Beruryah e il Talmud

Andy Lavine Arnovitz, Bundled, 1985

I trattati talmudici sono ben trentasei e mezzo. Si è perciò appena all’inizio di un lungo cammino. In tutta questa enorme opera, formata da un milione e ottocentomila parole, è presente un’unica figura femminile in grado di discutere sul piano di parità con i rabbini. Si tratta di Beruryah. Un ago nel pagliaio. Tuttavia l’appuntito oggetto metallico («femminile») suscita pur sempre qualche turbamento rispetto all’omogeneità vegetale («maschile») dell’insieme: se si ha l’avventura di imbattersi in quell’ago, se ne resta punti. Non a caso all’interno dello stesso Talmud e ancor più nei suoi commenti non sono mancate interpretazioni denigratorie della perspicace Beruryah.

Piero Stefani, in la Lettura #232, pag. 12

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Franz Kafka, Lettera al padre (15)

grosz

Vale la pena di parlarne soltanto perché si è verificato nella mia vita; altrove non sarebbe minimamente degno di nota, e comunque soltanto perché ha dominato la mia vita, nell’infanzia come presagio, poi comè speranza e dopo ancora, spesso, come disperazione, e mi ha dettato alcune piccole decisioni, se si vuole, ancora informate alla tua persona.
Ad esempio la scelta della professione. Certo, tu mi hai dato piena libertà, alla tua maniera generosa e in questo senso perfino paziente. Tuttavia nel far ciò hai seguito anche il modo comune di trattare i figli da parte del ceto medio ebraico, che aveva per te un valore normativo, o comunque i giudizi di valore di tale ceto. Infine una certa influenza ha avuto uno dei tuoi fraintendimenti rispetto alla mia personalità. Tu mi ritieni infatti, da sempre, per orgoglio paterno, per ignoranza della mia vera esistenza, per le conclusioni che trai dalla mia debolezza, particolarmente studioso. Secondo te da bambino non facevo altro che studiare e poi non ho fatto altro che scrivere. Non è vero, neppure lontanissimamente. Si può semmai dire, con molta meno esagerazione, che ho studiato poco e non ho appreso niente; il fatto che in molti anni mi sia rimasto qualcosa, con una memoria decente e un’intelligenza non delle peggiori, non è poi molto strano, ma il risultato complessivo quanto alla conoscenza e soprattutto ai suoi fondamenti è comunque estremamente deplorevole, rispetto al dispendio di tempo e denaro e nel contesto di una vita esteriormente spensierata e tranquilla, in particolare anche in confronto a quasi tutta la gente che conosco. E deplorevole, ma per me comprensibile. Ho avuto, da quando so pensare, preoccupazioni così profonde relative all’affermazione spirituale dell’esistenza, che tutto il resto mi era indifferente. I ginnasiali ebrei da noi sono facilmente tipi singolari; tra loro si trovano le persone più improbabili; ma la mia indifferenza fredda, appena velata, indistruttibile, infantilmente inerme, quasi ridicola e animalescamente autocompiaciuta di bambino sufficiente a se stesso ma freddamente fantastico non l’ho ritrovata mai, per quanto qui fosse l’unico riparo contro la distruzione dei nervi da parte della paura e del senso di colpa. L’unica cosa che mi interessava era la preoccupazione per me stesso, che assumeva però le forme più differenti. Ad esempio come preoccupazione per la mia salute: cominciò in sordina, ogni tanto qualche leggera apprensione per la digestione, la caduta dei capelli, una deviazione della spina dorsale e così via; poi tutto ciò si intensificò nel corso di innumerevoli passaggi, fino a divenire una vera malattia. Ma poiché non ero sicuro di niente, avevo bisogno ad ogni momento di una nuova conferma della mia esistenza, niente era veramente e indubbiamente di mia esclusiva proprietà, proprietà che fosse determinata univocamente da me, così divenni naturalmente insicuro anche della cosa a me più vicina, il mio stesso corpo; crebbi molto in altezza ma non sapevo che farmene, il carico era troppo pesante la schiena Si curvò; non osavo quasi muovermi o addirittura fare ginnastica, rimasi debole; se tutto quel}o di cui ancora disponevo sorprendeva, quasi fosse un miracolo, ad esempio la mia buona digestione, questo bastava a farmela perdere, e così era aperta la strada per ogni ipocondria, finché per lo sforzo sovrumano di volermi sposare (tornerò a parlarne) mi è uscito sangue dai polmoni, cosa della quale può essere in parte responsabile anche l’appartamento nel palazzo Schonbirn, che però mi serviva solo perché credevo di averne bisogno per scrivere, e così è attinente a questa lettera. Quindi tutto ciò non è dovuto al superlavoro, come tu immagini da sempre. Ci sono stati anni in cui io, in piena salute, ho trascorso più tempo in ozio sul divano di quanto tu abbia fatto in tutta la tua vita, malattie comprese. Quando fuggivo da te occupatissimo, era in massima parte per andarmi a sdraiare in camera mia. Il mio rendimento complessivo sia in ufficio (dove peraltro la pigrizia non dà molto nell’occhio e inoltre era tenuta entro certi limiti dalla mia pavidità) che a casa è minimo; se tu ne avessi un’idea, rimarresti sconvolto. Probabilmente il mio impianto non è affatto pigro, ma per me non c’era niente da fare. Là dove ho vissuto ero rimproverato, giudicato, sconfitto; e fuggire altrove mi procurava una tensione estrema, ma non era fattibile, si trattava di una cosa impossibile, irraggiungibile con le mie forze, senza eccezioni di sorta.

(15 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (14)

Kafka-dreamNon si tratta di un fenomeno isolato, situazioni analoghe si sono verificate in gran parte di questa generazione ebrea di transizione, emigrata nelle città da una campagna ancora relativamente devota; si verificavano di per sé, solo che hanno aggiunto al nostro rapporto, che già non mancava di asperità, un altro elemento piuttosto doloroso. Per contro anche a questo riguardo tu devi credere, proprio come me, nella tua innocenza, spiegando però questa innocenza a partire dalla tua natura e dal periodo, non solo con le circostanze esteriori, senza sostenere quindi che avresti avuto troppo da lavorare e troppe preoccupazioni per poterti curare di simili cose. E così che sei solito trasformare la tua indubbia innocenza in un ingiusto rimprovero contro altri. Questo è sempre facilmente confutabile, anche qui. Non si tratterebbe infatti di una qualche lezione che tu avresti dovuto impartire ai tuoi figli, ma di una vita esemplare; se il tuo ebraismo fosse stato più forte, anche il tuo esempio sarebbe stato più cogente, questo è ovvio e non è un rimprovero, semplicemente una difesa dai tuoi rimproveri. Ultimamente hai letto le memorie di gioventù di Franklin. Io te l’ho date da leggere davvero intenzionalmente, ma non, come tu hai osservato ironicamente, a causa di un breve passo sul vegetarianesimo, ma per il rapporto tra l’autore e suo padre, come vi è descritto, e per il rapporto tra l’autore e suo figlio, come emerge autonomamente in queste memorie scritte appunto per il figlio. Non voglio menzionare alcun particolare.
Una certa conferma a posteriori di questa concezione del tuo ebraismo l’ho avuta dal tuo comportamento negli ultimi anni, quando ti sembrava che mi occupassi di più di cose ebraiche. Poiché da sempre nutri un certo disprezzo contro ciascuna delle mie occupazioni e in particolare contro il modo in cui io mi dedico ai miei interessi, l’hai provato anche in questo caso. Ci si sarebbe però potuti aspettare che tu facessi una piccola eccezione. Era ebraismo del tuo ebraismo, quello che qui si agitava, e con esso anche la possibilità di riallacciare tra noi un rapporto di tipo nuovo. Non nego che queste cose mi sarebbero potute divenire sospette proprio per il fatto che tu mostrassi interesse per loro. Non mi viene certo in mente di voler affermare che, da questo punto di vista, sono in certo qual modo migliore di te. Ma non c’è stato neppure un tentativo. Nella mia mediazione anche l’ebraismo diventava per te ripugnante, e gli scritti ebraici illeggibili, “ti davano la nausea”. Questo poteva significare che tu insistevi sul fatto che solo l’ebraismo come me lo avevi mostrato nella mia infanzia era giusto; oltre a quello non c’era niente. Ma che tu volessi insistere su questo non era pensabile. Allora però la “nausea” (a prescindere dal fatto che non era rivolta in prima istanza contro l’ebraismo, ma contro la mia persona) poteva significare soltanto che tu inconsciamente riconoscevi la debolezza del tuo ebraismo e della mia educazione ebraica, non volevi assolutamente che ti fosse ricordata e rispondevi a tutti i ricordi con un odio aperto. Inoltre la tua sopravvalutazione negativa del mio ebraismo era davvero eccessiva; in primo luogo esso recava in sé la tua maledizione e in secondo luogo era decisivo, per il suo sviluppo, un rapporto sostanziale con il prossimo, e nel mio caso quindi mortale.
Giustamente hai rivolto il tuo disprezzo alla mia attività di scrittore e a quanto, a te ignoto, le era collegato. Qui davvero mi ero allontanato autonomamente da te di un bel pezzo, anche se questo ricordava un po’ il verme che, calpestato sulla coda da un piede, la abbandona e si trascina di lato con la parte anteriore.
Un po’ di sicurezza ce l’avevo, potevo tirare un sospiro di sollievo, e il disprezzo che naturalmente provavi per il mio scrivere mi era eccezionalmente benvenuto.
La mia vanità e il mio amor proprio soffrivano naturalmente per il modo, ormai celebre per noi, con cui salutavi l’arrivo dei miei libri: “Mettilo sul comodino!” (perlopiù giocavi a carte quando arrivava un libro); ma in fondo esso sortiva un effetto benefico, perché quella formula suonava per me come: “Adesso sei libero!”. Naturalmente era un’illusione, non ero o, nel più favorevole dei casi, non ero ancora libero. Scrivevo di te, scrivendo lamentavo quello che non potevo lamentare sul tuo petto. Era un addio da te, intenzionalmente tirato per le lunghe, soltanto che, per quanto imposto da te, andava nella direzione da me determinata. Ma quanto era poco, tutto ciò!

(14 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (13)

torah

Altrettanto poco mi sono salvato da te nell’ebraismo. Qui sì che la salvezza di per sé sarebbe stata pensabile, ma ancor più sarebbe stato pensabile che nell’ebraismo noi due ci ritrovassimo o che addirittura esso costituisse il nostro comune punto di partenza.
Ma quale mai fu l’ebraismo che mi trasmettesti! Nel corso degli anni mi sono posto in tre modi diversi nei confronti dell’ebraismo.
Da bambino, d’accordo con te, mi rimproveravo perché non andavo abbastanza al tempio, non digiunavo e così via. Non credevo di fare un’ingiustizia a te, ma a me, ed ero lancinato dai complessi di colpa, sempre in agguato.
Più tardi, ormai giovanotto, non capivo come con quel niente di ebraismo di cui disponevi potessi rimproverarmi perché non mi sforzavo (anche solo per pietà, per usare la tua espressione) di mettere in pratica un simile niente. Ed era davvero, per quanto potevo giudicare io, un niente, un gioco, nient’altro che un gioco. Andavi al tempio quattro giorni all’anno, e là eri come minimo più vicino agli indifferenti che a coloro che prendevano la cosa sul serio; recitavi pazientemente le preghiere, come si sbriga una formalità, e talvolta mi gettavi nel più profondo stupore perché riuscivi a mostrarmi nel libro il versetto che si stava recitando; e per il resto io, le poche volte (è questa la cosa più importante) che ero al tempio, potevo girellare come volevo. Ho trascorso tutte quelle ore sbadigliando e sonnecchiando (in seguito penso di essermi annoiato altrettanto solo durante le lezioni di ballo) e cercavo di godermi al massimo quelle poche variazioni che c’erano, come quando veniva aperta l’arca dell’alleanza, cosa questa che mi ricordava sempre il tirassegno dove, se si colpiva una casella nera, si apriva una porticina, solo che da là usciva sempre qualcosa di interessante e qui sempre e soltanto quei vecchi manichini senza testa. Ho anche provato molta paura, laggiù, e non solo, come sarebbe ovvio, della molta gente cui ci si trovava vicini, ma anche perché una volta mi dicesti, di sfuggita, che avrebbero anche potuto chiamarmi alla Torà. Questo pensiero mi ha fatto tremare per anni. Per il resto però niente venne a turbare sostanzialmente la mia noia, al massimo ci fu il Barmizvà, che però richiedeva soltanto un ridicolo esercizio di memoria, con un esame altrettanto ridicolo, e poi, per quel che ti riguarda, piccoli eventi poco significativi, come quando tu fosti chiamato alla Torà e superasti bene questa prova, a mio avviso esclusivamente sociale, o quando il giorno in memoria delle anime. tu rimanesti nel tempio e io ne fui cacciato, la qual cosa per lungo tempo, evidentemente a causa della mia espulsione e della mancanza di qualsiasi partecipazione più profonda, provocò in me la quasi inconsapevole sensazione che si trattasse di qualcosa di indecente. Se le cose stavano così al tempio, a casa erano–se possibile–ancora più misere, e si limitavano alla prima sera di Seder, sempre più una commedia che faceva venire i crampi dal gran ridere, senz’altro per l’influenza dei figli che crescevano. (Perché dovevi sottostare a tale influenza? Perché eri stato tu a provocarla.) Questa era dunque la fede che mi fu trasmessa; a ciò si aggiungeva al massimo la mano tesa che indicava “i figli del milionario Fuchs” i quali, in occasione delle feste solenni, si recavano al tempio col padre. Come con questo materiale si potesse fare qualcosa di meglio che liberarsene il più rapidamente possibile, non lo capivo; proprio questo liberarsene mi sembrava l’azione più improntata alla pietà.
In seguito, però, vidi le cose ancora in un’altra luce e compresi perché tu potessi credere che anche sotto questo aspetto io ti tradissi malvagiamente. Dal tuo villaggio simile a un ghetto tu avevi davvero riportato un po’ di ebraismo: non era molto e si perdette un po’ in città e durante il servizio militare, eppure le impressioni e i ricordi della gioventù bastavano, per quanto scarsi, a un certo tipo di vita ebraica, in particolare perché tu non avevi bisogno di particolare aiuto in quel senso, ma eri di stirpe molto vigorosa e la tua persona non poteva essere scossa da riflessioni religiose, se non si mescolavano a riflessioni sociali. In fondo la fede che guidava la tua vita era la fede nell’assoluta giustezza delle opinioni di una determinata classe sociale ebraica e, poiché queste opinioni facevano parte del tuo essere, era anche la fede in te stesso. E anche in questo c’era abbastanza ebraismo, ma era troppo poco per trasmetterlo a tuo figlio e, mentre tentavi di farlo, ne andò perduta ogni singola goccia. In parte erano incomunicabili impressioni di gioventù, in parte il tuo essere temuto. Era anche impossibile far capire a un bimbo, il quale per pavidità osservava con grande acutezza, che quelle nullità che tu in nome dell’ebraismo eseguivi con un’indifferenza proporzionata alla loro nullità potessero avere un senso più elevato. Per te avevano senso come piccoli ricordi del passato, e per questo volevi trasmettermele; ma potevi farlo, giacché anche per te non avevano più un valore autonomo, solo con la persuasione o le minacce; questo da un lato non poteva riuscire e dall’altro, poiché tu non riconoscevi affatto la tua debolezza in questo campo, era per te fonte di grande irritazione nei miei confronti, a causa della mia apparente testardaggine.

(13 – continua)

Ritornare a casa 3

Se vogliamo che ai nostri scritti non manchi nulla, è indispensabile far ritorno a casa. Non è necessario tornare a vivere dai propri genitori e ricominciare a farsi mantenere da loro: bisogna però prendere atto delle nostre origini, e penetrarle a fondo. Bisogna onorarle e abbracciarle, o per lo meno giungere ad accettarle. […]
Le nostre origini influiscono sul nostro modo di scrivere. Influiscono anche sulla struttura stessa del linguaggio. Mi capita spesso di scrivere secondo il ritmo ripetitivo delle preghiere e dei canti ebraici. Anche se i miei genitori non erano praticanti, in occasione delle festività solenni mi portavano in sinagoga dove potevo assistere ai riti che vi si celebravano. Da bambini siamo particolarmente impressionabili. È allora che il ritmo del linguaggio ci entra dentro. Qualcuno ha affermato che a rendere grande un poeta non è tanto quel che dice, quanto la capacità di entrare in sintonia con certi ritmi del linguaggio. […] Continua a leggere “Ritornare a casa 3”