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Penso che la tua, essendo una bellezza totale, non sfiorirà mai. Spesso delle donne si dice “Da giovane era bella”, oppure “Una bellezza sfiorita”, ecc. Ma tu sei estranea a questo, sarai sempre bellissima, perché sembri incarnare la bellezza del mondo. Certo, si dice che il mondo perfetto è un’illusione, un proiezione della psiche. Ma l’illusione e la speranza sono motori che muovono le cose: quando ci si scopre disillusi o senza speranza è come se la vita si fermasse. Per me incarni l’idea (per molti illusoria) del mondo perfetto: sei l’energia di bellezza che permette di vivere con orgoglio. Quell’energia che ti fa leggere il mondo come pochissimi sanno, con lo spirito fecondo e mai stanco, che guarda sempre avanti a sé e con apertura all’altro. È anche la tua lettura del reale così centrata, piena e profonda, a renderti formidabile.

 

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materiali 10. Scoperte alchemiche

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A partire dal XV secolo l’alchimia, la scienza che gli adepti pretendevano essere la vera, si presenta come una dottrina completa, immutabile, mai chiaramente esposta, ma definita con simbolismi le cui formule si conserveranno invariate sino ai nostri giorni. Dottrina misteriosa, che non poteva progredire perché aveva raggiunto sin dall’inizio la sua massima perfezione e che non poteva subire modificazioni, peraltro non necessarie. Accanto ai veri adepti, gravita la folla dei non iniziati, che non sono penetrati nel segreto della dottrina vera e lavorano su materie eteroclite, che non li condurranno mai al risultato voluto: sono essi i falsi alchimisti, i cosiddetti soffiatori.

Non è dunque dall’alchimia, come spesso si dice, che nacque la chimica moderna, ma piuttosto dallo stravagante lavorio dei soffiatori, che, ostinandosi in esperimenti su sostanze strane che i veri adepti condannavano, non giunsero alla pietra filosofale, ma si trovarono a compiere fortuite e inattese scoperte, come Kunckel, che isolò il fosforo, a cui non pensava nemmeno, e Blaise de Vignére, che scoprì senza volerlo l’acido benzoico. Ci si può fare difficilmente un’idea dell’estrema complicazione degli apparati immaginati dai soffiatori per le loro misteriose ricerche: una collezione di questi strumenti è visibile nel laboratorio allestito nel Museo Alsaziano di Strasburgo e un’altra, eccezionale, nella sala 78 del Museo tedesco di Norimberga. Sfogliando le opere di David de Planis-Campy e di Manget e il Coelum Philosophorum, si scopriranno numerose figure di alambicchi, storte e apparecchi da distilazione usati nel XVI e XVII secolo. Ma a fornircene il numero più vasto è Mylius nella sua Basilica Philosophica, vel volume IV della sua Chymica, francoforte 1620.

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Non si può fare a meno di meravigliarsi della complicatezza di questi apparecchi se si pone mente la semplicità della dottrina degli alchimisti, che non cessano di ripetere: «Un solo corpo, un solo vaso!» Ma a quanto errori non si esponevano coloro che non avevano la chiave del mistero, quando sentiamo lo stesso Nicolas Flamel confessare nel suo Livre del Figures: «nel lungo periodo di ventun anni feci mille intrugli, perfino col sangue, il che è sconveniente e inutile. Perché trovavo nel mio libro che i filosofi chiamano sangue lo spirito minerale che è nei metalli… non vedendo dunque nella mia operazione i segni descriti dal mio libro, tutte le volte dovevo ricominciare».

Un alchimista, Denis Zachaire, che anch’egli a lungo errato prima di trovare la via vera e naturale, ha lasciato un affascinante quadro di questa febbre di ricerche che nel XVI secolo si impossessò di moltissime persone, con un’intensità che può essere paragonata alla follia di speculazione che possiede oggi la maggior parte degli individui. Egli descrive così il suo arrivo a Parigi nell’Opuscule très excellent de la vraye philosophie naturelle del métaux, Lione 1612: «Dopo aver incominciato a frequentare gli artigiani, e cioè gli orefici, i vetrai, i fabbricanti di fornelli e diversi altri, nel giro di un mese mi accorsi di averne conosciuti più di cento. Alcuni lavoravano alla confezione dei metalli mediante colate, altri mediante fusioni, gli altri mediante soluzioni, e altri ancora mediante congiunzione con l’essenza, come essi dicevano di Lemery, e altri ancora mediante lunghe cotture: alcuni lavoravano all’estrazione dei mercuri dai metalli, altri alla loro fissazione, così che non passava giorno, nemmeno le feste e le domeniche, che non ci riunissimo o nell’appartamento di qualcuno, spesso nel mio, oppure a Notre-Dame la Grande, che è la chiesa più frequentata di Parigi, per discorrere su quanto ciascuno aveva fatto nei giorni precedenti. Alcuni dicevano: “Se avessimo i mezzi per ricominciare, faremmo qualcosa di buono”. E altri: “Se la nostra marmitta avesse tenuto, a quest’ora saremmo in porto”; altri ancora: “Se avessimo avuto la bacinella di ottone ben rotonda e ben chiusa avremmo fissato il Mercurio con la Luna”; così che non ce n’era uno che non avesse fatto qualcosa di buono, e che non avesse scuse da tirare fuori. Io comunque non mi sono mai lasciato andare a fare prestiti di soldi sapendo già e conoscendo molto bene le grandi spese che io avevo fatto in precedenza a credito e facendo affidamento sugli altri». Fortunatamente per lui, Zachaire lasciò questa cattiva compagnia e sprofondandosi nella lettura degli antichi alchimisti delle scuole greche e arabe, riuscì a convertire il mercurio in oro, a Tolosa, il giorno di Paqua dell’anno 1550.

materiali 9. Zolfo e mercurio

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L’alchimia si inserisce nel medesimo orizzonte spirituale dell’uomo: l’alchimista riprende e perfeziona l’opera della Natura, nello stesso tempo in cui lavora a “fare” se stesso. Per seguire la simbiosi delle tradizioni metallurgiche e alchemiche alla fine del Medioevo, è utile un documento estremamente prezioso: il Bergbüchlein, il primo libro tedesco pubblicato sull’argomento, stampato ad Augusta nel 1505.

Nella prefazione al suo De re metallica, del 1530, Georg Agricola attribuisce il Bergbüchlein a Colbus Fribergius, medico di valore, non ignobilis medicus, che viveva a Friburgo, fra i minatori di cui espone le credenze e le pratiche, interpretandole alla luce dell’alchimia. Questo volumetto, rarissimo e particolarmente oscuro, liber admodum confusus come diceva Agricola, è stato tradotto da A. Daubrée con la collaborazione di un ingegnere minerario di Coblenza, e pubblicato sul Journal de Savants nel 1890. È un dialogo fra Daniel, esperto in tradizioni mineralogiche (der Bergverstanding) e il giovane apprendista minatore (Knappius der Jung). Daniel gli spiega il segreto della nascita dei minerali, l’ubicazione delle miniere e le tecniche di sfruttamento. «È da notare che, per la crescita o generazione di un minerale metallico, sono necessari un genitore e una cosa sottoposta, o materia, che sia capace di ricevere l’azione generatrice» (J. Reinand, Études encyclopédiques, vol, 4, citato da A. Daubrée, La génération des mineraux métalliques dans la pratique des mineurs du Moyen Age, J. Savants 1890).

L’autore ricorda l’opinione, diffusissima nel medioevo, che i minerali siano generati dall’unione di due princìpi, lo zolfo e il mercurio. «Altri pretendono che i metalli non siano generati dal mercurio, perché in molti luoghi si trovano minerali metallici ma non mercurio; al posto del mercurio, essi suppongono una materia umida, fredda e mucosa, senza zolfo, che è tratta dalla terra come il suo sudore, e attraverso la quale, con la copulazione dello zolfo, tutti i minerali sarebbero generati […] Nella fusione di mercurio e di zolfo, quest’ultimo si comporta come il seme maschile e il mercurio come l’elemento femminile nel concepimento e nella nascita di un bambino […] Perché il minerale nasca con facilità si richiede la qualità propria di un vaso naturale come i filoni, in cui il minerale si è generato […] Sono poi necessari vie, accessi agevoli, attraverso i quali il potere metallico o minerale possa introdursi capillarmente nel vaso naturale» (A. Daubrée, op. cit.).

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L’orientamento e l’inclinazione dei filoni sono in relazione coni punti cardinali. Il Bergbüchlein ricorda le tradizioni secondo le quali gli astri regolano la formazione dei metalli. L’argento “spunta” sotto l’influenza della Luna, e i filoni sono più o meno ricchi di argento secondo la loro posizione rispetto alla “direzione perfetta”, segnata dalla posizione della Luna. Il minerale aureo cresce, naturalmente per influsso del Sole: «Secondo l’opinione dei saggi, l’oro è generato da uno zolfo chiarissimo, ben purificato e rettificato nella terra, sotto l’azione del cielo, principalmente del Sole, in modo tale che non contenga più alcun umore che possa essere distrutto o bruciato dal fuoco, né alcun liquido o umido che il fuoco possa far evaporare».

Il Bergbüchlein spiega allo stesso modo la nascita del minerale di rame sotto l’influsso del pianeta Venere, quella del ferro sotto l’influsso di Marte, quella del piombo sotto l’influsso di Saturno. Questo testo è importante perché attesta, in pieno quindicesimo secolo, un complesso di tradizioni minerarie che derivano in parte da una concezione arcaica dell’embriologia minerale, e in parte da speculazioni astrologiche babilonesi. Queste ultime sono chiaramente posteriori alla credenza nella generazione dei metalli in seno alla Terra Madre, come del resto anche l’idea alchemica, ripresa dal Bergbüchlein, secondo la quale i minerali si formerebbero attraverso l’unione dello zolfo e del mercurio. Nel Bergbüchlein si distingue chiaramente tra la tradizione arcaica e “popolare”, che insiste sul tema della fertilità della Terra Madre, e la tradizione erudita, nata dalle dottrine cosmologiche e astrologiche babilonesi.

Nella Summa Perfectionis, un’opera alchemica del XIV secolo, si legge che «quanto la Natura non riesce a perfezionare in un grande spazio di tempo, noi, con la nostra arte, possiamo portarlo a compimento in breve».
geberi La nobiltà dell’oro è dunque frutto della sua “maturità”: gli altri metalli sono “comuni” perché “acerbi”, “immaturi”. Ora, la Natura è finalizzata al perfezionamento del regno minerale, alla sua “maturazione” ultima. La trasmutazione “naturale” dei metalli in oro è inscritta nel loro destino. In altri termini, la Natura tende alla perfezione. Ma, poiché l’oro è carico di un simbolismo altamente spirituale, («l’oro è l’immortalità», ripetono i testi indiani), diventa evidente che in questo modo, preparata da certe speculazioni alchemico-soteriologiche, si fa strada l’idea del ruolo assunto dall’alchimista in quanto Salvatore fraterno della Natura. Egli aiuta la Natura a realizzare il proprio scopo, a raggiungere il proprio “ideale”, che consiste nel compimento della sua progenie minerale, animale o umana fino alla maturità suprema, cioè fino all’immortalità e alla libertà assoluta: e l’oro è, infatti, il simbolo della sovranità e dell’autonomia.

I nemici dei libri (2)

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Secondo Hans Tuzzi, la passione della bibliofilia può arrivare a limiti estremi, come suggerirebbe la storia delle due mogli di Thomas Phillips.

«Questo maniaco, la cui collezione di manoscritti e autografi superava ampiamente quella del British Museum, stipò di rarissimi documenti antichi ma anche di enormi quantità di cartaccia le sue molte case. Non soltanto ridusse la famiglia a vivere in ristrettezze, ma arrivò ad obbligare la moglie e le tre figlie a catalogare tutto ciò che acquistava (ed era, come si sarà capito, moltissimo). Caduta in depressione, la moglie si uccise a 37 anni; appena sepolta, subito Sir Thomas si diede a cercare una sostituta che però, come egli stesso scrisse a un conoscente, avrebbe dovuto portare almeno 50.000 sterline di dote. Incredibile a dirsi, riuscì a trovarla, anche se gli ci vollero dieci anni: era la figlia di un pastore anglicano, che garantì in dote 3.000 sterline l’anno. Ma qui, appunto, la bibliofilia si è trasformata in monomania, e il puzzo di muffa toglie il respiro. Apriamo la finestra… sperando che l’aria non faccia male ai libri.»

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Seguono alcune norme di carattere generale, che per chi colleziona libri antichi andrebbero sempre osservate.

«L’ideale sarebbe conservare i volumi in ambienti climatizzati e corredati di tutti i macchinari utili. Così fanno i collezionisti forniti di maggiori mezzi, i quali talvolta ricorrono persino ad attrezzatissimi caveaux. Ma stiamo parlando di collezionisti molto particolari e di collezioni ancor più eccezionali. Alcuni accorgimenti sono però alla portata di chiunque. Intanto, evitare di immagazzinare i libri in cantina o in soffitta: l’umidità macchia e può anche far aderire irreversibilmente le pagine tra loro. I libri vanno conservati in casa, in primo luogo perché così si conservano meglio e, in secondo luogo, perché così si vivono meglio: si guardano, si toccano, si sfogliano, si ammirano. Talvolta, persino, si leggono

Hans Tuzzi, Collezionare libri antichi, rari, di pregio (prefazione di Alessandro Olschki), Edizioni Sylvestre Bonnard, Milano 2000

 

materiali 8. Uomo e natura

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In realtà, l’alchimia è un atteggiamento culturale che nasce con l’uomo. Dal momento in cui esiste l’uomo pensante, raziocinante, esiste l’uomo che ha dei rapporti con la natura; nel momento in cui ha dei rapporti con la natura, l’uomo ritiene di dover entrare nel vivo della natura per utilizzarla.

I primordi dell’alchimia si sono avuti con tutti i tentativi che l’uomo ha fatto per conoscere la natura inanimata, a partire dalla scoperta del fuoco e dei metalli attraverso il fuoco. Le sorgenti e i pozzi, le grotte e le caverne, erano assimilati all’utero femminile, quindi alla matrice della Terra Madre. Si riteneva che i fiumi sacri della Mesopotamia avessero le loro sorgenti nell’organo genitale della grande Dea. La fonte dei fiumi era d’altronde considerata la vagina della terra. In babilonese, pu significava sia fonte di un fiume che vagina, e analogamente in sumerico buru significava vagina e fiume. In ebraico, il termine pozzo è impiegato anche nel senso di donna, sposa. In egiziano, il vocabolo bi significa utero e galleria di miniera. La designazione di Delphys, utero, si è conservata nel nome del santuario ellenico di Delfi.

Il ruolo rituale delle caverne, attestato fin dalla preistoria, potrebbe anche essere interpretato come un ritorno mistico alla “Madre”, il che spiegherebbe sia il senso delle sepolture nelle caverne, sia i riti iniziatici praticati in questi stessi luoghi. Se le sorgenti, le gallerie delle miniere e le caverne sono assimilate all’utero della terra madre, tutto ciò che giace nel ventre della terra è vivo, benché allo stadio di gestazione. I minerali estratti dalle miniere sono in qualche modo degli embrioni: crescono lentamente, come se obbedissero a un ritmo temporale diverso da quello degli organismi vegetali e animali; non di meno essi crescono, “maturano” nelle tenebre telluriche. La loro estrazione dal seno della terra è, quindi, un’operazione effettuata prematuramente. Se avessero avuto il tempo necessario per svilupparsi, cioè il ritmo geologico del tempo, i minerali sarebbero diventati metalli “maturi”, perfetti. Accelerando il processo di crescita del metallo, il metallurgo precipitava il ritmo temporale: mutava il tempo geologico in tempo vitale. La roccia genera le pietre preziose. Il nome sanscrito dello smeraldo è asmagarbhaja, “nato dalla roccia”, e i trattati indiani di mineralogia ne indicano la “matrice” nella roccia. L’autore dello Jawahirnameh (il libro delle pietre preziose) distingue il diamante dal cristallo secondo una differenza di età, espressa in termini embriologici: il diamante è pakka, cioè “maturo”, mentre il cristallo è kaccha, cioè “immaturo”, “verde”, non sufficientemente sviluppato.

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Ora, una concezione simile si è conservata in Europa fino al XVII secolo. Nel Mercure Indien, de Rosnel nel 1672 scriveva: «Il rubino, in particolare, nasce a poco a poco nella miniera; in principio è bianco e, crescendo, assume il suo colore rosso; da questo deriva il fatto che se ne possono trovare alcuni completamente bianchi, altri parte bianchi e parte rossi […] Come il bambino si nutre di sangue nel ventre materno, così si forma e si nutre il rubino». Persino Bernard Palissy scriveva che, come tutti i frutti della terra, i minerali «hanno, nella loro maturità, un colore differente da quello che avevano alla loro nascita». L’idea che i metalli “crescano” nel seno della miniera, concezione attestata già nell’antichità, si conserverà a lungo nelle speculazioni mineralogiche degli autori occidentali. «I materiali metallici – scrive Girolamo Cardano – si trovano nelle montagne, non diversamente dagli alberi, con radici, tronco, rami e numerose foglie». «Cos’è una miniera, se non una pianta coperta di terra?». A sua volta, Bacone scrive: «Alcune testimonianze antiche riferiscono che nell’isola di Cipro si trova una qualità di ferro che, ridotto in minuti frammenti e sepolto in un terreno bagnato di frequente, vi vegeta, per così dire, al punto che tutti questi frammenti diventano molto più grossi».

Queste concezioni arcaiche di una crescita dei metalli resistono a secoli di esperienza tecnica e di pensiero razionale, basti pensare alle nozioni mineralogiche acquisite dalla scienza greca. La spiegazione potrebbe consistere nel fatto che simili immagini tradizionali si rivelano, in fin dei conti, più vere dei risultati delle osservazioni precise e minuziose sul regno minerale: più vere, perché veicolate e valorizzate dalla nobile mitologia delle età della pietra. Per lo stesso motivo si lasciavano riposare le miniere dopo un periodo di intenso sfruttamento. La miniera, questa matrice della terra, richiedeva tempo per poter generare di nuovo.

Plinio scriveva che le miniere di galeno in Spagna «rinascevano» dopo un certo tempo. Indicazioni analoghe sono reperibili in Strabone, e Barba, un attore spagnolo del XVII secolo, le riprende a sua volta: una miniera sfruttata è in grado di ricostituire i propri giacimenti, a condizione di essere chiusa e tenuta a riposo per dieci o quindici anni. Perché, aggiunge Barba, coloro che credono che i metalli siano stati creati all’inizio del mondo commettono un errore grossolano: i metalli «crescono» nelle miniere. Il minerale greggio “cresce”, “matura”, e questa immagine della vita sotterranea acquista talvolta una valenza vegetale. Un chimico come Glauber ritiene ancora che «se il metallo raggiunge la perfezione e non viene estratto dalla terra da cui non riceve più nutrimento, può essere paragonato, in questo stato, all’uomo vecchio, decrepito […] La natura conserva la stessa circolarità di nascita e morte nei metalli come nei vegetali e negli animali». Perché, come scrive Bernard Palissy: «Dio non creò tutte queste cose per lasciarle inoperose […] Gli atri e le piante non sono inoperosi: il mare si sposta da una parte all’altra […] e anche la terra non è mai oziosa […] Ciò che si consuma naturalmente in essa, viene naturalmente rigenerato; essa lo rifà, in un modo o in un altro […] Tutto, esattamente come sulla superficie della terra, lavora a creare qualche cosa; allo stesso modo, anche l’interno, la matrice della terra lavora a produrre».

I nemici dei libri (1)

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Lepisma saccharina


Secondo Hans Tuzzi, esistono diverse fattispecie di “nemici” da cui i libri vanno difesi. Innanzitutto, gli insetti e i topi.

«Pagine e pagine sono state scritte sui “nemici dei libri”, una categoria nella quale rientrano alcune specie di insetti, tra i quali il più esecrato è il cosiddetto pesciolino d’argento (Lepisma saccharina), un Tisanuro che vive nelle case e si ciba di carta. Assai più nefasta è tuttavia la larva dell’anobio (Anobium punctatum), che scava gallerie nella carta, nel cuoio e nel legno: il ciclo di vita di quest’insetto dura tre anni. E poi, naturalmente, ci sono i topi, come quello contro il quale lancia la spugna l’amanuense Ildebrando, in un disegno che orna un capitolare medievale conservato a Praga.

Anobium punctatum
Anobium punctatum

Oggi, grazie a condizioni igieniche complessivamente migliori rispetto a quelle di cinquant’anni fa, insetti e topi sono meno presenti (talvolta soltanto meno visibili) nelle case. Tuttavia, qualora l’abitazione venga presa di mira da tarme, tipule o altri insetti, è bene evitare di spruzzare insetticidi a spray sui volumi: meglio rivolgersi a ditte di disinfestazione.»

Poi, vengono i cani, i gatti, le donne e – ovviamente – i bambini.

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Bruce Chatwin


«I bibliofili che hanno scritto sull’argomento non si sono però limitati a queste bestie sgradite: ecco allora, in un crescente delirio di misantropia e di ostilità per ciò che è vivente, elencati di volta in volta fra i “nemici” gatti e cani (orinano, graffiano, masticano: si dice che Bruce Chatwin – proprio un bel personaggino, e comunque tutto fuorché un bibliofilo, visto che i libri, non dovendo turbare l’arredamento studiatamente essenziale delle sue abitazioni, una volta esaurito lo scopo di documentazione per l’opera in corso di stesura, finivano o rivenduti o in magazzino – avesse avuto una crisi isterica allorché uno dei cani della moglie si fece i denti su un suo libro), i bambini, le donne… Si scopre poi, nella vita quotidiana, che molti collezionisti di libri hanno gatti (del resto, non aveva Sylvestre Bonnard un gatto filosofo?), hanno cani, hanno figli e, persino, una moglie che il più delle volte fa da antemurale alla vita quotidiana per consentire allo sposo di tuffarsi serenamente nel sancta sanctorum della biblioteca. E se tra i luoghi comuni più ripetuti figura quello della donna poco amante dei libri, bisogna pur ammettere che molti bibliofili si sono piegati al matrimonio spinti dalle ragioni più abiette. Senza arrivare al caso romanzesco di chi sposa una ragazza perché non ha altro modo di recuperare il libro prestatole [nel romanzo Zuckerman Unbound di Philip Roth], si può ricordare, nella realtà, il caso di Sir Thomas Phillipps, vissuto nell’Inghilterra post-napoleonica e vittoriana.»

Hans Tuzzi, Collezionare libri antichi, rari, di pregio (prefazione di Alessandro Olschki), Edizioni Sylvestre Bonnard, Milano 2000

 

materiali 7. Magnum Opus

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Fondamentale è l’identità che gli alchimisti affermano esistere tra la creazione del cosmo e l’operazione che realizza la Grande Opera. In virtù della legge d’analogia, essi riconoscono che il capitolo primo del libro della Genesi è la più grande pagina d’alchimia; chiunque abbia compreso il mistero della creazione del cielo, della terra, delle acque, della luce, e quindi degli animali e degli uomini, conosce il segreto della pietra filosofale.

L’athanor, in cui si compie la trasmutazione, à una matrice a forma d’uovo, come il mondo stesso, che è un uovo gigantesco, l’uovo orfico che si trova alla base di tutte le intuizioni in Egitto e in Grecia. E come lo spirito del signore fluttua sulle acque, così nelle acque dell’athanor deve fluttuare lo spirito del mondo, lo spirito di vita di cui l’alchimista deve impadronirsi.

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Un antico libro d’alchimia di Mylius, Basilica philosophica, Francoforte 1620, ha indicato questa analogia in una bella tavola di Mérian. In cima il mondo, il cosmo, espresso in sintesi simbolica; il mondo celeste rappresentato dagli angeli e il nome del signore «Tetragrammaton»; il mondo planetario e zodiacale; il mondo terrestre costituito dagli elementi. Sopra, l’uomo, Adamo, analogo al sole e all’oro, elemento maschile; la donna, Eva, simile alla luna e all’argento, elemento femminile: ambedue sono gli agenti dell’operazione alchemica e sono legati con catene al macrocosmo. Al centro, il paradiso terrestre con i sette metalli, il tutto circondato da figure emblematiche.Il procedimento seguito nella formazione del mondo è uguale alla generazione animale: per questo tutti gli alchimisti ripetono spesso, con ostinazione, che la loro unica maestra è la natura, che il libri non sono necessari per compiere la grande opera, e che per riuscire basta aprire gli occhi e imitare la natura.

Il presidente d’Espagnet, nel suo Enchiridion Physicae Restitutae, Parigi 1651, incomincia tracciando le fasi della creazione del mondo, che egli considera base del procedimento dell’opera: «Chiunque ignori che lo spirito che ha tratto il mondo dal nulla e lo governa è l’anima del mondo, ignora le leggi dell’universo». Egli insiste sulla conoscenza della «Natura seconda, che è lo Spirito dell’universo, cioè una virtù vivificante della luce che fu creata fin dall’inizio e che fu unita al corpo del Sole, quella che Zoroastro ed Ercole hanno chiamato anima del mondo». A causa di questa costante imitazione della natura, gli alchimisti si sono anche definiti i filosofi per eccellenza, i saggi; per questo essi chiamano la loro scienza «la filosofia» e il risultato della loro opera Pietra filosofale.

materiali 6. Recipe

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Seguono poi tipiche ricette derivate dall’antica tradizione orale. In latino le ricette cominciano con Recipe, in greco con Labon, cioè con «si prenda». Eccone l’inizio: «Si prenda dell’argento vivo, lo si fissi in grumi di terra o mediante magnesia o zolfo e lo si metta da parte. [Questa è la fissazione per mezzo del calore, la miscela delle specie.] Si prenda una parte di piombo e della preparazione fissata per mezzo del calore, e due parti di pietra bianca, e una parte della medesima pietra, e una parte di Realgar [solfuro rosso di arsenico] e una parte di pietra verde [non si sa cosa sia]. Si mescoli il tutto con il piombo, e quando lo si è disintegrato lo si riduca tre volte allo stato liquido [cioè lo si faccia fondere tre volte]. Si prenda argento vivo sbiancato con il rame, e si prenda di esso e di magnesia dominante un’altra parte, con una parte d’acqua, e di ciò che resta in fondo al vaso e che è stato trattato con succo di limone, si usi una parte, e di arsenico che è stato catalizzato con l’orina di un fanciullo incorrotto, una parte, e quindi di Cadmeia [cadmia, o calamina, termine che indica genericamente un minerale capace di produrre fuoco] una parte, e di Pirite [altro minerale che produce fuoco] una parte, e una parte di sabbia cotta con lo zolfo, e due parti di monossido di piombo con absesto, e una parte di ceneri di Kobathia [probabilmente un solfito di arsenico], e si riduca il tutto allo stato liquido con un acido molto potente, un acido bianco, e si lasci seccare, e si otterrà così il grande rimedio bianco». Il testo continua così per altre due pagine.

Tra gli elementi chimici citati, c’è un elemento di natura un po’ diversa: l’orina di un fanciullo incorrotto. Naturalmente anche l’orina contiene importanti sostanze corrosive ed era molto usata; ma il fatto che debba appartenere a un fanciullo incorrotto – che non abbia cioè ancora raggiunto l’età della pubertà – denuncia l’importanza delle rappresentazioni magiche. È pregiudizio generale e antica superstizione che l’orina di un fanciullo incorrotto sia particolarmente efficace non solo nelle reazioni chimiche ma anche negli incantesimi d’amore, dove si dimostra più potente della comune orina in quanto contiene qualcosa di magico. L’uso dell’orina di un fanciullo incorrotto era una tradizione della magia africana e in particolar modo di quella egizia. Poco prima di raggiungere la pubertà i ragazzi hanno doti medianiche piuttosto sviluppate, che perdono in seguito. I maghi, che praticavano spesso l’ipnotismo, usavano altre persone come medium, perché rivelassero la verità mentre erano addormentate. Per tali esperimenti magici, anticamente assai diffusi, venivano preferiti i fanciulli impuberi, e i maschi più delle femmine: si riteneva infatti che un fanciullo incorrotto fosse il vaso più puro dell’inconscio, tramite il quale potevano parlare spiriti e dèi.

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La struttura di questo racconto ricorda la storia raccontata nel Libro di Enoch, un’apocalisse apocrifa, in cui si dice che tutte le arti e i mestieri (la lavorazione del ferro, l’alchimia, la cosmesi) furono rubati dalle figlie degli uomini agli angeli o, secondo, altre versioni, ai giganti. Così come nel mito ebraico le arti appartengono prima agli angeli o ai giganti e poi vengono conquistate dalle donne, nel nostro testo i segreti alchimistici appartengono all’angelo e poi vengono conquistati da Iside. Iside li trasmette a Horus, e in questo modo ha inizio la tradizione.

Il mito ebraico sostiene che tutto il male viene dalle donne, come ben sappiamo dalla Genesi e dalla Storia di Eva, che aveva anch’essa il problema di come ottenere la conoscenza da Dio. Nella storia biblica Eva la ottiene dal serpente e la trasmette ad Adamo – il che è un furto perché Dio teneva per sé la conoscenza di sé – e da quel momento l’uomo conosce il bene e il male, come Dio. Nella Genesi il furto è considerato soltanto un male. Nel Libro di Enoch il furto dei segreti della tecnica da parte delle donne ha la stessa connotazione e contribuisce alla corruzione del nostro mondo, che perde con esso l’innocenza originale.

Nel testo del Codex Marcianus invece la prospettiva è completamente cambiata: il fatto che Iside riesca ad ottenere il segreto dagli angeli è vissuto come una grande conquista. La vicenda di Iside contiene un elemento nuovo: l’elemento femminile, il principio femminile, carpisce il segreto agli strati più profondi e, facendo da mediatore, lo trasmette all’umanità. In questo testo Iside non viene rappresentta come una dea, ma piuttosto come una profetessa, perché conosce il futuro in modo veritiero; essa manifesta la verità che prima era nascosta, svela l’arcano a suo figlio: l’uomo genera l’uomo, il leone il leone, il cane il cane. La conoscenza può essere, quindi, tanto velenosa quanto salutare: perciò secondo alcuni miti essa è causa della corruzione del mondo e secondo altri invece è benefica e sanatrice. L’idea biblica è che la conoscenza è dapprima corruzione ma poi si trasforma in guarigione. Essa è sinonimo di corruzione nel Vecchio Testamento, ma poi Cristo se ne serve e la trasforma in guarigione, cosicché bisogna assumere verso di essa un atteggiamento ambivalente.