Il fascino discreto dell'underground

Ho letto questa intervista a Moresco dove dice in soldoni che ogni scrittore underground deve tenere alla propria identità, non entrare nei meccanismi commerciali della grande editoria, anzi non cercare la grande editoria ma semmai sarà la grande editoria a cercare lui, e che deve rafforzare la propria autostima anche se farà underground per tutta la sua vita, perché, dice, c’è chi pensa che non essere visibili sia non esistere, mentre non essere visibili si è vivi lo stesso. Tutta l’intervista sembra ai miei occhi una specie di generosa consolatio a beneficio di tutti gli scrittori che fanno le riviste per cinquanta persone e che in pratica non se li fila nessuno: un invito a tenere duro, a fare il proprio cammino di sconvolgimento del mercato editoriale. E nello stesso tempo una strana difesa, come se Moresco a pubblicare con Mondadori o Feltrinelli avesse fatto qualcosa di male.

Ora, che io esista anche se non mi pubblica Einaudi me ne ero accorto e anche il fisco purtroppo. La grossa verità, che mi pare Moresco non dica, è che essere visibili nel mondo editoriale non è che sia questa grande eccitazione. Anche lui forse si aspettava che una volta pubblicato da Feltrinelli qualcosa cambiasse, qualcosa di grosso, e invece poi le cose che cambiano ci sono, magari dentro, ma non sono delle cose così importanti viste in prospettiva, rispetto ad altre della vita di una persona voglio dire.
Fare underground poi è un po’ l’equivalente colto di quelli che fanno gioco di ruolo, o il sudoku, gente che si vede in combriccole, di solito in strette librerie.
Se parliamo di vita, di felicità, Moresco parla della sua vita, della soddisfazione della sua vita, ecco non credo che la letteratura sia una cosa così rilevante nella felicità di una persona. Mio figlio in quattro anni di vita mi ha dato più emozioni di quelle che mi ha dato «fare letteratura underground» in venti.
«Fare underground» significa in effetti scrivere non pagati, spendere centinaia di euro per andare a leggere cinque minuti in qualche libreria del centritalia, aspettare di salire sul palco per leggere ad altri scrittori che a loro volta sono lì sotto ad aspettare il loro turno: fare underground significa spesso essere ritenuti mediocri e stare con gente che tu ritieni mediocre: una specie di psicoterapia di gruppo. Quello che ti salva è che talvolta, non molto spesso, alla fine ci esce una pizza in cui si può parlare male di quelli che si sono venduti al cattivo mercato editoriale.

Matteo Galiazzo e Fabrizio Venerandi

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Sensazioni tattili e visive

 

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Da il manifesto, 23 agosto 2011

Sensazioni tattili e visive aiutano nella scelta di un libro

di Cristiano Guerri
Art director di Feltrinelli

Chiamiamola veste, faccia, immagine o semplicemente copertina, è quello di cui mi occupo da quasi cinque anni all’interno della Feltrinelli, in qualità di art director. Per definizione – cito wikipedia – «l’art director è la figura professionale che si occupa di studiare la parte visuale, grafica e tipografica della comunicazione di un prodotto». Se il prodotto in questione si chiama libro e l’azienda è un’importante casa editrice, la definizione può risultare un po’ riduttiva a confronto con la varietà di dinamiche, esempi, aneddoti che si potrebbero citare nel racconto di questo lavoro.

Una parte rilevante del mio tempo è dedicata all’ascolto. Il mio referente principale è l’editor, colui che ha fatto la scelta di «scommettere» su uno specifico titolo e sta chiedendo a me di darne una interpretazione visiva che possa essere di supporto alla comunicazione di quel progetto. È il momento del cosiddetto «brief»: può durare pochi minuti come richiedere svariati incontri. A volte le idee di partenza possono essere chiare e definite, altre volte hanno bisogno di venire plasmate sulla base di sensazioni e intenzioni più sottili; da me vengono filtrate e arricchite di nuove suggestioni e consigli e trasferite ai quattro grafici che compongono il mio staff.

Il lavoro viene distribuito sulla base delle maggiori attitudini, c’è chi è più propenso a trattare la narrativa, chi la saggistica, chi l’area ragazzi, chi l’area paperback. Ogni progetto di copertina diventa così una storia a sé, tra intuizioni improvvise e parti difficili, cercando di essere originali e innovativi, ma al tempo stesso riconoscibili, nel rispetto dell’identità dell’autore, del testo e della casa editrice.

In alcuni casi lo sforzo maggiore consiste nel ricercare l’immagine più adatta per un singolo libro o una serie di titoli. Ne è un esempio la serie realizzata per José Saramago nella collana Universale Economica. L’obiettivo era trovare un illustratore in grado di rappresentare in chiave simbolica l’immaginario dello scrittore portoghese con un linguaggio che fosse originale e innovativo, ma al tempo stesso in grado di parlare al grande pubblico. La scelta del tratto di Emiliano Ponzi fu molto apprezzata dallo stesso Saramago.

Diverso è il caso in cui si tratti di progettare una nuova collana: una serie di titoli assimilati per autore e/o genere declinati in una veste comune. Oltre alle valutazioni di ordine estetico è importante prevedere la tenuta del progetto nel tempo e la sua capacità di inserirsi nel quadro generale della produzione della casa editrice. Un esempio recente è la serie Grandi Letture Feltrinelli in cui si è cercato con alcuni titoli come Il buio oltre la siepe di Harper Lee, Omero, Iliade di Alessandro Baricco, Kitchen di Banana Yoshimoto, di avvicinare i classici contemporanei al pubblico più giovane.

Il progetto di questa collana ha previsto la sperimentazione e l’utilizzo di nuovi materiali. Abbiamo scelto per la copertina un cartoncino non plastificato ottenendo un effetto complessivo di morbidezza e piacevolezza al tatto, insieme a una palette cromatica molto vivace e a una grafica di forte impatto, con i disegni di Giuseppe Palumbo. Il contrasto fra la delicatezza del supporto e il codice visivo più acido ci è sembrato un modo efficace per coniugare il mondo dei classici con il linguaggio dei giovani lettori.

L’aspetto di un libro, quindi, non è dato solo dall’immagine di copertina: le sensazioni tattili oltre a quelle visive, possono avere un forte potere di attrazione. Il formato, il peso, la confezione, la superficie e la consistenza della carta, sono aspetti che possono condizionare fortemente la decisione di voler portare con sé proprio quel libro. Sta all’ufficio grafico interpretare queste diverse esigenze, e all’art director la capacità di un confronto costante con artisti, fotografi, grafici, illustratori, stampatori, le cui competenze e energie diverse vengono convogliate nella realizzazione del progetto.

La cassaforte di famiglia custodita nei tascabili

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Da il manifesto, 21 agosto 2011

La cassaforte di famiglia custodita nei tascabili

di Fabio Di Pietro
Paperback Editor – Universale Economica Feltrinelli

Parlando di editoria è molto frequente evocare immagini venatorie. La più ricorrente è la caccia grossa all’autore, il pervicace bracconaggio di teste letterarie da appendere sul camino in sala riunioni. A me questa metafora esibizionista non piace. Gli autori non sono prede, sono artisti e artigiani. Preferisco guardare alle loro opere come a quadri da sfoggiare in un’ideale casa museo.

Ecco, se gli editor delle edizioni maggiori, dei cosiddetti libri hardcover (ad alto prezzo), sono costantemente alla ricerca di nuovi quadri da appendere alle pareti, gli editor dei paperback (tascabili economici) si occupano soprattutto di curare la casa destinata ad accoglierli. I tascabili sono la destinazione ultima di tutti i titoli importanti per la casa editrice, per meriti commerciali, editoriali o – nei casi più fortunati – entrambi. I tascabili sono l’orizzonte cui deve guardare ogni editore, il fantomatico lungo periodo, la cassaforte di famiglia, la foto di gruppo di una vita. Sono, appunto, la casa in cui ogni bel momento trova la sua sistemazione. Insomma: l’editor di una collana tascabile deve «tenere in ordine l’orizzonte». E nel frattempo provare a espanderlo. Ma come? Continua a leggere “La cassaforte di famiglia custodita nei tascabili”

TEVIS & PARTNERS: rating di Luciano Ligabue

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Com’è noto, una quindicina d’anni fa il rocker Luciano Ligabue ha sfruttato il grande successo regalatogli dalle vastissime platee di fans per tentare di avviare una “collaterale” carriera letteraria.

L’esordio fu nel 1997, con la raccolta di racconti Fuori e dentro il borgo, che vinse il Premio Elsa Morante e il Premio Città di Fiesole. L’artista, dunque, si scoprì anche “narratore delle pianure” – sulla scia del padre nobile Gianni Celati – nella terra situata “tra la via Emilia e il West”.

9788807701566_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleIl primo romanzo arriva nel 2004, col titolo La neve se ne frega (“I canguri” Feltrinelli). Il libro viene presentato a Torino da Francesco Piccolo (al cui romanzo Il tempo imperfetto quest’opera è palesemente ispirata, per la trovata di terza mano dell’età umana che procede al contrario, con la matrice originale che risale al maestro Philip K. Dick); a Roma da Alessandro Baricco; a Milano da Fernanda Pivano. La mobilitazione di questi ultimi “mostri sacri”, nel sostegno al rocker-scrittore, fa pensare a un disegno di marketing non improvvisato e ben strutturato, che inevitabilmente ha dato i suoi frutti in termini di vendite e di classifica. Continue reading

http://tevispartners.wordpress.com/2013/06/03/t-file-1131-rating-di-luciano-ligabue

Feltrinelli

feltrinelli e james baldwin


Otto anni fa ricorreva il cinquantenario della casa editrice Feltrinelli, fondata nel 1955.
In un articolo-intervista di Stefano Salis apparso su Il Sole 24 Ore Domenica del 17 aprile 2005, Inge Feltrinelli rievocava i momenti capitali della sua storia editoriale.

Proprio quest’anno, Carlo Feltrinelli è stato insignito a Mosca del premio Pasternak. La giuria l’ha scelto per il suo libro Senior service, una magistrale ricostruzione (da figlio, ma anche da editore) delle vicende editoriali di Giangiacomo, legate indissolubilmente alla pubblicazione in tutto il mondo del capolavoro di Pasternak Il dottor Zivago.
[…]
«Quel romanzo fu un colpo di scena per l’editoria mondiale – ricorda Inge. Il libro era proibito nell’Unione Sovietica e la pubblicazione, prima in Italia, quindi in tutto il mondo portò il nostro Pasternak fino al Nobel». Lo scrittore, però vi dovette rinunciare. Zivago, in compenso, è in assoluto il primo best seller contemporaneo: due milioni di copie vendute solo in Italia.
[…]
«Immediatamente, due anni dopo la fondazione, Feltrinelli con Pasternak entrò nel novero dei grandi editori internazionali. Giangiacomo era il primo “uomo nuovo” del mestiere: viaggiava di continuo, era poliglotta, sondava mercati poco battuti, come la Scandinavia e l’Est Europa. Sprovincializzò l’editoria italiana e il suo arrivo fu salutato dai grandi editori europei come l’unica novità in tanti anni. Ma anche i nostri Mondadori, Einaudi e Rizzoli lo trattavano con rispetto. Era, fin dall’inizio, un giovane editore di forte impatto politico che sapeva di fare libri importanti. Come facevano gli editori di una volta, quando non dominavano manager e agenti. Ci si poteva permettere di pubblicare anche libri in perdita ma fondamentali per il catalogo.»


Guardando una foto alla parete, che ritrae Giangiacomo Feltrinelli sul set del Dottor Zivago in Finlandia, l’intervistata ricorda le straordinarie vicende legate a quel romanzo.

«Il regista – rivela Inge – lo scelse proprio lui. Aveva visto Lawrence d’Arabia. E se c’era qualcuno che poteva fare Divago, questi era proprio David Lean. Con il Gattopardo andò diversamente. Era stato Visconti ad interessarsi al libro; ma Visconti era quel romanzo». Un altro colpo da maestro di Feltrinelli, dovuto a un suggerimento di Bassani. «Il successo arrivò inaspettato. Eravamo nel dicembre 1958. Carlo Bo ricevette per sbaglio in anticipo delle bozze del libro. Subito ne scrisse un’entusiastica recensione sul “Corriere”. Il riscontro fu immediato, i librai ci costrinsero ad accelerare i tempi di edizione. Prima di Natale ne avevamo vendute già 10mila copie. Vittoriani, che rifiutò il libro per l’Einaudi, non si perdonò mai l’errore. Anche se credo che fosse convinto che il titolo non era giusto per lo Struzzo». Ogni tanto, in questo mestiere, gli errori capitano.


E poi, è il momento dei ricordi sugli scrittori che da Feltrinelli vennero lanciati  in Italia. Ricordi non sempre piacevoli:

«Con Garcia Marquez ho scoperto come il successo possa cambiare il carattere. La prima volta che venne a Milano non voleva incontrare i giornalisti. Stava in albergo, era timido e molto insicuro del suo lavoro. Dopo il trionfo di Cent’anni e il Nobel, lo rividi a Cuba. Gabo viveva ormai come un re, usava dei completi bianchi, come i telefoni sulla scrivania e le lampade nella sala, dava del tu a tutti i  presidenti del Sudamerica. “Gabo, gli dissi, adesso sei un uomo di Hollywood”. Che differenza rispetto a Doris Lessing. L’ultima volta che l’ho incontrata, a Londra, la città era blindata per la visita di Bush. Lei arrivò al ristorante dove avevamo appuntamento in metropolitana, serena e allegra. Io la stavo aspettando da qualche minuto. Appena dissi che era lei la persona che attendevo, il cameriere si illuminò con un sorriso di grande rispetto e ammirazione».

(da un articolo di Stefano Salis su Il Sole 24 Ore Domenica, 17 apr. 2005)

 

Timidezza

La timidezza è retaggio emblematico dell’adolescenza: di quella bruciata dagli ideali, dalla aspirazione agli ideali, più alti e vertiginosi; e alla loro sconfitta, e alla indifferenza con cui sono accolti dagli altri, conseguono lacerazioni dell’anima talora affascinate dalla morte volontaria.

Eugenio Borgna, La solitudine dell’anima, Feltrinelli, Milano 2011, p. 46

 

Il fascino discreto dell’underground

Ho letto questa intervista a Moresco dove dice in soldoni che ogni scrittore underground deve tenere alla propria identità, non entrare nei meccanismi commerciali della grande editoria, anzi non cercare la grande editoria ma semmai sarà la grande editoria a cercare lui, e che deve rafforzare la propria autostima anche se farà underground per tutta la sua vita, perché, dice, c’è chi pensa che non essere visibili sia non esistere, mentre non essere visibili si è vivi lo stesso. Tutta l’intervista sembra ai miei occhi una specie di generosa consolatio a beneficio di tutti gli scrittori che fanno le riviste per cinquanta persone e che in pratica non se li fila nessuno: un invito a tenere duro, a fare il proprio cammino di sconvolgimento del mercato editoriale. E nello stesso tempo una strana difesa, come se Moresco a pubblicare con Mondadori o Feltrinelli avesse fatto qualcosa di male.

Ora, che io esista anche se non mi pubblica Einaudi me ne ero accorto e anche il fisco purtroppo. La grossa verità, che mi pare Moresco non dica, è che essere visibili nel mondo editoriale non è che sia questa grande eccitazione. Anche lui forse si aspettava che una volta pubblicato da Feltrinelli qualcosa cambiasse, qualcosa di grosso, e invece poi le cose che cambiano ci sono, magari dentro, ma non sono delle cose così importanti viste in prospettiva, rispetto ad altre della vita di una persona voglio dire.
Fare underground poi è un po’ l’equivalente colto di quelli che fanno gioco di ruolo, o il sudoku, gente che si vede in combriccole, di solito in strette librerie.
Se parliamo di vita, di felicità, Moresco parla della sua vita, della soddisfazione della sua vita, ecco non credo che la letteratura sia una cosa così rilevante nella felicità di una persona. Mio figlio in quattro anni di vita mi ha dato più emozioni di quelle che mi ha dato «fare letteratura underground» in venti.
«Fare underground» significa in effetti scrivere non pagati, spendere centinaia di euro per andare a leggere cinque minuti in qualche libreria del centritalia, aspettare di salire sul palco per leggere ad altri scrittori che a loro volta sono lì sotto ad aspettare il loro turno: fare underground significa spesso essere ritenuti mediocri e stare con gente che tu ritieni mediocre: una specie di psicoterapia di gruppo. Quello che ti salva è che talvolta, non molto spesso, alla fine ci esce una pizza in cui si può parlare male di quelli che si sono venduti al cattivo mercato editoriale.

Matteo Galiazzo e Fabrizio Venerandi

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Feedback

Michele Mari

 

Le questioni sono anzi due: se ci sia una specie di feedback sull’attività dell’autore, e se questo effetto sia da valutare positivamente o negativamente. Alla prima domanda rispondo senz’altro di si, perché consciamente o inconsciamente gli scrittori tendono ad andare verso quello che il pubblico si aspetta da loro. È un meccanismo fin troppo umano: quando ci si vede premiati, si tende ad investire di più in quella direzione per continuare a sentirsi riconosciuti. Quindi non è necessariamente una questione di calcolo o di interesse. Se a lezione mi accorgo che un certo tipo di battuta fa più ridere, che un tipo di metafora o di similitudine illumina gli studenti e un altro tipo no, in modo quasi pavloviano la volta dopo tornerò sulla battuta o sulla figura retorica che ho visto dare risultati migliori, secondo un meccanismo di selezione naturale interno all’identità del soggetto. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che esiste un aspetto completamente diverso: quello che riguarda un vero e proprio condizionamento dall’esterno. Se questo processo portasse a un’offerta molto variegata e diversificata, se cioè gli autori seguissero la loro vocazione e gli editori la sollecitassero, non ci sarebbe da allarmarsi. Purtroppo però molti autori, e pressoché tutti gli editors e tutti gli editori tendono a privilegiare il main stream. Oggi un editore, qualunque sia il tuo nome e il tuo prestigio, vuole da te un libro alla Ammanniti, anche se tu ti chiami Consolo o Pontiggia e si presupponga quindi che tu scriva in tutt’altro modo. Continua a leggere “Feedback”