Semantica della felicità 4

Per i filosofi greci il problema della felicità non si poneva quasi: dipende tutto da noi. Senza rendercene conto deleghiamo la nostra felicità, lasciamo che altri decidano cosa valga e cosa no. Ossessionati dalla pressione sociale, dalle attese altrui, dai luoghi comuni, perdiamo il controllo su noi stessi, sempre in cerca di qualcosa e sempre insoddisfatti. Ma se sapremo liberarci di tutto questo, potremo riappropriarci delle nostre giornate, riscoprire cosa veramente vogliamo e diventare ciò che siamo, come diceva Nietsche, uno che i pregiudizi li combatteva con il martello. Non è facile, ci vuole coraggio. Ma ne vale la pena. Libero dalla servitù delle paure e delle passioni «vivrai come un dio tra gli uomini», scriveva Epicuro.

Mauro Bonazzi in La Lettura #242, p. 2

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Semantica della felicità 3

Non volendo per ora entrare nel merito di tali questioni e prendendo per buono il luogo comune, sembra che la felicità possieda la natura dell’attimo. Ciò non toglie, però, che ben si sappia cosa essa è, in che consiste, altrimenti non potrebbe essere neppure perduta. Tanto basta per poter parlare di essa come di cosa che c’è, intorno a cui ci si può interrogare con senso, dal momento che la pur concessa transitorietà nulla toglie alla sua effettività.
Agli uomini accade d’essere felici e perciò essi sanno in che consiste la felicità: quel che invece ignorano o comunque risulta loro poco chiaro è la ragione del loro sentirsi felici. D’altra parte è normale che sia così, se è vero che la felicità coincide con una generale sensazione di soddisfazione e di pienezza tale che nel momento in cui la si possiede se ne è, in effetti, posseduti e non si può uscire da essa: non a caso è stato detto che la felicità altro non è che uno stato di grazia. Gli uomini, quando sono felici, la felicità la vivono o, più esattamente, vivono di felicità e perciò è impossibile che si domandino perché sono felici: se se lo domandassero è probabile che cesserebbero di essere felici, problematizzerebbero lo stato in cui si trovano e in certo senso si porterebbero fuori di esso: il sentimento di pienezza sarebbe velato  dall’ombra della perdita. L’interrogazione sul perché di un evento equivale, infatti, alla formulazione dell’idea che quel che c’è potrebbe anche non esserci e che perciò la condizione di benessere in cui ci si trova è qualcosa che può anch’esso dileguare. Tanto basta a turbare l’incanto, a insinuare nello stato di pienezza un senso di precarietà sia pur indeterminato, ma, comunque, sufficiente a dissolvere la certezza del proprio bene. Ciò che, infatti, caratterizza la felicità come condizione interna, come stato della mente, è la certezza del proprio benessere, e ciò è possibile solo se si è immersi interamente in esso. La felicità possiede dunque i tratti dell’immediatezza e ciò è così vero che, se può bastare poco per essere felici, è impossibile esserlo se si perde la certezza della propria condizione, se si immagina che essa può essere perduta. L’uomo non attinge la felicità per via di riflessione: in senso stretto l’uomo non sa di essere felice, si sente felice. Sotto questo aspetto Adorno non era lontano dal vero quando a proposito della felicità scriveva: «È  per la felicità come per la verità: non la si ha, ma ci si è. Felicità non è che l’esser circondati, l’“esser dentro”, come un tempo nel grembo della madre».

Salvatore Natoli, La felicità. Saggio di teoria degli affetti, Feltrinelli, Milano 1994, p. 14

Semantica della felicità 2

Gli uomini possiedono una cognizione perfetta della felicità, non foss’altro che come stato della mente: caso mai quel che non è sufficientemente noto è il modo in cui tale stato si produce, come ad esso si perviene e ancor più come è possibile che in esso si permanga. Si dice infatti che dalla felicità si è rapiti, che essa giunge inattesa e in modo altrettanto inatteso svanisce secondo le grandi parole di Agostino: raptim quasi per transitum. La felicità pare dunque immotivata e inattesa come il dolore e in generale come ciò che riguarda le esperienze estreme, le discontinuità assolute. Solo che il dolore inchioda, stringe e costringe, la felicità lambisce: balena e dispare. Almeno così si dice, così raccontano i più. La felicità si disegna dunque a prima vista come un bene transitorio, ove il dolore si rivela, invece, per gli uomini come una condizione più consueta. Sarà vero, ma ammesso pure che per gli uomini sia più abituale la sofferenza, la felicità sembra essere di questa più originaria. Non è, infatti, concepibile l’impedimento ove non vi è spinta, né perdita ove non vi è possesso, né in generale vi è negazione se non vi è positività. È probabile dunque che il dolore sia nella vita più presente che la felicità, ma di certo è ad essa conseguente. La felicità sarà pure transitoria, ma la sua apparizione nell’esperienza sembra essere più originaria della sofferenza.

Salvatore Natoli, La felicità. Saggio di teoria degli affetti, Feltrinelli, Milano 1994, p.12

 

Semantica della felicità

Agli uomini accade d’essere felici. La felicità, è perciò un fatto, più esattamente un sentimento, uno stato della mente. Gli uomini sanno cos’è la felicità e non tanto perché ne possiedono il concetto, ma perché ne sperimentano la condizione: essi, infatti, non ignorano quel che sentono quando si sentono felici. La felicità dunque esiste e come tale è di questo mondo.
[…]
Se è così, la felicità si dà ad essere come una tonalità affettiva dell’essere nel mondo o, più determinatamente, come una modalità dello stare al mondo. La felicità agli uomini è nota e dunque è di questo mondo. D’altra parte non ci vuol molto per farsene un’idea: basta semplicemente esser stati felici. A questo punto poco importa che la condizione di felicità sia breve o lunga, che sia occasionale o consueta, quel che invece è importante è dato dal fatto che essa una volta vissuta non può essere dimenticata, poiché la coscienza mantiene in sé quel che trapassa. Per l’uomo nulla perisce definitivamente, poiché il tempo non è in grado di abolire l’esperienza. La coscienza, infatti, può essere intesa come un consolidarsi dello stesso fluire. Così interpretata, essa viene a coincidere con lo stratificarsi progressivo dell’esperienza e trattiene quel che trapassa, poiché in certo senso essa altro non è se non un passato che si immobilizza. Ogni uomo è radicato nel suo passato e per questo quel che passa non è mai definitivamente perduto: per questo può essere sempre ricercato e fors’anche ritrovato. La felicità può dunque esser perduta come condizione di vita, ma non può esser cancellata come esperienza e a tale titolo può sempre esser ricercata.

Salvatore Natoli, La felicità. Saggio di teoria degli affetti, Feltrinelli, Milano 1994, pp.11-12

· 109

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Non so come pensare a te senza farmi riempire da un’ammirazione totale. Un’ammirazione così grande che, quando accade che mi racconti i tuoi timori per un confronto con gli altri, o per una prova che temi di non superare, o il tuo “dovere” di ossequiare qualcuno in maniera eccessiva o ingiustificata, sento una dissonanza che mi lascia disorientato. Quelli sono i momenti in cui ti guardo e cerco di capire il perché di certe cose, se ho equivocato qualcosa di te, o se non comprendo la realtà del mondo. Ma sempre, ogni volta, la mia ammirazione viene confermata, senza incertezze. Anch’io sono sempre arricchito da tempo che passo con te. Non è mai sprecato, nemmeno se lo si pensa come tempo non dedicato a scrivere: perché la gioia e la maturazione che mi dai, l’importanza e il “peso” di questo tuo donarti mi rendono migliore e più consapevole, arricchiscono il mio essere e di conseguenza rafforzano e stimolano il mio talento. Sono felice di farti sentir meglio e più sicura, vorrei che perdessi questa tua soggezione nei confronti degli altri, che ti sentissi pienamente tu, con i tuoi diritti e le tue scelte e i tuoi sentimenti che possano esprimersi senza condizionamenti.
Sei ancora un po’ bambina, e questo mi attrae irresistibilmente: se diventassi completamente donna chissà se mi troveresti così affascinante. Perché forse sono rimasto un po’ bambino anch’io, e forse una donna “completa”, che ha totalmente perso l’innocenza, non mi troverebbe tanto speciale.

· 108

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Quando dico che sei un tesoro è perché lo sei davvero. Sei qualcosa di prezioso e speciale in tutto il tuo essere. Quando guardo quel bimbo della foto e vedo te ora, la purezza e la sensibilità nello sguardo è la stessa. E questo non ti deve rendere infelice, non deve portarti a pensare al tuo passato nei termini in cui ci pensi in questi giorni (e nei momenti bui). E sai perché? Ci ho pensato oggi: tu dici che se avessi giocato meglio le tue carte, se avessi fatto scelte diverse, incontrato persone migliori, la tua vita sarebbe stata diversa. Questo è vero. Ma non sappiamo diversa come. Anche facendo scelte ottime, avresti potuto lo stesso fare altri errori; ti sarebbero potute comunque capitare disgrazie o sofferenze. Prima o poi, ne siamo tutti colpiti. Quindi tu sei triste per la vita che hai avuto e che conosci. Ma nessuno può garantirti che se avessi fatto altre scelte a quest’ora avresti una vita migliore; forse sì; probabilmente sì; ma anche no. Tutto quello che abbiamo è quel che abbiamo vissuto e quel che dobbiamo ancora vivere. Non buttiamo via anche il nostro presente e il nostro futuro a causa del rimpianto per il passato. Razionalmente sai che è così, ma emotivamente non riesci ancora a calmare i pensieri negativi. Ci riuscirai, però, lo so. Devi solo volerti bene, e non te ne vuoi ancora abbastanza. Guarda nei miei occhi quanto sei degno di stare a questo mondo, senti nei miei baci e nella mia ammirazione tutto il valore della tua persona… io ci riuscirò a fartelo capire, prima o poi, che nessuno dei tuoi errori più gravi ha intaccato la tua anima e la tua Bellezza e che quest’anima e questa purezza puoi ancora spenderle e trarne tanto, tante soddisfazioni anche per te stesso. Hai incamerato tanto in tutti questi anni: e ora, dolcemente e con sempre maggiore entusiasmo, tireremo fuori tutto. Non guardarti con gli occhi della tua severità: guardati coi miei occhi che da subito, ancor prima di vederti, si sono fissati sulla tua Bellezza di persona; guardati con lo sguardo un po’ tenero e un po’ sornione di Alf, che è un orso, eppure con te si è aperto subito: questa è una cosa grandissima: tu non ti rendi conto di che bella impressione fai nelle persone sagge, quelle che hanno un minimo di sensibilità. Allora, fidati di noi, di queste persone sensibili che il destino (o Dio) ti ha fatto incontrare. Non guardarti solo con gli occhi delle persone poco sensibili con le quali sei cresciuto (per es. i tuoi amici di gioventù o alcuni parenti). Sei un uomo dolce, generoso, capace di trasmettere tanto affetto; sei intelligente, arguto e simpaticissimo; sei stupendo, e prima o poi lo capirai anche tu. Ricordati che non sei mai solo, anche quando ti senti solo e dannato. Il mio pensiero ti abbraccerà e sosterrà sempre!

· 107

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Il libro che mi hai regalato è bellissimo, è lussuoso, mi fa ricordare i tempi andati, quando avevo ancora una vita pulita davanti. Poi, purtroppo, arrivò la Grande Corruzione. Ora rivedo la tua figura lontana, quando ci scorgiamo a distanza, quei capelli scuri e quegli occhiali meravigliosi che celano uno sguardo formidabile, dolcissimo, trasparente, che disarma e fa sentire tutta la bellezza vera che possiedi. Quanto è bello il tuo corpo, così snello e morbido, aggraziato, timido, dal sapore dolce. Il tuo sorriso m’incanta, non ne ho mai visto uno migliore, più adorabile, più espressivo. Questo mi colpisce di più: dietro le tue parole c’è tutta la tua storia e il tuo mondo, che m’interessano tanto che vorrei scriverci libri interi. Vorrei essere pittore per dipingerti sempre, in tutte le versioni e situazioni. Sei il mio ideale di bellezza, di gioia, d’intelligenza, di moralità, di generosità e altruismo, di interesse per il mondo e per l’umanità. Sei una donna stupenda, e fin dai primi giorni, se ricordi, mi veniva da piangere perché sentivo di non esser degno di te. E ancora un po’ lo penso: sei così pulita e profonda che non so se posso essere all’altezza. Ma il tuo amore, così grande e sentito, vero e forte, m’incoraggia e mi fa pensare che forse posso esser fiero di come sono. Ma vorrei migliorare, per poterti amare degnamente, per poterti dare tutto quello che meriti. Tu incarni la felicità, una felicità potenziale che esplode quando ci si unisce a te, spiritualmente e fisicamente, che è l’incredibile privilegio che mi è toccato. Io non riesco ancora a esprimere tutta l’ammirazione che provo: già pronunciare il tuo nome è inadeguato a far capire quanto sei grande, intelligente, profonda, arguta, enormemente simpatica. La tua simpatia – di cui ho parlato poco, perché abbagliato dalla tua bellezza totale – è grandissima, e meriteresti schiere di amici che desiderano la tua compagnia. E vogliamo parlare anche della tua capacità di scrittura e d’introspezione, e della profondità della tua cultura? Qui si aprirebbe un capitolo lungo, in cui entra in gioco il tuo talento. Se facessi la giornalista saresti una delle più brave, e se ti mettessi a scrivere libri produrresti cose di grande qualità. E’ chiaro che bisogna sentirsele, queste cose, e finché non le sentirai non è necessario forzarti. Ma così come hai trovato un amore travolgente senza nemmeno cercarlo, potrà pure accadere che ti appassioni a scrivere un’opera organica e strutturata, qualcosa che ti porterà grandi soddisfazioni. Tu sei la dimostrazione che la vita la si può apprezzare per le cose vere, semplici e profonde, quelle che veramente le danno un senso, e non per le materialità e i feticci che la guastano. Tutte queste cose messe assieme, che ho provato a sintetizzare, ma che formano solo una parte – anche piccola – della tua meravigliosa complessità, sono ciò che mi viene in mente quando dici che dietro le parole Ti Amo ci sono la tua storia e il tuo mondo. Una storia che vorrei esplorare, un mondo in cui vorrei perdermi. È impressionante sentire quanto è forte questo sentimento, quello che provo ogni volta che penso a te, cioè sempre: un amore strabiliante, così dolce e forte che mi prende ogni fibra, che quasi m’imbambola.

· 106

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Oggi, mentre in garage scendevo dalla macchina, mi sono guardata intorno pensando a quanto avevo aspettato questa vacanza e a come ora è già finita… però non l’ho pensato con tristezza ma con felicità, perché anche se queste settimane sono volate (mi sembra siano passate velocissimamente…) sono state stupende, e davvero sono già scolpite dentro me, come ti ho scritto, non le dimenticherò mai. Ti amo così tanto. È stato indescrivibilmente bello camminare con te, vedere tante cose, fare a lungo l’amore, addormentarci e svegliarci insieme, con te che mi sorridevi dolcemente, e poi finalmente non essendo incalzati dal tempo abbiamo potuto parlare con calma e profondamente, di tutto: di noi, di me, di te, di letteratura, di qualunque cosa. È stato bellissimo gironzolare in libreria e uscire carichi di libri e dischi e bere il tè insieme e riposarci stremati su una panchina, sedere al ristorante elegante con una zuppiera d’insalata davanti mentre tu rischiavi di far cadere tutte le bottiglie presenti sul tavolo, e poi fare colazione mentre tu spalmavi il burro e io mi gustavo le torte presenti e poi ormai (ma questo già le altre volte) mi sento così a mio agio con te, non m’importa se mi vedi con la fascia in testa o se esco dal bagno o cose del genere, e poi tu sei stato meraviglioso con le tue carezze, le tue coccole, quando abbiamo fatto l’amore (compreso anche quando eravamo stanchi e mi accarezzavi soltanto) mi hai fatta impazzire di piacere. Stamattina all’inizio ero un po’ strana: ero ancora stanca per la fatica di ieri e perché la notte avevo dormito poco e poi ero un po’ malinconica perché ormai dovevamo tornare a casa e così mi sono rattristata fraintendendo le cose che dicevi… Quando mi hai detto che a volte ti senti smarrito e poi ti sei commosso, be’, sappi che non sei solo e non sei smarrito: hai solo bisogno di esprimere il te stesso più vero, di conoscerti e di farti conoscere e di prendere contatto con certe parti di te che ancora possono farti soffrire.

 

· 105

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Ho per te una passione sconvolgente, che finalmente mi rende felice. I turbamenti che mi coglievano qualche mese fa sono spariti e non torneranno: non abbiamo più dubbi o incertezze, siamo gioiosi nel darci l’uno all’altra, spensierati e desiderosi di renderci felici, sentendoci sostenuti, accuditi, coccolati, amati. Io ti penso sempre e vorrei sempre abbracciarti, farti sentire la mia presenza, farti sentire quanto sei bella e importante, brava e meritevole di tutta l’attenzione del mondo. Sei stupenda e insuperabile, e il nostro amore è così forte e scatenato che ci spinge a incollarci e accarezzarci quasi ovunque, dimentichi del mondo che ci ruota intorno, persi nel guardarci negli occhi, nel sussurrarci, nell’accarezzarci ovunque le nostre mani possano arrivare (le mie, spesso, più intraprendenti delle tue). Sembra che abbiamo un tale arretrato, un tale debito d’amore che per saziarci ci vorrebbero settimane intere. Far l’amore, coccolarci, mangiare, bere, far l’amore, fare un giretto, coccolarci e fare l’amore, dormire, fare una bella colazione e poi far l’amore di nuovo, prima di fare un altro giretto e tornare a far l’amore. E, fra una cosa e l’altra, parlare di noi, di quel che ci circonda, del mondo e della vita, dei nostri progetti e di ciò che stiamo realizzando. E poi, naturalmente, tornare a far l’amore, ad abbeverarci l’uno alla fonte dell’altra, a legarci in un’unione che serve a darci vita ed energia e voglia di fare. Questa è la nostra condizione. Tu sei una creatura splendida nella tua semplicità, così rassicurante e stabile nella tua bellezza e intelligenza trasparenti. Per me sei perfetta, pur nelle tue peculiarità tanto evidenti che confliggono col concetto di perfezione; ma sono queste “imperfezioni”, le tue, uniche e inconfondibili, che mi stregano.
Sono tuo, ti amo perdutamente, ti sogno e ti vedo anche quando non ci sei, e di fatto mi accompagni sempre, dai senso alle mie giornate e uno scopo alla mia vita. Grazie a te non desidero più morire, non ora, almeno. C’è tempo: voglio conoscerti ancora, amarti, farti felice, condividere con te, nutrirmi di te e farmi guarire dalle tue mani magiche e affusolate. Spero veramente di esser degno di te, della tua attenzione, del tuo amore, della dedizione che mi stai offrendo. Mi stai dando una quantità incommensurabile di cose belle, quelle che racchiudi in te e che mi doni così generosamente e incondizionatamente. Sei fatta per amare e per essere amata, lo dissi fin dall’inizio e lo vedo confermato ogni giorno. Io non posso non amarti, ti adoro come una piccola divinità: sei tutto, sei lo splendore che illumina i giorni.

 

Efficienza etica

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L’accumulazione del capitale continua ad avere un valore primario. E non potrebbe essere altrimenti, visti l’epoca e il mondo in cui viviamo. Mondo economico in cui – scriveva Keynes – non sono assicurate né la piena occupazione, né l’equa ripartizione della ricchezza e del reddito, che è arbitraria. Da qui la grande distanza che si è creata fra etica e capitalismo. Finché l’economia sarà una scienza di stampo matematico, in cui si applicano modelli in un contesto sperimentale asettico, riferiti a un puro concetto di economia di mercato, qualsiasi considerazione di tipo storico-istituzionale o etico sarà poco influente. A dispetto del fatto che il capitalismo è comunque una forma di organizzazione storica, quindi ben suscettibile dei cambiamenti che l’evoluzione storica imprime al mondo. E poi, l’economia non è autonoma come scienza in sé, ma è interdipendente con lo Stato di diritto, col quale forma una specie di corpo unico. Quindi, se lo Stato non può dissociarsi dall’etica, non può farlo neanche l’economia. E l’idea che l’economia sia capace di auto-regolarsi, al di là dei fattori politico-sociali, è un’illusione. Imporre l’etica ai mercati attraverso le istituzioni finanziarie è un’altra illusione: l’attività finanziaria lecita non si è poi rivelata moralmente superiore ad altre sue forme illecite, penalmente sanzionate. Insomma, l’assunzione delle regole di mercato come precedenti a tutto, anche alla politica (che vi si deve conformare), non funziona. Almeno, non funziona per creare un mondo in cui si possa combattere la povertà. Forse la povertà non la si vuol combattere perché, se non esistesse povertà, allora non esisterebbe nemmeno la qualifica di “benestante”, e lo status di “ricco” sminuirebbe la potenza del suo significato. Resta il fatto che, stando al buon senso, sarebbe il principio economico a doversi assoggettare alla politica, e non viceversa. Le riforme che vengono proposte dovrebbero rafforzare la partecipazione dei cittadini alla gestione politica del bene comune, e non perseguire solo criteri di efficienza economica, anche a danno dell’interesse dei cittadini.