5. sguardi della mamma elicottero

non è a dire che avesse i capelli tinti: semplicemente, nel borgo sulla costa tutte e dico tutte le signore tra trenta e cinquant’anni tendevano a assuefarsi al biondo che alleggerisce e ingentilisce i lineamenti. eppure, la signora che mi fece diventare attento ai suoi capelli aveva un viso squadrato e perciò disagevole da incorniciare entro un fascio cromatico che, alla bell’e buona, si sarebbe detto biondo paglia.
il suo nome era classico pugliese, evelina, accorciato lasciando una desinenza in ‘a’ alla fine giusta il richiamo biblico, sei donna, eva e allora pecchi sempre. quindi mai.
eva era bella, anche se aveva il bacino largo, slombato. aveva due figli e un ex marito che ebbi la ventura e il piacere di conoscere.
quel che mi piaceva di eva era il suo fare sornione, di ironia sopita, congelata e rigida, alquanto diffusa tra i pugliesi faccia al vento dell’adriatico.
mi volle per una notte ma non ci fu verso, onde divenni il precettore della figlia.
certamente non era narcisa anche se aveva un vizietto peggiore, si credeva gran signora, cosa assai tipica delle baresi e anche delle coratesi, a quanto pare.
senza dare inutili dettagli, vi deve servire come dato e fonte di cronaca, ma non solo per periodizzare il pezzo da museo, che aveva 38 anni e diceva davanti a una pizza su cui faceva grondare olio piccante che dopo il matrimonio lui non aveva fatto un passo in più, quasi a significare che l’acquisizione di diventare padre fosse biologica mentre invero è un fatto materno e quindi solo femminile, e per l’uomo o forse banalmente per ‘gli’ uomini è sempre e solo una nozione sociologica: che non vuol dire sociale, mal ce ne incorra se esser padre o madre fosse solo un fatto sociale, imposto dall’alto. quando dico sociologico lascio sparire la sostanza e vorrei che si adagiasse un velo di interpretazione: in breve, lui non era della stoffa per fare il padre così presto, a 27 anni quando gli nacque la prima figlia. lei sì, ma va anche detto — sempre davanti alla pizza — che lei aveva capito già a 12 anni che il padre a corato metteva le corna alla mamma, ergo lei scelse presto l’uomo per poi sbarazzarsene.
se ci pensate un secondo c’è una soglia inquietante in tutto questo.
immaginate la sistina spennellata da un etero invece che da un cultore della forma fisica maschile — siamo sulla soglia degli studi di genere, meglio fermarsi allora un secondo e tornare a eva, a considerare che era bella proprio perché aveva fatto fuori il marito, aveva una carica erotica sopita ché l’ultima storia l’aveva fatta star male e siccome i figli di questo se ne erano accorti, lei non voleva più quelle cose lì. resta un mistero perché la donna cerchi un uomo che si modelli sul suo sentimento passato di quel che fu, o era stato, il padre.
ergo — e siamo a due — mi disse due volte da soli che la casa era libera. mi pareva troppo bello, rinunciai e si offese a morte, sinché l’estate dopo ci guardammo da lontano sulla battigia.
aveva indosso un costume verdone, quasi spento, la sua bellezza e la sua fisicità intatte, mai trascurate, garantite dalla sua forma di caposala.
che mi resta da dire di lei? che la sua bellezza è la stessa precisa identica delle formelle dei della robbia, fatta a serie per le signore che non sono più ragazze e se si danno arie non la fanno pesare. qualcuno idealisticamente la chiamerebbe soltanto ‘esperienza’ ma non credo sia il lessico da percorrere: avesse avuto esperienza, avrebbe toccato il cambio diversamente quella sera, in auto.
il suo sguardo mentre uscivo dall’abitacolo era angosciato, sentiva che il tempo passava e che non si era fatta capire, era desolata e percepiva che si stava sprecando quasi nel momento in cui sciupavo io l’occasione.
c’è da adottare del lirismo, riesce difficile rendere questa donna in modo asciutto.
eva mi ha fatto vedere altre eve nelle vigilie dell’abbandono, son tutte donne che si rendon conto di essersi troppo messe in alto, di aver pescato la prima carta restandone appagate. e sono materne, sono accoglienti, inscritte nel tondo della robbia.

Andrea Bianchi

4. profilo del medico traditore

Giovanni Boldini, Madame X (la cognata di Helleu) 1885-90

quel che dirò potrà anche sembrare l’esito di una frustrazione, di uno scopo non raggiunto, chessò, di una chiacchierata davanti a un caffè al bar dell’angolo. eppure mi proverò a darvi il profilo di lui lo stesso, anche senza averlo visto e benché la documentazione visiva sia estremamente rarefatta: parliamo di sei o sette foto a uso domestico, viste da amici sui social, foto in cui l’unico discrimine cronologico è quella barba più o meno lunga, ma sempre lasciata non tinta mentre i capelli, a poco meno di quarant’anni, si sono bruciati di bianco. questo è il profilo di un medico del lavoro, credo fosse di sinistra, la sua amante non me l’ha mai detto, solo che le dedicava le canzoni di pino daniele che gli partivano dal telefono invece, io credo opportuno segnalarlo en passant, per risvegliarlo dai suoi sonni comatosi o meglio, postcoitali anche se lei ha sempre asserito che non si è trattata di una sveltina e via, perché altrimenti non sarebbe durata due anni. a me interessa sapere come è iniziata, vale a dire lo sguardo che preannuncia l’ecatombe o la catastrofe, come preferite, quando lei stava per essere lasciata e lui forse aveva trovato finalmente l’amante giusta: dodici anni di scarto, come se io ora andassi con una diciottenne anche se poi la società degli uguali direbbe che non è proprio la stessa cosa perché la donna matura prima ese…se…se questo vi pare offensivo o comunque non consenziente col vero, tirate avanti a saltare il testo. a me interessa quel che può nascere in una clinica, quel senso di frustrazione che si può provare nel rivalersi su una più piccola e nel configurare l’amore come dato puramente fisico, a segno che mi parrebbe di sprecare la parola ‘eros’ se dovessi impiegarla per loro. quando la conobbi, lei aveva questa storia ma decisamente non potevo saperlo, solo in uno studio fotografico sentii che diceva a un’amica che lui divorzierebbe per lei, e simili, poi l’anno dopo, sugli scogli e superata la pandemia con quella primavera del 2020, lei disse che riceveva proposte in ginocchio da uomini e quando faceva loro (si intende che era un plurale di maestà) notare che erano sposati, loro di nuovo rimanevano ginocchioni a terra. dimentico di dire che era del napoletano. che aveva due figli. che studiava, diceva a lei, il profilo del minore per capire se fosse figlio suo. quale degna escogitazione davanti a una mente femminile che si vuol sedurre, dire che anche la moglie è stata traditrice, al punto da far baluginare il detto latino della mater semper certa, per il resto oblio! mi rendo conto di non riuscire a metterlo a fuoco. è un uomo teatrale, se anche vi dicessi dove è il suo studio e dove la clinica non mi credereste, e fareste giustizia ai suoi modi da contrabbandiere, come di quella volta in cui tornando tardi dalla moglie giustificò il rientro serotino dicendo che non trovava più la strada di casa. che è la stessa precisa ragione per cui hawthorne scrisse il suo raccontino dell’uomo che si allontana da casa senza accorgersene e vi ritorna vent’anni dopo, solo che hawthorne era un uomo sereno e il nostro medico un inquieto, presumo, altrimenti si sarebbe accorto che l’escamotage era troppo fine per essere rifilato dal vivo e non in un racconto per iscritto. questo è quanto, si accontentino lor signori, della storia del mio medico traditore che se avesse un po’ di coraggio e andasse da lei con le carte del divorzio, potrebbe anche tenerla mentre ora è stato allontanato come capita agli amanti che vogliono le esclusive.

Andrea Bianchi

2. ritratto di lei

 Steve Mc Curry, Village girl in a rural horse festival, Tagong, eastern Tibet, 1999

quel che può significare una donna sullo scorcio dei trent’anni per chi non abbia realmente fatto i conti con la trasformazione dei sentimenti in posa, è presto detto. lei si presentava con lo charme di chi guida la mini in provincia, quel genere di veicolo che non par fatto per aggirarsi tra i palazzi di Milano centrale, e che quando bazzica da quelle parti al nord fa pur sempre magra figura: sperduto tra edifici giganti, come l’uomo di Leopardi al cospetto di Roma papale. lei invece guidava la mini in un centro quasi suburbano, direi disteso, nelle fratte della pianura padana, esattamente dall’altra parte rispetto a dove andavo in vacanza – e poi all’università. strano ma vero, la incontrai nella forma consolidata del social, la stessa fatte le debite proporzioni che i mezzi social hanno assunto nel secondo decennio del ventunesimo secolo dove ogni incontro che non sia mediato dalla rete adombra la fragranza del pane raffermo, laddove invece il social preserva intatta l’indole giovanile e danzante dell’altra figura.
dovrei dire di lei. la sua composizione pettorale era della gigantessa cinematografica, accompagnata e appesantita da abiti di velluto, stoffe non particolarmente pregiate ma carezzevoli della sua indole ferina e insolente. i suoi capelli, morbidi e sottili e di color nero, assai diffusi nella sua microregione. le esperienze che vantava di continuo non avevano lasciato un marchio approfondito sulla sua carne, tant’è vero che era abituata a circondarsi di uomini più grandi, a segno della sua educazione violenta, dell’essersi sempre messa a servizio di storie di comodo in cui comunque sia lei, psicologicamente, arrivava dopo, ultima direi (pur non essendo corvo, ché per mangiare, mangiava eccome).
mi innamorai di lei, fui rifiutato, mi innamorai di nuovo daccapo e fui snobbato, preferito forse a qualcun altro che ancora non conosco. cosa mi ha lasciato? una ferita. diceva che la romanzavo.
chiaramente ora non riesco a innamorarmi di chi presenti le caratteristiche di lei, dal peso all’amore per la lettura, sia pur mediato da una soggettività presuntuosa e scocciante, in fondo suppurata dalla provincia. forse conoscerla mi ha maturato, forse ancora mi ha offeso, fatto sta che tra me e lei fisicamente non c’è mai stato altro che un bacio che non riuscii a rifilarle, una sera di luglio che quasi mi stava piangendo addosso e a due metri dalla risacca del mare. non so realmente se l’ho amata o se mi sono limitato a sognarla. le altre donne, splendide e olimpiche, sono sogni meno fermi nella mia memoria rispetto a lei che si conserva col nitore di una sciagura e di un’infima sottigliezza.
si va avanti, anche in questo caso, e lei non vigila più sui miei sogni. anche se la rivedo nella bellezza delle passanti e la sensazione che lei mi diede due anni fa la prima volta che la vidi riaffiora insensibilmente, gli occhi si allargano, le orecchie si allungano, il sangue circola più caldo e la vista afferra dettagli sino a un momento prima svalutati, ogni volta che rivedo un’altra lei… stando fermo sulla panchina, nei pressi dell’arco di Augusto. e come dicono altre, non so cosa voglio. voglio, ma non so cosa. voglio

Andrea Bianchi, normalista

Donne d’Israele

Nel 1947, per ottenere il riconoscimento dello Stato di Israele da parte della formazione Agoudat Israel, Ben Gurion ha concesso il mantenimento della giurisdizione religiosa sul diritto di famiglia – secondo una tradizione ereditata dal sistema ottomano del millet. Anche se, dal 2001, i casi relativi alla custodia dei bambini e al pagamento degli alimenti possono essere regolati da organismi civili paralleli, i tribunali rabbinici, dominati dalla corrente ultraortodossa, rimangono gli unici competenti a pronunciarsi sui matrimoni e divorzi fra ebrei. Questi tribunali sono luoghi esclusivamente maschili, poiché le donne, non avendo il diritto di diventare rabbini, non possono neanche diventare giudici rabbinici, né essere ascoltate come testimoni. Peggio ancora: l’atto di divorzio (il ghet) non può essere rilasciato senza il consenso del marito, che dispone di una temibile arma di ricatto per ottenere vantaggi nella separazione. Qualora rifiuti, la moglie non potrà risposarsi; se lei avrà altri figli, saranno considerati dei mamzer, dei bastardi. Secondo Ruth Halperin-Kaddari, ricercatrice all’università Bar-Ilan, oggi, circa centomila agunah (incatenate) si trovano di fronte alla scelta di rinunciare al divorzio o accettare condizioni ingiuste.

Laura Raim, Le Monde diplomatique Italia, Novembre 2017, p. 6

Writing 45

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Penso che la tua, essendo una bellezza totale, non sfiorirà mai. Spesso delle donne si dice “Da giovane era bella”, oppure “Una bellezza sfiorita”, ecc. Ma tu sei estranea a questo, sarai sempre bellissima, perché sembri incarnare la bellezza del mondo. Certo, si dice che il mondo perfetto è un’illusione, un proiezione della psiche. Ma l’illusione e la speranza sono motori che muovono le cose: quando ci si scopre disillusi o senza speranza è come se la vita si fermasse. Per me incarni l’idea (per molti illusoria) del mondo perfetto: sei l’energia di bellezza che permette di vivere con orgoglio. Quell’energia che ti fa leggere il mondo come pochissimi sanno, con lo spirito fecondo e mai stanco, che guarda sempre avanti a sé e con apertura all’altro. È anche la tua lettura del reale così centrata, piena e profonda, a renderti formidabile.

 

Felice Casorati, 1883 – 1963

Felice Casorati, Autoritratto
Felice Casorati, Autoritratto,

 

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Felice Casorati, Conversazione platonica, 1925

 

Felice Casorati, Meriggio, 1923
Felice Casorati, Meriggio, 1923

 

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Felice Casorati, Ritratto di Silvana Cenni, 1922