddo rapporto tra due persone che si fanno i fatti loro; solo un adulto disilluso può apprezzare una cosa del genere).
Dei due, secondo me, potrebbe piacere di più L’uomo a rovescio: c’è il tema del lupo mannaro, quello (avvincente e avventuroso, e anche poco realistico, dunque ancor più appassionante, sotto un certo aspetto) dell’inseguimento del “nemico” su un puzzolente carro bestiame; l’idea che se nessuno (in questo caso la polizia) ti crede, ma tu sei convinto di avere ragione, contro tutto e tutti parti all’inseguimento e sai che non mollerai mai. Poi, un punto di forza è la caratterizzazione dei personaggi secondari: il lettore li visualizza bene, si affeziona, parteggia e in certi casi ride molto (certe uscite del Guarda sono forti, con lui è come se nostro nonno si trovasse all’improvviso catapultato in un’avventura!). Quindi per tutta la prima parte L’uomo a rovescio è abbastanza avvincente (benché senza tensioni morali, senza noir!). Poi, però, crolla e diventa noioso. Ma potrebbe anche piacere, anche se non è un romanzo che riesca a conquistare qualcuno alla lettura, secondo me.

 

Ambienti artistici

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Signori, ci sono al mondo ambienti più o meno ridicoli, più o meno infamanti, vergognosi e umilianti; e anche la stupidità non è dappertutto presente in uguale misura. L’ambiente dei barbieri, ad esempio, pare a prima vista più soggetto alla stupidità di quello dei calzolai. Ma quel che accade negli ambienti artistici del mondo intero batte ogni record di idiozia e di infamia, al punto che chiunque abbia un minimo di buon senso e di equilibrio non può non avvampare di vergogna alla vista di tali orge di pretenziosità e infantilismo. Ah, quei canti ispirati che nessuno ascolta! Quel bla bla bla da intenditori, l’entusiasmo ai concerti e alle serate poetiche, le iniziazioni, gli apprezzamenti, le discussioni, le facce di coloro che declamano o ascoltano, celebrando tra loro il mistero gaudioso del Bello! Per quale mai dolorosa antinomia tutto quel che fate o dite in questo campo vi si trasforma in ridicolo sotto ai piedi? Quando, nel corso dei secoli, un ambiente sociale raggiunge simili vertici di stupidità si può tranquillamente dedurne che le sue concezioni non corrispondono alla realtà e che è infarcito da cima a fondo di idee fasulle.
[…]
Credetemi: c’è una bella differenza tra un artista che si è realizzato e questa accolita di mezzi artisti e quarti di vate che ancora aspirano a realizzarsi. Quel che si addice all’artista fatto e finito su di voi fa tutto un altro effetto. Ma voi, invece di crearvi concezioni adatte a voi e alla vostra realtà, preferite indossare le penne del pavone; ed ecco perché vi trasformate in eterni aspiranti, eterni incapaci, eterni insufficienti; servi, imitatori, imitatori e adoratori dell’Arte che, infatti, vi lascia in anticamera. È terribile vedervi provare e riprovare senza successo, insistere a proporre una nuova opera quando vi hanno appena detto che la precedente faceva schifo, cercare di imporvi a tutti i costi e consolarvi con piccoli successi da quattro soldi, distribuendovi complimenti a vicenda, organizzando serate artistiche, cercando sempre nuove giustificazioni per mascherare agli altri e a voi stessi la vostra incapacità. Non avete nemmeno la soddisfazione di consolarvi con le vostre opere, poiché non significano nulla neppure per voi. Lo ripeto: la vostra non è altro che imitazione, contraffazione dei maestri, prematura illusione di valere qualcosa, di essere arrivati. Vi trovate in una situazione falsa, che può produrre solo frutti amari: e già nel vostro cenacolo crescono l’odio reciproco, l’astio, il disdegno; ognuno disprezza gli altri e se stesso; siete la confraternita dell’auto-disprezzo e un giorno finirete per disprezzarvi a morte da soli.

Witold Gombrowicz, Ferdydurke (trad. di Vera Verdiani), Feltrinelli, Milano 1993, pp. 73-74

Lo showman politico nello spazio pubblicitario (2)

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La classe politica ha poi smarrito la sua specificità: il suo elemento non è più tanto quello della decisione e dell’azione: paradossalmente, la decisione viene assunta in un ambito analogo a quello dei videogame. L’essenziale non è più essere rappresentativi, bensì essere collegati. Del resto, gli interventi dei politici si riducono il più delle volte a questa sorta di partecipazione straordinaria, di collegamento che è anche esibizione. Noi non siamo più oggetto di convinzione ideologica, ma solo elementi di contatto. così i politici perdono ovviamente la loro aura specifica, e possono essere sostituiti da personaggi provenienti da un’altra scena: ad esempio, in questo momento, dagli attori, con il concorso dell’immaginario forgiato dai professionisti dei media. Ciò non vale solo per gli attori: la regola non esclude eventualmente gli intellettuali, gli specialisti, ecc. purché le loro caratteristiche professionali possano riassumersi in una prestazione spettacolare.

Jean Baudrillard, “Lo showman politico nello spazio pubblicitario”, in Fine della politica?, Editori Riuniti, Roma 1984

 

Lo showman politico nello spazio pubblicitario (1)

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La faccenda non funziona più con la stessa precisione; c’è una confusione di ruoli e quindi un cattivo funzionamento dello spazio della rappresentanza politica, che come tutti sanno si è perduta; e non tanto per una questione di coscienza politica, ma per il fatto che l’accelerazione dei flussi, l’accelerazione delle risorse ha bruciato tutti i circuiti, in particolare quello della rappresentanza.
Si può pertanto affermare che nessuna credibilità lega più i cittadini ai propri rappresentanti, come nessuna credibilità vincola le loro opinioni a quelle espresse nei sondaggi. Le persone non hanno letteralmente più opinioni, né volontà politica. La loro opinione è diventata aleatoria e si riflette in modo quanto mami versatile nel corso dei sondaggi, che diventano di conseguenza sempre più numerosi, visto che bisogna pur dare un significato a quello che forse non ne ha alcuno.
Al limite, questi episodi consultivi che sono poi i sondaggi, e che hanno in buona parte occupato la scena elettorale, hanno le funzioni degli spot pubblicitari televisivi: ciò significa che allo spazio pubblico si è sostituito uno spazio pubblicitario. non è più una macchina di rappresentazione, ma una macchina di simulazione; non di manipolazione, si badi, perché il cittadino non deve essere più manipolato, alienato, mistificato: questa è una visione consona alla classe politica che utilizza l’alienazione per conservare il monopolio delle coscienze, anche attraverso i media. La realtà è invece che i cittadini sono una simulazione di cittadinanza e il potere una simulazione del potere; la cosa potrebbe andare avanti all’infinito.

Jean Baudrillard, “Lo showman politico nello spazio pubblicitario”, in Fine della politica?, Editori Riuniti, Roma 1984

 

Il più grande filosofo del Novecento

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di Alfonso Berardinelli

Qualche mese fa un giovane critico letterario, piuttosto polemico con le mie opinioni sia politiche che culturali (secondo lui indecifrabili, se non aberranti), mi ha chiesto in conclusione qual è, secondo me, il maggiore filosofo del Novecento. Non ho dovuto riflettere molto per rispondere: Simone Weil. Questa risposta, pur essendo accolta come un’ulteriore provocazione, sembrava anche offrire finalmente un chiarimento: perché certo Simone Weil la si sente nominare, ma non si sa mai come prenderla, non rimanda alle culture dominanti nel Novecento o le respinge, tiene insieme, non per moderatismo, ma per radicalismo, politica e religione, etica e gnoseologia: e quindi, soprattutto, non viene letta, esige molto dal lettore e disturba in particolare gli intellettuali e la loro categoria oggi prevalente, quella degli universitari. La Weil non ha confezionato trattati sistematici usufruendo di fondi di ricerca, e per questo dai filosofi di professione, abituati a rimasticare qualunque autore, spesso senza ragioni sufficienti, viene ritenuta a torto un pensatore non sistematico, teoreticamente inadeguato perché frammentario. Niente di meno vero. Simone Weil non ha costruito sistemi, edifici concettuali dentro cui ripararsi. La sua produzione è occasionale, profondamente motivata dagli eventi della sua vita e da quelli politici degli anni in cui è vissuta (il ventennio fra le due guerre mondiali). Ma i suoi articoli e saggi, i suoi diari e aforismi configurano un pensiero straordinariamente coeso e coerente, originale (parola a lei non gradita!) nella sua cartesiana lucidità e in una eroica onestà esistenziale.

Stranamente, faziosamente, accusano la Weil di non professionalità filosofica coloro che non battono ciglio davanti a Nietzsche, conformisticamente lo ritengono, in questi anni, un filosofo “epocale” (esagerando), salvo mettere fra parentesi il punto centrale e la punta contundente di tutto il pensiero di Nietzsche: il suo proposito di pensare filosoficamente fuori della filosofia tradizionale, delle sue problematiche e del suo linguaggio. Perché disturba, perché “non frutta” Simone Weil? La risposta è che non viene da Hegel né rimanda a Nietzsche (dichiarò di non sopportarlo); fa totalmente a meno di Freud anche quando parla di psicologia, di passioni e di desideri; non tiene conto né del “Tractatus” di Wittgenstein né di “Essere e tempo” di Heidegger; non ha niente a che fare né con il Surrealismo né con altre avanguardie. Le sue riflessioni politiche non escludono l’esperienza religiosa, il suo impegno politico non esclude, anzi implica, un’idea della mente umana che abbia la capacità di trascendere i dati immediati dell’esperienza. Il suo ateismo intellettuale non nega la possibilità di concepire Dio, se davvero se ne è capaci, cioè se si è in grado di vivere, di convivere con una certezza religiosa in un mondo costruito sull’assenza di Dio e la cancellazione del sacro.

Leggi tutto: http://www.minimaetmoralia.it/wp/simone-weil

 

Un cenacolo

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Una frazione insignificante di mondo, una manciata di intenditori ed esteti, un cenacolo più piccolo del dito mignolo e che entrerebbe tutto in un caffè sta lì a parlarsi addosso, spremendo postulati sempre più sublimi. E il peggio è che i loro gusti non sono veri gusti: la vostra costruzione piace loro solo in parte; quel che veramente piace è la loro scienza in materia di costruzione. Dunque un autore si sforza di sfoggiare il suo senso della costruzione solo perché l’intenditore possa sfoggiare la sua conoscenza dell’argomento? Silenzio, sssh, mistero: da una parte il creatore cinquantenne che, prostrato davanti all’altare dell’arte, crea pensando al capolavoro, all’armonia, alla precisione, al bello, allo spirito e allo sforzo vittorioso; e dall’altra l’intenditore che si intende e con il suo profondo studio approfondisce la creazione del creatore. Dopodichè l’opera arriva al lettore e il frutto di tanta sofferenza viene accolto nel modo più parziale possibile, tra una telefonata e un boccone di braciola. Da una parte lo scrittore ci mette anima, cuore, arte, fatica, dolore; e dall’altra il lettore non ne vuol sapere oppure gli presta un’attenzione distratta e superficiale, fra una telefonata e l’altra. E così le piccole realtà quotidiane distruggono il povero scrittore che, dopo aver sfidato il drago, deve scappare davanti a un cagnolino da salotto.

Witold Gombrowicz, Ferdydurke (trad. di Vera Verdiani), Feltrinelli, Milano 1993, pp. 70-71

· 103

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E’ vero che tengo agli altri, a chi mi è vicino, più di quanto tenga a me stesso: è una specie di malattia da cui ancora non sono guarito. Mi metto sempre in secondo piano, non mi sento degno delle cure che invece sento di dovere agli altri. Fin da ragazzino mia madre mi ammoniva: “Tu sei il peggior nemico di te stesso”, per via del mio carattere. In più, non ho ancora imparato ad accontentarmi: sono un “massimizzatore”, come si dice in psicologia, anziché uno che riesce a soddisfarsi coi risultati semplicemente buoni.
Immagino che questi siano gli errori fondamentali che m’impediscono di trovare una dimensione. Mi sento al servizio, ma non di me stesso.
La vita non mi attira per niente, da anni ormai: mi sembra tempo perso, tranne quegli sprazzi di luce che ogni tanto qualcuno (fra cui tu) riesce a regalarmi. Mi sembra un lavoro duro, salvarsi: soprattutto farlo con le proprie forze, e solo con quelle.

 

· 102

georges braque

Credo che per me sia giunto il momento di coltivare la mia forza.
Mi sembra di avere quasi sempre abdicato a questo: di avervi rinunciato per lasciare il passo, sempre convinto – retaggio di una famiglia negativa che si è autodistrutta – che una non ben definita Colpa non mi permettesse di impormi. Quando mi sono imposto l’ho sempre fatto vivendolo come evento traumatico, come qualcosa che dovesse causare sofferenza.
Invece, uno la propria forza dovrebbe gestirla con più serenità, senza sentirsi in fallo o in colpa. Quando deve far valere il sé, che lo faccia come evento naturale.