La vita insolente

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Gli uomini arroganti – qui le differenze di genere non contano, ormai tutti e tutte in lizza – si studiano per bene. Se uno dei due accenna a un sorriso, segnala all’altro non che è remissivo. Piuttosto, che si può iniziare il duello. E così, in moltitudine sterminata, si passa tutta una vita. Anche in vecchiaia i ricordi degli uomini arroganti vanno alle battaglie vinte (rimuovono quelle pese), agli sgambetti riusciti, alla decimazione di tutti gli ingenui. Dei timidi pur pusillanimi e servili (traditori della nobile e orgogliosa categoria) che come birilli – in verità troppo facile gioco – hanno visto e fatto cadere, dinanzi al loro sgomitare e prendere in un tiro al piattello la mira. Nemmeno si accorge l’arrogante delle evoluzioni dell’amante che con altro gioco (apposta fuori moda) tenta di disegnargli un profilo più amabile. Lo scarabocchio degli amanti maturi gli sembrerebbe uno sgorbio.
Prendono pillole se l’insonnia li assale, se l’impotenza si annuncia, gli arroganti e tutti i loro sinonimi: i prepotenti, gli sfrontati, i boriosi, gli insolenti, i tracotanti… non aprono libri, se non utili a far soldi, o a dimenticare lo stress. Non vanno mai a zonzo, non sprecano il tempo dei perdigiorno che a passi lenti si perdono apposta nei boschi. Se camminano, fanno jogging ascoltando le notizie di borsa di prima mattina.
Non sono ahimé una specie in via d’estinzione.
Non avranno mai riserve indiane. Tutte le praterie sono loro concesse.
Dilagano i loro modi, subiscono mutazioni fin sessuali, sono modello pedagogico acclamato e vincente. Fin dall’asilo, vero laboratorio (anzi vivaio) già degli arroganti prossimi venturi, i troppo piangenti, intimiditi dalla piccola folla di coetanei in allenamento competitivo, non vogliono saperne di far girotondo con loro. Qualche vittima ricorda: “Il mio dito indice chiuso tra le porte in alluminio dei gabinetti, i riposi pomeridiani in file di brandine a molle, un bambino che mi atterra e mi calca il petto con la pianta del piede”.
(…)
I non adatti alla vita insolente, subito riconosciuti, vengono segnalati ai genitori pure piangenti. Per opposti motivi, ai quali il numero telefonico di una “brava” psicologa viene subito clandestinamente passato.
Alla vita schiva, in cui il dubbio, la cautela, la prudenza ad asserire alcunché è di casa, si oppone la vita coriacea.
Protetta da strati di corazza, dal pelo sullo stomaco e altrove in rigogliosa crescita, fibrosa e lignea all’interno, capace di flettersi un istante per ottenere vantaggi da altri arroganti. Dicono che gli schivi e le solitudini siano malattia endemica dell’età presente, quando invece occorrerebbe volgersi a stimare l’arroganza l’epidemia montante.

Duccio Demetrio, La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza, Raffaello Cortina, Milano 2007, pp. 173-175.

De Timiditate

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Non è un caso che Seneca, Cicerone, Marco Aurelio e altri filosofi della classicità seppur così attenti all’etica dei vizi e delle virtù mai abbiano scritto un De timiditate o ne esaltassero i meriti. Forse, a quei tempi, rappresentava una tal ignominia l’esserne affetti e preda, da non meritare alcuna attenzione. Da nemmeno pronunciare. Non v’è dubbio che altre fossero le parole latine che poi avrebbero riaccreditato nella modernità la timidezza, sempre per lo più esprimenti il contrario della forza fisica, della brutalità, dell’arroganza e della violenza morale verso chicchessia. Si trattava comunque di debolezza virile, di maschia impotenza. Più indulgenti e tolleranti furono i latini verso la timidezza delle donne (indice di castità, di accoglienza, di spirito pio, di sottomissione soprattutto) quando solevano ricondurla alla virtù della mansuetudine che si consegnava a una figura femminile incoronata d’ulivo. Ma già la timidezza ormai aveva cambiato nome, sfrangiandosi in caratteri che la morale, dalla Grecità etica suggerita, avrebbe variamente declinato verso il bene. Penelope è timida e vereconda per astuzia; la ninfa Calipso lo diventa per amore; Antigone ne fa la sua tenacia ribelle, un coraggio notturno e pietoso.
Diversa sorte era assegnata al maschio timidus; il quale per paura congenita, per effeminatezza, per infingardaggine, era quanto di peggio potesse assicurare alla famiglia, alla comunità, al pagus (al villaggio), alle legioni la sicurezza dovuta a Roma. Il timido fugge dinanzi al nemico, può tradire in ogni momento, può sottrarsi (anzi lo fa sempre) alla pugna, fingendosi morto e poi vantarsi come il miles gloriosus più spaccone di aver infilzato più di trenta nemici.
Timido e tumido (ciò che è oscenamente rigonfio, turgido) hanno assonanze indubbie a indicare a quali deformità è possibile giungere. Tumida, viscida, rigonfia di liquame può essere la paura. Può, a tal punto il “tumido” atterrito, all’approssimarsi degli avversari, sbiancando in volto, se ridotto al rango di sentinella, fuggire rotolando senza riuscire a dare l’allarme, con voce strozzata dal terrore. A tal punto il panico lo tende – e non il sesso – ma la vescica. Quanti gracili guerrieri irrisoluti – posti sugli spalti, sulle torri del campo, a mo’ di fantocci e bersagli in quanto inutili al combattimento, e poi buttati fuori dalle trincee – non hanno fatto altro che confermare quanto la timidezza non sia altro che vigliaccheria?

Duccio Demetrio, La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza, Raffaello Cortina, Milano 2007, pp. 83-84.