Efficienza etica

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L’accumulazione del capitale continua ad avere un valore primario. E non potrebbe essere altrimenti, visti l’epoca e il mondo in cui viviamo. Mondo economico in cui – scriveva Keynes – non sono assicurate né la piena occupazione, né l’equa ripartizione della ricchezza e del reddito, che è arbitraria. Da qui la grande distanza che si è creata fra etica e capitalismo. Finché l’economia sarà una scienza di stampo matematico, in cui si applicano modelli in un contesto sperimentale asettico, riferiti a un puro concetto di economia di mercato, qualsiasi considerazione di tipo storico-istituzionale o etico sarà poco influente. A dispetto del fatto che il capitalismo è comunque una forma di organizzazione storica, quindi ben suscettibile dei cambiamenti che l’evoluzione storica imprime al mondo. E poi, l’economia non è autonoma come scienza in sé, ma è interdipendente con lo Stato di diritto, col quale forma una specie di corpo unico. Quindi, se lo Stato non può dissociarsi dall’etica, non può farlo neanche l’economia. E l’idea che l’economia sia capace di auto-regolarsi, al di là dei fattori politico-sociali, è un’illusione. Imporre l’etica ai mercati attraverso le istituzioni finanziarie è un’altra illusione: l’attività finanziaria lecita non si è poi rivelata moralmente superiore ad altre sue forme illecite, penalmente sanzionate. Insomma, l’assunzione delle regole di mercato come precedenti a tutto, anche alla politica (che vi si deve conformare), non funziona. Almeno, non funziona per creare un mondo in cui si possa combattere la povertà. Forse la povertà non la si vuol combattere perché, se non esistesse povertà, allora non esisterebbe nemmeno la qualifica di “benestante”, e lo status di “ricco” sminuirebbe la potenza del suo significato. Resta il fatto che, stando al buon senso, sarebbe il principio economico a doversi assoggettare alla politica, e non viceversa. Le riforme che vengono proposte dovrebbero rafforzare la partecipazione dei cittadini alla gestione politica del bene comune, e non perseguire solo criteri di efficienza economica, anche a danno dell’interesse dei cittadini.

 

Tempi di record

Interpretare l’andamento dell’economia mondiale è diventato molto difficile, visto che fra gli analisti economici c’è un sostanziale equilibrio fra gli ottimisti e i pessimisti. Di certo, i mesi estivi hanno contribuito ad aumentare l’incertezza: dopo l’ottimismo d’inizio anno, in cui si parlava di uscita dal tunnel e di recessione ormai dietro le spalle, ci si è resi conto che l’economia statunitense (quella che condiziona il mondo intero) non è affatto facile da stimolare, e che farla tornare ai ritmi di crescita necessari per recuperare in fretta il crollo produttivo del 2008-2009 sarà un’impresa difficilissima e incerta. I dati produttivi e soprattutto quelli occupazionali parlano chiaro: nonostante il Pil degli USA sia in ripresa da quasi cinque trimestri, l’economia americana non riesce a creare lavoro. Continua a leggere “Tempi di record”

Ottimismo

Si sa che i governi devono essere ottimisti per ruolo istituzionale. A cominciare dal presidente americano Obama e a finire con gli altri, che ora non possono permettersi di dare ulteriori stimoli fiscali all’economia e possono solo sperare che questa si riprenda da sola. Ma l’economia può riprendersi da sola se c’è un ritorno generalizzato alla fiducia, altrimenti è difficilissimo, se non impossibile.
Da parte loro, le grandi banche continuano a spremere i mercati con le solite operazioni corsare, visto che riescono a fare utili solo con le attività di trading di Borsa e di gestione degli investimenti altrui; e devono intensificare queste attività finché possono farlo, visto che — quando verranno applicati i cosiddetti princìpi di Basilea III — i loro margini di manovra verranno molto ridotti.
Dunque, l’unica strada è spingere i consumatori all’ottimismo e gli investitori all’acquisto. Ovviamente, usando gli arnesi del mestiere: diffusione di buone stime di crescita futura per far notizia (poi solitamente riviste al ribasso); truccamento dei bilanci di grandi società per nasconderne i punti deboli; esaltazione dei recenti utili in crescita, trascurando però che i fatturati restano stagnanti e aumenta la disoccupazione; speranza che siano sufficienti i ritmi di crescita dei paesi emergenti per trainare la ripresa delle vecchie economie.
I persuasori son sempre al lavoro, dunque.

Simone Weil e il precariato

Nell’agosto 1932 la filosofa Simone Weil – allora ventitreenne – soggiornò per un mese in Germania, soprattutto a Berlino, a pensione in una casa operaia. Il suo intento era l’osservazione partecipata dei fatti tedeschi, da cui nascerà la lucidità profetica del suo affresco sulla Germania alle soglie del potere hitleriano. I passi che seguono, raccolti negli Ecrits historiques et politiques, descrivono in maniera visionaria ciò che sembra poter accadere oggi, come effetto della crisi economica e della piaga sociale del precariato.
Penso che pochi autori, come Simone Weil, possano qualificarsi “sempre attuali” in modo così definitivo.

Ex ingegneri arrivano a consumare un pasto freddo al giorno, noleggiando sedie nei giardini pubblici; vecchi in colletto di celluloide e bombetta tendono la mano all’uscita della metropolitana, o cantano con voce rotta per le strade…
Studenti abbandonano gli studi e vendono per strada fiammiferi, noccioline, stringhe; i loro compagni fin qui più fortunati sanno che, data la scarsa possibilità di ottenere un posto alla fine degli studi, possono da un giorno all’altro finir così. In quanto a… sposarsi, avere dei bambini, la maggioranza dei giovani tedeschi non può nemmeno pensarci.
Chi è disoccupato e vive in famiglia, con un padre o una madre, un marito o una moglie che lavorino, non ha diritto a sussidio. Lo stesso avviene per un disoccupato sotto ai vent’anni. Tale dipendenza… inasprisce i rapporti…; spesso, resa insopportabile dai rimproveri dei genitori… caccia i giovani dalla casa paterna, li spinge al vagabondaggio, alla mendicità, talvolta al suicidio.

È superfluo osservare che, spesso, è da condizioni socio-economiche come queste che nascono le dittature.

Paradossi

Zenone di Elea

Sappiamo che, quando le aspettative sull’andamento futuro dell’economia vengono “dopate” forzandole verso un falso ottimismo, il sistema economico viene spinto a vivere al di sopra delle proprie capacità. Le imprese sono portate a investire più di quanto sia effettivamente redditizio nel lungo periodo e le famiglie spendono più di quanto possano permettersi — indebitandosi, ovviamente. Così, in seguito, quando i nodi verranno al pettine, si verrà colpiti da un eccesso di sfiducia — il  tipico atteggiamento  delle fasi di recessione –, e ci si farà più male del necessario.
Ora, pare che il sistema economico stia dando una risposta un po’ strana alla crisi: mentre le aziende continuano a licenziare con mano pesante, la loro redditività — grazie alla riduzione e razionalizzazione dei costi — torna a crescere. Coesistono quindi un’elevata efficienza industriale e un’alta disoccupazione. Con la disoccupazione crescente, molte famiglie non riescono a spendere; così si arriva al paradosso che in Usa la Fed si dichiara preoccupata perché le famiglie americane non utilizzano abbastanza credito. Ma il problema non era stato proprio che negli anni precedenti se n’era abusato? E ora che le banche son diventate molto più selettive nel concedere  fidi, e  il lavoro è sempre più scarso, come si fa ad allargare il credito alle famiglie (per non parlare delle imprese)?
Ah, i paradossi: ci seguono fin dall’antichità.

TIPI D’ACCUSO

Dunque, i disoccupati. A novembre la disoccupazione in Italia ha raggiunto l’8,3%, quindi è cresciuta del 1,3% rispetto a novembre 2008. Pare che sia il livello più alto dall’aprile del 2004: significa che prima  di quella data il tasso di disoccupazione è stato anche superiore. Ma questo è il dato generale: vediamo quello riferito ai giovani. Il tasso di disoccupazione giovanile è arrivato al 26,5%, cresciuto del 2,9% rispetto a un anno fa. Dunque, a patire gli effetti della crisi sono soprattutto loro, visto che il valore è triplo rispetto a quello generale. Che vogliamo fare? Vogliamo aiutarli, ‘sti giovani? E allora comincino a mollare la presa quei vecchi che, dopo aver avuto tanto, restano artigliati al loro posto: potrebbe comunque essere un inizio, mi sembra. Continua a leggere “TIPI D’ACCUSO”