Autocitazioni 2

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Continuando a leggere il libro di Pippo Russo L’importo della ferita e altre storie, si scopre un altro fenomeno curioso, per non dire assurdo. Quasi certamente inedito in narrativa: Federico Moccia cita se stesso e i propri libri nei romanzi che scrive.
Secondo Pippo Russo, questo accade perché, se non fosse Moccia a citare se stesso, non lo citerebbe nessuno.
E anche qui, regolarmente, i dialoghi surreali sembrano recitati dalla vocetta stralunata dell’autore:

2009 Giffoni Film Festival - Day 7«Hai mai letto Moccia?» Sandro entra nei miei pensieri come una bomba a mano.
«No!» Sono l’unica forse che in classe non l’ha letto, ma credo che sia proprio assurdo che uno ci racconti delle storie come le sue.
«E come mai? E’ piaciuto un sacco, soprattutto alle ragazze della tua età!»
«Appunto per questo! Io non capisco perché parla solo di gente bella, senza neanche un brufolo, straricca poi, hanno macchine bellissime, vanno a tutte le feste, vivono in posti fantastici, poi si innamorano e finiscono tre metri sopra il cielo!»
Mi sorride. «Be’, certo alla gente piace il ricco e il bello ma poi c’è dell’altro Carolina, guarda che le cose non stanno proprio così…».
Oh, ma questo che è, un amico di Moccia? «Be’, io la penso così… E poi ho visto il film con Scamarcio…».
«E ti è piaciuto?»
«Lui sì. Il film, insomma…».

*     *     *

«Ho il libro per te, vieni!»
Lo seguo in mezzo agli scaffali.
«Eccolo qua… Tre metri sopra il cielo. Ti piace?»
«Boh, non so. L’ha letto una mia amica e le è piaciuto un sacco… Però poi finisce che si lasciano!»
«Ho capito… ma poi lui nel seguito che si intitola Ho voglia di te capisce che non bisogna restare attaccati a una storia che si è vissuta…».

Amore 14, Feltrinelli, Milano 2008, pagg. 140 e 219

Pippo Russo, L’importo della ferita e altre storie, Clichy, Firenze 2013

 

Autocitazioni

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Leggendo il libro di Pippo Russo L’importo della ferita e altre storie, avverto un fenomeno curioso.
Nel capitolo in cui si esamina l’opera di Giorgio Faletti, tutti i brani di testo riportati, ma proprio tutti, li sento come recitati proprio dalla voce strascicata e vacillante di Giorgio Faletti.
Ad esempio:

365687Appena lo aveva conosciuto, La Fayette era riuscito a soffocare a stento una risata quando si era chiesto se quell’uomo usasse la carta igienica come cache-col tutte le volte che andava a cagare. (…) Malgrado fosse sposato, Quella checca di Jeff aveva un culo che avrebbe potuto fare da galleria per un trenino elettrico e una carnagione bianca che non era mai riuscito a toccare senza provare un brivido di disgusto.

«Quando vivi cercando di rompere il culo al mondo, è inevitabile che prima o poi il mondo rompa il culo a te».

Niente di vero tranne gli occhi, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2004, pagg. 31 e 119


La stessa cosa accade nel capitolo in cui si affrontano i libri di Federico Moccia: i brani riportati mi sembrano letti proprio dalla caratteristica vocetta soft-coatta dell’autore.
Ad esempio:

mocciaPoi più niente. Fuuuuu. Un palloncino pesante che però si allontana verso il cielo. Silenzio. Sempre più lontano. Poi faticosamente i primi cigolii. E’ come se la grande macchina ripartisse. Rumori faticosi, catene non oliate, ingranaggi che stridono, raschiano. Ma riparte. Ecco… Ciuff, ciuff! Come quel treno lontano, lì all’orizzonte che riprende la sua strada, la sua corsa, che aumenta il ritmo, sbuffa, di nuovo, sì, verso i confini lontani, verso i giorni che saranno… Ciuff, ciuff… E sbuffa, sbuffa ancora. E non fermarsi. Non fermarsi. Non fermarsi. E tutti, tutti continuano ad andare avanti. E prima o poi forse riusciranno a dimenticare qualcosa. O forse no. E anche in questo c’è una grande bellezza.

Scusa ma ti chiamo amore, Rizzoli, Milano 2007, pagg. 544-5

da: Pippo Russo, L’importo della ferita e altre storie, Clichy, Firenze 2013

 

Profezie falettiane

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Ma ciò che di davvero fenomenale si trova nei romanzi falettiani sono le ripetizioni di alcuni motivi. Uno fra tutti: quello, originalissimo, del contrasto fra il bianco e il nero e delle «varie tonalità di grigio» che passano fra i due estremi. Esso viene riproposto in ogni variante:

– Erano il bianco e il nero, due categorie estreme, in mezzo alle quali si stendeva una serie impressionante di sfumature di grigio (Io Uccido, pag. 13)
– Jordan era sicuro di non voler sentire altro. Per tutta la vita aveva vissuto nel mondo del bianco e nero che escludeva ogni possibile sfumatura intermedia. Dopo quello che gli era successo era stato suo malgrado proiettato verso ogni possibile sfumatura di grigio (Niente di vero tranne gli occhi, pagg. 232-3)
– Claudio si accorse che avevano perso di colore, che erano diventati un ammasso informe di bianco, di nero e di svariate tonalità di grigio (…) (Pochi inutili nascondigli, pag. 254)
– L’adorazione negli occhi della donna brillava come il suo rossetto, era il secondo particolare colorato di quella storia piena di mille grigi che doveva essere la sua vita (Niente di vero tranne gli occhi, pag. 22)
– Questo posto e questa vita fanno appassire i colori ed è inutile mescolare dei grigi. Più chiaro o più scuro, sempre un altro grigio viene fuori (Appunti di un venditore di donne, pag. 29)
– Solo in quell’auto ferma a un semaforo rosso, acceso come sangue su una lampadina, aleggiava una presenza che aveva il potere di oscurare tutta quella luce e di virare i colori del mondo nelle tonalità opache del bianco e del nero (Io uccido, pag. 96).

Pippo Russo, L’importo della ferita e altre storie, Clichy, Firenze 2013

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Dai brani riportati, si evince come certe ricorrenze nei libri di Giorgio Faletti si siano rivelate infausti presagi:

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Feltrinelli

feltrinelli e james baldwin


Otto anni fa ricorreva il cinquantenario della casa editrice Feltrinelli, fondata nel 1955.
In un articolo-intervista di Stefano Salis apparso su Il Sole 24 Ore Domenica del 17 aprile 2005, Inge Feltrinelli rievocava i momenti capitali della sua storia editoriale.

Proprio quest’anno, Carlo Feltrinelli è stato insignito a Mosca del premio Pasternak. La giuria l’ha scelto per il suo libro Senior service, una magistrale ricostruzione (da figlio, ma anche da editore) delle vicende editoriali di Giangiacomo, legate indissolubilmente alla pubblicazione in tutto il mondo del capolavoro di Pasternak Il dottor Zivago.
[…]
«Quel romanzo fu un colpo di scena per l’editoria mondiale – ricorda Inge. Il libro era proibito nell’Unione Sovietica e la pubblicazione, prima in Italia, quindi in tutto il mondo portò il nostro Pasternak fino al Nobel». Lo scrittore, però vi dovette rinunciare. Zivago, in compenso, è in assoluto il primo best seller contemporaneo: due milioni di copie vendute solo in Italia.
[…]
«Immediatamente, due anni dopo la fondazione, Feltrinelli con Pasternak entrò nel novero dei grandi editori internazionali. Giangiacomo era il primo “uomo nuovo” del mestiere: viaggiava di continuo, era poliglotta, sondava mercati poco battuti, come la Scandinavia e l’Est Europa. Sprovincializzò l’editoria italiana e il suo arrivo fu salutato dai grandi editori europei come l’unica novità in tanti anni. Ma anche i nostri Mondadori, Einaudi e Rizzoli lo trattavano con rispetto. Era, fin dall’inizio, un giovane editore di forte impatto politico che sapeva di fare libri importanti. Come facevano gli editori di una volta, quando non dominavano manager e agenti. Ci si poteva permettere di pubblicare anche libri in perdita ma fondamentali per il catalogo.»


Guardando una foto alla parete, che ritrae Giangiacomo Feltrinelli sul set del Dottor Zivago in Finlandia, l’intervistata ricorda le straordinarie vicende legate a quel romanzo.

«Il regista – rivela Inge – lo scelse proprio lui. Aveva visto Lawrence d’Arabia. E se c’era qualcuno che poteva fare Divago, questi era proprio David Lean. Con il Gattopardo andò diversamente. Era stato Visconti ad interessarsi al libro; ma Visconti era quel romanzo». Un altro colpo da maestro di Feltrinelli, dovuto a un suggerimento di Bassani. «Il successo arrivò inaspettato. Eravamo nel dicembre 1958. Carlo Bo ricevette per sbaglio in anticipo delle bozze del libro. Subito ne scrisse un’entusiastica recensione sul “Corriere”. Il riscontro fu immediato, i librai ci costrinsero ad accelerare i tempi di edizione. Prima di Natale ne avevamo vendute già 10mila copie. Vittoriani, che rifiutò il libro per l’Einaudi, non si perdonò mai l’errore. Anche se credo che fosse convinto che il titolo non era giusto per lo Struzzo». Ogni tanto, in questo mestiere, gli errori capitano.


E poi, è il momento dei ricordi sugli scrittori che da Feltrinelli vennero lanciati  in Italia. Ricordi non sempre piacevoli:

«Con Garcia Marquez ho scoperto come il successo possa cambiare il carattere. La prima volta che venne a Milano non voleva incontrare i giornalisti. Stava in albergo, era timido e molto insicuro del suo lavoro. Dopo il trionfo di Cent’anni e il Nobel, lo rividi a Cuba. Gabo viveva ormai come un re, usava dei completi bianchi, come i telefoni sulla scrivania e le lampade nella sala, dava del tu a tutti i  presidenti del Sudamerica. “Gabo, gli dissi, adesso sei un uomo di Hollywood”. Che differenza rispetto a Doris Lessing. L’ultima volta che l’ho incontrata, a Londra, la città era blindata per la visita di Bush. Lei arrivò al ristorante dove avevamo appuntamento in metropolitana, serena e allegra. Io la stavo aspettando da qualche minuto. Appena dissi che era lei la persona che attendevo, il cameriere si illuminò con un sorriso di grande rispetto e ammirazione».

(da un articolo di Stefano Salis su Il Sole 24 Ore Domenica, 17 apr. 2005)

 

dalla Lettera a Baricco

Antonio_Moresco

Dalla Lettera a Baricco di Antonio Moresco del 13 novembre 2011:

ti scrivo subito dopo avere letto con dolore la tua intervista apparsa il 28 ottobre scorso sul Venerdì di Repubblica [reperibile qui alle pp. 32-36]. Vedo che anche tu non fai che ripetere ciò che in questi anni dichiarano continuamente scrittori e teorici della letteratura e che è evidentemente lo spirito del tempo: che la letteratura non è più un’arte, che tu ti senti un calzolaio della parola e un orologiaio, che per gli scrittori non può esserci più grandezza, che oggi il genio lo si può vedere piuttosto in chi lancia l’iPhone, in chi apre un teatro, in chi fonda una scuola (stai pensando alla Holden?), che l’ispirazione non esiste, ecc…
[…]
Potrei rispondere dicendoti semplicemente: “Parla per te!”. Invece ci sono molte altre cose da dire.
Perché – mi domando – tutti questi strascichi mentali tardonovecenteschi, con il loro carico contagioso di disillusa arroganza e chiusura, in questo nuovo secolo e nuovo millennio che ci sta mettendo di fronte a sfide così immani per la nostra specie che richiederebbero invece il massimo della moltiplicazione, dell’immaginazione e dell’invenzione, da parte di tutti, in ogni campo? Perché tutto questo deprimente ma anche rassicurante ridimensionamento dell’imprevedibilità e del caos della vita? Perché chi ha deciso di posizionarsi nella casella della “letteratura” (o del “genere letteratura”) sembra essere in grado di fornirci solo questo minimalistico abbassamento della vita e del mondo, questa superficialità, questo ticchettio da ultime ore? Allora – piuttosto che questo funereo ron ron da sopravvissuti – meglio, molto meglio, tanti scrittori “di genere”, che non si nascondono dietro piccole e ammiccanti teorie trasformate in valore e canone, più coraggiosi, più operosi, più onesti!
Bisogna sempre, giorno dopo giorno, riaprire gli spazi che tendono a richiudersi, anche in quella cosa che è stata chiamata insiemisticamente “letteratura”. La letteratura è una cruna, bisogna riaprirla di continuo, allargarla, per andare a toccare gli altri spazi più grandi in cui siamo immersi e sfondare le pareti che imprigionano i nostri corpi e le nostre menti. Quella forza che ci appare moltiplicatoria e aliena e che in passato è stata ingenuamente chiamata ”ispirazione” esiste ancora dentro di noi e gli artisti, gli scrittori, i poeti, sanno che esiste, l’hanno sempre saputo, perché l’hanno conosciuta, sperimentata, inventata.
Le cose da dire sarebbero molte. Lo spazio è poco. Tu sai che io non disprezzo il tuo lavoro e che sono stato uno dei pochi scrittori italiani che ne ha parlato pubblicamente sulle pagine di un giornale (La Repubblica). Ma quello che stai dicendo sulla letteratura è difensivo, è superficiale, non ha verità profonda.
E’ molto strano quello che sta succedendo in Italia. Ci si continua a disperare per i nostri impresentabili governanti, per come sono disonorevoli, interessati, cinici, per come stanno volando basso. E gli scrittori? E gli uomini di cultura? Stanno volando alto? A leggere posizioni come la tua non mi pare. Perché, nel campo nevralgico della letteratura, dell’immaginario, della prefigurazione artistica e di conoscenza sembra essere stata bandita ogni idea di quella grandezza che invece si domanda giustamente ad altri? Perché domina lo stesso restringimento dei possibili, lo stesso piccolo cinismo, la stessa chiusura di orizzonti? Ma, se questo è o può solo essere uno scrittore, come può chiedere alle altre donne e agli altri uomini di regalargli il prezioso tempo della loro vite per leggerlo? Con che diritto? Che cosa dà, che cosa aggiunge al mondo?

http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/article20

 

Snoopy fever 4

Com’è noto, “It was a dark and stormy night” è uno degli incipit più famosi della storia letteraria inglese: celebre frase scritta da Edward Bulwer-Lytton nel racconto Paul Clifford.