Produttività

Si dice, e spesso si strilla: occorre fare ricerca, accrescere la produttività, immettere nuovi prodotti, vincere la concorrenza e così creeremo nuovi posti di lavoro qualificati. In Italia questa cantilena risuona da anni ad ogni angolo di strada. Ma con scarsi risultati reali. Le classi dirigenti del nostro Paese non hanno mai superato la loro storica indifferenza nei confronti di tutto ciò che è ricerca, università, mondo degli studi. La loro rozzezza culturale fa oggi spettacolo sulla scena della vecchia Europa.
Ma bisogna porsi serenamente delle domande e placare la gazzarra propagandistica. Occorre essere competitivi, si dice, vincere la concorrenza. Intanto la concorrenza di chi? Nel mercato globale siamo tutti concorrenti. Chi vince, chi perde? Ogni capitalismo nazionale esorta i propri connazionali a competere, e usa le sue retoriche come una frusta ideologica per sottomettere l’intera società ai suoi ritmi e ai suoi obiettivi. In una società che ormai affonda in un oceano di merci tutti dovremmo curvare la schiena per impegnarci in una lotta allo spasimo per produrne sempre di più. Ma questa lotta, poi, ha risultati finali a somma zero. Si vince in un settore e si perde in un altro. Nessuno vince dappertutto. E poi vincono solo alcuni, sempre più pochi, i più grandi e potenti, e perdono tutti gli altri. E nel corso di questa lotta si producono picchi inauditi di ricchezza per una minoranza e bassi redditi per la grande massa. Mentre si distruggono ricchezza, imprese, macchinari, tecnologie, che soccombono come armate sconfitte sotto i colpi di chi vince temporaneamente la battaglia.

Piero Bevilacqua, Il grande saccheggio, Laterza, Roma-Bari 2011, pagg. XXVI-XXV

La vita segreta

Siamo divenuti schiavi del web molto prima di capire in che misura la tecnologia avrebbe cambiato le nostre vite. In un certo senso internet ha fornito gli strumenti della creazione letteraria a chiunque avesse un computer e fosse disposto a nuotare in quel pozzo senza fondo di alterità che è la rete. J.G. Ballard aveva previsto che lo scrittore non avrebbe più avuto un ruolo nella società — che sarebbe presto diventato superfluo, come certi personaggi dei romanzi ottocenteschi russi. «Dal momento che la realtà esterna è pura finzione,» scrisse Ballard «lo scrittore non ha bisogno di inventare nulla, tutto è già dato». Ogni giorno in rete si ha la riprova delle sue parole; internet è un mercato dell’identità. Grazie alle mail, ognuno può comunicare in maniera istantanea e invisibile, nei panni di se stesso o in quelli di qualcun altro. Ci sono sessantasette milioni di nomi ‘inventati’ su Facebook, molti dei quali conducono chiaramente una seconda vita, meno ordinaria, e comunque meno tracciabile. Nessuno sa chi siano realmente. La crittazione ha reso l’utente medio un fantasma —uno pseudonimo, un simulacro, un riflesso. In questo contesto, solo il nostro potere d’acquisto ci rende reali, e quell’io di cui ancora possiamo disporre è bersagliato da offerte di potenziamento – un nuovo colore degli occhi, un’assicurazione migliore, un corpo più snello — da parte di aziende di marketing e compagnie telefoniche che poi trasmettono i nostri dati ai governi, i quali mirano a renderci nuovamente visibili nell’interesse della sicurezza nazionale.

IraqOil

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Il fatto è che il petrolio dell’Iraq divenne più appetibile per il previsto calo delle risorse della Penisola Arabica: così l’invasione americana nel 2003 fu ancora più motivata, con la prospettiva di giacimenti vergini che avrebbero garantito gli approvvigionamenti futuri. In più, si sa che la commercializzazione del petrolio mediorientale riesce a dare buoni profitti anche quando il prezzo scende, come oggi che si aggira intorno ai 50 dollari al barile; mentre lo sfruttamento dei giacimenti di frontiera – nelle profondità del mare e nell’Artico – e del petrolio non convenzionale – lo shale o tight oil minerale – è molto più costoso e richiede un prezzo sopra i 100 dollari al barile per poter essere economico. Così il petrolio iracheno e quello curdo sono un ottimo affare, visti i bassi costi d’estrazione e i favorevoli canali d’esportazione: possono essere la nuova via di rifornimento per l’Europa – via Turchia – dopo la nota crisi nelle relazioni energetiche con la Russia (la Germania ha sempre comprato molto petrolio russo).