Segnalazioni

Come faceva qualcuno, che segnalava – e pare segnali ancora – le discussioni su A o su B, oppure il libro di questo o di quello, oppure – pare maniacalmente – le questioni di genere, oggi diamo alcune segnalazioni anche qui.

La prima: pare che il governo Monti abbia già dato fondo alle tasse. Dunque, per fare cassa ci restano solo il taglio delle spese – che in ogni caso significa un ulteriore calo del Pil – e la vendita del patrimonio pubblico. Dopodiché, il carburante è finito. E il nostro governo, si badi, non risponde a nessuno, in quanto non è politico. E deve tirare la carretta fino alla primavera 2013, quando andrà al voto anche la Germania: quello, dicono, sarà il momento della verità per l’Europa e l’euro.

La seconda: la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha ormai ammesso la possibilità di un’uscita “ordinata” della Grecia dall’Euro, precisando che “Sarebbe straordinariamente costosa e presenterebbe grandi rischi, ma fa parte delle opzioni che siamo obbligati a considerare tecnicamente”.

Poi: mentre a livello mondiale si discute su come evitare una “grande depressione” simile a quella degli anni ’30 del Novecento, sembra che l’Italia stia soffrendo più di tutti. Nel giro di tre mesi si è tornati ai momenti bui del primo trimestre del 2009, in piena crisi post-crack della banca d’affari Lehman Brothers, quando sembrava che il mondo dovesse crollare. Il nostro prodotto interno lordo è in picchiata da nove mesi, la Borsa non riesce a riprendersi e lo spread è ancora fuori controllo.

Per finire, in Grecia – che come si sa non è riuscita a formare un governo, nemmeno tecnico – domenica si vota, dicono, a spese nostre. E se vince la sinistra sono dolori, dicono.

 

Non ce la potete fare!

 

13 giugno: Intervento del deputato Nigel Farage al Parlamento Europeo di Strasburgo, per commentare il prestito di 100 miliardi al sistema bancario spagnolo:

«Questo accordo non migliora le cose: le peggiora. Cento miliardi di euro sono stati accordati al sistema bancario spagnolo, e il 20% di quei soldi deve venire dall’Italia. L’accordo prevede che gli italiani debbano prestare soldi alle banche spagnole al 3 per cento, ma per trovare quei soldi, devono indebitarsi sui mercati al 7 per cento. E’ veramente geniale, non trovate? Veramente brillante!
Insomma, quello che stiamo facendo con questo accordo è che stiamo accompagnando paesi come l’Italia all’esigenza di salvarsi da soli. In aggiunta, ricarichiamo con un ulteriore 10 per cento il debito pubblico spagnolo e vi dico una cosa, che ogni analista bancario vi direbbe: cento miliardi non risolvono il problema bancario della Spagna: dovrebbero essere oltre quattrocento! E con la Grecia che barcolla in bilico sull’orlo dell’uscita dall’Euro, il vero elefante nella stanza è che quando la Grecia se ne va, la BCE, la Banca Centrale Europea, fallisce. Andata!
Ha 444 miliardi di euro di esposizione verso i paese salvati e per sistemare la situazione dovreste chiedere immediata liquidità all’Irlanda, alla Spagna, al Portogallo, alla Grecia e all’Italia. Non ce la potete fare, no! E’ un fallimento totale ed assoluto. Questa nave, l’Euro Titanic, ha impattato contro l’iceberg ed è triste ma, semplicemente, non ci sono abbastanza scialuppe di salvataggio.»

Alla canna del gas

Come si vede, sul tema della crisi c’è un susseguirsi di notizie e indiscrezioni, quali funeste, quali negative, quali speranzose. L’idea che la Grecia esca dall’Euro, ormai, è una possibilità concreta che avrebbe conseguenze inevitabilmente negative. Quindi, si lavora ai “piani di fuga”, ossia alle soluzioni di emergenza per fronteggiare le eventuali situazioni di crisi.

La Svizzera sta organizzando un controllo sui capitali per evitare che, in caso di rottura dell’unione monetaria europea, la loro moneta vada alle stelle. Più in generale, si pensa ai possibili modi per garantire i conti correnti bancari espressi nelle valute che da questa eventualità subirebbero i maggiori danni.
Le monete che si svalutano sono il maggiore spauracchio che tormenta i pensieri di chi s’interroga sul futuro: una moneta svalutata renderebbe improvvisamente più poveri coloro che ne possiedono quantità. Ma, al contrario, renderebbe meno povero chi è al verde e ha solo debiti: in quei casi, l’entità reale dei debiti si ridurrebbe drasticamente. Salvo, però, veder salire di colpo i tassi d’interesse a livelli che normalmente sono considerati più che usurari.

Intanto, la Spagna è già dovuta intervenire con un muccho di denaro e con una parziale nazionalizzazione per salvare Bankia, che è il quarto istituto di credito spagnolo. Ma pare che la situazione sia peggiore del previsto e siano necessari nuovi interventi: si sta dunque pensando di ricapitalizzare la banca con titoli di Stato. In pratica, sarebbe uno scambio tra azioni dell’Istituto bancario e titoli di Stato spagnoli. Così c’è chi dice che, dopo la finanza creativa, stiamo entrando nell’era dei “salvataggi creativi”: denaro che passa da una mano all’altra, senza che si creino risorse reali o si realizzino risparmi concreti che possano curare la malattia. Che sia la conferma dell’enorme gravità della situazione in cui ci troviamo?

 

Elezioni in Grecia (porca troika)

Mentre tutti guardano alle prossime elezioni in Francia per cercar di capire cosa accadrà in Europa, si perde di vista il fatto che le elezioni parlamentari di domenica in Grecia comportano rischi molto maggiori, e quindi andrebbero osservate con più attenzione. Secondo i sondaggi non c’è nessun favorito: i due partiti principali — la Nuova Democrazia di centrodestra e i socialisti del Pasok — raccolgono insieme circa il 38% dei voti, appena sufficienti per una maggioranza parlamentare secondo il sistema elettorale greco. O questi due partiti daranno garanzie sufficienti come coalizione, anche con una maggioranza risicata, oppure si dovranno fare altri passi per formare una coalizione più ampia con partiti minori, che si oppongono fermamente alle misure di austerità volute dall’Unione Europea. In questo secondo caso, sarebbe inevitabile la pressione sul nuovo governo perché rinegozi parte del secondo piano di salvataggio, un accordo ambizioso raggiunto a febbraio che mira a far tornare la Grecia ai mercati finanziari entro il 2015.

Secondo alcuni economisti, le elezioni di domenica potrebbero spingere nuovamente la Grecia verso il fondo toccato a novembre, quando si parlava di una sua uscita dalla Zona Euro. Così si rischierebbe l’effetto contagio che potrebbe spingere di nuovo i rendimenti dei titoli di Stato italiani e spagnoli in una zona pericolosa. A quel punto, servirebbe un nuovo pacchetto di aiuti: fra gli analisti del settore privato ci si aspetta che una rinegoziazione del secondo programma sarà necessaria, se si vorrà raggiungere un equilibrio tra la stabilità politica greca e il percorso verso la sostenibilità del debito.
In effetti, il candidato alla presidenza francese François Hollande dovrebbe avere un’attenzione maggiore sulla crescita, rispetto alla riduzione del deficit, quindi in caso di sua vittoria la Grecia potrebbe essere uno dei primi Paesi ad allentare la cinghia sugli obiettivi di bilancio. Questo darebbe una boccata d’ossigeno ad Atene, ma avrebbe ripercussioni sul finanziamento della Grecia e le impedirebbe probabilmente di ritornare ai mercati finanziari nel 2015, visto che un avanzo di bilancio primario resterebbe lontano.

Resta da capire che tipo di comportamento avrebbe la cosiddetta troika. La Grecia ha mancato gli obiettivi del primo programma, concordato ad aprile 2010, il che ha portato alla ristrutturazione del debito del settore privato nell’ambito del secondo pacchetto. I funzionari hanno detto che qualsiasi ulteriore ricaduta non sarà tollerata, in particolare vista la riluttanza del Fondo Monetario Internazionale nel partecipare al secondo pacchetto, e questo significherebbe dover lasciare l’Euro.

Ora, dicono che la Speculazione sia pronta a scatenarsi: chissà quanti soldi si bruceranno, facendo arricchire i grandi manovratori. La speculazione finanziaria non potrebbe che aumentare, se crescesse la tensione fra la Grecia e i suoi finanziatori e si avvicinasse lo spettro dell’uscita dall’Euro.
Se la troika dovesse rimanere ferma sulle sue posizioni, resistendo alle richieste del nuovo governo greco per una rinegoziazione del pacchetto o un ammorbidimento degli obiettivi, allora la situazione potrebbe degenerare. Ma con i leader europei determinati a mantenere la Grecia nella Zona Euro e gli stessi greci che sono favorevoli alla moneta unica (l’80%, secondo i sondaggi), lo scenario più probabile resta quello di un compromesso tra Atene e i suoi creditori, ovvero un’altra ristrutturazione del debito.

 

martedì nero


Passata la Pasqua, riaperta la Borsa, è tornato l’orrore. Martedì mattina arriva subito un forte ribasso, l’indice Ftse-Mib perde il 2,3% scendendo a 14.870 punti e bruciando tutti i guadagni ottenuti dall’inizio dell’anno. Ma a fine giornata si è arrivati a perdere quasi il 5%, scivolando sotto la soglia-supporto dei 14.500 punti. Sono andate a picco le banche, che han  perso mediamente l’8%.
Sul versante monetario, il differenziale fra i tassi del Btp e del Bund tedesco è tornato a salire sopra i 400 punti base, e alcune banche internazionali — che Dio le abbia in gloria — han puntato i riflettori verso i piani di riforme di Spagna e Italia, parlando con preoccupazione di “riforme annacquate”. Ma ciò che allarma di più è il massiccio acquisto di titoli di Stato da parte del sistema bancario, che così facendo si espone ancor di più ai non ancora scongiurati rischi-default, e nemmeno aiuta a stimolare l’economia.
Quello di martedì è stato il quinto calo consecutivo a Piazza Affari: l’indice si è mangiato tutto il guadagno accumulato in febbraio e nella prima parte di marzo; così, da inizio anno, la sua perdita è risultata del 4%. Pare che l’ondata di vendite sia stata provocata dalla Spagna, dov’è stata annunciata a sorpresa una manovra di tagli della spesa pubblica da 10 miliardi di euro che avrebbe dovuto “calmare i mercati”: invece, la reazione contraria ha dimostrato che ciò che spaventa è proprio l’effetto recessivo di queste misure di abbattimento del debito, che in realtà vanno ad abbattere i redditi e i consumi, quindi l’economia. Come se non bastasse, il presidente della Banca Centrale di Madrid ha avvertito che le banche spagnole avrebbero bisogno di rafforzare ulteriormente i loro patrimoni, se il contesto economico dovesse continuare a deteriorarsi. E dove li troverebbero i soldi per ricapitalizzarsi?
Ieri e oggi, poi, il cambio di rotta: i listini europei tornano a salire, anche per il buon esito dell’asta dei nostri Btp di stamattina. Ma oggi è solo in chiusura che il Ftse Mib ha virato in positivo, seguendo il buon andamento di Wall Street: prima s’era subito rimesso in rosso, pronto a ridare mazzate. Quindi, la reazione odierna va inquadrata come un semplice rimbalzo (che taluni definiscono “del gatto morto”), che di fatto non affranca dal rischio di nuove vendite. Ennesima dimostrazione di come le forze ribassiste — ovvero il Demonio — siano sempre in agguato.

 

Ma cos’è questa crisi? (II)

Vediamo la produzione.
Negli ultimi due anni, solo i paesi emergenti sono riusciti a tornare ai ritmi produttivi precedenti. Le economie occidentali, invece, sono riuscite a ottenere solo una debole ripresa, che si è arenata la scorsa estate, quando s’è presentato il problema del finanziamento dei debiti pubblici europei. La debolezza della ripresa economica, insieme alla lievitazione dei debiti dei Paesi principali, ha spinto i mercati finanziari — chiamati a sottoscrivere una mole sempre più grossa di titoli di stato — a chiedersi se la situazione fosse sostenibile o se invece fosse meglio tagliare la corda e sposare i soldi altrove. È normale che i finanziatori si chiedano se i debitori potranno onorare i propri impegni, perché ogni sistema finanziario — su cui necessariamente poggiano i sistemi economici — si regge sulla fiducia nel futuro.
I primi a dovere aver fiducia nel futuro sono gli imprenditori, che investono per accrescere e migliorare la propria capacità produttiva e che quindi si rivolgono al mercato finanziario per ottenere i finanziamenti. Poi devono aver fiducia i finanziatori, per accettare di prestare le loro risorse a chi s’indebita per investire nella crescita. Questo è il meccanismo che s’è inceppato nel 2008, per il venir meno della fiducia nel mercato immobiliare americano, e che poi è tornato a incepparsi nei mesi scorsi, quando è sorto il problema dell’enormità dei finanziamenti che gli Stati drenano sui mercati finanziari.
Il meccanismo è logico: se viene meno la disponibilità di finanziamenti a basso costo per tutti, il mercato che deve fornire i capitali comincia a fare una selezione naturale fra i soggetti che chiedono finanziamenti. Chi è ritenuto più affidabile può ancora ottenere credito a tassi convenienti, mentre per i soggetti meno virtuosi il costo cresce inesorabilmente. Così si accentua il fenomeno dello spread, che dalla scorsa estate ci somministra il suo tormentone: cresce sempre più la differenza di rendimento che il mercato pretende per prestare soldi ai paesi meno affidabili. È la legge della giungla, dove i più forti sopravvivono e i più deboli soccombono.
Questo fenomeno della “selezione dei debitori”, poi, è stato manipolato dalle politiche delle varie Banche Centrali. Alcune hanno deciso d’intervenire sul mercato per difendere le loro valute, diventando compratori e finanziatori dei propri debiti pubblici, acquistando con moneta stampata di fresco i titoli pubblici emessi dai rispettivi governi e contribuendo così a mantenere bassi i tassi d’interesse pagati. Come la Federal Reserve americana (FED) e la Bank of England (BOE), che in questo modo hanno monetizzato il debito pubblico americano e britannico. Ma non ha fatto così la Banca Centrale Europea (BCE), che — sia per le rigide norme statutarie che impediscono di finanziare direttamente gli Stati, sia per la politica pregressa — ha assistito per mesi senza muovere un dito al deterioramento dei rendimenti sui titoli di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. All’inerzia della BCE si sono poi aggiunti la farraginosità e lentezza burocratica dei regolamenti europei, e gli egoismi nazionali dei principali Paesi (Francia e Germania in primis). Da qui viene la sostanziale incapacità, a livello europeo, di decidere strategie rapide ed efficaci per difendere gli anelli più deboli della catena.

 

Ma cos’è questa crisi? (I)

Vediamo di fare un riassunto, partendo da cinque anni fa.
Come sappiamo, lo scenario economico che ora il mondo sta vivendo lo si può definire come il colpo di coda (o la seconda gamba, secondo il gergo finanziario) della terribile crisi che si aprì a fine 2007 con il crollo dell’illusione immobiliare americana, con le case che s’erano vendute a tutto spiano con la certezza che tutti sarebbero riusciti a pagarle. Quella prima ondata recessiva fu provocata dal fallimento di molti mutuatari cosiddetti subprime, e dal conseguente crollo dei valori di tutti quei “titoli strutturati” che le banche d’affari americane avevano creato proprio sui debiti di mutuo subprime delle famiglie, e che poi avevano venduto a piene mani sul mercato finanziario riservato ai clienti cosiddetti “istituzionali” (con la complicità delle agenzie di rating, che attribuirono a questi prodotti il massimo merito di credito, ovvero la tripla A).
Quando il mercato immobiliare si sgonfiò e molti mutui non vennero più onorati, questi titoli subprime divennero “tossici”, arrivando a quotazioni minime e distruggendo gran parte del capitale di chi li aveva comprati. La loro tossicità (data dal fatto che valevano zero: un criterio semantico “rivelatore”, che, se applicato alla vita sociale, determinerebbe la “tossicità” anche dei barboni e dei poveri in genere) provocò negli Stati Uniti il fallimento di centinaia di banche di medie dimensioni, fino ad arrivare al colosso Lehman Brothers. Così, l’intero sistema bancario euro-americano dovette esser salvato con l’iniezione di cospicui finanziamenti statali, mentre il blocco del credito che ne seguì — per la psicosi del “chi sarà il prossimo a fallire” — generò a fine 2008 la pesantissima recessione delle economie occidentali e il forte rallentamento delle economie emergenti.
L’aver impegnato una così enorme quantità di risorse pubbliche per salvare le banche e per stimolare l’economia — che s’era bloccata — provocò il forte peggioramento dei bilanci pubblici negli anni seguenti. Così, la “ripresina” che s’è vista nel 2010 e nella prima parte del 2011 è stata ottenuta al prezzo di un’impennata del debito pubblico dei principali Stati del mondo sviluppato. Il famigerato rapporto debito/PIL, che nel 2007 per USA, Germania, Francia e Gran Bretagna era a ridosso del 60% (ritenuto la soglia di equilibrio e sostenibilità), negli anni seguenti è cresciuto e ancora continua a salire, raggiungendo livelli generalizzati superiori all’80% (gli USA sono ormai al 100%). L’Italia, che partiva dal 108% nel 2007, è passata nel 2011 a un debito pari al 120% del Pil, e quest’anno dovrebbe raggiungere il 128% (secondo le stime OCSE). Se la differenza rispetto agli altri paesi occidentali s’è ridotta, è perché quelli hanno peggiorato la loro situazione, non perché noi abbiamo migliorato la nostra.
Solo il Giappone, che ha un debito pari al 200% del Pil, e la Grecia, che arriva al 160%, ci battono. Il guaio è che per l’Italia – diversamente dal Giappone — il 45% circa di questo debito è in mani straniere, che possono decidere quando vogliono di rivendere i nostri titoli per spostarsi su altri Paesi, facendone crollare i prezzi e impennare i rendimenti. Da qui il grave problema dello spread e l’esistenza di una spada di Damocle sulla nostra testa.

 

Ah, sì? (6)

Due Parole sul famigerato Spread. Questo differenziale fra i tassi pagati dai titoli di Stato in Europa è un ottimo indicatore quando si vuole mettere a confronto un’economia stabile e forte con un’altra più precaria e instabile; ma se le due economie fanno parte di un sistema comune che ha un alto rischio sistemico (in quanto le sue economie sono tutte correlate), lo spread come indicatore della stabilità di uno Stato perde di validità. Ebbene, tanto per cominciare, corre voce che la situazione italiana sia al momento più salutare di quella di Francia e Germania, le quali sono parecchio più esposte sul mercato bancario. Poi, si è parlato moltissimo della situazione italiana, mentre non si parla di Gran Bretagna e di Cina, ad esempio. La Gran Bretagna è strettamente legata alla Royal Bank of Scotland (RBS) la quale, a sua volta, è legata alla Grecia. Poco tempo fa venne dimostrato, in base ad uno “stress test” simulato, che un ipotetico taglio sul debito greco avrebbe costretto RBS a una ricapitalizzazione di 12 miliardi di euro, seguita immediatamente dalla tedesca Deutsche Bank e dalla francese Societé Generale. E quanto alla Cina, la sua produzione sta rallentando e i consumi interni non riescono a ripartire, vista la pessima distribuzione della ricchezza e un’inflazione — combattuta a suon di taglio dei tassi d’interesse — che non favorisce le esportazioni; in più, è in agguato una vera e propria “bolla immobiliare” pronta a scoppiare, con effetti tutti da vedere. Tanto per essere chiari.

Ah, sì? (5)

Tanto per essere chiari, mentre il premier francese Sarkozy fa appello ad Angela Merkel affinché accetti di varare i cosiddetti Eurobonds, garantiti da tutti i paesi dell’eurozona, che servirebbero per finanziare a tassi normali i paesi più in difficoltà, la teutonica risponde che le altre proposte collaterali potrebbero vederla favorevole, ma quella lì non è da prendere in considerazione. Concetti già ribaditi altre volte e da cui non sembra volersi spostare. E questo è strano, perché non sarebbe così conveniente per la Germania spingere l’Italia al default, visto che questa eventualità farebbe saltare le banche di tutta Europa; così, quelle – per ora — garanzie che i tedeschi non vogliono impegnare diventerebbero risorse da cacciar fuori realmente per salvare le loro banche e per fronteggiare la terribile depressione che il default genererebbe. Abbiamo visto che le misure prese al momento giusto costano assai meno di quelle prese in ritardo e di corsa, come insegna l’esperienza greca: se si fosse affrontato quel salvataggio subito, invece di tergiversare (come stanno facendo ora), la faccenda sarebbe stata molto meno onerosa. In più, questa bufera finanziaria e la conseguente fuga degli investitori verso i porti più sicuri hanno fatto calare i tassi che paga la Germania per finanziare i suoi titoli di Stato e aumentare invece quelli che pagano tutti gli altri. Risultato: due anni fa la Germania pagava il 3,2%, la Francia il 3,5% e l’Italia il 3,9% di interessi; oggi la Germania paga l’1,9%, la Francia sempre il 3,5% e l’Italia il 7,2%. Ci sembra sensato? Queste differenze significano un risparmio di alcune decine di miliardi per la Germania e un aggravio di parecchie decine di miliardi per noi. È quindi evidente che siamo stati noi italiani ad aiutare i tedeschi, e loro vogliono che le cose restino così per poterne approfittare. Le misure tanto pesanti che l’Italia dovrà adottare faranno sì che nel 2012 avremo un consistente avanzo primario e nel 2013 addirittura il pareggio di bilancio, con un debito che non potrà più salire; e tutto questo al prezzo di una pesante recessione che è già iniziata. I tedeschi, invece, hanno un disavanzo che per il 2012 è previsto in crescita e non prevedono di raggiungere nessun pareggio di bilancio. Qualche provvedimento dovrebbero prenderlo anche loro, dunque, tanto per essere chiari.