#59

Will Dielenberg, from The International Landscape Photographer of the Year

Finiamola di pensare alla fantasiosa, irrealizzabile possibilità di andare indietro nel tempo — anche solo di poco — per adottare i comportamenti giusti e ritornare a oggi con i vantaggi conseguenti. Facile, sarebbe, come viaggiare nei secoli con la Macchina del Tempo. Ma secondo le ultime teorie il tempo non scorre all’interno dell’universo: passato, presente e futuro sono rappresentati in un unico blocco. E all’interno di questo universo-blocco non è il tempo a scorrere, ma sono le forme di vita ad arrampicarsi per una linea che ne costituisce il tracciato. La cognizione del tempo, quindi, sarebbe una pura costruzione umana, cognitiva, concettuale e culturale.

Franz Kafka, Lettera al padre (19)

06-836065_0x420Ora tu mi puoi dare qualche risposta, rispetto ai miei tentativi di matrimonio, e in parte l’hai anche fatto: non potevi avere molto rispetto per la mia decisione se io avevo già due volte rotto il mio fidanzamento con F. e per due volte ero tornato sui miei passi se avevo trascinato inutilmente te e la mamma a Berlino per il fidanzamento e simili. E tutto vero, ma come siamo arrivati a tanto?
Il pensiero che stava alla base dei due tentativi di matrimonio era del tutto corretto: mettere su casa, divenire autonomo. Un pensiero che a te è simpatico, solo che in realtà succede come in quel gioco in cui uno tiene stretta la mano di un altro, più forte che può, e gli grida: “Vai, vai, perché mai non vai?”. E nel nostro caso tuttavia questo è stato complicato dal fatto che tu hai da sempre pronunciato sinceramente quel “Vai!”, ma altrettanto da sempre, senza saperlo, mi hai trattenuto o più esattamente represso soltanto in virtù del tuo essere.
Tutte e due le ragazze erano state scelte certo per caso, ma straordinariamente bene. Di nuovo un segno del tuo completo fraintendimento, il fatto che tu possa credere che io, pavido, titubante e dubbioso come sono, possa decidermi tutto d’un tratto al matrimonio, rapito da una camicetta. Tutti e due i matrimoni sarebbero divenuti invece matrimoni di ragionamento, nella misura in cui da ciò emerge che giorno e notte, la prima volta per anni e la seconda per mesi tutta la mia energia intellettuale era stata dedicata a quel progetto.
Nessuna delle due ragazze mi ha deluso, sono stato io a deludere entrambe. Il mio giudizio su di loro, oggi, è esattamente lo stesso di quando volevo sposarle.
Non è vero neppure che al secondo tentativo di matrimonio avessi trascurato l’esperienza del primo, che fossi stato cioè un po’ leggero. I due casi erano molto diversi, e nel secondo caso, indubbiamente molto più promettente, fu proprio l’esperienza precedente a darmi speranza. Non voglio scendere qui in particolari.
Perché, allora, non mi sono sposato? Ci sono stati singoli ostacoli, come dappertutto, ma la vita consiste proprio nell’accettare questi ostacoli. L’ostacolo essenziale e purtroppo indipendente dal singolo caso era però il fatto che evidentemente io sono mentalmente incapace di sposarmi. Ciò è rivelato dal fatto che, dal momento in cui decido di sposarmi, non riesco più a dormire, la testa mi arde notte e giorno, non vivo più, mi aggiro barcollando disperato. A dire il vero non sono le preoccupazioni a provocarmi questo stato, per quanto date la mia malinconia e la mia pedanteria esso sia accompagnato da innumerevoli preoccupazioni, ma queste non sono l’elemento decisivo, completano come vermi il lavoro sul cadavere, ma è altro a colpirmi in maniera decisiva. E la pressione generica dell’angoscia, della debolezza, del disprezzo per me stesso.
Voglio cercare di spiegarlo meglio: a proposito del tentativo di matrimonio coincidono energicamente come non mai due elementi apparentemente contrapposti del mio rapporto con te. Il matrimonio è sicuramente una garanzia della più intensa liberazione di sé e indipendenza. Io avrei una famiglia, il massimo a cui a mio parere si possa arrivare, e anche il massimo a cui tu sei arrivato, sarei un tuo pari, tutte le vergogne e le tirannie antiche ed eternamente nuove sarebbero mera storia. Sarebbe però favoloso, e proprio in questo consiste l’elemento di dubbio. E troppo, non si può giungere a tanto. E come se uno fosse prigioniero e non avesse più intenzione di fuggire, cosa forse possibile, ma soltanto, e a dire il vero contemporaneamente, l’intenzione di trasformare la propria prigione in un castello. Se fugge, però, non può più trasformarla, e se la trasforma non può fuggire. Se io voglio divenire autonomo, nel particolare rapporto di infelicità che mi lega a te, debbo fare qualcosa che se possibile non abbia nessun rapporto con te; il matrimonio è il massimo, e dà la più rispettabile autonomia, ma al contempo ha anche un rapporto strettissimo con te. Voler andare al di là ha quindi qualcosa della follia, e ogni tentativo in tal senso è punito con essa.
In parte però è proprio questo stretto rapporto a rendere il matrimonio così allettante ai miei occhi Me la immagino così bella, questa parità che si costi tuirebbe così tra noi e che tu potresti comprendere come nessun altro, proprio perché io potrei essere un figlio libero, grato, innocente e sincero, e tu un padre sereno, non tirannico, comprensivo, contento. Ma a tal fine si dovrebbe poter far sì che non fosse accaduto tutto quel che è accaduto, ovvero che noi stessi fossimo cancellati. Così come siamo, tuttavia, il matrimonio mi è precluso proprio dal fatto che è il terreno che più ti è proprio. Talvolta immagino di poter aprire davanti a me la carta terrestre e di stendertici sopra Mi pare allora che per la mia vita si possano prendere in considerazione solo quei territori che né copri col tuo corpo né sono comunque alla tua portata. E data l’idea che mi son fatto della tua grandezza, questi territori non sono molti né molto confortanti, e il matrimonio in particolare non ne fa parte.
Già questo paragone dimostra che io non voglio assolutamente dire che è stato il tuo esempio ad allontanarmi dal matrimonio, più o meno come col negozio.
E proprio il contrario, nonostante ogni remota analogia. Nel vostro matrimonio avevo davanti a me un matrimonio sotto molti aspetti esemplare, esemplare nella fedeltà, nell’aiuto reciproco, nel numero dei figli; e anche quando i figli sono cresciuti e hanno turbato sempre più la pace familiare, il matrimonio in quanto tale non ne è stato sfiorato. Proprio da questo esempio, forse, deriva l’alto concetto che ho di esso; il fatto però che il mio desiderio di contrarre matrimonio sia stato impotente aveva altri motivi. Essi vanno rinvenuti nel tuo rapporto con i figli, di cui tratta tutta la lettera.

(19 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (18)

4DGeorge GroszPictNon è facile giudicare la tua risposta di allora: da una parte essa ha qualcosa di umiliantemente aperto e, in certo qual modo, primordiale; d’altra parte, per quanto riguarda l’insegnamento in sé, si è recentemente rivelata infondata. Non so quanti anni avessi allora, certamente non molti più di sedici. Per un ragazzino di quell’età fu però una risposta straordinaria, e la distanza tra noi due è dimostrata anche dal fatto che quello fu il primo insegnamento diretto sulla vita che ebbi da te. Il suo vero senso, però, che si radicò già allora dentro di me ma affiorò alla mia coscienza solo molto più tardi, era il seguente: quello che mi consigliavi era, secondo la tua opinione e anche secondo la mia opinione di allora, la cosa più sporca che ci fosse. Il fatto che tu ti preoccupassi che fisicamente non riportassi a casa niente di quella sporcizia era secondario: proteggevi infatti solo te stesso, la tua casa. La cosa principale era semmai che tu, al di là del tuo consiglio, rimanevi un marito modello, un uomo puro, superiore a queste cose; questo probabilmente per me fu acuito anche dal fatto che lo stesso matrimonio mi pareva osceno e quindi mi era impossibile applicare ai miei genitori quanto avevo udito in generale sul matrimonio. In questo modo divenisti ancora più puro, ti elevasti ancora più in alto.
Il pensiero che tu avessi potuto dare anche a te stesso un consiglio simile, magari prima del matrimonio, era per me completamente improponibile. Così su di te praticamente non c’erano resti di sporcizia terrena.
E proprio tu, con qualche parola diretta, mi scaraventasti in questa sporcizia, come se vi fossi destinato. Se al mondo ci fossimo stati solo io e te, idea che mi era molto vicina, allora la purezza del mondo finiva con te e con me cominciava, in virtù del tuo consiglio, la sporcizia. Di per sé era davvero incomprensibile che tu mi giudicassi così, potevo spiegarmelo solo con un’antica colpa e col più profondo disprezzo da parte tua. E così ero di nuovo ferito nell’intimo, in modo assai duro.
Qui forse emerge anche con la massima chiarezza la nostra innocenza reciproca. A darmi un consiglio aperto, che corrisponde alla sua concezione della vita, non molto edificante, ma a tutt’oggi comunissimo in città, che forse può evitare danni alla salute. Però questo consiglio non è esattamente corroborante da un punto di vista morale, ma perché mai nel corso degli anni non dovrebbe poter rielaborare il danno subito; inoltre non è detto che debba seguire quel consiglio e, comunque, il consiglio in sé non contiene nessun motivo per cui si debba sentire crollare addosso tutto il suo futuro. E tuttavia qualcosa del genere accade, ma soltanto perché ci sei tu e ci sono io.
Di questa innocenza reciproca riesco ad avere una visione d’insieme particolarmente buona anche perché, circa venti anni dopo, tra di noi si è verificato uno scontro simile, in circostanze completamente diverse: di fatto raccapricciante ma di per sé molto meno dannoso, perché in me trentaseienne cosa c’era, oramai, che potesse essere ancora danneggiato! Mi riferisco a una breve discussione in uno dei pochi giorni agitati dopo che vi ebbi comunicato il mio ultimo progetto matrimoniale. Mi dicesti pressappoco: “Probabilmente indossava una camicetta ricercata, come sanno fare le ebree praghesi, e di conseguenza tu hai deciso di sposarla. E naturalmente il più presto possibile, nel giro di una settimana, domani, oggi. Non ti capisco, eppure sei un uomo adulto, vivi in città, e non sai fare niente di meglio che sposare la prima che capita. Non ci sono altre possibilità? Se è questo che temi, verrò con te a indicartele”. Parlasti dettagliatamente e chiaramente, ma non ricordo i particolari, forse mi si annebbiò la vista, quasi quasi mi interessava di più la mamma che, certo completamente d’accordo con te, continuava a togliere qualcosa dal tavolo e a uscire dalla stanza. Mai mi hai umiliato di più con le parole, né mi hai mostrato più chiaramente il tuo disprezzo. Quando venti anni fa mi parlasti in modo simile, nei tuoi occhi si sarebbe potuto persino scorgere un qualche rispetto per il precoce adolescente cittadino che, a tuo giudizio, poteva già essere introdotto nella vita senza tanti giri a vuoto. Oggi questo riguardo potrebbe soltanto accrescere il disprezzo, perché l’adolescente che allora prendeva la rincorsa è rimasto impantanato, e oggi non ti sembra più ricco di qualche esperienza, ma solo più penoso di venti anni. La mia decisione per una ragazza non significava niente per te. Tu hai sempre represso (inconsciamente) la mia forza decisionale e adesso credi (inconsciamente) di sapere quanto valesse. Dei miei tentativi di salvezza in altre direzioni non hai saputo niente, e quindi non potevi sapere niente neppure dei pensieri che mi hanno condotto a questo tentativo di matrimonio, hai dovuto cercare di indovinarli e, in conformità al giudizio complessivo che ti eri fatto di me, mi hai consigliato la cosa più ripugnante, goffa e ridicola. E non hai indugiato un istante a dirmelo, e proprio in quel modo. La vergogna di cui mi coprivi non era niente rispetto alla vergogna di cui secondo te il mio matrimonio avrebbe macchiato il tuo nome.

(18 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (17)

1920s_vintage_wedding_dressIn primo luogo tu collochi il fallimento delle mie intenzioni matrimoniali nella serie degli altri miei insuccessi: e io non avrei niente in contrario, purché tu accettassi la spiegazione che di tali insuccessi ho dato sino a questo momento. Si colloca infatti in questa serie, solo che tu sottovaluti il significato della cosa, e lo sottovaluti al punto che noi, quando ne parliamo assieme, parliamo davvero di due cose completamente diverse. Oso dire che in vita tua non ti è mai successo niente che abbia avuto per te un significato simile a quello dei miei tentativi di matrimonio. Con questo non voglio dire che tu non abbia vissuto niente di così significativo: al contrario, la tua vita è stata molto più ricca e piena di pensieri e intensa della mia, ma proprio per questo non ti è successo niente di simile. E come se uno dovesse salire cinque gradini bassi e un altro un gradino soltanto che però, almeno per lui, è alto come quei cinque messi insieme: il primo supererà non soltanto i primi cinque, ma altri cento e altri mille, la sua vità sarà grandiosa e molto faticosa, ma nessuno dei gradini che ha superato avrà per lui un’importanza pari a quell’unico, primo, alto gradino dell’altro, che le sue forze non sono in grado di superare e al di sopra e al di là del quale naturalmente non riesce ad arrivare.
Sposarsi, metter su famiglia, accogliere tutti i figli che verranno, mantenerli in questo mondo incerto e magari guidarli anche un po’ è, ne sono convinto, il compito estremo che un essere umano può riuscire a svolgere. Il fatto che apparentemente a molti riesca così facilmente non è una prova contraria, in primo luogo perché in effetti non riesce a molti e poi perché questi “non molti” perlopiù non “fanno” niente, a loro “capita” così; e allora non si tratta più di quel compito estremo, per quanto sia cosa grande e ammirevole (in particolare laddove non si può tracciare una distinzione precisa tra “fare” e “capitare”). E infine non si tratta neppure di questo compito estremo, ma soltanto di un qualche avvicinamento a esso, da lontano, seppure decente; non è mica necessario levarsi in volo fino al sole, basta strisciare fino a un posticino pulito sulla terra dove ogni tanto il sole faccia la sua comparsa e ci si possa riscaldare un po’.
Com’ero preparato a tutto ciò? Nel peggior modo possibile. Questo emerge già da quanto abbiamo detto. Ma nella misura in cui si danno una preparazione diretta del singolo e una creazione diretta delle condizioni generali di base, tu in apparenza non sei intervenuto molto. Non ci sono neppure altre possibilità, qui a decidere sono i costumi sessuali generali del ceto sociale, della popolazione e dell’epoca. E tuttavia tu sei intervenuto anche qui, non molto, perché la premessa di un tale intervento può essere soltanto una forte fiducia reciproca, e al momento decisivo questa mancava a entrambi già da molto tempo, e non molto felicemente, giacché le nostre esigenze erano completamente diverse; quel che sconvolge me può lasciare te del tutto indifferente e viceversa, quel che per te è innocenza può essere colpa per me e ancora, quel che per te non ha conseguenze può essere per me il coperchio della bara.
Ricordo che una sera passeggiavo con te e con la mamma, eravamo sulla Josephplatz, nei pressi dell’odierna Landerbank, e presi a parlare in quel modo stupidamente millantatore, superiore, orgoglioso, distaccato (il che era insincero), freddo (il che era vero) e balbuziente che perlopiù usavo con te di quelle cose interessanti, vi rimproverai per non avermi edotto in materia, che erano stati i miei compagni di scuola a doversi occupare di me, che avevo corso grandi pericoli (qui, al solito, mentivo svergognatamente per mostrarmi coraggioso, perché a causa della mia pavidità non avevo un’idea più esatta di quei “grandi pericoli”), e in conclusione affermai che adesso per fortuna sapevo tutto, non avevo più bisogno di consigli ed era tutto a posto. Principalmente avevo iniziato a parlarne perché almeno il parlarne mi divertiva, poi anche per curiosità e infine per vendicarmi un po’ di voi. Tu, conformemente al tuo modo di essere, la prendesti con la massima semplicità; dicesti soltanto che avresti potuto darmi qualche consiglio su come praticare queste cose senza pericolo. Forse io avevo voluto celatamente provocare proprio una simile risposta, che corrispondeva sì alla cupidigia del bimbo supernutrito di carne e di ogni leccornia, fisicamente incapace ed eternamente preoccupato per se stesso, ma il mio pudore esteriore ne fu talmente ferito o quanto meno io tanto credetti dovesse esserlo che, contro la mia volontà, non riuscii più a parlarne e con altezzosa sfacciataggine interruppi il discorso.

(17 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (12)

15012a

Un esempio istruttivo nel contesto della tua azione educativa è quello di Irma. Era un’estranea, è giunta nel tuo negozio già adulta e per lei eri esclusivamente il principale: è stata quindi esposta alla tua influenza solo in parte e a un’età in cui si è già capaci di opporre resistenza; d’altro canto però era anche una consanguinea, venerava in te il fratello di suo padre, e tu avevi su di lei un potere che andava ben al di là di quello del capo. E tuttavia per te lei, che nel suo corpo deboluccio era così solerte, astuta, diligente, modesta, degna di fiducia, disinteressata, fedele, che ti amava come zio e ti ammirava come principale, che in altri posti si è fatta apprezzare, prima e dopo, per te non è stata una buona impiegata. Nei tuoi confronti, naturalmente spinta anche da noi, ha avuto un atteggiamento simile a quello dei tuoi figli; e così grande era il potere che la tua essenza dominatrice esercitava anche su di lei che Irma sviluppò (tuttavia soltanto nei tuoi confronti e, c’è da sperarlo, senza la profonda sofferenza dei bimbi) smemoratezza, trascuratezza, amaro umorismo e persino una certa caparbietà, senza tener conto del fatto che era malaticcia e, a parte questo, non molto felice, perché su di lei gravava una situazione familiare avvilente. Gli elementi per me più significativi del tuo rapporto con lei li hai riassunti tu stesso in una frase per noi divenuta classica, quasi blasfema, che però dimostra quanto fosse innocente il modo in cui trattavi il prossimo: “Quella benedetta ragazza mi ha lasciato tante porcherie!”.
Potrei descrivere altre sfere della tua influenza e della lotta contro di essa, ma giungerei nel campo dell’incerto e dovrei ricostruirne i particolari; inoltre tu, quanto più ti allontani dal negozio e dalla famiglia, ti fai da sempre più gentile, arrendevole, cortese, rispettoso, interessato (intendo anche in apparenza), allo stesso modo in cui per esempio anche un autocrate, se si trova al di fuori dei confini del suo paese, non ha motivo di continuare a essere tirannico e può mostrarsi benevolo anche davanti alla gente più umile.
Infatti, per esempio, nelle foto di gruppo di Franzensbad ti ergi sempre così alto e allegro tra quegli esseri bassi e imbronciati, come un re in viaggio. Anche i tuoi figli tuttavia avrebbero potuto trarne qualche vantaggio, se solo fossero stati capaci, cosa questa impossibile, di rendersene conto quand’erano piccoli, e io ad esempio non avrei dovuto costantemente dimorare, per così dire, nell’anello più interno della tua influenza, quello più severo e stringente, come invece in realtà ho fatto.
In questo modo non solo ho perduto il senso della famiglia, come dici tu: al contrario, semmai continuavo ad averlo, il senso della famiglia, per quanto soprattutto negativo a causa del distacco interiore da te (cui naturalmente non si poteva porre fine). Ma se possibile, i rapporti con le persone esterne alla famiglia subivano ancora di più la tua influenza. Sei assolutamente in errore se credi che per gli altri io faccia tutto, per amore e fedeltà, e niente per te e la famiglia, per freddezza e tradimento. Lo ripeto per la decima volta: probabilmente sarei divenuto comunque un essere timido e pavido, ma da questo a quello dove sono veramente giunto c’è ancora una strada lunga e buia.
(Sinora in questa lettera ho taciuto, intenzionalmente, relativamente poco, ora e in seguito dovrò però tacere qualcosa di quanto mi è ancora difficile ammettere, a te e a me stesso. Lo dico perché, se il quadro complessivo in qualche punto dovesse farsi un po’ incerto, tu non abbia a pensare che ciò sia dovuto alla mancanza di prove; ci sono semmai una serie di prove che potrebbero renderlo intollerabile e incredibile. Non è facile trovare una via di mezzo.) In questa sede è comunque sufficiente ricordare qualcosa di precedente: di fronte a te avevo perduto ogni fiducia in me stesso e conseguito in cambio uno sconfinato senso di colpa. (In memoria di questa sconfinatezza, una volta ho giustamente scritto di qualcuno: “Teme che la vergogna possa sopravvivere anche a lui”.) Non potevo trasformarmi all’improvviso, quando avevo contatti con altre persone, anzi davanti a loro mi ritrovavo con un senso di colpa ancora più profondo, perché, come ho già detto, dovevo porre rimedio a quello che tu, con la mia corresponsabilità, avevi combinato loro in negozio. Inoltre tu avevi da sollevare obiezioni, apertamente o di nascosto, contro chiunque avesse rapporti con me; anche di questo dovevo fare ammenda. La sfiducia che tu cercavi di instillarmi contro la maggior parte degli uomini, in negozio e in famiglia (dimmi una sola persona in qualche modo importante per la mia infanzia che tu non abbia larvatamente criticato), e che sorprendentemente non ti opprimeva più di tanto (tu eri abbastanza forte da sopportarla e inoltre, in realtà, essa era forse soltanto l’emblema del padrone); questa sfiducia, dicevo, che non trovava mai conferma ai miei occhi di bambino, perché vedevo dappertutto soltanto persone irraggiungibilmente eccelse, si trasformò dentro di me in sfiducia in me stesso e in duratura paura di tutti gli altri. Là certo non potevo, generalmente parlando, salvarmi da te. Il fatto che tu ti ingannassi in proposito dipendeva forse dal fatto che tu non sapevi proprio niente dei miei rapporti umani e supponevi, diffidente e geloso (nego forse che tu mi voglia bene?), che io cercassi altrove un indennizzo per la vita familiare che mi mancava, poiché ti pareva impossibile che vivessi allo stesso modo anche fuori. Del resto da questo punto di vista trovai proprio nella mia infanzia un certo conforto, proprio per sfiducia nel mio giudizio; mi dicevo: “Tu esageri; avverti troppo come eccezioni quelle che in realtà sono inezie, cosa assai comune in gioventù”. In seguito però, man mano che conoscevo il mondo, ho quasi completamente perduto questo conforto.

(12 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (8)

kafka-scribbles

Hai anche un modo particolarmente bello, e molto raro a vedersi, di sorridere: placido, contento e promettente, che può rendere felice colui al quale è diretto. Non ricordo che nella mia infanzia mi sia stato espressamente rivolto, ma potrebbe benissimo essere accaduto, infatti perché mai avresti dovuto negarmelo allora, quando ti sembravo ancora innocente ed ero la tua grande speranza? Inoltre anche queste impressioni gradevoli alla lunga non hanno avuto nessun altro effetto se non quello di accrescere il mio senso di colpa e rendermi il mondo ancora più incomprensibile.
Preferisco attenermi ai dati di fatto, quelli che sono rimasti. Per affermarmi soltanto un pochettino nei tuoi confronti, in parte anche per una specie di vendetta, cominciai presto a osservare e assommare, esagerandole, le inezie che notavo in te. Come ad esempio ti lasciavi facilmente abbagliare da persone solo apparentemente più elevate di te, come un certo consigliere imperiale o simili (d’altra parte mi feriva anche il fatto che tu, mio padre, avessi bisogno di queste insignificanti conferme del tuo valore e te ne facessi grande). Oppure osservavo la tua predilezione per modi di dire osceni, pronunciati a voce più alta possibile, dei quali ridevi come se avessi detto qualcosa di particolarmente eccelso, mentre invece era davvero solo una piccola, banale indecenza (di nuovo, tuttavia, si trattava al contempo anche di una espressione della tua forza vitale, che mi riempiva di vergogna).
Di queste osservazioni naturalmente ce n’erano a bizzeffe; io ero felice di farle, davano adito a chiacchiere e spasso; tu talvolta te ne accorgevi e andavi su tutte le furie, lo ritenevi una cattiveria, una mancanza di rispetto, ma credimi, per me non era nient’altro che un mezzo peraltro inefficace per non soccombere, erano battute come se ne fanno sugli dèi e sui re, battute che non solo sono legate al più profondo rispetto, ma addirittura ne costituiscono parte integrante.
Del resto anche tu, visto che la tua situazione nei miei confronti era analoga, hai tentato una specie di difesa. Amavi mettere in evidenza come le cose mi andassero esageratamente bene e come io fossi trattato bene. E vero, ma non credo che mi sia sostanzialmente servito ad alcunché, data la situazione.
È vero che la mamma era infinitamente buona con me, ma per me tutto era in relazione con te, in una relazione quindi non buona. La mamma svolgeva inconsapevolmente il ruolo del battitore durante una partita di caccia. Se già era estremamente improbabile che la tua educazione mi facesse camminare con le mie gambe suscitando in me orgoglio, disprezzo o addirittura odio, comunque la mamma con la sua bontà, i suoi discorsi ragionevoli (nel groviglio dell’infanzia essa era il prototipo della ragione), le sue intercessioni, compensava questi moti, e io ero ricacciato nel tuo circolo, dal quale forse altrimenti sarei fuggito, con vantaggio tuo e mio. Oppure accadeva che non si giungesse mai a una vera riconciliazione, che la mamma semplicemente mi proteggesse di nascosto, mi desse qualcosa di nascosto, mi permettesse qualcosa, e allora davanti a te ero di nuovo quell’essere sinistro, quell’imbroglione cosciente della sua colpa che, per la sua nullità, poteva giungere solo per strade tortuose anche a quello che riteneva un suo diritto. Naturalmente mi abituai poi a cercare per queste vie anche ciò a cui non avevo diritto, persino secondo me. E questo portava a intensificare il mio senso di colpa.
E anche vero che praticamente non mi hai mai picchiato. Ma gli urli, la tua faccia che diventava rossa, il subitaneo slacciare le bretelle, l’appoggiarle sulla spalliera della sedia, erano per me quasi peggio. E come quando uno deve essere impiccato. Se lo impiccano davvero, è morto, e tutto è finito. Ma se deve assistere a tutte le preparazioni per essere impiccato e solo quando gli fanno scorrere il cappio intorno al collo apprende di essere stato graziato, allora può soffrirne per tutta la vita. Inoltre dalle molte volte in cui, secondo l’opinione da te chiaramenfe manifestata, mi sarei meritato una scarica di botte ma le avevo evitate per un pelo grazie alla tua magnanimità ho ricavato soltanto un gran senso di colpa. Da ogni parte mi ritrovavo a essere colpevole di fronte a te.
Da sempre mi rimproveri (quando siamo soli e di fronte ad altri, non hai mai avuto sensibilità per l’umiliazione insita in questo secondo caso, i fatti dei tuoi figli sono sempre stati pubblici) che grazie al tuo lavoro ho vissuto senza privazioni nella tranquillità, nel calore e nell’abbondanza. Penso allora a osservazioni che debbono aver tracciato veri e propri solchi nel mio cervello, come: “Già a sette anni dovevo andare per i villaggi col carretto”; “Dovevamo dormire tutti in una stanza”; “Eravamo felici quando avevamo qualche patata”; “Per anni d’inverno ho avuto le gambe piene di piaghe aperte, perché non avevamo di che coprirci”; “Da piccolo dovevo già andare nella bottega di Pisek”; “Da casa non ho mai avuto un soldo, nemmeno durante il militare, ero io che mandavo soldi a casa”; “Eppure, eppure… il padre era sempre il padre. Chi le sa, oggi, queste cose! Che ne sanno i figli! Nessuno ha patito queste cose! Le capisce oggi un figlio?”. In altre circostanze questi racconti avrebbero potuto essere un eccellente strumento educativo, avrebbero incoraggiato, con una sferzata di energia, a superare le piaghe e le privazioni che già il padre aveva subìto. Ma tu non volevi questo, e la situazione grazie alle tue fatiche era cambiata completamente: non avevamo modo di distinguerci come avevi fatto tu. Una tale occasione poteva essere creata solo con violenze e sovvertimenti, sarei dovuto fuggire di casa (purché ne avessi la determinazione e la forza e la mamma, da parte sua, non avesse lavorato con altri mezzj in senso contrario). Ma tu non volevi niente di tutto ciò, lo definivi ingratitudine, esaltazione, disobbedienza, tradimento, pazzia. Mentre quindi da una parte con l’esempio, il racconto e l’umiliazione me lo rendevi allettante, dall’altra me lo proibivi con la massima severità. Altrimenti non avresti dovuto essere tanto sconvolto, a prescindere dalle circostanze collaterali, dall’avventura di Ottla a Zurau. Voleva andare nel paese da cui eri venuto tu, voleva avere lavoro e privazioni, come li avevi avuti tu, non voleva godere i frutti del tuo successo sul lavoro, come anche tu sei stato indipendente da tuo padre. Erano intenzioni così terribili? Così lontane dal tuo esempio e dai tuoi insegnamenti? Bene, le intenzioni di Ottla alla fie si rivelarono fallimentari, caddero forse nel ridicolo, furono messe in atto con troppo chiasso, senza abbastanza riguardo per i suoi genitori. Ma fu esclusivamente colpa sua, non colpa anche delle circostanze e del fatto che tu le eri così estraneo? Forse che in negozio (come tu stesso in seguito hai cercato di convincere te stesso) ti era meno estranea di quanto lo fosse dopo, a Zurau? E sicuramente non avresti avuto il potere (purché riuscissi a superare te stesso) di trasformare quest’avventura in qualcosa di buono, con l’incoraggiamento, il consiglio e la vigilanza, magari soltanto con la tolleranza?

(8 – continua)

# 56

01

L’immagine del diario che non sono mai riuscito a tenere, salvo sporadici tentativi, compare ogni volta che parlo di “ritegno”. È un ritegno quello che m’ha impedito di tenere il diario, ed è un ritegno quello che mi ha impedito, per dieci anni, di mettere su carta tentativi e prove di scrittura dopo che il desiderio di fare lo scrittore m’aveva catturato. Ogni persona normale li avrebbe fatti, quei tentativi, io invece no: non lo ritenevo né opportuno né sensato. Questa è una cosa che continua a farmi riflettere.
I “fantasmi” tornano ad aleggiarmi intorno, è vero: e continueranno, non m’illudo di riuscire a liberarmene, ancora. Ci vorrà tempo, credo. La violenza che ho visto fin da piccolo: evocata, dichiarata, minacciata, fra i genitori che si odiavano, mi ha segnato irrimediabilmente. La propensione ad atteggiamenti estremizzati mi ha poi accompagnato nella gioventù, soprattutto nel rapporto con me stesso: questi, credo, sono i fantasmi. A cui alla fine s’è aggiunto il macigno, letale e definitivo, conseguente a quell’atto fatale. I fantasmi, dunque, esistono ed esisteranno ancora. E, se l’espiazione è davvero finita, allora bisogna passare alla cura, per fugare i fantasmi e guarire l’anima e il corpo. Ma credo che sarà un processo lungo.

# 55

dscn06511

Mia madre ha dipinto per tutta la vita. L’oggetto che più conserverò nella memoria è il primo quadro a olio che fece da ragazza, una veduta del fiume Trigno: alcune mucche sostano placide con le zampe nell’acqua, la tonalità generale è verdastra, la consistenza dei rilievi sullo sfondo imperfetta, quasi piatta. Ma rimane il grande quadro che mi accompagna da sempre: quand’ero piccolo era già un “vecchiume” che venne addirittura portato in soffitta. Ora l’ho rimesso in vista in una cornice importante, come se fosse il simbolo di tutto, della casa avita, della mia nascita difficile, del sogno di una famiglia unita, dell’innocenza perduta.

#51

url

Stamane mi son svegliato più presto rispetto alle mie abitudini, scosso da una fase concitata del sogno che stavo facendo. Ero alle prese con una donna con cui stavo litigando, c’era una discussione in cui avevamo un’incomprensione totale, così ci davamo sui nervi anche solo interloquendo, al punto che lei — non era riconoscibile, non so che ruolo avesse, ma in quel momento era parte in causa — a un certo punto tendeva le mani per strozzarmi, ma in realtà si tratteneva, dicendo che avrebbe voluto farmi fuori, che meritavo questo, ed è a quel punto che mi son svegliato di colpo, scosso, pronto a reagire all’attacco. Questa tizia era bionda, è tutto quello che ricordo. La discussione era originata da un fatto increscioso e strano: c’era una serie di fotografie di ragazzi, fratelli e sorelle, che erano stati offerti in adozione, e fra quelle fotografie ne compariva una in cui c’eravamo io e i miei fratelli, in un momento di riunione. Dunque nostra madre, o i nostri genitori, ci avevano offerti ad altri a nostra insaputa: avevano pensato davvero di sbarazzarsi di noi, di darci ad altri senza dirci nulla. Allora dovevamo affrontare l’argomento, chiarire com’era potuto accadere, e mia madre doveva darci risposte; ma prepararci per affrontare la discussione diventava problematico, c’era un inconveniente qui e un inconveniente lì, non ci si capiva e alla fine ci si dava sui nervi, con l’esito che ho detto. Che rabbia, sono ancora scosso.

· 97

Picasso_Ragazza allo specchio


E io mi sono dimenticata di dirti che appena entrata in casa, dopo averti salutato, passando davanti allo specchio mi sono un attimo voltata e… che sorpresa! Mi son vista bellissima. Ero, non so come dire… LUMINOSA! E sorridente! Mentre nei giorni precedenti, incrociandomi allo specchio, mi ero vista così scialba e insignificante, brutta e “grigia”. Capisci che potere hai? Basta un tuo sguardo, un tuo abbraccio, per farmi rifiorire! Anch’io penso sempre a quante cose potremmo fare/dire insieme. Per le mie potenziali qualità di attrice… grazie: in effetti, penso che starei bene in quei filmini di famiglia che piacerebbero anche a te, in bianco e nero, ambientati nel passato. Di filmini un giorno potremo anche vederne un po’ (non tanto da annoiarti): ci sono mia mamma e i miei zii da bambini, c’è tutto il contorno familiare, con le loro arie da alta borghesia, c’è lo zio scapestrato che fa il buffone per sedurre certe signorine in visita; le atmosfere, i vestiti, le automobili ecc. sono quelle degli anni ’50 e’60, bellissime!