Efficienza etica

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L’accumulazione del capitale continua ad avere un valore primario. E non potrebbe essere altrimenti, visti l’epoca e il mondo in cui viviamo. Mondo economico in cui – scriveva Keynes – non sono assicurate né la piena occupazione, né l’equa ripartizione della ricchezza e del reddito, che è arbitraria. Da qui la grande distanza che si è creata fra etica e capitalismo. Finché l’economia sarà una scienza di stampo matematico, in cui si applicano modelli in un contesto sperimentale asettico, riferiti a un puro concetto di economia di mercato, qualsiasi considerazione di tipo storico-istituzionale o etico sarà poco influente. A dispetto del fatto che il capitalismo è comunque una forma di organizzazione storica, quindi ben suscettibile dei cambiamenti che l’evoluzione storica imprime al mondo. E poi, l’economia non è autonoma come scienza in sé, ma è interdipendente con lo Stato di diritto, col quale forma una specie di corpo unico. Quindi, se lo Stato non può dissociarsi dall’etica, non può farlo neanche l’economia. E l’idea che l’economia sia capace di auto-regolarsi, al di là dei fattori politico-sociali, è un’illusione. Imporre l’etica ai mercati attraverso le istituzioni finanziarie è un’altra illusione: l’attività finanziaria lecita non si è poi rivelata moralmente superiore ad altre sue forme illecite, penalmente sanzionate. Insomma, l’assunzione delle regole di mercato come precedenti a tutto, anche alla politica (che vi si deve conformare), non funziona. Almeno, non funziona per creare un mondo in cui si possa combattere la povertà. Forse la povertà non la si vuol combattere perché, se non esistesse povertà, allora non esisterebbe nemmeno la qualifica di “benestante”, e lo status di “ricco” sminuirebbe la potenza del suo significato. Resta il fatto che, stando al buon senso, sarebbe il principio economico a doversi assoggettare alla politica, e non viceversa. Le riforme che vengono proposte dovrebbero rafforzare la partecipazione dei cittadini alla gestione politica del bene comune, e non perseguire solo criteri di efficienza economica, anche a danno dell’interesse dei cittadini.

 

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Priorità

Per spender bene le proprie giornate — o, più sommessamente, per non sprecarle — bisogna saper riconoscere le priorità: le cose che vanno fatte prima di altre, in un ordine che ne rispetti la reale importanza. Già lo scriveva Lee Iacocca — il leggendario dirigente dell’industria automobilistica americana — una trentina d’anni fa nella sua autobiografia.
In genere, i problemi e gli impegni quotidiani vengono affrontati all’impronta, così come si presentano: perché tendiamo a farci condizionare da ciò che “reclama” più forte. Questo ci mette in difficoltà, spesso facendoci perder di vista i contorni delle cose, facendo “sfumare” il disegno del nostro orizzonte operativo. Così si finisce per rinviare proprio quei compiti che sarebbero prioritari e decisivi.
Dicono che questo accade perché ciascuno di noi ha la naturale tendenza a concentrarsi sulle cose che richiedono meno sforzo e a rinviare quelle più impegnative, che di solito sono le più rilevanti. Quante volte ci sono cascato, in gioventù: lunghi anni di inefficienza operativa e di ansia soffusa, che m’accompagnava da mattina a sera. Spesso il problema era la concentrazione: riflettere, valutare, pianificare sono attività che richiedono una concentrazione molto maggiore di quella utile per seguire la semplice routine. E così, per questa pigrizia inconscia, si resta fermi al palo.