Ogni cosa al suo posto

Oliver Sacks all’Oxford’s Botanic Garden fotografato da Charles Drazin, 1951

Come scrittore, trovo che i giardini siano essenziali per il processo creativo; come medico, ogni volta che è possibile, porto i miei pazienti in un giardino. Tutti abbiamo avuto l’esperienza di vagabondare in un giardino rigoglioso o in un deserto senza tempo, di camminare lungo le sponde di un fiume o di un oceano, o di arrampicarci su una montagna, e di trovarci al tempo stesso rasserenati e rinvigoriti, mentalmente coinvolti, rigenerati nel corpo e nello spirito. L’importanza di questi stati fisiologici per la salute dell’individuo e della comunità è fondamentale e di vasta portata; in quarant’anni di esercizio della medicina, ho riscontrato che solo due tipi di «terapia» non farmacologica sono di vitale importanza per i pazienti con neuropatologie croniche: la musica e i giardini.

Oliver Sacks, Ogni cosa al suo posto, Traduzione di Isabella C. Blum, Adelphi, Milano 2019

Psyche-delic

«E, in questa sua indagine, ci porta in terre di confine in cui la scienza, e i suoi derivati tecno-farmaceutici, si trovano ad intersecare il misticismo e antichissime sapienze, rimandando, in modo più o meno consapevole, al rapporto tra l’ātman e il Brahman della tradizione hindu o al Noûs aristotelico e tutte le sue derivazioni averroistiche, secondo le quali vi sarebbe una mente unica, senza forma e senza soggetto, a cui le singole menti non farebbero che connettersi. È ancora a questa mente unica che Aldous Huxley si riferiva quando, parlando proprio delle sostanze psichedeliche, in Le porte della percezione, ipotizzava l’esistenza di un “Intelletto in Genere” più vasto di quello individuale. Si tratta, in fondo e di nuovo, tornando alle pagine di Pollan, della ricomparsa dell’antica necessità umana di oltrepassamento della sfera del quotidiano per accedere a una dimensione altra o, comunque, più vasta della realtà. Non solo della realtà esterna, che la fisica e la chimica contemporanee hanno già dilatato all’inverosimile, tanto verso l’infinitamente piccolo quanto in direzione dell’infinitamente grande, ma anche della realtà cosiddetta interiore, quella della mente e della coscienza. Gli psichedelici appaiono, oggi, alla scienza, come prima erano apparsi a molti sacerdoti e sciamani o, in tempi più recenti, a scrittori e visionari di un mondo alternativo, una possibile via d’accesso per questa espansione dei confini della mente. Gli psichedelici, non più come droghe ricreazionali, ma come potenti mezzi tecnici utili per dare avvio a nuove ricerche e scoperte, allo stesso modo in cui lo furono, per la chimica e la biologia, il microscopio e, per l’astronomia, il telescopio».

https://www.doppiozero.com/materiali/oltre-il-reale

Un lungo trainspotting

— È curioso ad esempio che Ewen Bremner, che nei due film di “Trainspotting” interpreta Spud, nell’adattamento teatrale intrepretasse Renton.

«Sono più punti di vista su un personaggio: è interessante, no? Io stesso imparo molto dal teatro, perché gli attori sono a loro volta dei narratori, modificano i personaggi, li fanno crescere. Tu lo vedi accadere davanti a te e poi lo riporti nella tua scrittura. Il modo in cui gestisco oggi personaggi come Renton o Spud è certamente frutto anche di come li ho visti interpretare».

— Personaggi, questi, da cui lei non si è mai staccato. Li ritroviamo anche, giovanissimi, in “Sgagboys”, e fanno capolino anche in altre sue opere, quasi che concorrano a creare un’unica grande narrazione.

«Non è mai facile spiegarsi come si formi la propria opera complessiva. Credo che in qualche modo un autore scriva sempre la propria biografia, e quindi torna sulle stesse figure, che abbiano lo stesso nome o meno. Certo, negli anni si diventa molto più consapevoli: quando scrivevo Trainspotting mi muovevo a casaccio, cercando di inquadrare le storie più assurde che avevo vissuto o che avevano vissuto i miei amici, o la gente del mio quartiere. Oggi, dopo altri undici libri, sono molto più consapevole delle scelte narrative e stilistiche che faccio. Posso dire di sapere qual è il campo di indagine del mio lavoro. Al di là dell’affresco sociale e dell’autobiografia letterariamente mediata, credo si possa riassumere in domande come: perché la vita, a volte, è così dura? Perché ci facciamo del male da soli? E quindi lavoro in modo diverso più mediato. Dall’altro lato è chiaro che non si può più avere quell’ingenuità che si ha quando si è all’inizio: quanbdo si comincia a scrivere ci si muove istintivamente, senza sapere che poi ciò che si è fatto condizionerà tutta la nostra produzione complessiva».

Irvine Welsh intervistato da Vanni Santoni, la Lettura #281, pag. 21

Il Monaco

Volevo dirti che non c’è modo peggiore di perdere il proprio tempo che il comporre versi. Un autore, buono o cattivo o mediocre che sia, è una bestia che chiunque ha il diritto di attaccare; perché, pur non essendo da tutti scrivere libri, tutti si considerano in grado di giudicarli. Un’opera malriuscita si porta dentro il proprio castigo: disprezzo e scherno. Una riuscita, suscita l’invidia e trascina in un’infinità di mortificazioni il proprio autore, che si trova assalito da critiche partigiane e stizzose: chi ha da ridire sulla struttura, chi sullo stile, chi sugli insegnamenti che cerca di inculcare. E quanti non riescono a trovare difetti nel libro, si studiano di denigrare l’autore. Con malizia, vanno a scovare ogni minimo dettaglio tale da coprirne di ridicolo il nome e la condotta e, non potendo nuocere allo scrittore, si volgono a ferire l’uomo.

Matthew Gregory Lewis, Il Monaco, 1796.

Sacre agli dèi. 2

A 18 anni, quando ho indossato per la prima volta le armi, ho giurato: «Non porterò disonore alle sacre armi, né abbandonerò il compagno, dovunque io sia stanziato. Combatterò in difesa delle cose sacre agli dèi e agli uomini, e lascerò il mio Paese non diminuito, ma accresciuto e migliore, da solo e insieme a tutti. Rispetterò saggiamente i magistrati al governo, e osserverò le leggi stabilite e quante saranno istituite con senno. Se qualcuno tenterà di rovesciare le leggi, io combatterò, da solo e con l’aiuto di tutti. Onorerò la religione dei miei padri. Sono testimoni gli dèi e i confini della mia terra, il grano, l’orzo, le vigne, gli alberi di olivo e di fico». Allora ero fiero di essere un cittadino. Poi, però, ho visto molte ingiustizie. Come dice il sommo Aristofane, i tassiarchi, con i loro tre pennacchi e il mantello rosso sgargiante, spesso sono i primi a fuggire, e quando tornano a casa si comportano in maniera intollerabile. Cancellano indiscriminatamente alcuni di noi dalle liste di leva, altri li convocano più volte a sorpresa: «Si parte domani». La guerra è un grande mortaio in cui le città sono maciullate da uomini come Cleone l’Ateniese, soprannominato il «Pestello», o Brasida lo Spartano, che ci hanno trascinati in una lotta fratricida, per la gioia dei mercanti d’armi. Ora è il momento di mettere da parte gli affanni e salvare la pace, prima che un altro pestello lo impedisca. Allora potremo di nuovo fare festa, gridare, ridere; potremo finalmente navigare, rimanere a casa, fottere, dormire, andare alle feste, banchettare, far baldoria come i Sibariti. E io sarò felice di sbarazzarmi dell’elmo: lo ritroveranno nel mare di Gela, tra oltre 2.400 anni. Alle battaglie preferisco una bella bevuta con gli amici accanto al fuoco.

Livia Capponi in la Lettura #274, pag. 43

Sacre agli dèi. 1

Ci chiamano opliti, dal nostro scudo pesante o hoplos, oppure «uomini di bronzo». Oltre a corazza, lancia e schinieri, a volte abbiamo placche anche su braccia e cosce. Lo scudo porta il simbolo della nostra città; la civetta per Atene, la lambda per Lacedèmone o Sparta, la sfinge o la clava di Eracle per Tebe, l’idra per Argo, il polpo per Corinto. L’elmo corinzio che porto in testa, ricavato da un unico pezzo di metallo battuto e difficilissimo da costruire, è ormai usato in tutta la Grecia e pure nelle colonie. Il  nostro capolavoro è la falange, formazione costruita come una casa, con i più valorosi sul fronte e sul retro, e i  meno forti al centro. È una città semovente, organizzata secondo le tribù, in cui si combatte accanto al padre, allo zio, al vicino, e in cui si vince se si sta uniti. I nostri comandanti, i tassiarchi, e sopra tutti lo stratego, in battaglia vanno avanti, sull’ala destra, nel posto più pericoloso. Un suono di tromba ci dà il segnale per l’attacco, un altro per la ritirata, e guai se il suonatore si sbaglia, com’è già successo. Prima di combattere, mangiamo cacio e cipolle, e beviamo del vino, per farci forza. Tutti i cittadini combattono, e in casi estremi arruoliamo perfino forestieri e schiavi. A volte ci accompagna la fanteria leggera, che chiamiamo gimneti, «uomini nudi». Perdere le armi in combattimento non è un disonore, ma perdere lo scudo sì, perché, come disse il re spartano Demarato, gli elmi e le corazze li metti per proteggere te stesso, lo scudo è per il bene di tutta la schiera. Abbiamo trionfato sui Persiani, anche se il loro generale Mardonio trovava il nostro modo di combattere pazzo e troppo sanguinoso. Per noi la guerra dev’essere breve, decisa in una sola battaglia. C’è scarsità di uomini, e bisogna tornare a casa in tempo per il raccolto. A volte al solo vederci quelli scappano, consegnandoci la vittoria senza troppe perdite. Ma quasi sempre ci sono molti morti, fra i vincitori e fra i vinti.

Livia Capponi in la Lettura #274, pag. 43

Studi letterari

Firmin Baes, Petite fille du Condroz, pastel on paper on canvas

Oggi ne sappiamo più di ieri e di ieri l’altro, domani ne sapremo di più ancora, e così via. Per il vero, si estende anche, in proporzione – e questo è ben più di un effetto collaterale – la consapevolezza delle cose che sfuggono alla nostra comprensione: quanto maggiore è il numero di cose che impariamo, tanto più grande è il numero delle cose che ci accorgiamo di ignorare. È tuttavia fuor di dubbio che noi sappiamo sulla struttura della materia o sulla variabilità genetica molto di più di quanto non sapessero i ricercatori più autorevoli di un secolo fa. E questo è il motivo per cui le bibliografie degli articoli scientifici non si spingono mai molto indietro nel tempo, mentre noi letterati seguitiamo impunemente a citare non solo Giacomo Debenedetti o Francesco De Sanctis, ma anche Aristotele o Sant’Agostino. Nella scienza propriamente intesa le conoscenze via via acquisite si sommano e si saldano, come i mattoni di un edificio, mentre da noi le cose non stanno così. Non esattamente. Non principalmente.

Si dà progresso, negli studi letterari? Sì, in parte, ma in parte soltanto: e non sono sicuro che sia quello l’aspetto decisivo. Lo studio della letteratura – e questo vale anche per altri ambiti, ad esempio per la storia – produce un sapere diverso. Esistono anche, inutile dirlo, le pure scoperte, le vere e proprie acquisizioni. La pubblicazione di un epistolario, l’allestimento di un’edizione critica, la composizione di una biografia, l’accertamento di dati storici o testuali rappresentano estensioni oggettive delle conoscenze. Però il nocciolo della nostra attività ha a che vedere con l’interpretazione e con la valutazione: ossia con qualcosa di decisamente più problematico, di più provvisorio e aleatorio, di opinabile, di contingente. Poniamoci una domanda: c’è ancora qualcosa da dire su Leopardi, su Manzoni, su Dante?

Mario Barenghi su Doppiozero, 13 marzo 2018
http://www.doppiozero.com/materiali/perche-insegnare-letteratura-e-non-solo-agli-studenti-di-lettere