I manager

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Settembre, 1987

I manager hanno invaso l’editoria. Con non poche conseguenze. Vediamone una, significativa: sono i protagonisti di qualcosa di molto simile alla compravendita dei calciatori. I componenti delle formazioni tipo, che so, della Mondadori e della Rizzoli, stanno per entrare in campo, quand’ecco arrivano trafelati negli spogliatoi due nuovi giocatori, un difensore (acchiappa-autori?) e un “libero” (con aerei e lingue facili?). Si procede subito allo scambio delle maglie, cosa che avviene con rapidità e disinvoltura: non è la prima volta. Giù le maglie n° 3 e n° 5 della Rizzoli e su quelle della Mondadori. E viceversa.
C’è anche, per la verità, il dirigente che non sa di avere i giorni (o le ore) contati, ma avendo avvertito qualcosa di malaugurante nell’aria se ne sta asserragliato nella sua stanza. Ma la porta viene d’improvviso spalancata e vi si staglia con sorriso da squalo il nuovo inquilino (ricordo che in tempi meno birichini un amico dirigente, col dono della preveggenza, teneva sempre una valigia celata tra i libri, mentre indumenti adatti ad ogni stagione se ne stavano ripiegati nei cassetti della scrivania.)
In particolare quest’anno per seguire gli spostamenti dei dirigenti editoriali è stato necessario prendere appunti, che andavano aggiornati di mese in mese, come per gli scioperi dei trasporti. Chi ci sarà mai alla saggistica Bompiani? E avendo bisogno di un libro, chi risponderà all’ufficio stampa Bollati Boringhieri? Capita per esempio che un dirigente addetto a una nuova collana di élite, appena prima di consegnare l’elenco definitivo dei primi raffinati sedici titoli, esca a colazione con il manager di un’altra ditta. All’imbrunire è intento a raccogliere i suoi oggettini personali: dal 2 gennaio p.v. dal manager prandiale la “varia incolta”. È così che migrano oggi i dirigenti, di qua e di là, aspirati dal miglior offerente, nei secoli infedeli, contenitori pronti a tutti i contenuti, essendo i contenuti pronti a tutti i contenitori.
Ma, a detta di chi ci lavora, questi manager oggi ai vertici dell’editoria, una cosa di buono ce l’hanno: si disinteressano totalmente dei dipendenti. È finito così, forse per sempre, il gioco di diventare i favoriti del principe, e il successivo, fatale cadere in disgrazia (sia ascesa che crollo erano astutamente regolati dall’imprevedibile cappriciosità dell’editore-padrone delle ferriere, comunque al fine di creare competitività); finita la necessità di spiare l’umore dell’editore-re sole fin dal suo ingresso in azienda – e se non si riusciva a intravederlo, si poteva capire qualcosa già dal modo, secco o soft, di chiudere la porta del suo bunker; basta con l’essere trasferiti repentinamente in un altro ufficio non appena nel precedente si era instaurata un’atmosfera di pericoloso affiatamento. Ma è anche finita, bisogna dirlo, la figura carismatica, dalla seduzione pitonesca, dell’editore padre-padrone, difficilissimo da lasciare per via di assurdi ma acuti sensi di colpa. Dell’editore che ha dedicato la vita a quel mestiere: che sarà per lui un hobby, un giocattolo, ma anche l’impegno di tutta la sua esistenza.
Ora però bisogna rimboccarsi le maniche per recuperare, se si è fatto parte della corte di questi carismatici e spesso infantili e ancor più spesso megalomani personaggi, la capacità di giudizio che si è decisamente arrugginita, e andare per esempio alla ricerca dei propri gusti perduti. A tutti questi mutamenti-migrazioni assiste in silenzio il popolo sottopagato dei redattori, delle segretarie, dei grafici, per i quali il problema non è di cambiar posto ma di perderlo.

da: Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli , Milano 1997

L’Italia che scrive

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Dicembre, 1985

Da qualche lustro, e non per hobby, leggo dattiloscritti di narrativa italiana. Dico subito che il mestiere di lettore implica, oltre a una certa propensione al masochismo, anche il carico di una notevole responsabilità morale: forse anche per questo è tra i peggio pagati d’Italia.
Chi manda questi dattiloscritti? Un po’ tutti. Infatti, com’è noto, tutti credono di saper scrivere un romanzo. Carta e penna sono di uso generale e, così si crede, la lingua italiana, il cui vocabolario fra l’altro va sempre più comodamente riducendosi. Quindi il tassista come il cardiologo, il commercialista come il portiere prima o poi un romanzo rischiano di scriverlo.
Di qui il flusso ininterrotto di narratori che si abbatte su case editrici e riviste letterarie. L’unica modesta proposta che ho avuto occasione di fare per arginare l’ondata è il razionamento della carta: tot carta pro capite, e deve bastare per tutta la vita.
Per di più oggi, a causa dello “scrittore star” (fotografato, intervistato, televisionato) il settore qui da noi è in espansione. Dura infatti già da un bel po’ lo show degli scrittori quarantenni nostrani, e pare inarrestabile la loro promozione anche a giornalisti-costumisti su quotidiani e settimanali. Cosicché l’Italia che scrive invia dattiloscritti e insieme la tacita invocazione: aiutate anche me ad emergere!
Il fatto che rende il tutto vagamente grottesco è che non esista quasi pubblico neanche per gli autori italiani con anzianità di scrittura (così come non è mai esistito, nonostante il baccano sulle piazze, un pubblico della poesia), figuriamoci per le opere prime.
Tornando a chi non riesce a farsi pubblicare, per quel che ho potuto leggere di persona il raccolto è misero: molta cenere e pochissimi diamanti. In genere i testi degli aspiranti scrittori guardano compulsivamente al cinema e approdano allo sceneggiato televisivo, fatto inevitabile considerando che i loro autori consumano certo più vita davanti alla televisione che davanti alla pagina (la lettura -stando a una recente inchiesta – occupa per esempio il sedicesimo posto negli interessi dei giovani).
Perché la situazione è così compromessa? Forse si stanno scontando i danni causati negli anni Sessanta dalla neoavanguardia con la sua imposizione della testualità e negli anni Settanta dall’istigazione alla creatività individuale. Per non parlare delle responsabilità della critica, che ha rinunciato a certe esigenze di qualità abbassando talmente il livello generale da renderlo palesemente accessibile a chiunque. Tanto che qualunque aspirante scrittore può legittimamente indursi a pensare: se il romanzo osannato è questo, allora sono in grado di scriverlo anch’io.
Sono comunque dell’avviso che per un esordiente sia meno facile di qualche anno fa arrivare alla pubblicazione: vi concorrono la situazione economicamente sempre più precaria della nostra editoria, il consolidato privilegiamento della narrativa straniera, e tante altre brutte cose su cui molto già si è discettato. Conclusione: aspirante scrittore vade retro. Vistononsistampi (ammesso che si sia visto, cioè letto: ci sono case editrici che rinviano subito al mittente i testi ancora chiusi nelle loro buste, con risparmio postale). Così il vecchio adagio che lo scrittore si vede al secondo romanzo risulta impossibile da verificare, dato che non esce il primo.
Naturalmente non esiste invece il problema di riuscire a pubblicare per i personaggi da prima pagina nei vari campi, giudiziario incluso: nessuno rifiuterebbe il primo romanzo di Licio Gelli o di Renzo Arbore, anche se Gelli prendesse a protagonista un entertainer con corteggio di macchiette e Arbore un giallo a colpi di logge. A costoro si strapperebbero le cartelle di mano via via che qualcun altro gliele scrivesse.
Così, anche se c’è qui da noi un clima abbastanza favorevole al romanzo (ma mi domando se non si tratti più che altro di un equivoco con i mesi contati), allo stesso modo che in altre attività i posti sono tre e i candidati cinquemila. E per i tre posti si fanno sotto i raccomandati di ferro, di ottone e di bronzo, e i servi furbi (anche se ormai la furbizia è merce inflazionata: pochi non sono furbi al giorno d’oggi), il tutto sovrastato dall’egida, sotto cui prospera ogni commercio, dei “signori del cinismo”. Parafrasando Enzensberger, che ad anni come questi si debba pensare con indulgenza, sarebbe chieder troppo.
Concludendo queste annotazioni, consiglierei agli aspiranti scrittori di provare e riprovare a scrivere quello che capita loro sotto gli occhi (e non altrove o on the road), di sviluppare un po’ di più quelle forme di nevrosi che un tempo si chiamavano umiltà e pazienza, e di ricordare infine l’età a cui esordì come romanziere Daniel Defoe: sessant’anni.

da: Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli , Milano 1997

Il servilismo e la pigrizia

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Maggio, 1986

Dato che leggo in media sette-otto libri alla settimana, la lettura è per me un vizio punito. Per lavoro devo anche leggere molte recensioni, nelle quali dominano – ci si stanca a ripeterlo – il servilismo (al più si registra nel recensore il passaggio, con gli anni, dalla condizione di servo a quella di liberto) e la pigrizia (rieccoli i risvolti e le veline degli uffici stampa, al massimo variati di un aggettivo o rafforzati da un sinonimo).
L’eccesso di lodi forsennate può però provocare rigetto o diffidenza, che scatta anche nei rari casi in cui il giudizio sul libro è negativo. Ci si chiede allora cosa ci sia dietro: forse l’autore sta per cambiare editore? O il recensore ha cambiato datore di lavoro? O forse tra recensito e recensore sono intervenuti fatti privati, faide d’alcova? Ben vengano comunque i giudizi negativi, le voci dissonanti nel coro. Tra l’altro molta stampa si è messa a ospitare rubriche di polemiche, che bisogna pur riempire in qualche modo. Così, tra gli applausi scroscianti, si comincia a sentire qualche fischio. Magari lo si indirizza al libro sbagliato, ma l’importante è piantarla con la lode ecumenica e ritornare a esercitare il diritto di critica, che è esattamente l’opposto della prassi che imperversa, cioè voler au secours du vainqueur.
Il sabato per gli addetti al lavoro è obbligatoria la lettura, in “Tuttolibri”, della classifica dei libri più venduti curata dalla Demoskopea. Al proposito, il commento più azzeccato mi par proprio quello di Giorgio Manganelli, che alla domanda: “Quando vede un bel libro in classifica come reagisce?” ha risposto: “La cosa mi insospettisce molto. Ci dev’essere qualcosa che non va”. Resta il fatto che mentre non è il caso di scandalizzarsi se la cosiddetta letteratura d’intrattenimento è la più letta (ma non è stato sempre così?), ci si può invece immalinconire per la pervicace assenza di alcuni bei libri dall’elenco di quelli più venduti (nella doppia accezione?).
È sempre bene fare esempi, con nome e cognome. Nella narrativa straniera perché non compare in classifica (o, se vi compare – un sabato era in dodicesima posizione se non erro – sembra un errore del proto) il bel romanzo del ceco Bohumil Hrabal Ho servito il re d’Inghilterra? Non è giusto che Kundera monopolizzi il settore (non accetto però di entrare nel “partito anti-Kundera che per svariati motivi si sta prendendo piede. Anche Kundera ha dovuto fare una lunga anticamera per arrivare al successo, e i suoi precedenti romanzi, non inferiori, anzi, all’ultimo osannato, continuavano a cambiare editore perché non li voleva nessuno, e sono tornati solo l’anno scorso in libreria rispolverati dai magazzini). Il romanzo di Hrabal è stato finora molto ben recensito; ma si sa che non basta, le recensioni non sono certo decisive per la vendita (resta ancora più importante il “bocca a bocca”). Mentre è purtroppo decisiva, per propagandare un libro, la televisione del caravanserraglio domenicale, o il grosso battage pubblicitario, che le piccole case editrici non possono permettersi. Manca anche in classifica, tra gli altri, Le cose di Georges Perec, giustamente ristampato a vent’anni di distanza, un godibilissimo e amaro racconto sulla smania consumistica che divora due giovani negli anni Sessanta; manca il bel romanzo di fine Ottocento di Olive Schreiner, Storia di una fattoria africana. Eccetera eccetera. Quanto ai romanzi italiani, spesso bruttarelli, arrivano in classifica, implacabilmente, quelli più bruttarelli di tutti.
Sarebbe insomma il caso di fare un controcanto ai libri più venduti, segnalando soprattutto le assenze e talora deplorando certe presenze. Al servizio dei lettori, che considerano i bei libri forse la migliore compagnia, gli unici a non tradire mai.
Una razza in via d’estinzione quella di noi lettori, che andrebbe tutelata. Dovremmo organizzarci in conventicole, intendendoci con linguaggi cifrati nei luoghi in cui ci incontriamo. Attenzione però a non assentarci in altra stanza con i nostri simili.
Parafrasando Flaiano – “Forse sarà bene tornare di là o penseranno che stiamo parlando” – bisogna evitare che gli altri pensino che stiamo leggendo.

da: Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli , Milano 1997