Klat Magazine

 


  • Scopro Klat Magazine. Una rivista dedicata al design, all’architettura, alla fotografia, al leisure, al luxury, al vivere, alla creatività, alle idee, alle immagini, agli oggetti, ai colori, all’ambiente e agli ambienti, all’umanità nella sua parte rilucente, al successo nelle realizzazioni – che è diverso dal successo come vulgata –, alle creazioni umane che confluiscono nell’industria e nell’arte, alla cultura nel senso contemporaneo: fruibile, al passo col tempo che si vive, con le idee e i sogni di oggi, visti nella prospettiva che evolve.
Photo by Morgan Maassen, from Klat Magazine

Una rivista che guarda, esplora, osserva, inquadra, domanda, riferisce, dà conto del mondo come raramente una pubblicazione riesce a fare, perché coniuga l’apparente settorialità alta con le correlazioni ineludibili che rinviano al resto, a ciò che è mondo-ambiente e ambiente-mondo, che accoglie tutto: l’agire e il muoversi, il guardare l’osservare e il restituire, lo scoprire, senza confini concettuali o ideologici. Il mondo è guardato nella sua integralità per estrarne frammenti e segmenti e settori che comunque riguardano tutti, sottraendoli alla limitazione canonica o ideologica da cui sono spesso condizionati. Fattori, situazioni, progetti e fabbricazioni che contribuiscono all’intera nervatura del sistema umano.

La Passione secondo Carol Rama, GAM, Torino

Una rivista-rivelazione, dunque: soprattutto per chi – come me – s’è rifugiato troppo a lungo nella cultura libresca e circolare, arginata, che crea canoni, che fa sviluppare un’introspezione analitica mancante di una necessaria prospettiva-mondo che sia concreta, visibile davvero da quella formidabile macchina naturale che è l’occhio reale.

http://www.klatmagazine.com

https://www.facebook.com/Klat-173331819993

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Risemantizzazione della significazione

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Con “Under-exposure” Corinne Day ha introdotto nella fotografia di moda il corpo imperfetto, dando luogo sia a una democratizzazione del corpo di moda che a una risemantizzazione della significazione di moda nell’estetica del quotidiano. Kate Moss posa in ginocchio sul letto, con il bacino lievemente sbilanciato in avanti, come se si stesse alzando in piedi, e la schiena ricurva. Non si può osservare il corpo di Kate Moss escludendo dal campo visivo il televisore, e il telecomando, posto perpendicolarmente a entrambi, delimita il punto focale su cui dirigere l’attenzione. A ben vedere, il telecomando è orientato verso l’osservatore, assegnandogli il compito di gestire il mezzo di comunicazione e, per estensione, anche Kate Moss è presentata come un prodotto mediatico da fruire, in quanto il telecomando è dinnanzi a lei. La fotografia appare come un’istantanea, nel senso che coglie il corpo in movimento durante l’inizio di un’azione, facendo apparire Kate Moss come non consapevole del fatto di essere ritratta. Lo sguardo, infatti, non è diretto in camera, ma sono la frontalità e il sorriso beffardo che determinano gli effetti di senso sull’osservatore.

http://www.doppiozero.com/materiali/ovvioottuso/cinquanta-sfumature-di-intimo

L’artista moderno. 2

Il pittore, dicevamo, si sente quindi, secondo Klee, «parte della natura nell’area della natura». Il medesimo tema ritorna nell’Esthéthique généralisée di Roger Caillois, a proposito dell’esperienza della bellezza: «Le strutture naturali costituiscono i punto di partenza e il riferimento ultimo di qualsiasi bellezza immaginabile, benché la bellezza sia apprezzamento umano. Ma poiché l’uomo stesso appartiene alla natura, il cerchio si richiude facilmente e il sentimento della bellezza provato dall’uomo non fa che riflettere la sua condizione di essere vivente e di parte integrante dell’universo. Ciò non significa che la natura sia modello dell’arte, ma piuttosto che l’arte costituisce un caso particolare di natura, quello che si realizza quando il procedimento estetico passa attraverso l’istanza supplementare del disegno e dell’esecuzione».
Il processo artistico e il processo creatore della natura condividono la capacità di rendere visibili, di far apparire le cose. Merleau-Ponty ha insistito molto su questa idea: la linea «non imita più il visibile, ma “rende visibile”, traccia lo schizzo tridimensionale di una genesi delle cose». Il quadro mostra come le cose si fanno cose e il mondo si fa mondo, come la montagna si fa montagna ai nostri occhi. La pittura ci fa percepire la presenza delle cose, il fatto che le cose ci sono. «Quando Cézanne cerca la profondità, egli cerca questa deflagrazione dell’Essere».
L’esperienza della pittura moderna ci permette quindi di intravedere, in un modo che, in ultima analisi, è filosofico, il miracolo stesso della percezione che ci rivela il mondo. Questo miracolo, però, è percepito soltanto grazie a una riflessione sulla percezione, a una conversione dell’attenzione, attraverso le quali noi cambiamo il nostro rapporto con il mondo, ci stupiamo del mondo, rompiamo «la nostra familiarità con esso, e questa rottura ci insegna soltanto lo scaturire immotivato del mondo». Vediamo allora, in qualche modo, il mondo apparire ai nostri occhi per la prima volta.

Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005, pp. 185-186.

PER UN’ESTETICA DELL’OMICIDIO

Visto che il tema dell’omicidio continua a tenere banco, mi è venuto in mente che quasi tre anni fa — in occasione dell’uscita del film che racconta l’adolescenza traumatica di Hannibal “The Cannibal” Lecter (credo fosse quello girato a Firenze) — l’amico Contenebbia affrontò nel suo blog Il teatro dei vampiri questo tema come “una delle belle arti” in versione cinematografica. Qui alcuni passi del post, intitolato La decostruzione di San Sebastiano:

Non vi è nulla da fare: da quando il Romanticismo ha scoperchiato le tombe dell’Es ed ha cominciato a lasciarsi sedurre dalla mefitica Bellezza della Medusa, è stato tutto un tripudio di Sante Profanazioni. Un vero esteta dell’Apocalisse non si accontenta di mettere i baffi alla Gioconda; come minimo deve, novello Dio del Caos, forgiare una nuova idea di “Bello”, scrivere un inedito trattato di estetica col sangue rappreso di Apollo. […]
Prendiamo, ad esempio, il Dottor Lecter, l’ultimo dei “dandy”. Lo accostereste al povero Pacciani o, che so, ad un Witkin, un Serrano?
Risposta esatta: Johnathan Demme, in particolar modo, si è ricordato della componente ritualistica, da performance, insita suoi omicidi, facendogli citare la “Macchina surrealista” di Salvador Dalì, nella sequenza del garage, e le Sante Macellazioni di Hermann Nitsch nell’immagine del poliziotto crocefisso alla gabbia… Ma il dottor Lecter non è che un’invenzione letteraria, amplificata dal cinema che lo ha tramutato in un’Icona: verissimo.
Il Reale, col suo inesauribile forziere di Orrori, è da lunga pezza la Musa preferita di scrittori e registi: ecco quindi che, sotto questa luce, anche il dottor Lecter assume una sfumatura inedita, visto che nel suo agire fluttuano schegge di verità, rubate alle gesta di serial killer veri. Chi ci vieta di vedere, nella sincopata e tristissima storia del Novecento, il serial killer come il performer estremo, come colui che ha fatto della propria feroce natura, compulsiva, destruente, l’unica ragione d’essere. “Contro la mia volontà apparente, fui attraversato, mio malgrado, da uno spasimo di sensualità e di sangue”, ci suggerisce Bataille nella Storia dell’occhio.


Queste riflessioni non possono non ricordare il saggio L’assassinio come una delle belle arti (On Murder as One of the Fine Arts) di Thomas De Quincey (1785-1859).
Autore delle famose Confessioni di un mangiatore d’oppio, De Quincey collaborò con quasi tutte le principali riviste inglesi del suo tempo, producendo in totale circa centocinquanta scritti. Ed ebbe un grande interesse per la criminalità: interesse evidente già nel 1818, quando assunse la direzione della Westmoreland Gazette e impose una linea editoriale basata sui resoconti processuali, trascurando persino i fatti di cronaca. Continua a leggere “PER UN’ESTETICA DELL’OMICIDIO”