Franz Kafka, Lettera al padre (19)

06-836065_0x420Ora tu mi puoi dare qualche risposta, rispetto ai miei tentativi di matrimonio, e in parte l’hai anche fatto: non potevi avere molto rispetto per la mia decisione se io avevo già due volte rotto il mio fidanzamento con F. e per due volte ero tornato sui miei passi se avevo trascinato inutilmente te e la mamma a Berlino per il fidanzamento e simili. E tutto vero, ma come siamo arrivati a tanto?
Il pensiero che stava alla base dei due tentativi di matrimonio era del tutto corretto: mettere su casa, divenire autonomo. Un pensiero che a te è simpatico, solo che in realtà succede come in quel gioco in cui uno tiene stretta la mano di un altro, più forte che può, e gli grida: “Vai, vai, perché mai non vai?”. E nel nostro caso tuttavia questo è stato complicato dal fatto che tu hai da sempre pronunciato sinceramente quel “Vai!”, ma altrettanto da sempre, senza saperlo, mi hai trattenuto o più esattamente represso soltanto in virtù del tuo essere.
Tutte e due le ragazze erano state scelte certo per caso, ma straordinariamente bene. Di nuovo un segno del tuo completo fraintendimento, il fatto che tu possa credere che io, pavido, titubante e dubbioso come sono, possa decidermi tutto d’un tratto al matrimonio, rapito da una camicetta. Tutti e due i matrimoni sarebbero divenuti invece matrimoni di ragionamento, nella misura in cui da ciò emerge che giorno e notte, la prima volta per anni e la seconda per mesi tutta la mia energia intellettuale era stata dedicata a quel progetto.
Nessuna delle due ragazze mi ha deluso, sono stato io a deludere entrambe. Il mio giudizio su di loro, oggi, è esattamente lo stesso di quando volevo sposarle.
Non è vero neppure che al secondo tentativo di matrimonio avessi trascurato l’esperienza del primo, che fossi stato cioè un po’ leggero. I due casi erano molto diversi, e nel secondo caso, indubbiamente molto più promettente, fu proprio l’esperienza precedente a darmi speranza. Non voglio scendere qui in particolari.
Perché, allora, non mi sono sposato? Ci sono stati singoli ostacoli, come dappertutto, ma la vita consiste proprio nell’accettare questi ostacoli. L’ostacolo essenziale e purtroppo indipendente dal singolo caso era però il fatto che evidentemente io sono mentalmente incapace di sposarmi. Ciò è rivelato dal fatto che, dal momento in cui decido di sposarmi, non riesco più a dormire, la testa mi arde notte e giorno, non vivo più, mi aggiro barcollando disperato. A dire il vero non sono le preoccupazioni a provocarmi questo stato, per quanto date la mia malinconia e la mia pedanteria esso sia accompagnato da innumerevoli preoccupazioni, ma queste non sono l’elemento decisivo, completano come vermi il lavoro sul cadavere, ma è altro a colpirmi in maniera decisiva. E la pressione generica dell’angoscia, della debolezza, del disprezzo per me stesso.
Voglio cercare di spiegarlo meglio: a proposito del tentativo di matrimonio coincidono energicamente come non mai due elementi apparentemente contrapposti del mio rapporto con te. Il matrimonio è sicuramente una garanzia della più intensa liberazione di sé e indipendenza. Io avrei una famiglia, il massimo a cui a mio parere si possa arrivare, e anche il massimo a cui tu sei arrivato, sarei un tuo pari, tutte le vergogne e le tirannie antiche ed eternamente nuove sarebbero mera storia. Sarebbe però favoloso, e proprio in questo consiste l’elemento di dubbio. E troppo, non si può giungere a tanto. E come se uno fosse prigioniero e non avesse più intenzione di fuggire, cosa forse possibile, ma soltanto, e a dire il vero contemporaneamente, l’intenzione di trasformare la propria prigione in un castello. Se fugge, però, non può più trasformarla, e se la trasforma non può fuggire. Se io voglio divenire autonomo, nel particolare rapporto di infelicità che mi lega a te, debbo fare qualcosa che se possibile non abbia nessun rapporto con te; il matrimonio è il massimo, e dà la più rispettabile autonomia, ma al contempo ha anche un rapporto strettissimo con te. Voler andare al di là ha quindi qualcosa della follia, e ogni tentativo in tal senso è punito con essa.
In parte però è proprio questo stretto rapporto a rendere il matrimonio così allettante ai miei occhi Me la immagino così bella, questa parità che si costi tuirebbe così tra noi e che tu potresti comprendere come nessun altro, proprio perché io potrei essere un figlio libero, grato, innocente e sincero, e tu un padre sereno, non tirannico, comprensivo, contento. Ma a tal fine si dovrebbe poter far sì che non fosse accaduto tutto quel che è accaduto, ovvero che noi stessi fossimo cancellati. Così come siamo, tuttavia, il matrimonio mi è precluso proprio dal fatto che è il terreno che più ti è proprio. Talvolta immagino di poter aprire davanti a me la carta terrestre e di stendertici sopra Mi pare allora che per la mia vita si possano prendere in considerazione solo quei territori che né copri col tuo corpo né sono comunque alla tua portata. E data l’idea che mi son fatto della tua grandezza, questi territori non sono molti né molto confortanti, e il matrimonio in particolare non ne fa parte.
Già questo paragone dimostra che io non voglio assolutamente dire che è stato il tuo esempio ad allontanarmi dal matrimonio, più o meno come col negozio.
E proprio il contrario, nonostante ogni remota analogia. Nel vostro matrimonio avevo davanti a me un matrimonio sotto molti aspetti esemplare, esemplare nella fedeltà, nell’aiuto reciproco, nel numero dei figli; e anche quando i figli sono cresciuti e hanno turbato sempre più la pace familiare, il matrimonio in quanto tale non ne è stato sfiorato. Proprio da questo esempio, forse, deriva l’alto concetto che ho di esso; il fatto però che il mio desiderio di contrarre matrimonio sia stato impotente aveva altri motivi. Essi vanno rinvenuti nel tuo rapporto con i figli, di cui tratta tutta la lettera.

(19 – continua)

Le donne, la passione, il sesso (di Schopenhauer)

 

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Dopo la madre, la presenza più invasiva nella vita di Arthur fu una querula cucitrice di nome Caroline Marquet. Pochi resoconti biografici di Schopenhauer evitano di menzionare il loro incontro in un mezzogiorno del 1823, che ebbe luogo su di una scala male illuminata, a Berlino, davanti all’appartamento di Arthur, quando lui aveva trentacinque anni e Caroline quarantacinque.
Quel giorno Caroline Marquet, che viveva nell’appartamento adiacente, aveva in visita tre amiche. Irritato dal rumoroso chiacchiericcio, Arthur spalancò la propria porta, accusò le donne di violare la sua intimità, visto che l’anticamera dove stavano chiacchierando faceva tecnicamente parte del suo appartamento e con durezza intimò loro di andarsene. Quando Caroline rifiutò, Arthur la costrinse fisicamente, scalciando e gridando, ad abbandonare l’anticamera e scendere giù per le scale. Quando lei, con impertinenza, risalì le scale con aria di sfida, lui la respinse di nuovo, questa volta con maggior energia.
Caroline lo citò in giudizio, affermando di esser stata spinta giù per le scale e di aver subito un danno fisico notevole che aveva avuto come conseguenze dei tremori e una parziale paralisi. Arthur aveva una gran paura di subire un processo: sapeva che era molto improbabile che riuscisse mai a cavare dei soldi dai suoi interessi di studioso e aveva sempre difeso accanitamente il capitale ereditato dal padre. Quando i suoi soldi furono in pericolo, egli divenne, secondo le parole del suo editore, «un cane alla catena».
Convinto che Caroline Marquet fosse un’opportunista poco di buono, si batté contro la citazione in giudizio con tutte le sue forze, appigliandosi a ogni possibile cavillo legale. Gli accaniti procedimenti processuali si protrassero per i sei anni successivi fino a che il tribunale non si pronunciò a suo sfavore e lo condannò a pagare a Caroline Marquet sessanta talleri l’anno per tutto il perdurare del suo danno fisico. (In quegli anni una serva o una cuoca sarebbero state pagate venti talleri l’anno più vitto e alloggio.) La previsione di Arthur che lei sarebbe stata sufficientemente scaltra da tremolare fino a quando i soldi avessero continuato a scivolarle in tasca si rivelò esatta; continuò a pagare per il suo sostentamento fino a quando la donna non morì, ventisei anni più tardi. Quando gli fu recapitata una copia dell’atto di morte, ci scarabocchiò sopra: «Obit anus, abit onus» (la vecchia muore, il fardello è sollevato).
E le altre donne della vita di Arthur? Arthur non si sposò mai ma fu tutt’altro che casto: per la prima metà della sua vita fu anzi molto attivo sessualmente, forse persino ossessionato dal sesso. Quando Anthime, l’amico d’infanzia di Le Havre, lo andò a trovare ad Amburgo durante il periodo di apprendistato di Arthur, i due giovanotti trascorsero le loro serate alla ricerca di avventure amorose, sempre con donne degli strato sociali più bassi: servette, attrici, ballerine di fila. Se non avevano successo nelle loro ricerche, mettevano fine alla loro serata consolandosi tra le braccia di una «prostituta industriosa».
[…]
A trentatré anni Arthur iniziò una relazione intermittente della durata di dieci anni con una giovane ballerina di fila berlinese di nome Caroline Richter detta Medon, che spesso portava avanti contemporaneamente delle storie con uomini diversi. Arthur non aveva nulla da obiettare a questa soluzione e diceva: «Per una donna doversi limitare a un uomo nel breve tempo della propria giovinezza è una situazione innaturale. Essa è costretta a serbare per uno ciò che quell’uno non arriva a utilizzare e che molti altri desidererebbero da lei». Allo stesso modo si opponeva alla monogamia per l’uomo: «L’uomo ha dapprima troppo, e poi troppo poco […] gli uomini sono per una metà della vita puttanieri, per l’altra becchi».

Irvin D. Yalom, La cura Schopenhauer (trad. di Serena Prina), Neri Pozza Editore, Vicenza 2005, pp. 222-223

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Stamattina ho sognato che si dovevano prendere importanti decisioni a livello politico sulla condizione della donna, e io ero in attesa di conoscerne l’esito, probabilmente attraverso la televisione, come faccio quando sono ansioso di sapere qualcosa sui grandi eventi che influenzano il mondo. Le donne hanno un posto di preminenza nella mia vita: lo dimostra il fatto che, ad esempio, il mio migliore amico è una donna, il mio medico curante è una donna, i miei avvocati sono donne, le dichiarazioni dei redditi me le fanno le donne, le migliori collaborazioni sul lavoro le ho avute con donne. Insomma, se devo mettermi nelle mani di qualcuno, preferisco sia donna. Poi, come ho già raccontato, le rare volte in cui mi trovo in situazioni conviviali (una cena o un matrimonio o un party), mentre i maschi tendono a radunarsi fra loro a parlare dei loro interessi, e le donne fanno altrettanto, io mi ritrovo sempre fra queste ultime, solo maschio, ad ascoltare i loro discorsi. Sarà perché con gli uomini non ho molti argomenti: non seguo il calcio, non amo le automobili o le moto, vado poco in bicicletta, non faccio vacanze cool e, infine, non mi atteggio verso le donne come i maschi fanno tradizionalmente. È che mi considero un partner a tutto tondo, tutto qui.

Le donne, la passione, il sesso (di Schopenhauer)

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Dopo la madre, la presenza più invasiva nella vita di Arthur fu una querula cucitrice di nome Caroline Marquet. Pochi resoconti biografici di Schopenhauer evitano di menzionare il loro incontro in un mezzogiorno del 1823, che ebbe luogo su di una scala male illuminata, a Berlino, davanti all’appartamento di Arthur, quando lui aveva trentacinque anni e Caroline quarantacinque.
Quel giorno Caroline Marquet, che viveva nell’appartamento adiacente, aveva in visita tre amiche. Irritato dal rumoroso chiacchiericcio, Arthur spalancò la propria porta, accusò le donne di violare la sua intimità, visto che l’anticamera dove stavano chiacchierando faceva tecnicamente parte del suo appartamento e con durezza intimò loro di andarsene. Quando Caroline rifiutò, Arthur la costrinse fisicamente, scalciando e gridando, ad abbandonare l’anticamera e scendere giù per le scale. Quando lei, con impertinenza, risalì le scale con aria di sfida, lui la respinse di nuovo, questa volta con maggior energia.
Caroline lo citò in giudizio, affermando di esser stata spinta giù per le scale e di aver subito un danno fisico notevole che aveva avuto come conseguenze dei tremori e una parziale paralisi. Arthur aveva una gran paura di subire un processo: sapeva che era molto improbabile che riuscisse mai a cavare dei soldi dai suoi interessi di studioso e aveva sempre difeso accanitamente il capitale ereditato dal padre. Quando i suoi soldi furono in pericolo, egli divenne, secondo le parole del suo editore, «un cane alla catena».
Convinto che Caroline Marquet fosse un’opportunista poco di buono, si batté contro la citazione in giudizio con tutte le sue forze, appigliandosi a ogni possibile cavillo legale. Gli accaniti procedimenti processuali si protrassero per i sei anni successivi fino a che il tribunale non si pronunciò a suo sfavore e lo condannò a pagare a Caroline Marquet sessanta talleri l’anno per tutto il perdurare del suo danno fisico. (In quegli anni una serva o una cuoca sarebbero state pagate venti talleri l’anno più vitto e alloggio.) La previsione di Arthur che lei sarebbe stata sufficientemente scaltra da tremolare fino a quando i soldi avessero continuato a scivolarle in tasca si rivelò esatta; continuò a pagare per il suo sostentamento fino a quando la donna non morì, ventisei anni più tardi. Quando gli fu recapitata una copia dell’atto di morte, ci scarabocchiò sopra: «Obit anus, abit onus» (la vecchia muore, il fardello è sollevato).
E le altre donne della vita di Arthur? Arthur non si sposò mai ma fu tutt’altro che casto: per la prima metà della sua vita fu anzi molto attivo sessualmente, forse persino ossessionato dal sesso. Quando Anthime, l’amico d’infanzia di Le Havre, lo andò a trovare ad Amburgo durante il periodo di apprendistato di Arthur, i due giovanotti trascorsero le loro serate alla ricerca di avventure amorose, sempre con donne degli strato sociali più bassi: servette, attrici, ballerine di fila. Se non avevano successo nelle loro ricerche, mettevano fine alla loro serata consolandosi tra le braccia di una «prostituta industriosa».
[…]
A trentatré anni Arthur iniziò una relazione intermittente della durata di dieci anni con una giovane ballerina di fila berlinese di nome Caroline Richter detta Medon, che spesso portava avanti contemporaneamente delle storie con uomini diversi. Arthur non aveva nulla da obiettare a questa soluzione e diceva: «Per una donna doversi limitare a un uomo nel breve tempo della propria giovinezza è una situazione innaturale. Essa è costretta a serbare per uno ciò che quell’uno non arriva a utilizzare e che molti altri desidererebbero da lei». Allo stesso modo si opponeva alla monogamia per l’uomo: «L’uomo ha dapprima troppo, e poi troppo poco […] gli uomini sono per una metà della vita puttanieri, per l’altra becchi».

Irvin D. Yalom, La cura Schopenhauer (trad. di Serena Prina), Neri Pozza Editore, Vicenza 2005, pp. 222-223

Autopsie: tuttomio!

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L’espressione inglese pissing, o pioggia dorata, vuol indicare “una pratica sessuale che consiste nell’orinare sul corpo o nella bocca del partner”, per provocare o intensificare l’eccitazione e il piacere orgasmico.
Una pratica di lunga tradizione, dicono, che oggi può esser facilmente osservata da chi ama frequentare il porno sul Web.

Ma che c’entra la pratica del pissing con il libro di cui si sta per parlare? Be’, c’entra non in maniera diretta, a dire il vero, ma solo in maniera trasversale; certamente vi è correlata sotto il profilo “programmatico”.


Perché stavolta il libro inviatoci per l’esame autoptico dalla coriacea Gaia Conventi tocca temi erotici e scabrosi, in linea con l’attuale voga editoriale orientata ai piaceri proibiti (inaugurata con le 50 sfumature mondadoriane), anche se lo fa utilizzando canoni e stilemi tipicamente medio-novecenteschi.

Il volume, intitolato il tuttomio, è un cartonato di 147 pagine, stampato in caratteri grandi (forse per favorire i lettori medio-novecenteschi, o forse per aumentare ingannevolmente lo spessore cartaceo). Peso 370 grammi; formato cm 24,3 x 16,2; specchio di stampa cm 17 x 10,7 (dunque, ampi margini che alimentano il sospetto del consumo-carta).

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Il grado di originalità del titolo è basso, anche se si è cercato di differenziarlo togliendo lo spazio fra le parole. Forte resta l’analogia con altri titoli sul mercato:
È tutto mio!;
È tutto mio! I dieci trucchetti;
Un cavallo tutto mio;
Voglio un amore tutto mio;
Per un mondo tutto mio;
Un universo tutto mio;  ecc.

La recensione fatta da Gaia Conventi a questo libro appare molto chiara.
Sintetizzando per punti:
– L’originalità della storia è quasi nulla, visto che ci si è dichiaratamente ispirati (bandella scripsit) “alla scandalosa vicenda dei marchesi Casati Stampa”.
– Il testo risulta complessivamente breve e privo di sussulti.
– I rapporti sessuali sono solo accennati col “dire ma non descrivere”, o “richiamare ma non dire”, quando invece l’intento dell’operazione editoriale parrebbe quello di scuotere la sensibilità erotica di oggi, in linea col mainstream imperante.

Pertanto, data la debolezza degli strumenti qui utilizzati, gli unici “colpi di lombi” destinati a scuotere la sensibilità erotica del lettore sembrano essere le prestazioni urinarie della protagonista.
Come cita Conventi, “Le piace sentire il liquido caldo che scorre da lei e la bagna. È un piacere che può permettersi unicamente la domenica mattina, quando è sola in casa. Vi si crogiola a occhi chiusi, fino a che la pipì si raffredda. Poi farà sparire le lenzuola sporche mettendole in lavatrice.
Caspita: una trovata ardita, senza dubbio. Peccato che già nei bordelli del primo Novecento si facesse anche di peggio, come illustrato sopra (immagine Wikipedia).

La storia narrata nel libro, a quanto risulta, è fatta da trombatori, tanti. E da una trombatrice, la protagonista, che sarebbe indotta alle molte fornicazioni dalla personalità malata dell’uomo impotente che si è impossessato di lei.
Questo fa un po’ rapporto sado-maso, se vogliamo, in accordo con la moda delle Sfumature appena esplosa. Ma purtroppo non si è capito che non siamo più negli anni Cinquanta e Sessanta; e che già negli anni Settanta c’era Alberto Moravia a darci dentro, con ben più competenza, e che dopo è arrivata Erica Jong, e poi tutto il resto.
Ma vogliamo mettere la storia scandalosa dei marchesi, ormai passata nei polverosi annali della cronaca, con Porci con le ali, Emmanuelle, Ultimo tango a Parigi, Nove settimane e mezzo? Tutte cose, peraltro, già superate dalle esibizioni sessuali meccaniche, quando non violente e lesioniste, delle recenti derive del porno.

Ma tralasciamo le considerazioni generali e passiamo all’autopsia delle due pagine prese a campione, cominciando dalla n. 86.

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Dalla prima riga:

Hai appetito?” le domanda Simone alzandosi dal letto.
“No.”
Ha appetito, certo, ma preferisce restare accoccolata contro di lui a fare ronron come una gatta.

Bene. Viene subito proposta l’immagine stereotipata della donna che, soddisfatti i suoi bisogni di “gatta in calore”, vuol star vicina all’uomo che le ha fatto vedere il  Paradiso, senza chiedere altro. Figura che può essere vera, non lo si vuol negare per forza; ma qui viene riproposta tale e quale, senza mediazione alcuna, anzi con sciatta elementarità, in un’opera che pretende di essere “letteraria”, scritta da un nome di grido.
Questo è un palese inganno nei confronti del lettore, e non è fatto in buona fede.

Dalla quinta riga:

Dio, quanto è stato bello.
Tutta un’altra cosa rispetto a zio Arturo.
Crede di essere addirittura svenuta, a un certo punto. O se non svenuta, deve avere avuto un mancamento piuttosto forte.

“Un mancamento piuttosto forte”: capito? Dunque, lo stereotipo prosegue. E prosegue in maniera così volgarmente elementare, da far pensare al testo di un fotoromanzo.
La prestazione dell’amante – di gran lunga superiore a quella dello zio – è così superlativa da ridurre la protagonista in deliquio, in uno stile ridicolmente primo-novecentesco.
In più, l’invocazione iniziale di Dio sembra richiamare l’idea che l’uomo, quando fa raggiungere alla donna l’estasi erotica, diventa per lei una specie di divinità.

Ma andiamo avanti:

Si stiracchia.
Il temporale non accenna a diminuire.
Lei guarda Simone, nudo, illuminato dal fuoco del camino. Che muscoli che ha!

Bene: siamo in perfetto clima-fotoromanzo. Pari pari, senza una sbavatura: direi con una precisione quasi filologica.

Inoltre, emerge chiaramente la tecnica – già esposta in una precedente autopsia – adottata sempre più spesso per far crescere il numero di pagine: andare a capo quasi a ogni frase, anche se non ce n’è bisogno.
Una pratica stucchevole e disonesta, il cui abuso finisce per renderla odiosa.

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E ora, il pezzo forte:

“Mi scappa la pipì.”
“Se te la senti di uscire fuori con questo tempo…”
Non se la sente.
Ma il bisogno si fa sempre più forte. Occorrerebbe… ecco, un catino.
“Dammi…”
Non finisce la frase. Ha cambiato idea. Non ha nessuna voglia di fare un movimento, anche minimo.
Il suo corpo è così rilassato, così beato, così sazio, che non ce la farebbe ad alzarsi dal letto.
Sta provando una sensazione di benessere assoluto.
Chiude gli occhi per godersela meglio.
“Che vuoi?” le domanda Simone.
“Niente.”
Simone si risorica, l’abbraccia.
“Ma cos’è tutto questo bagnato?” domanda sorpreso.
Lei s’impaurisce. Quando le capitava, nonna le dava tante di quelle botte!
Parla con un filo di voce.
“L’ho fatta a letto.”
Simone resta un attimo interdetto, poi si mette a ridere.
Così tanto che gli vengono le lacrime agli occhi.

Alleluja: ecco la pioggia dorata sparsa nel letto! L’aspettavamo con ansia.

Forse è il momento di riflettere sul senso che può avere questa operazione editoriale.
Tutto farebbe pensare che, per seguire l’onda dell’ultima voga sado-maso, si sia indotto l’autore a sfornare un simile prodotto, al solo scopo di spremere il mercato. Ma ne è uscita un’opera non originale, perché ricalca una vecchia e stantia vicenda di cronaca nera; e non trasgressiva, perché riduce la truculenza dell’hard-core, anche solo immaginato, a una forma minorata e ormai superata, che vorrebbe riprodurne i suoni, ma senza voce.

Così, come cinquant’anni fa la grande epopea western produsse il filone italico dello spaghetti-western, qui sembra che i temi dell’epopea hard abbiano prodotto uno spaghetti-hard, ammesso che il termine abbia senso. Uno spaghetti-hard che, invece del robusto e deflagrante pissing, non è riuscito a offrire più di un mesto e sconcertante piscia-letto (fenomeno, fra l’altro, tipico degli infanti, degli infermi e dei geronti).
Tutto questo è molto triste.

Passando alla pagina 87, leggiamo:

Andando a prendere la macchina per tornare a casa, accende il cellulare che ha tenuto spento per tutto il pranzo. Ci sono tre messaggi, tutti di Mario.
Il primo dice:
“Ti amo.”
Il secondo dice:
“Ti amo di più del precedente ti amo.”
IL terzo dice:
“Ti amo assai assai di più dei due precedenti ti amo.”
Le viene da sorridere. Che stupidino!

Che stupidino! Esclamazione molto in linea con quanto dice la bandella rossa riprodotta in alto: “Un romanzo impeccabile, splendente di luce nerissima”.
Eccome.

E a finir la pagina:

Poi era comparso questo ragazzino che evidentemente era venuto lì per i fatti suoi. Si era messo sotto l’ombrellone accanto al loro, aveva con sé due libri malridotti, un quaderno, una biro. Prendeva appunti. Forse era uno studente che aveva marinato la scuola.
Un corpo magro, nervoso, scattante.
Lei si era tolta per un attimo gli occhiali e i loro sguardi si erano incontrati per caso.
Da quel momento il ragazzino non le aveva tolto gli occhi di dosso, aveva messo da parte i libri, si agitava, sbavava.

Diamine: qui abbiamo un ragazzino che, giunto in spiaggia con tanto di libri e quaderno, appena vede la protagonista inizia ad agitarsi e a sbavare.
Pensavamo che a sbavare dietro le donne fossero gli uomini adulti o in età, o i vecchi bavosi dei noti luoghi comuni; qui invece abbiamo un’innovazione (almeno una): il ragazzino in età scolare che, quando vede un pezzo di gnocca, si agita e si mette a sbavare facendo le bollicine.


Bene. Nonostante tutto, era nostra intenzione risparmiare a questo libro l’onta dell’analisi con la macchina esaminatrice Bullshit Detector, di cui abbiamo già parlato, fiore all’occhiello del laboratorio.
Ciò, quanto meno, per rispetto verso l’autore.
Ma la tentazione era forte. Così, mossi dalla curiosità, abbiamo inserito il volume nell’apparecchio, ma con la sola funzione “calcolo random“: una modalità in cui si analizzano unicamente gli aspetti “computistici” legati alla narrazione del libro in esame.
E i risultati sono stati sorprendenti.

http://4.bp.blogspot.com/-TV7ovGDvaWw/Tht9Vz88emI/AAAAAAAAAJ8/DoZh2XMgyxU/s1600/bullshit+detector+1.gif


Non perché non si è potuto determinare il numero delle trombate, visto che sono per lo più solo accennate, se ne trovano di antiche e di moderne, di “consumate-non consumate”, di dette e non dette, fatte nella cabinetta della spiaggetta, in macchina, o nel letto, o in soffitta, con o senza la testa di vacca essiccata (su cui pure si piscia) eccetera.

Il risultato sorprendente è stato una specie di simulazione che fa tornare in mente certi problemi svolti alla scuola elementare, di questo tenore:
Se Arianna fa la pipì a letto ogni domenica, intridendo il materasso con mezzo litro di orina e lasciandolo ogni volta asciugare senza lavarlo, quanta urea, cloruro di sodio, azoto, urobilina, calcio, ammoniaca, nonché acidi urico, ippurico, solforico, fosforico, cloridrico si accumuleranno nel materasso in cinque anni?

Ohibò, questa non ce l’aspettavamo. Ma la soluzione del problema si è rivelata banale, se ci si accontenta di valori approssimati.
Infatti, se Arianna fa pipì (e solo quella) nel materasso ogni domenica, in cinque anni abbiamo 260 minzioni da mezzo litro. Poiché mezzo litro di orina è composto da 480 g di acqua, ogni minzione apporterà al materasso 20 g di sostanze chimico-minerali. Pertanto, dopo cinque anni il materasso avrà incorporato circa cinque chili e duecento grammi di sostanze solide. Un chilo all’anno, più o meno.
Su altri aspetti – ad esempio, sull’odore che il materasso acquisirebbe nel tempo – non si sono forniti elementi.

http://ruletheweb.co.uk/b3ta/bullshit/bullshit.pngPer concludere:
pensavamo che quest’analisi automatica parziale non apponesse al referto il marchio certificativo, trattandosi di una singola fase estrapolata dalla procedura standard.
Purtroppo, però, la stampigliatura – che non si può occultare, per la regolarità dell’autopsia – è stata apposta, e dice:

B U L L S H I T

Fatto che il Detector ha univocamente certificato.

(data del referto, timbro e firma)

 

Autopsie: Stronzi e Rompicoglioni

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L’espressione inglese bullshit (letteralmente, “merda di toro”) vuol significare quella “schifezza” o “robaccia” che non è semplicemente inutile, ma che fa danni e inquina il pensiero e l’opinione pubblica.
Come, ad esempio, certe teorie a-scientifiche o pseudo-scientifiche (il rapimento alieno, la medicina esoterica, le percezioni extrasensoriali ecc.) che pare vengano spesso propagandate per secondi fini, anche finanziari o di lobby.

Ebbene, stavolta il volume che ci è stato inviato dalla resiliente Gaia Conventi per un esame autoptico rientra senza dubbio nella categoria bullshit.
Non solo ne ha l’aspetto, confermato dai contenuti che si sono rivelati, ma ne presenta anche l’odore. Sia chiaro, l’odore di bullshit non è quello di escremento: è qualcosa di particolare, non assimilabile ad altri odori a cui si è abituati, ed è difficile da descrivere per similitudini.

Il volumetto, intitolato Perché gli uomini sono stronzi e le donne rompicoglioni, è una brossuretta di 154 pagine, di cui 24 bianche (tanto per sprecare carta). Pesa 175 grammi e misura cm. 21,5 x 14 x 1.

Il titolo ha un tasso di originalità prossimo allo zero, vista la quantità di titoli analoghi presenti sul mercato:
Perché gli uomini possono fare solo una cosa per voltaPerché gli uomini sono fissati con il sessoPerché gli uomini lasciano sempre alzata l’asse del waterPerché gli uomini sposano le stronzePerché gli uomini vengono così in fretta e le donne fanno sempre fintaPerché gli  uomini non si ricodano niente e le donne non dimenticano maiPerché gli uomini non fanno più la cortePerché gli uomini fanno sesso con il lavoro e le donne se ne innamoranoPerché gli uomini preferiscono le biondePerché gli uomini picchiano le donne; Perché gli uomini tradiscono le donne (e viceversa)Perché gli uomini hanno paura del matrimonio  ecc.

A dire il vero, la recensione che Gaia Conventi ha fatto di questo libro è tutto sommato benigna: non ha calcato la mano nel sottolinearne le caratteristiche coprologiche, al punto da dare l’impressione di averlo quasi graziato.

Ora, poiché non è stato possibile isolare due pagine a campione per effettuare manualmente l’autopsia, vista l’enorme e pervasiva quantità di scemenze sparate dall’inizio alla fine, abbiamo inserito il volume nella speciale macchina esaminatrice chiamata Bullshit Detector, fiore all’occhiello del nostro laboratorio.

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Il Bullshit Detector è un apparecchio di avanzata tecnologia in grado di leggere il libro in esame, trovarne le occorrenze e le correlazioni, incrociarne le componenti semantiche e lessicali, per darne un quadro finale “analitico-sintetico” che ne rispecchi sia la struttura sia la valenza contenutistica, al fine di stabilire se si tratta di bullshit.
Grazie a questo prodigio della tecnologia, si sono estratte rapidamente tutte le “stronzate” che sono contenute in questo libretto, senza doverlo leggere per intero.

Partiamo dunque dalle prime dichiarazioni programmatiche.

Pag. 9:

La delirante ambizione di questo libro non è alimentare il dibattito sulle differenze tra uomini e donne, ma porvi fine.

Pag. 10:

GLI UOMINI SONO STRONZI.
LE DONNE SONO ROMPICOGLIONI.

Pag. 11:

A supporto della mia tesi intervengono praticamente tutte le acquisizioni antiche e recenti delle scienze che si sono occupate dell’argomento: storia, psicologia, sociologia, antropologia, paletnologia, medicina, andrologia, ginecologia, per citarne alcune. […]
Infine, vi anticipo una delle vere leccornie contenute nel libro: il compendio dei nuovi principi della diversità. In realtà, all’inizio della mia stesura questa chicca non era prevista. È stato proprio scrivendo e pensando che mi è sorta l’idea di fissare in forma sintetica, sistematica e, lo ammetto, a tratti solenne, le acquisizioni che in un crescendo impetuoso andavano assommandosi nella mia mente e, subito dopo, nel mio testo.


Siamo davvero impressionati. Tuttavia, già nei primi ragionamenti troviamo qualche scivolata: per esempio, andrologia e ginecologia sono citate come scienze, mentre la scienza propria è la medicina, ed esse sono solo sue branche. Ma ovviamente si è voluto citarle per richiamare il pene e la vagina, che sospettiamo essere i concetti-cardine della trattazione.

Inoltre, “le acquisizioni che in un crescendo impetuoso andavano assommandosi nella mia mente” e che finivano nel testo “subito dopo” (quindi senza nemmeno lasciarle decantare), non offrono un buon auspicio per la qualità del seguito.

Infatti, a pag. 15 e 16 ci si mette a parlare di CACCA:

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Sì, ma tu eri già un vero scrittore anche prima di conoscermi. Dentro te c’è un’anima d’artista. Magari tutto questo t’ha dato l’impulso per esprimere anche quella vena nascosta che finora s’era espressa solo in modo indiretto nei tuoi romanzi e che ora fluisce libera nelle tue meravigliose lettere: la vena autobiografica e intimista. Be’, adoro quando mi parli di te e di noi. Sono felice che ti trovi a scrivere con tanta frequenza, perché è un piacere leggerti (oltre al fatto che ci permette di sentirci vicini superando le distanze). Ci sono quelli che scrivono per sopravvivere (o dicono di farlo): tu scrivi per Amore! Che bello, vorrei soffocarti da quanto sono felice. Ma prima devo dirti che forse questa “urgenza diaristica” che s’è sbloccata in te fa parte del famoso “processo di guarigione”. Del resto, da Freud a Duccio Demetrio (e anche ben prima di Freud, pensa solo a Montaigne) si è detto che scrivere di sé aiuta a star meglio, e in certi casi a guarire. Se lo si fa comunicandosi a una persona amata, dico io, l’effetto è rafforzato. Perché lo sperimento anch’io. Quante cose che ti ho detto e scritto, che non avevo mai detto a nessuno! Non sai quanto bene mi ha fatto e mi fa, potermi confidare con te. E ne ho sempre voglia. Domande o curiosità che, poste da altri, m’imbarazzerebbero, se me le poni tu non mi creano problemi, anzi sono felice di parlartene, anche le cose brutte e dolorose o “vergognose” vengono “ripulite”, parlandone con te. Perché poi tu, senza mai giudicarmi, mi dici la tua opinione e mi piace sentirmi “interpretata” da te. Qualunque cosa tu possa dirmi, anche una critica o una correzione, non può farmi male.

 

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Certe volte penso a tutte le varie “strategie” che vengono ancora oggi suggerite alle donne, magari in versione aggiornata rispetto ai tempi ma il succo è sempre quello: farsi desiderare, non mostrare subito interesse, fare le civettuole ecc.; analoghe strategie vengono proposte agli uomini. Be’, quello che mi è piaciuto tra noi non è che non c’è stato niente di tutto questo, nessuna tattica, nessuna “posa”, siamo stati noi stessi fin dall’inizio. Addirittura abbiamo dedicato il nostro primo incontro a raccontarci in un certo senso il “peggio” di noi stessi, a mortificarci l’una davanti all’altro anziché a preoccuparci di fare “buona impressione”. Eppure, proprio così, un’impressione migliore non potevi farmela. Insomma, abbiamo disatteso ogni “regola” e guarda che legame meraviglioso è nato. Siamo proprio due tipi un po’ strani! Comunque, ogni volta sono stata così felice e così bene fisicamente, ti ho sentito così meravigliosamente presente che non so neanche cosa potrei volere di più. Che brividi!

 

donne

Stamattina ho sognato che si dovevano prendere importanti decisioni a livello politico sulla condizione della donna, e io ero in attesa di conoscerne l’esito, probabilmente attraverso la televisione, come faccio quando sono ansioso di sapere qualcosa sui grandi eventi che influenzano il mondo. Le donne hanno un posto di preminenza nella mia vita: lo dimostra il fatto che, ad esempio, il mio migliore amico è una donna, il mio medico curante è una donna, i miei avvocati sono donne, le dichiarazioni dei redditi me le fanno le donne, le migliori collaborazioni sul lavoro le ho avute con donne. Insomma, se devo mettermi nelle mani di qualcuno, preferisco sia donna. Poi, come ho già raccontato, le rare volte in cui mi trovo in situazioni conviviali (una cena o un matrimonio o un party), mentre i maschi tendono a radunarsi fra loro a parlare dei loro interessi, e le donne fanno altrettanto, io mi ritrovo fatalmente fra queste ultime, solo maschio, ad ascoltare i loro discorsi. Sarà perché con gli uomini non ho molti argomenti: non seguo il calcio, non amo le automobili o le moto, non vado più in bicicletta (ma voglio ricominciare), non faccio vacanze cool e, infine, non mi atteggio verso le donne come i maschi fanno tradizionalmente. È che mi considero un partner a tutto tondo, tutto qui.

 

Mentana scripsit

Leggo nella rubrica tenuta da Enrico Mentana su Vanity Fair:

Da una parte c’è la ragione di chi non sopporta più (o non ha mai sopportato) il Caimano, il suo personalismo narciso, la sua prepotenza, il suo strapotere, il suo riuscire sempre a farcela per il rotto della cuffia, ricorrendo sempre più spesso a mezzi rozzi o magari illegali, sia nelle conte politiche che nelle vicende giudiziarie. Ora questa Italia — che già gli contestava di aver snaturato la politica e usurato le istituzioni, di aver avvelenato la cultura del Paese con i suoi media, mortificato il merito e trascurato il bisogno, se non dei suoi accoliti — lo prende di petto per i suoi comportamenti privati, per aver trasformato le sue residenze in serragli, per aver svilito oltre ogni limite il ruolo della donna…

Realtà distorta


Pur così semplice ed evidente, pare che il concetto — di cui si discute da diciassette anni — qui in Italia sia di difficilissima assimilazione. Eppure non è necessario rompercisi la testa: basta essere pragmatici e smettere di negare l’evidenza. Detenere il potere dell’informazione e degradare culturalmente e moralmente un Paese, alla lunga, dà i suoi frutti. E lo vedono tutti.
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A Distorted Reality

January 26, 2011

Eloisa Morra is a contributing writer for the Women’s International Perspective.

Silvio Berlusconi’s continuing popularity can be attributed to the powerful media apparatus in his hands and the polarized attitudes of Italians — especially women — towards him.

Television is the basic medium of news for most Italians. Berlusconi owns three private television channels and indirectly controls the state channels. Many important newspapers, publishing houses and magazines are in his hands.

Women who defend him want to maintain their political relevance and economic advantage.

Through domination of the media, he can cause Italians to absorb his vision of the world day by day. The younger generation is especially influenced by a vision of life based more on showing off rather than on moral values. For these people, a major event is going on a game show. Meanwhile, Italian intellectuals and politicians have overlooked — intentionally or not — the danger of Berlusconi’s power.

He is a great communicator and is able to utilize many politicians, lawyers, journalists and pollsters in Italian broadcasting to defend him and modify the facts of reality, as is now happening with the latest scandal.

Women’s responses to Berlusconi are poles apart. The women of his political party defend him vociferously in order to maintain their political relevance and economic position. At the same time, many women react against his vile and coarse behavior with books, documentaries, blogs and petitions.