stimatissima Katerina

a K.F. Junge, 11 aprile 1880, San Pietroburgo

Egregia signora, stimatissima Katerina Fëdorovna [Moglie di Eduard Andreevič Junge, uno dei medici che cercò di curare l’epilessia dello scrittore nel 1866, ndr]. Perdonatemi per aver tardato così a lungo nella risposta alla Vostra bellissima e tanto cordiale lettera, non pensiate sia per negligenza. Avrei voluto rispondervi qualcosa con sincerità e sentimento ma, lo giuro, la mia vita è sempre in una tale agitazione e scompiglio che, davvero, è raro per me riuscire a ritagliarmi uno spazio tutto mio. E anche ora, che mi sono concesso un minuto per rispondervi, sarà difficile che sia comunque in grado di scrivere anche solo una…
So, mi è giunta voce (perdonatemi) che non siete molto felice. Vivendo isolata e martoriandovi l’anima con i ricordi, potreste rendere la Vostra vita troppo cupa. C’è un solo rifugio, una sola medicina: l’arte e la creazione. Non mettetevi a scrivere la Vostra confessione, non ora almeno, per Voi sarebbe forse molto faticoso. Perdonate questi consigli, ma vorrei vederVi e dirVi almeno due parole a voce. Dopo la lettera che mi avete scritto, siete diventata per me, ovviamente, una cara persona, una creatura vicina al mio cuore, una sorella in spirito e non posso non avere compassione di Voi.
Che cosa scrivete della Vostra contraddittorietà? Ma è il tratto più comune tra le persone… non del tutto comuni, a dirla tutta. Un tratto proprio della natura umana in generale, ma lungi dal ritrovarsi in qualunque natura umana con una tale forza come alberga in Voi. Per tale motivo Voi mi siete cara, perché questo sdoppiamento è lo stesso identico che si trova in me e che è stato in me per tutta la vita. È un grande tormento, ma al contempo un eguale piacere. È una forte consapevolezza, il bisogno di rendere conto di sé e la presenza nel Vostro essere della necessità di un dovere morale verso Voi stessi e verso l’umanità. La contraddittorietà è questo. Se non aveste un’intelligenza così sviluppata, se foste più limitata, sareste anche meno sensibile, e questa contraddittorietà non ci sarebbe. Al suo posto sarebbe comparsa una grande, grandissima superbia. Ma questa ambiguità è a ogni buon conto un duro tormento.
Dolce, stimatissima Katerina Fëdorovna, credete in Cristo e nei suoi voti? Se ci credete (o desiderate molto crederci), affidatevi completamente a Lui e le pene derivate da questa contraddittorietà saranno alleviate e Voi ne trarrete una salvezza spirituale, ed è ciò che conta. Perdonatemi se ho scritto una lettera così confusa. Se solo sapeste quanto non sono capace di scrivere lettere e come sono stanco di scriverle. A Voi però risponderò sempre, se mi scriverete ancora.

F. Dostoevskij

da: Fëdor Dostoevskij, Lettere, il Saggiatore, 2020

Improvvisazione e composizione

Milan-Kundera

Quella libertà che tanto ci affascina in Rabelais, Cervantes, Diderot e Sterne è connessa con l’improvvisazione. Soltanto nella prima metà dell’Ottocento la composizione articolata e rigorosa diventa un obbligo imprescindibile. La forma del romanzo così come nasce allora, con l’azione concentrata in uno spazio temporale estremamente ridotto, su un crocevia nel quale si intersecano molte storie di molti personaggi, richiedeva uno schema delle azioni minuziosamente calcolato: prima di cominciare a scrivere, il romanziere rifaceva più volte lo schema del romanzo, calcolandolo e ricalcolandolo, disegnando e ridisegnando ogni cosa come non era mai accaduto prima. Basta sfogliare gli appunti di Dostoevskij per I demoni: nei sette taccuini, che nell’edizione della Pléiade occupano quattrocento pagine (il romanzo ne occupa settecentocinquanta), i temi sono in cerca di personaggi, i personaggi in cerca di temi, e i personaggi stessi si disputano a lungo il ruolo di protagonista; Stavrogin dovrebbe essere sposato, ma «con chi?» si domanda Dostoevskij e tenta di farlo sposare con tre donne diverse; ecc. (Il paradosso è solo apparente: quanto meglio è calibrata questa macchina narrativa, tanto più veri e naturali risultano i personaggi. Il pregiudizio secondo il quale la tecnica di costruzione sarebbe un elemento «non artistico» e mutilerebbe la «vitalità» dei personaggi rivela solo il sentimentalismo ingenuo di chi dell’arte non ha mai capito nulla).
Il romanziere del nostro secolo, che rimpiange l’arte degli antichi maestri del romanzo, non può riannodare il filo là dove è stato tagliato; non può saltare a piè pari l’immane esperienza dell’Ottocento; se vuole ritrovare la spregiudicata libertà di un Rabelais o di uno Sterne deve conciliarla con le esigenze della composizione.

Milan Kundera, I testamenti traditi (traduzione di Maia Daverio), Adelphi, Milano 1994, pp. 26-27

Pigrizia

lavia-biondo

Oh, se non avessi combinato nulla solo per pigrizia, Dio, come mi rispetterei! Mi rispetterei appunto perché mi vedrei almeno capace di pigrizia; avrei almeno una particolarità bene o male positiva, di cui potrei esser sicuro. Domanda: chi sei tu? Risposta: un pigro; sarebbe stato oltre modo piacevole sentirsi chiamar così, perché avrebbe voluto dire che sarei stato in qualche modo definito, che ci sarebbe stato qualcosa di positivo da dire sul mio conto. «Un pigro!», ma è un titolo, una missione, è tutta una carriera. Non prendetela a scherzo, è così. Sarei stato allora di diritto membro del più gran club e avrei passato la mia vita a rispettarmi senza posa. Conoscevo un signore che per tutta la sua vita inorgoglì del fatto che era un conoscitore di Lafitte. Egli riteneva questo il suo merito positivo, né sospettò mai di se stesso. Morì colla coscienza, nonché tranquilla, trionfante addirittura, ed ebbe perfettamente ragione. Io allora avrei abbracciata una carriera: sarei stato un pigro e un ghiottone, non però un ghiottone qualunque, ma per esempio uno che avrebbe preso interesse a quanto v’ha di bello e di sublime. Che ne dite? Già molto tempo fa m’è balenato. Questo “bello e sublime” sarebbe, non c’è che dire, un bel grattacapo coi miei quarant’anni; ma questo perché ho quarant’anni: allora, eh, allora sarebbe stata un’altra cosa! Mi sarei tosto travata un’attività corrispondente, come sarebbe: bere alla salute di tutto quanto v’ha di bello e di sublime. Tutte le occasioni avrei cercate per versare, prima, una lagrima nella mia coppa, e poi bere questa a tutto quanto v’ha di bello e di sublime. Avrei fatto diventar bella e sublime ogni cosa al mondo; nella più lercia ed evidente porcheria, avrei trovato i bello e il sublime. Sarei diventato piagnone come una spugna inzuppata. Un pittore, ad esempio, ha dipinto un quadro alla Ge. Tosto io bevo alla salute del pittore che ha dipinto il quadro alla Ge, perché amo tutto quanto vi ha di bello e di sublime. Un autore scrive: «Come piace a ciascuno»; subito io bevo alla salute di ciascuno, perché amo tutto quanto v’ha di bello e di sublime.. E pretendo rispetto per ciò, e non lascerò benavere chi non mi testimoni rispetto. Vivo tranquillo, muoio trionfalmente, ma è una bellezza, un paradiso! E mi sarei fatto venire tanto d’epa, avrei messo su un tal triplo mento, e un naso tanto spropositato, che qualsiasi passante non avrebbe potuto far a meno d’esclamare al vedermi: «Questo sì è qualcuno! Questo si chiama davvero esser positivi!». Dite quello che vi pare, signori, ma è piacevole sentirsi dir così nella nostra epoca negativa.

Fëdor Dostoevskij, Ricordi dal sottosuolo, trad. di Tommaso Landolfi, Vallecchi, Firenze 1961