Writing 54

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Io sono stato molto fortunato in vita, sono sopravvissuto alla distruzione della gioventù, ho rischiato di morire anche per negligenze, e l’ho sempre scampata per un soffio. Mi sono ricostruito una vita lentamente ma con forza, ho rischiato la rovina finanziaria e l’ho scampata anche lì, mi sono poi rinnovato, ho sempre trovato la salvezza, la malattia non mi ha neutralizzato, al contrario sono diventato sempre più forte. Ma gli ultimi anni son stati così duri che davvero volevo spegnere la luce. Nessuna persona intorno, nessuna possibilità che mi si apriva poteva giustificare la permanenza nel mondo. Nulla e nessuno che vedevo. Quando mi son trovato al tuo cospetto, quando ti ho vista bene, quando mi hai sorriso e mi hai accolto con allegria, da quel momento han cominciato a uscire da me le cose buone, le migliori, ho ripreso a conoscermi per come sono davvero, la vita ha smesso di essere inutile e dannosa ed è diventata accogliente: perché tu porti la bellezza, ti basta muovere un dito per tirarla fuori, per ricordarmi che la vita è bellezza, a saperla vedere. Tu sai vivere, tu sai essere, sei una cosa così preziosa e grande da lasciare stupefatti.

Writing 32

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Sai, prima ho pensato al rapporto che ho con la scrittura. A volte ho letto di scrittori importanti che dicevano più o meno di “scrivere per sopravvivere”, cioè come esercizio vitale quotidiano. Io invece ho passato molto tempo senza scrivere. E anche senza leggere. Ma mi rendo conto che qui sto scrivendo parecchio: ogni giorno mi dedico all’esercizio vitale, e non riesco a immaginare un giorno in cui ciò non avvenga. Lo faccio per vivere, dunque, visto che sono arrivato a riempire diverse pagine. Quasi mai ho tenuto un diario, mentre ora lo sto scrivendo così, come se volessi recuperare gli anni di cui non ho potuto lasciare traccia. Lo faccio anche per le emozioni che mi focalizzano sulla vita interiore e sui moti dell’animo: forse è questo che mi sta facendo diventare scrittore, chi sa. Sto cominciando ad acquisire quella dignità e maturità a cui anelavo, pur rendendomi conto di esserci ancora lontano. E mi piace pensare che qualcuno mi conduca per mano.

#54

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Oggi questa sua gratitudine trova uno specchio perfetto nella mia gratitudine. Spero di riuscire a trasmetterle ancora di più, perché confesso di esser stato pigro, in questi anni, rispetto a quel che merita. Comincerò a spedirle cartoline illustrate, o lettere dentro la busta, come si faceva ai tempi dell’innocenza (quell’Innocenza che lei è riuscita a non perdere del tutto, e forse anch’io). Da adolescente coltivavo anch’io la pratica di scrivere lettere, perché mi piacevano le carte, le buste, i francobolli, l’attesa del postino. Ebbi molte “amiche di penna”, pen-friends o pen-pals, che a volte allegavano alla lettera piccole foto a colori: come scrissi tempo fa, spesso erano ragazze bionde, nordiche o d’impronta inevitabilmente anglosassone o germanica o finnica. E anche lei ha quei lineamenti: mi piace pensarla normanna.

#50

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Quel passo di Lester – come molti suoi pensieri – riconducono a me, com’è immaginabile. Ricorda il mio sentirmi a volte diverso, sbagliato, inadeguato, gravato del mio errore: per esempio quando dice che il mondo lo delude e lui delude il mondo. E quando dice che non intende morire, perché vuol continuare a cercare, ma se per questa ricerca deve correre il rischio d’incontrare la morte, allora è pronto a correrlo. Come personaggio, mi è vicino in tutto. Io sarei pronto a rischiare, sì. Tornerei “là sotto”, insomma, perché il mio attaccamento alla vita viene sempre messo in discussione. Perché mi sento fuori posto troppo spesso, osservo le persone passare e mi domando che ci faccio qui, cos’ho in comune, mi sento stranamente alieno, pur così normale. Forse da sempre mi sento così, e forse non cambierò. Una sensazione che può diventare dolorosa quando si aggancia ai sensi di colpa, o al sentimento d’inadeguatezza. Sentirsi diversi è un conto, ma sentirsi diversi perché colpevoli o inadeguati è tutta un’altra cosa.

# 49

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Ogni essere umano sente la necessità di perdersi e ritrovarsi, almeno una volta nel corso della vita. Lasciarsi andare, per ascoltare il suono del tutto e per cercare di intuire quello che ci attende oltre il confine del tempo che ci è stato dato. E ritrovarsi, per penetrare nel sottile mistero delle cose di ogni giorno, di tutti gli attimi che passano senza uno scopo apparente e che sembrano quasi prendersi gioco del nostro esistere.

# 48

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Ogni momento della vita può rappresentare una svolta e una scelta. A un certo punto si prende una decisione. E tutto va di conseguenza. La forma è tracciata, la direzione presa, nessuna linea può essere cancellata. In questi casi si ha un solo modo per sopravvivere: non ammettere eccezioni.

# 46

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Ricavare un senso dalla propria vita è doveroso, necessario, essenziale. Ho sempre inseguito la bellezza, e ho sofferto ogni volta che sentivo di non riuscire a raggiungerla, o di dovervi rinunciare. Una condizione che m’ha accompagnato fatalmente, forse fin dai primi anni, come una vocazione. E quando il dolore si fa sordo e pervasivo, diventa importante — essenziale, direi — riattivare quelle funzioni vitali che s’erano messe provvisoriamente in sonno, per la pigrizia dell’abbandonarsi. Quelle fisiologiche innanzitutto, con la focalizzazione del fare, e quelle intellettuali, con il riannodarsi dei fili che s’erano staccati dalla rete cognitiva.

# 45

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Quando vivevo in collina, la sera mi capitava di appisolarmi sulla poltrona che tenevo di sotto, vicino alla scrivania dello studio. Una poltrona sulla quale era rischioso sedersi, perché generalmente ci si perdevano i sensi per almeno un’oretta (altri che l’hanno provata possono confermarlo). Quando mi risvegliavo, mi trovavo in un intontimento pesante come piombo, e tornare a muovermi per prepararmi per la notte diventava un’impresa. Lì la notte era particolarmente buia, tranne quando c’era la luna (in quei casi la luminosità era stupefacente), e intorno si sentivano solo i piccoli suoni della vita selvatica. La porta di casa, quella principale, non era mai chiusa a chiave: sarebbe stato troppo rischioso, perché se fossi uscito da quella di sotto e mi si fosse chiusa inavvertitamente alle spalle, poi sarei rimasto fregato. Dunque, era una semplice porta-finestra che si apriva girando la maniglia, e qualunque “malintenzionato” sarebbe potuto entrare e sorprendermi nel sonno. Metto le virgolette per sottolineare l’inconsistenza della definizione, visto che lì era quasi impossibile che vita umana si aggirasse nel buio, trattandosi di aree collinose semiboschive, con terreno poco amichevole se non accidentato e pericoloso, e radi abitanti poco abbienti se non poveri tout court — anche se sono convinto che molti nascondessero banconote sotto il classico mattone o nel materasso. E poi si sarebbero svegliati prima gli animali dei dintorni: da cortile, da stalla, da guardia, più numerosi degli umani. Dunque, niente malintenzionati lì, neanche a pagarli (anche se a volte volte me l’auguravo, che qualcuno avesse il fegato di venirmi ad affrontare).

(foto: www.internationallandscapephotographer.com)

#44

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C’è una bellezza che parte da dentro e si riverbera fuori, pervadendo ogni fattezza e manifestazione, ogni movimento, parola, sguardo. E quando si riescono a rivedere nella mente, dopo le prime volte, il viso e gli occhi sorridenti, il modo in cui si muovono le mani, il tono da ragazza ma con un incedere adulto, il passo così personale, di donna matura che sa quello che fa, allora ci si sente meno insicuri, perché il mondo appare più ospitale, meno denso di pericoli. Sono sensazioni, ma sono importanti.

#42

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Quando si è lontani, molto di quel che accade è ripiego, riduzione, rinuncia implicita. Così si torna a vivere difendendosi e contrattaccando, come si è fatto quando la realtà sembrava opporsi alle nostre spinte e ai nostri percorsi. Ma sempre senza rinunciare a uno scenario possibile, che sia amico, e in grado di riconoscere le nostre piccole grandi necessità, i nostri slanci, desideri, i sogni che non riusciamo a reprimere.