Legami

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«l’amicizia durante l’adolescenza acquista dei connotati fortemente etici. (…) Essa costituisce una grande costruzione simbolica e culturale e prepara la relazione d’amore prefigurandone gli eventi e precorrendone il sentimento di scoperta e, allo stesso tempo, di ritrovamento. Si tratta di un evento straordinario perché (…) l’amico è un coetaneo estraneo alla famiglia e rappresenta, da ogni punto di vista, una grande novità relazionale. (…) Assurgerlo al ruolo di amico del cuore è un evento culturale, simbolico e relazionale straordinario, poiché rappresenta il debutto nella capacità di amare e investire un essere vivente estraneo alla cerchia dei legami familiari.»

(G. Pietropolli Charmet)

Questo mi fa pensare a quanto sarebbe stato importante avere un amico del cuore, cosa che son riuscito a ottenere nell’adolescenza solo per periodi brevi, quindi amicizie “del cuore” che si son rivelate effimere: una specie d’inconcludenza che mi è sempre pesata. Direi che il peso di questa mia condizione, che m’ha privato di amici del cuore di lunga data, ha avuto un ruolo determinante nelle mie giornate. Me ne rendo conto soprattutto ora, nella maturità, forse perché le conseguenze di questo “fallimento” si consolidano e si fanno presenza.
Mi colpisce l’idea dei connotati fortemente etici dell’amicizia adolescenziale: questa era la sua caratteristica eminente, l’eticità che avrebbe consentito di affrontare il mondo con lo sguardo aperto e libero e pulito. Cose di cui tutti abbiamo bisogno, e quando ce le portano via ne veniamo in qualche modo menomati. Non a caso, in questo tipo di amicizie è spesso presente un elevato tasso di idealizzazione, che le rende magiche, spesso irripetibili.

Efficienza etica

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L’accumulazione del capitale continua ad avere un valore primario. E non potrebbe essere altrimenti, visti l’epoca e il mondo in cui viviamo. Mondo economico in cui – scriveva Keynes – non sono assicurate né la piena occupazione, né l’equa ripartizione della ricchezza e del reddito, che è arbitraria. Da qui la grande distanza che si è creata fra etica e capitalismo. Finché l’economia sarà una scienza di stampo matematico, in cui si applicano modelli in un contesto sperimentale asettico, riferiti a un puro concetto di economia di mercato, qualsiasi considerazione di tipo storico-istituzionale o etico sarà poco influente. A dispetto del fatto che il capitalismo è comunque una forma di organizzazione storica, quindi ben suscettibile dei cambiamenti che l’evoluzione storica imprime al mondo. E poi, l’economia non è autonoma come scienza in sé, ma è interdipendente con lo Stato di diritto, col quale forma una specie di corpo unico. Quindi, se lo Stato non può dissociarsi dall’etica, non può farlo neanche l’economia. E l’idea che l’economia sia capace di auto-regolarsi, al di là dei fattori politico-sociali, è un’illusione. Imporre l’etica ai mercati attraverso le istituzioni finanziarie è un’altra illusione: l’attività finanziaria lecita non si è poi rivelata moralmente superiore ad altre sue forme illecite, penalmente sanzionate. Insomma, l’assunzione delle regole di mercato come precedenti a tutto, anche alla politica (che vi si deve conformare), non funziona. Almeno, non funziona per creare un mondo in cui si possa combattere la povertà. Forse la povertà non la si vuol combattere perché, se non esistesse povertà, allora non esisterebbe nemmeno la qualifica di “benestante”, e lo status di “ricco” sminuirebbe la potenza del suo significato. Resta il fatto che, stando al buon senso, sarebbe il principio economico a doversi assoggettare alla politica, e non viceversa. Le riforme che vengono proposte dovrebbero rafforzare la partecipazione dei cittadini alla gestione politica del bene comune, e non perseguire solo criteri di efficienza economica, anche a danno dell’interesse dei cittadini.

 

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Mi capita
sempre più spesso di pensare a tuo padre, anche oggi, e non so perché. È come se volessi offrirgli un tributo per quello che ha fatto e per il bene che ti vuole. Mi piacerebbe essere suo amico, perché sono convinto che è una grande persona (forse tutto il contrario di me!). Ma forse siamo diversi come il giorno dalla notte e saremmo incompatibili anche come amici. Chi lo sa? Di certo vorrei aver avuto un altro padre, che almeno mi avesse fatto da maestro, invece che indicarmi solo scorciatoie. Un po’ di etica non mi avrebbe fatto male, secondo me.
Quanto a te, penso che sei come una formula alchemica misteriosa e stupefacente, che supera i canoni della realtà. Peccato che la vita che mi resta non sia sufficiente a studiarla a fondo, per riuscire a impadronirmene. Dunque, tuo padre è un Filosofo nel senso di “scopritore della sapienza racchiusa nei segreti del mondo naturale”: così si consideravano e si definivano gli alchimisti nell’accezione più nobile del loro magistero. In pratica, lui ti ha forgiata nella forma e nella sostanza più nobili che esistano in natura.


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È vero, penso anch’io che avere una vera amicizia che parte dall’infanzia o dall’adolescenza e ti accompagna nella vita è una cosa importantissima. Però si possono trovare amici veri a ogni età, anche se crescendo è più difficile. Le amicizie adolescenziali non sempre reggono al passare del tempo, proprio per quell’elevato tasso di idealizzazione e per la funzione che esse assolvono. Terminata questa funzione, spesso termina anche l’amicizia. Non è raro infatti perdere, attorno ai vent’anni o poco più, gli amici del cuore con cui si è cresciuti e che fino al giorno prima erano come un altro sé, un’anima gemella sul serio. E invece un bel mattino si comincia a non telefonarsi come al solito, ci si vede meno, e in breve tempo ci si ritrova quasi estranei. A molti è successo, me compresa, e ci rimasi malissimo, non me ne facevo una ragione. Poi, all’università, durante una lezione di psicologia abbastanza noiosa, sentii la professoressa parlare di questo fenomeno; drizzai le orecchie. Spiegò appunto che queste amicizie adolescenziali simbiotiche e totali nascono durante quell’età perché sono necessarie a favorire un corretto sviluppo del giovane: una sorta di “palestra dei sentimenti” (come dice Pietropolli Charmet) e anche una difesa contro il mondo (in due si è più forti che da soli, nell’affrontare l’avventura della crescita). Spesso però queste amicizie non riescono a “evolversi” e così capita che le strade dei due amici del cuore si separino repentinamente e senza un motivo apparente, per non ritrovarsi più o restare comunque distanti. Altre amicizie invece riescono a compiere il salto e sono quelle più belle e preziose, quelle che danno anche senso a una vita. Continua a leggere “· 22”

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Devo dirti che quando nel tuo saggio sull’adolescenza nella letteratura citi questo passo di Pietropolli Charmet:

«l’amicizia durante l’adolescenza acquista dei connotati fortemente etici. (…) Essa costituisce una grande costruzione simbolica e culturale e prepara la relazione d’amore prefigurandone gli eventi e precorrendone il sentimento di scoperta e, allo stesso tempo, di ritrovamento. Si tratta di un evento straordinario perché (…) l’amico è un coetaneo estraneo alla famiglia e rappresenta, da ogni punto di vista, una grande novità relazionale. (…) Assurgerlo al ruolo di amico del cuore è un evento culturale, simbolico e relazionale straordinario, poiché rappresenta il debutto nella capacità di amare e investire un essere vivente estraneo alla cerchia dei legami familiari»

mi fai pensare a quanto sia stato importante per me avere un amico del cuore, cosa che son riuscito a ottenere nel corso dell’adolescenza solo per periodi brevi, quindi amicizie “del cuore” che si son rivelate effimere: una specie di “inconcludenza” che mi è sempre pesata e ancora sento molto. Direi che il peso di questa mia condizione, che mi ha portato a non avere amici del cuore di lunga data — quindi a non averne tout court — ha un ruolo determinante nelle mie giornate. Me ne rendo conto soprattutto ora che ho raggiunto la maturità, forse perché le conseguenze di questo “fallimento” si consolidano e si fanno presenza.
Mi colpisce l’idea dei “connotati fortemente etici” dell’amicizia adolescenziale: proprio questa era la sua caratteristica eminente, l’eticità che avrebbe consentito di affrontare il mondo con lo sguardo aperto e libero e pulito. Cose di cui tutti abbiamo un gran bisogno, e quando ce le portano via ne veniamo in qualche modo menomati: di meno i fortunati, di più quelli meno assistiti dalla grazia.
Quando scrivi: “Non a caso, in questo tipo di amicizie, è spesso presente un elevato tasso di idealizzazione”, è vero: è proprio questo che le rende magiche, spesso irripetibili.

Paradossi II

BERLINO, 12 gennaio (Reuters) – Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha detto che la Fiat avrebbe buone ragioni per lasciare l’Italia senza l’accordo stretto con alcuni sindacati per ottenere una maggiore flessibilità nelle condizioni di lavoro.

“E’ assolutamente positivo lo sviluppo della vicenda con la possibilità di un accordo tra sindacati e azienda per una maggiore flessibilità nei rapporti. Molto positiva per una maggiore flessibilità del lavoro”, ha detto il Presidente del Consiglio nel suo primo commento sulla vertenza Fiat.

“Se non accadesse, le imprese e gli imprenditori avrebbero buone ragioni per spostarsi all’estero”, ha aggiunto nel corso della conferenza stampa congiunta con il cancelliere Angela Merkel al termine del 18° bilaterale italo-tedesco.